In casa della marchesa Teresa fu che Eponina vide per la seconda volta

il giovane amato da lei, e le parve, come succede, due cotanti più

bello. — Vi rammentate di Omero quando narra di Priamo, che affacciato

alle mura di Troia guarda le schiere argive, e si strugge nel desiderio

di saperne il numero e il nome, finchè giunta Elena lo ragguaglia per

filo e per segno dei capitani, della patria, dei costumi e di

quant'altro aveva vaghezza conoscere il vecchio Priamo intorno all'oste

nemica? Voi ve ne rammentate di certo perchè Omero avete letto, e le

cose lette nell'_Iliade_ non si dimenticano. Ora, quello che Priamo

faceva a Troia tutte le fanciulle fanno nelle veglie, quando occorrono

loro dinanzi giovani appariscenti e sconosciuti. Eponina ne chiese

astutamente alla compagna che le sedeva allato, e poichè anco a questa

era ignoto, con arte maggiore la indusse a moverne ricerca fra le

persone circostanti, e allora seppe chiamarsi Ludovico Anafesti, ed

avere titolo di conte; di padre orfano, figlio unico di madre

rispettabile e rispettata; di sè non avere dato argomento che altri

parlasse in bene nè in male, giovane troppo; apparteneva ai giovani di

bella vita, inteso tutto a corse, a balli e a feste: di sostanze non

pareva stesse bene in gambe, chè il padre ci aveva fatto uno sdrucio da

non potersi rammendare, ed egli tirava a rifinire il resto; lo

appuntavano viziato al gioco; di amori non se ne sapeva; se ne aveva non

erano di quelli che si potessero decentemente manifestare, del rimanente

cavalcatore illustre, schermitore e tiratore a segno dei buoni; non

accadeva duello ch'egli, o come paciere o come secondo, non

c'incastrasse, e _voilà tout_!

Non ci era da scialare, ma via, per questi ragguagli Ludovico non aveva

scapitato nel cuore di Eponina, sicchè quando incominciarono i balli,

ella imprimendo sotto le palpebre abbassate un moto ondulatorio alle

pupille, non lo perdeva un momento di vista: con palpito di cuore da non

potersi dire avvertiva se dal giovane taluna o donna o donzella si

preferisse; ma no, con suprema contentezza si accorse com'egli, verso

tutte cortese, non dimostrasse parzialità di sorta; dalla movenza dei

labbri s'ingegnò indovinare lo parole proferite, attese acutamente alle

mani ed alle dita di lui per vedere se mano o vita della compagna

danzatrice premesse oltre la convenienza ed i costumi del ballo, ma di

niente potè accorgersi. Di due cose l'una, o egli non amava, o la sua

amata non si trovava lì; intorno alla seconda parte Eponina andava

chiara, ma chi l'assicurava della prima? Non gli conoscevano amante,

dunque poteva non avere amato, anzi era certo ch'ei non avesse amato

mai, e lei destinavano i cieli a percuotere la roccia, donde sarebbero

scaturite le linfe dolcissime dello amore. Ci era da ammattirne di

giubilo! Ma intanto? Intanto il giovane non la guardava neppure, o sia

che non l'avesse scorta o, scorta, non l'avesse impressionato; non

importa, ella di sè fidente non se ne curava, dicendo nel suo segreto:

«Aspetto il mio astro!»

Nè l'astro si fece aspettare. Poichè ebbero compite varie guise di

ballo, e furonsi confortati di cibi e di bevande, e levati fino al

cielo, e un poco più su, i classici pasticci della marchesa Teresa, ecco

questa signora dabbene di un tratto scappar fuori a dire.

— Orsù, a Tersicore sagrificammo abbastanza; adesso tocca alle altre

sorelle, che potrebbero averselo a male: per dare il buono esempio

comincierò a canticchiare qualche cosuccia io, che se principiaste voi a

me non basterebbe più l'animo per farmi sentire.

La marchesa si era data attorno per raccogliere al suo ritorno dame,

damigelle e cavalieri che godessero fama di valorosi nelle arti del

canto e del suono, non meno che artisti di professione e taluni dei più

celebri cantanti si trovassero allora nei teatri di città. Ella, come

promise, aperse il canto con una barcarola di facile esecuzione; suo

cavallo di battaglia; la voce le usciva un po' tremula, talvolta per

paura della odiata stecca l'abbassò così che appena si sentiva;

nondimeno nel sottosopra ce la sfangò assai bene, e n'ebbe plausi, dove

sarebbe stato difficile spartire i meritati dai dovuti alla padrona di

casa.

Avendo la marchesa proposto ad Eponina di tenerle dietro, questa se ne

schermì, desiderosa, come disse, che le altre mostrassero la loro virtù

prima che fosse stanco l'uditorio, e parve modestia, ma invece fu

astuzia per ecclissarle tutte: arti di guerra femminile. La signora

Teresa ci rimase presa, e la ringraziò della squisita delicatezza;

Eponina allora sembra si facesse animo a chiederle qualche favore, a cui

la marchesa assentì col capo, aggiungendo: «Lascia fare a me.»

Cantarono arie, duetti, terzetti ed anco un quartetto come persone le

quali dell'arte intendevano assai addentro, e tutti i giorni stavano in

esercizio, ma le voci erano scarse, tirate fuori a trilli e a gorgheggi,

come colui che non sentendosi a sufficienza vigore si sforza e si

eccita. Quando venne la volta di Eponina, si trovarono, per cura della

marchesa, parecchi disposti a farle da coro, mentre ella avrebbe cantato

la _Casta Diva_ della _Norma_. Richiesta se volesse accompagnarsi da sè,

rispose: «Volentieri, ma coll'arpa, altri col pianoforte.»

Eponina aveva ragione da vendere; dotata di squisito senso dell'arte,

aveva avvertito come non si dia bellezza di donna, la quale regga alla

doppia azione del canto e del suono del pianoforte, chè fuori di misura

disamabile si presenta nel tocco dei tasti quel continuo distendere e

stringere le braccia, e l'alzare e l'abbassare le dita atteggiate ad

artigli di girifalco: se la donna starà diritta col tronco e ferma,

rassomiglierà la statua di granito di Mennone, la quale dicono rendesse

suono in grazia di certo foro praticatole per di dentro: ovvero agiterà

il capo, e allora la testa dondolante ti parrà una banana sbatacchiata

dalla tempesta, o un ariete romano abbrivato per isfasciare mura. Donne

e donzelle, date retta a me, quantunque profano: quando vi piacerà

letiziarci co' vostri canti, non vi accompagnerete mai da per voi col

pianoforte: più assai della _fuga_

Che l'onestade ad ogni atto dismaga

come insegnò l'Alighieri, noceranno alla bellezza vostra i gesti

illepidi che menerete sopra cotesto istrumento.

Circa all'arpa poi muta specie, massime se la sonatrice, oltre la

persona spigliata, possieda gioconde braccia e petto ricolmo. Ora è da

dirsi come tutte siffatte qualità occorressero in copia nella nostra

Eponina, di cui così lieve era lo incesso, che a mirarla camminare si

sarebbe detto: «ora vola.» Le sue braccia apparivano coperte di guanti;

ma come si fa a sonare l'arpa co' guanti? E' fu mestieri levarseli.

Veruno penetrò mai nella sua stanza verginale, molto meno io; e pure

metterei pegno che più di una volta ella studiò allo specchio

l'atteggiamento, che convenisse meglio alla sua persona, e quale più

leggiadro partito di pieghe si affacesse alla sua veste. O bella! Non

costumò farlo Caio Gracco, per piacere al popolo? E con quale giustizia

lo si vorrebbe negare alle donzelle, per gratificarsi l'animo dello

amante desiderato? Non ci è vecchio che, salendo le scale di una casa

per rendere visita all'amica anziana, non si raddrizzi sul cucuzzolo i

cinque capelli bianchi, a modo dei birilli nel mezzo del biliardo.

Eponina dunque, essendosi atteggiata divinamente, preludiò sull'arpa ed

incantò chi vide: quando poi l'onda sonora della voce prese a sgorgarle

potentissima dal petto, ammirazione ed astio, plauso e censura, tutto

rimase sommerso come in un mare di luce; senza battere palpebra, osando

appena trarre il respiro, ascoltavano tutti; a molti avvenne che, senza

se ne accorgessero, le lacrime traboccassero dagli occhi; taluno con

ambedue le mani si compresse il seno, quasi non valesse a sopportare

l'eccesso del piacere; a tutti tremava l'anima. Allorchè tacque, veruno

ebbe balìa di applaudire: parevano impietriti per virtù d'incantesimi:

tanto regnava profondo il silenzio, che si udiva perfino il crepito

delle candele che ardevano, ed Eponina vinta anch'essa dallo entusiasmo

rimaneva immobile, con le labbra mezzo aperte, fitto fitto frementi un

brivido di voluttà: aggiungi che portando ella una ghirlanda di ellera

in capo, questa scomponendosi, le era scesa dinanzi dalla fronte, da

parere proprio una corona di alloro, a modo che pittori e poeti sogliono

attribuirla alle Muse.

Quando gli animi soggiogati poterono ripigliare il dominio di sè,

proruppe uno scoppio di grida e di applausi cotanto strepitoso, che i

cristalli delle finestre ne tremarono e parecchi lumi si spensero.

Ora mentre Eponina si tira indietro con grazia infinita la corona

dell'ellera, scorsale quasi sino sulle ciglia, si mira davanti attonito

Ludovico: esultò la donna, e con supremo sforzo di volontà raccolto

quanto più potè di virtù magnetica negli occhi propri, la saettò dentro

gli occhi di lui. Il giovane non sostenne lo improvviso sfolgorio,

chiuse le palpebre, e susurrando suoni indistinti balenò per cadere, e

cadeva, se altri non lo avesse sostenuto. Eponina, nell'orgoglio del

cuore, stette per esclamare ad alta voce: «Ho vinto!» Si suggellò le

labbra, ma per tacere che facesse, questo grido non rimescolò meno

poderoso tutta la sua anima.

E questo fu il modo col quale Ludovico ed Eponina s'innamorarono.

CAPITOLO V.

IL SUOCERO.

Grande

L'ombra è del trono per coprir delitti

dice Aristodemo, che fu re, ed ebbe il cuore peloso[14] e tuttavia

l'ombra della ricchezza cuopre anco di più, e non importa che la sia

vera; basta ancora supposta. Però gli uomini blandiscono la ricchezza,

ed all'opposto detestano il ricco e lo insidiano. La ricchezza sta col

ricco come la autorità col principe: tenta il banchiere schiantare il

banchiere, ma impiccherebbe chiunque toglie la riputazione alle banche;

un principe s'ingegna rapire all'altro principe comando, quattrini e

sbirri; ma per pigliarseli per sè: quindi non intorno al ricco, bensì

intorno alla ricchezza stanno i famelici inetti, i quali col muso in su

aspettano che dalla sua mensa caschi qualche briciola, per divorarla a

muso in giù: amici della ricchezza, non del ricco, gli sparvierati che

gli aliano attorno per arraffargliela di un tratto: men tristi amici

(chè migliori non si potrebbe dire) sperimenta il ricco coloro che

tengono dimestichezza con lui per astiarlo o per denigrarlo, studiosi di

godere i vantaggi che ricavano da cotesta frequenza e ad un punto non

iscapitarne di reputazione. Di qui la ragione del subito abbandono dei

potenti e dei ricchi, traditi dalla fortuna; e siccome i principi e i

ricchi lo sanno, così si agguantano più forte che possono ai quattrini

ed agli sbirri; molto più che ai tempi che corrono, ricchezza e signoria

patiscono di marea, e chi le serba fino al termine della vita può

vantarsi di rinnovare il miracolo di Tucria vestale, che portò il vaglio

pieno di acqua attinta al Tevere fino al tempio di Vesta[15]. Se la

gente sapesse le ansietà, le abiezioni, i pelaghi e i delitti di questi

invidiati potenti; oh! come sentirebbe per loro compassione o ribrezzo,

per sè compiacenza della vita onesta e della temperanza civile.

[14] Plin., _Hist. mundi_, I, II e 70.

[15] Valerio Mas., 1, 8, 1, 5. Santo Agostino, _Civ. Dei_, nega

il miracolo: non gli date retta; ei lo fa per _gelosia di

mestiere_. O che voleva egli che i soli santi della Chiesa

cattolica apostolica romana fossero capaci ad operare miracoli?

Arrogi che la casa Crivelli tolse per arme gentilizia il vaglio

di Tucria, affermandosi scesa dal figlio che la vestale, mercè

il miracolo dell'acqua nel vaglio, provò di non avere partorito!

Entriamo nello studio di Omobono: mirate, due volte la settimana ei

passa la notte intera a registrare su certi libri arcani una quantità di

note segnate sopra fogli volanti; avvertito che egli cavò questi libri

da una cantera praticata sotto la cassetta che serve di serbatoio di

legna da ardere, accanto al camminetto ammannito con frasche e legna

secche a levare in un attimo un magnifico falò.

Ci fu un tempo in cui la penna di Omobono volava scrivendo su cotesti

registri, e all'atto dello scrivere assentiva col capo e tutta la

persona, mentre stirava la bocca verso le orecchie come borsa che si

allarghi per ingollare monete: cotesto allargamento di labbra era il

sorriso di Omobono. Adesso poi pare che la gotta gli abbia rattrappito

le mani; di tanto in tanto caccia fuori un sospiro da disgradarne il

soffio del mantice di un magnano: è inverno, è freddo, è notte, ma egli

suda come di agosto, e le gocce gli cascano giù dalla fronte a quattro a

quattro; lì presso, osservate cotesta catinella piena di acqua fredda,

ecco egli vi tuffa la spugna che poi si mette sul cranio calvo per

temperare la vampa del cervello. L'ultima volta che Omobono ebbe a

tribolarsi in cotesta disciplina parve rimanerne sgomento più del

solito, onde, lasciate cadere sul banco ambedue le braccia, ci posò in

mezzo il capo e lungamente rimase in cotesto atto; poi lo rialzò

scotendolo tre volte o quattro, se lo rinfrescò con la spugna e scosse

forte un cordone levando la faccia in su.

Indi in breve fu udito un lieve rumore nel soffitto; lo avrebbe mosso

più forte un topo entrando in dispensa, e poco dopo aperto cheto cheto

l'uscio della stanza comparve la lancia spezzata, il cagnotto, l'anima

dannata, o come meglio si deva dire, di Omobono; imperciocchè come la

cosa avvenga io non lo saprei, ma il fatto sta che le anime male non

nascono mai sole nel mondo, bensì si trovino quasi sempre doppie come le

mandorle dentro al nocciolo, una più grande, l'altra più piccina; così

col carnefice viene al mondo il sotto-boia, e.... ma basta; allo inferno

ed alla tristizie umana non si conobbe mai il fondo. Dopo Omobono veniva

il suo commesso Gavino Nassoli: costui par di metallo tirato con la

lima; se poeta, o pittore l'avessero a descrivere o a dipingere,

butterebbero fuori di finestra penna e pennelli: la sua faccia è tutta

denti, dai lati della berretta di cuoio gli si drizzano gli orecchi

appuntati pari a quelli di un cane da fermo, a cavallo del naso gli

stanno le lenti tonde e grandi quanto due scudi, traverso le quali,

incavate dentro spessi cristalli di rocca a cagione della molta miopia

dell'uomo, ti apparivano i suoi occhi piccini piccini, come lontani un

miglio: allorchè costui gli accosta ignudi di occhiali a foglio scritto

sembra che piuttosto di leggere i numeri (dacchè egli dai numeri infuori

non legga altro) li voglia brucare a mo' che le capre costumano le

foglie di sulle siepi.

Omobono, appena lo vide, gli disse:

— Fatevi in qua, Nassoli; sedetemi accanto; avete chiuso bene l'uscio?

Sì, ma non tirato la portiera; andate a tirarla.

Dopo ciò incominciarono un colloquio a voce sommessa: pareva si

confessassero; e, come sovente avviene, i confessori peccatori ambedue.

Il Nassoli di tanto in tanto poneva il dito su i libri arcani a mo' che

l'anatomista fa col coltello sul cadavere che gli sta davanti; e per

certo doveva credere il suo atto di cerusico, perchè, conchiudendo il

colloquio, e levando alquanto la voce in suono di _miserere_, disse:

— Caro mio, il morto è sulla bara: senza rincalzi straordinari non si

può reggere. O non vede, che sia benedetto! credito mobiliare,

transatlantico, banco sete, meridionali, rendita.... tutto fa acqua, e

le trombe non bastano.

— Provvederemo — rispose Omobono, chiudendo i libri; tornate a dormire.

Ma non andò mica a dormire Omobono, il quale uscito di casa per mezzo di

una porta segreta stette fuori fin verso le cinque del mattino. Dopo

circa un mese la cassa del Banco si riempì di enorme quantità di

biglietti di varie banche così italiane come estere, di che preso subito

fumo il Nassoli, il quale per malizia avrebbe dato tre punti ad un

questore, quando si ridusse in camera a dormire se ne portò un fascio,

dove a tutto bell'agio, accese prima due candele, se li fregò lungamente

traverso le palpebre: fatta e rinnovata la prova si condusse con la

solita precauzione nella stanza da letto di Omobono, e quivi susurrò

insieme con lui un secondo colloquio; però le voci sommesse non

escludevano i gesti risentiti, e per quanto Omobono insistesse, il

Nassoli pareva duro a non lasciarsi persuadere; all'ultimo Omobono

scappò fuori con queste parole:

— Lo vedo anch'io, la galera bisogna che voghi con altri remi.

— Non ci è che dire — ripetè il Nassoli — bisogna che con altri remi

voghi la galera.

— Chi è che ha parlato di galera?

— Galera ha detto _lei_, ed io ho approvato.

*

Di un tratto cascò e sbalzò Omobono in casa del suo genero a Torino,

onestando la sua comparsa con dieci pretesti uno più plausibile

dell'altro, e veruno era vero; ci si trattenne due giorni nei quali non

rifinì mai di ragionare delle faccende domestiche dei suoi figliuoli,

che tanto gli stavano a cuore, e dimostrava loro come dovessero partirsi

da Torino per venire a Milano; a Torino non tenerli parenti, nè amicizie

vecchie, nè sostanze, nè traffici, nè affezione di luogo natio: colà gli

sarebbe riuscito più destro incamminare i nipotini ormai adulti, il

maggiore avrebbe tolto seco, secondo la promessa, per iniziarlo nella

banca dove aveva a succedergli.

— Voi lo vedete — proseguiva costui — il patrimonio non basta a dotare

le figliuole e a sopperire al comodo sostentamento dei figliuoli; certo

voi con diligenza in molte cose li avete fatti educare, ma quello che

importa adesso sta nello applicarli ad una professione speciale:

consulteremo il genio di ognuno; intanto Omobono fin d'ora è banchiere.

Capisco che un dì erederanno il mio e basterà per tutti e ce ne potrà

avanzare, anzi ce ne avanzerà di certo: però la fortuna muta, ed

ancorchè non mutasse, prudenza insegna reggerci sopra le nostre gambe.

E continuava di questo tenore tanto, che a ridire tutte le sue ragioni

si sarebbe spento il lume.

Marcello nonostante la pressa che il suocero gli metteva dintorno,

chiese tempo a riflettere; nè ci fu verso di fargli mutare di proposito.

Però, egli è pur forza confessarlo, la raccomandazione _in articulo

mortis_ dello zio Orazio, di non confidare a verun patto mai i propri

figliuoli ad Omobono, se non dileguata del tutto, certo erasi di molto

infievolita nell'animo di Marcello. Gli avvertimenti paterni nello

spirito dei figli rassomigliano assai alla voce lanciata dentro una

grotta; l'eco ve la ripete cinque volte e sei, di mano in mano più

languida, finchè cessi del tutto: di qualunque umano retaggio troviamo

essere il meno trasmissibile la esperienza: ogni uomo deve assistere

personalmente alle lezioni di lei: costano care, ma, a detta del

Franklin, sono le sole che valgano a mettere a partito anco il cervello

dei matti.

E poi non quietava un momento da serpentarlo la consorte Isabella,

dicendole fra le altre cose: nel padre suo entrare troppo più dello

strano, che del tristo; certo la cupidità di lui immane, ma in fine dei

conti a chi avrebbe ella giovato se non ai loro figliuoli? E pur troppo

non si poteva negare cresciuta la famiglia oltre il bisogno; e volendo

dare dote alle femmine e recapito convenevole ai maschi, educazione

splendida a tutti, le forze proprie non bastavano a tanto. Dio guardi

che ella avesse a seguire lo esempio dello imperatore Vespasiano, che,

messa sotto al naso di Tito la moneta cavata dalla tassa sui pisciatoi

gli domandò se di malo odore putisse: ma caso mai non tutti lodevoli

fossero i guadagni paterni, eglino redandone le sostanze avrebbero

potuto a luogo e tempo riparare il danno agli offesi, e restituire ad un

punto la buona fama al parente.

Pende incerto se sia più mordente lima la ragione in mano alla donna, o

se la donna in mano alla ragione: fatto sta che quando si legano insieme

nessuno riparo ci può fare la gente. Che se volessimo addentrarci di più

nel cuore d'Isabella avremmo a dire che il suo cuore, come quello delle

altre creature umane era un laberinto; nè per ogni laberinto si trova

un'Arianna, la quale porga il filo per uscirne a salvamento: forse in

lei spirò un fiato di orgoglio, che alla casa sua, più che a quella del

marito, i figliuoli dovessero il signorile stato; forse il presagio di

accomodare in alto loco le figlie, e la speranza di udire benedetti i

figli pel buon uso della eredata opulenza l'abbarbagliarono: donna ella

era e madre, e noi sappiamo che il diavolo quando vuole tentare i santi

piglia faccia di angiolo. Insomma Marcello, sgombrata finalmente Torino,

portava i suoi penati a Milano.

Il giovane Omobono di subito accomodato nel Banco dell'avo, da prima

compite le sue faccende si riduceva nella casa paterna; indi a breve ci

tornò più di rado, ora trattenuto a pranzo dal nonno, ed ora pei

cresciuti negozi, sicchè terminò col porre stanza ferma presso il

banchiere Omobono. Quivi il giovane trovò non solo agio, bensì ancora

lusso ed eleganza, e se ne compiacque; servi a lui solo destinati; e di

presente l'avo gli assegnò lire mille al mese, avvisandolo che se di più

gliene fossero occorse non mancasse di farglielo sapere. Di subito parve

l'avo gli mettesse addosso uno amore sviscerato; se ne dimostrava

arcicontento; con chiunque ne parlasse (e ne parlava con moltissimi) non

rifiniva mai di levarlo alle stelle; e a dire il vero non senza ragione,

chè il giovane si mostrava stupendamente perito nell'arte dei numeri,

come quello, che con amore pari al profitto aveva studiato nella Reale

Accademia di Torino. Ogni azione del giovane pareva tirata a filo di

sinopia; esatto, accurato, non si stancava mai; il lavoro gli serviva di

alimento.

Oltre queste doti, altre e più pregevoli di mente e di cuore possedeva

il giovane, di cui lo zio cortese disegnò fare capitale: ritraendo non

poco dalla sorella Eponina si poteva dire bello, però alquanto più

pallido e più pensoso di lei; di rado le guance e i labbri gli

allietavano una sfumatura di vermiglio e di riso: poco parlante, di voce

soave, modesto e servizievole quanto altri mai: accadeva con lui come

sovente succede con le persone simpatiche, voglio dire che, quantunque

ci si parino la prima volta davanti, pure le ti paiono conoscenze

vecchie. Aggiungi modi gentileschi, un zinzino contegnosi co' superiori,

ma affabilissimi cogli inferiori. Presentato in parecchi ritrovi, ben

presto strinse amicizia coi giovani più eleganti della città: dai babbi

accolto volentieri, dalle mamme anco più; per le ragazze non era venuto

anche il tempo: in una parola la sua curva ascendentale pel cielo della

buona società procedeva pari a quella della luna pel firmamento, nelle

belle notti di maggio, placida e serena; le nuvole verranno più tardi.

Il secolo che muore, vol. I · 第 8 / 18 段