procuri che in capo ad ogni anno gettino cento scudi d'interesse, e se
centoventi non guasterà nulla: di questi costituiscasi un premio, e
conferiscasi al giovane di cui la età non superi gli anni sedici, il
quale prima della metà del marzo abbia mandato al municipio la migliore
poesia, in conforto o in laude di qualche virtù guerresca. Gli scritti
spediscansi chiusi e innominati; solo li distingua un numero o un segno.
Aperti, leggansi in piena adunanza, poi eleggasi una Commissione perchè
gli esamini di proposito e li giudichi. Convocata per altro giorno nuova
adunanza del municipio, odasi il rapporto della Commissione, e diasi il
premio mandando la proposta a partito; bene inteso che i consiglieri
possano nella votazione loro avere riguardo o no al giudizio della
Commissione.
Queste però raccomando abbiano ad essere le norme del giudizio e del
partito. I commissari al pari dei consiglieri considerino prima di tutto
la purità della favella: in seguito l'altezza dei concetti, per ultimo
la novità e lo splendore delle immagini.
Del vecchio possediamo abbastanza, e ottimo, e disperazione espressa
superarlo: ancora, chi va dietro agli altri non gli va mai innanzi; così
diceva Michelangiolo.
Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente a
rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri
lati possa comparire degnissima.
Rispetto allo idioma, egli è chiaro come per lui, anzi principalmente
per lui gli spiriti patrii possano ridursi in ogni estremo dentro un
cassero dove resistere alla invasione straniera. Lo straniero prima ci
entra in bocca, poi in casa. Nelle faccende della patria il tutto sta
nel cominciare da manomettere, si comincia dalla lingua e si finisce con
la coscienza: questa è la storia della più parte degli scrittori dei
giornali: come dall'odore del muschio tu ti accorgi, che quivi è passato
il serpente, così dallo strazio della lingua sarai avvertito che colà si
fece macello dell'onore. In questa sentenza concordano santi Padri e
scrittori profani.
Che se a taluno pigliasse vaghezza di conoscere la ragione di questo mio
legato, io lo chiarisco con quattro parole. Posto in sodo il vario fine
al quale devono mirare le diverse educazioni, egli è certo come per
conseguirlo intero abbisognino instituti dispendiosi e moltiplici:
mancandomi a tutto il potere, e pur volendo che l'obolo mio torni di
utilità alla patria, ho pensato promovere la poesia, di cui lo esercizio
nobilita il cuore e sublima l'intelletto. Ho sempre giudicato che
l'anima dello altissimo poeta sia complessa e composta delle facoltà di
legislatore, di guerriero, di magistrato, e di cittadino. Anche poni
mente a questo: l'uomo nato poeta finisce con lo esercitare una o più
delle facoltà accennate; all'opposto, l'uomo che negli esordi della vita
si senta propenso a legge, ovvero a guerra, non mette mai capo al poeta:
dunque parmi evidente che la poesia contenga in sè maggior copia di
potestà creatrice. Aggiungi altresì che lo intelletto non governato dal
cuore riesce sempre funesto, e ciò per suprema sventura a ragguaglio
della grandezza di quello; che se per converso lo intelletto ed il cuore
nell'uomo grande si corrispondano con divina armonia, allora la
benedizione di Dio si distende sopra la terra che gli diè nascimento.
Ora veruna disciplina, verun'arte, verun magistero, per opinione mia, è
capace quanto la poesia a generare questa corrispondenza, e generata
crescerla.
Lascio alla mia patria voti, onde ella diventi virtuosa e feroce: dal
consorzio umano a nostro modo incivilito altro non se ne potrà cavare,
per dirla col Dante, che
Ruffian, baratti e simili lordure,
alla men trista una serqua di avvocati; nei tempi che chiamiamo barbari
incontriamo sempre qualche eroe, con la scure al collo, se vuoi, pur
sempre eroe.
Non bisogna riformare, bisogna mondare.
Queste le novissime parole scritte dallo zio Orazio al nipote Marcello
poco prima che lo cogliesse la morte.
CAPITOLO IV.
LA FANCIULLA.
O lettore, con la facilità con la quale tu hai voltata questa pagina, il
tempo fece passare dieci anni dalla morte dello zio Orazio; tienti per
avvisato; ed ora ripiglio la storia, dove intreccerò le cinque vite dei
figli di Marcello e d'Isabella, come costumano coi piombini le
fabbricatrici di cordone.
_Ab Jove principium_ fu dettato degli antichi; ai giorni nostri non
corre più. I numi stessi avuta la disdetta, sfrattansi dai cieli, nè più
nè meno dei covoni per San Martino: quei loro deliziosi Olimpi e cotesti
loro terribili Averni chiudonsi come le botteghe per le feste d'intiero
precetto. Della magnifica eredità dei figliuoli di Saturno, messa in
liquidazione, ohimè! che avanza? Qualche soggetto di pittura da condursi
pei soffitti delle case o pei ventagli delle donne. Donne e fanciulle si
fanno vento con Giove armato di fulmini, mentre principi e Parlamenti
sbigottiscono di un papa armato con le scomuniche.
Non solo le umane, bensì le divine cose durano finchè le sostenga la
forza; e Giove stette, non per le folgori, in cielo, ma sì pei
carnefici, che gli prestavano in terra, re, sacerdoti e popoli; sì,
importa del continuo rammentarlo, anco i popoli, i quali troppo spesso
dimostrarono a prova istinto di sacerdote e di tiranno.
Dunque diamo di frego a Giove, ma potrò fare altrettanto con lo Amore?
Non è concesso; però che sebbene lui salutassero Dio insieme con Giove e
non possieda guardie di pubblica sicurezza nè giandarmi, tuttavolta egli
regni sempre e governi.
E questo avvenne per la ragione che Amore fu una maniera di Talleyrand
divino, il quale giustificava, anzi vantava le sue giravolte politiche,
dicendo avere servito lo Stato, che rimane, non i principi, che se ne
vanno, così Amore compiacque alla natura eterna, non agli Dei, caduchi
anch'essi e mortali. Servendosi dell'ali si voltò in un attimo alle
insegne del vincitore; anco Mercurio potè fare così, e poichè questi
ebbe in sorte maggior copia di ali, tu lo trovi in troppo più luoghi che
Amore.
Mercurio in Chiesa, Mercurio in Camera, Mercurio in Corte, Mercurio
fuori e dentro le stanze dei ministri, Mercurio dentro e fuori dei
Parlamenti; nell'aria, nella terra, nel fuoco e nell'acqua Mercurio;
Mercurio per la stagione che corre si è spinto al calore dell'olio
bollente, e quivi sta. Mi tarda andare a Roma per vedere la Basilica del
Vaticano consacrata a Mercurio.
Innumerevoli, fin qui, le trasformazioni di Amore, nè accennano cessare
per ora. Bisogna essere giusti, Amore lasciò piangendo Psiche, la
celeste sua sposa, e Venere degenerata madre l'ebbe a pigliare per un
orecchio, onde trarlo pei ginecei greci e romani; dove, fiutato il
tempo, appena gli venne fatto fuggì via e si diede a bazzicare con un
visibilio di tenere Marie, di più tenere Caterine e Brigide e di
tenerissime Terese; nè parve meno leggiadro aleggiare intorno le chiome
bionde della bella di Magdala, o su i salteri dei veli e le cocolle, che
un dì sulle ghirlande di mirto e di rose di Aspasia o di Flora. Abelardo
ed Eloisa informino.
Come colui che imprende lontane navigazioni per procacciare tesori alla
famiglia, l'Amore, tenendo sempre fermo il domicilio nel cuore della
donna, militò sotto le insegne della religione cristiana, e fu più volte
_Crociato_ in Asia; certo alla presa del Tempio di Gerusalemme il sangue
umano arrivò a mezza gamba dei Crociati; e che rileva? Non per questo
meno, anzi giusto per questo, i pii guerrieri obbedivano all'estro
dell'Amore religioso. Amore svelse i figli dalle braccia materne e i
mariti da quelle delle mogli, e gli frombolò sopra i campi di battaglia,
dove rese sacro il sangue versato, e, convertite le belve in martiri,
santificò la strage: acerbo mostrava allora il sopracciglio, e pure
piacque, dacchè ad alta voce esclamasse: io sono Amore di Patria e di
Libertà. Amore si condusse, non badando pericoli o travagli, sopra le
plaghe estreme del mondo per esplorare i segreti del firmamento, o in
mezzo ai ghiacci eterni rinvenire un passaggio al polo, ovvero scese giù
nelle viscere della terra per leggerne la storia nei vari strati della
materia che la compongono, come nelle pagine di un libro, e volto ai
mortali con sembiante austero egli disse: abbiatemi caro, che io sono
l'Amore della Scienza. Nè Amore solo si trasforma, ma si moltiplica, e
posta la radice nella famiglia, quivi, portentoso vilucchio, si
rintreccia con lo amore dei consorti, dei figli e dei fratelli: amori
non affatto uguali negli atti e nelle sembianze, e non di manco
somiglievoli come chi nasce da una medesima schiatta.
E poichè natura volle che la metà del genere umano fosse di femmine, nel
_Pater noster_ delle quali amore tiene luogo del pane quotidiano, due
cose per me e per te, o lettore, hanno a resultare chiare, che senza
Amore tu non potrai comporre nè città, nè provincia, nè famiglia, nè
romanzi e nè nulla; e che o repugnanti o nolenti, ci tocca a parlare, di
nuovo parlare, e sempre parlare di donne. Fato dei fati è la donna!
Dunque io vi parlerò di Eponina, la stupenda fanciulla; perchè così
l'avesse chiamata Orazio, tu se ne hai vaghezza potrai riscontrarlo nel
paragrafo XXI dei _Ragionamenti di Amore_ del buon Plutarco, e ti
conforto a farlo, imperciocchè tu leggerai una pietosissima, non menochè
mirabile storia. Ora io dovendo mettere parole di Eponina, vado incerto
se deva o no descriverne il sembiante: la critica con molesto ronzio mi
bifonchia nell'orecchio destro: «la bellezza della eroina di un libro,
già si sa, la è _rima obbligata_, e siccome gli scrittori
s'incaponiscono a dimostrartelo, per filo e per segno, così condannano
il lettore al supplizio di udirne una descrizione a ritaglio, dalla
quale, raccolta insieme, tu non troverai, per quanto tu ti ci arrabatti
sopra, modo di formarti, neppure alla lontana, una idea di cotesta
bellezza. Che se, per un impossibile, su coteste postille tu giungessi a
disegnare un viso, tu li comporresti tutti eguali come le ciliege che tu
cogliessi dal medesimo albero.»
La critica, a senso mio, se ne piglia troppo, e quello che dice non è
vero niente: anco i pittori, quando ritraggono bei volti di donna, hanno
a dipingere sempre e nasi, e occhi, e bocche, e l'altro che viene dopo,
o che per questo dovrebbero buttare i pennelli fuori di finestra?
Infinita è la varietà della natura; ogni creatura forma un tomo a parte:
nel creato non occorrono sinonimi. Che se lo scrittore non basta a
somministrare al lettore tratti che gli valgano ad immaginarsi la
bellezza descritta, è segno certo che non gli arrisero le Muse, e la
Natura non glie lo volle dire; e se il poeta non mette varietà nelle
descrizioni significa che trovandosi padroneggiato da un tipo (forse la
faccia della donna sua) dimenticò l'obiettivo dell'arte pel soggettivo
della passione, e lo incastra in tutti i suoi componimenti, come
Raffaello adoperava della Fornarina nei suoi dipinti.
Eponina non ritraeva per nulla i contorni delle statue greche, che
bellissime nel marmo, mi farebbe paura riscontrare nei volti di donna:
sopra cotesti ovali di perfezione disperata, sopra coteste linee rigide
e' sembra che tutto abbia a scivolare, suoni, aliti, baci, lacrime ed
affetti: l'Amore, accarezzandoli, ci si reciderebbe le mani. Tale non
compariva Eponina. La fronte avea larga e prominente alla radice dei
capelli, poi con dolce curva rientrava fino sulle sopracciglia, donde
prendeva principio un'altra curva delicata, quella del naso alquanto
vòlto in su, quasi per aspirare quanto di vita alitasse nell'aria. Le
chiome, composte ora in una foggia, ed ora in un'altra, e tutte
leggiadre, ella teneva strette intorno alle tempie; se le avesse sciolte
le avrebbero ventilato dietro le spalle come ale di angiolo, tanto erano
copiose e dorate. Sotto le palpebre sempre mobili[12] scintillavano gli
occhi, non azzurri, non neri, bensì di un colore strano, grigi come
ferro troncato, composti nelle pupille di cerchi concentrici, ognuno dei
quali mandava il suo raggio, donde riuniti in fascio prorompeva un getto
di luce elettrica da rassomigliarsi a quello che emana a volta a volta
dagli specchi giranti dei fari. Il contorno del volto, alquanto depresso
sulle guancie, glielo faceva comparire piuttosto lungo che no; bianca,
non candida,[13] della bianchezza dell'alabastro, del continuo tinta,
secondo le impressioni che le venivano di fuori o dei pensieri che le
turbinavano dentro, di tutte le più soavi sfumature dello amaranto. La
forza straordinaria dei muscoli dei suoi labbri non consentiva ad
Eponina atteggiarli al sorriso; s'ella (e ciò accadeva di rado) li
apriva all'allegrezza, dava in ghigni strepitosi a modo di baccante, e
se alla favella, ovvero al canto, era una Musa.
[12] Fu questo un attributo di Venere, e n'ebbe nome, che Esiodo
ricorda ελικοβλέφαρος.
[13] A chi preme conoscere qual diversità sia fra bianchezza e
candidezza, lo può vedere nel Firen. Di., _Della bellezza delle
donne_.
Il re poeta scrisse che il firmamento racconta la gloria di Dio, ed ha
scritto bene; così del pari il Genio, o vuoi l'altissimo Intelletto,
manifesta la sua presenza sopra la fronte della creatura umana. Forse
non uscì mai dalle mani del creatore arnese come Eponina, adattato a
sentire ed a rendere le più sottili vibrazioni del dolore e del piacere;
vera arpa eolia esposta agli aliti della natura. Ella copiosa nel dire
leggiadramente arguto, ella inesausta nelle fantasie, ma soprattutto
portentosa nel suono e nel canto. La sua voce si sviluppava come una
larga onda ch'empiesse ogni cosa d'intorno d'inusitata contentezza;
quando poi si rompeva in miriadi di note, al pari dell'acqua della
cascata, la quale balzando di roccia in roccia si sbrizza in
innumerevoli stille giocondate dai colori dell'iride, allora uno
spolverio di luce, un acuto diletico, un tintinno inebriante investiva i
sensi degli ascoltanti, i quali sentivano consumarsi e pure non
avrebbero a verun patto consentito che cessasse cotesto voluttuoso
tormento, nel modo stesso che Clizia infortunata quanto più si disfà più
s'innamora del Sole.
Queste già erano doti più che bastanti per assicurare alla nostra
fanciulla la vita piena di affanni, e tuttavia ella ne possedeva altre
parecchie e non meno gravi: troppo superiore a quanti la circondavano,
non lo poteva celare a sè stessa nè ad altrui; a che giova mostrarci in
atti ed in parole modesti, quando il fatto manifesta ad ogni momento la
tua preponderanza? Ragionando, mercè la grazia del dire e la potente
dialettica, riduceva al silenzio quanti si fossero fatti ad argomentare
con lei; vero è bene che il torto stava sempre da parte di loro, ma se
fosse stato alla rovescia, sarebbe tornato lo stesso; e la madre,
innamorata della sua prole, sempre lì ad attizzare, invece di spegnere
la vampa. Punisconsi le madri per disamore ai figli, ed è giusto; ma
importa sapere che più si trovano madri le quali perdono i propri figli
per soverchio affetto. Nè qui forse giaceva il guaio maggiore, che
Eponina, con quel suo veemente ingegno, non poteva essersi rimasta dal
tuffarsi intera nelle eccessive dottrine, che da molto tempo hanno
spiccato il bollore intorno alla emancipazione della donna. Qui non cade
il destro di ragionare su questo argomento, ma si avverta che sempre il
soverchio ruppe il coperchio; e che infermo infastidito di giacersi
sopra un fianco non guarì mai per subito voltarsi sull'altro. Badino le
donne che oggi, come in antico, potrebbe accadere che l'albero della
scienza non fosse l'albero della vita: non si stieno a confondere, esse
avranno sempre bene meritato dell'umanità e di Dio educando figliuoli
come gli antichi Gracchi, o come i moderni Cairoli. Raccontano le
vecchie storie come Uguccione della Faggiuola, standosi a Lucca, udita
la ribellione di Pisa, partì in fretta e in furia per ricondurla in sua
potestà; votata appena Lucca, questa gli si rivolta a sua posta, sicchè
perse Lucca e non riacquistò Pisa: ora voi, donne, che avete intelletto
di amore, potrebbe darsi che guadagnando poco (chè nulla io non lo
voglio dire) nella gloria, scapitaste moltissimo nell'affezione.
E per disgrazia capitarono sotto gli occhi di Eponina i libri della
donna, che, se la fama narra il vero, quantunque sposa altrui, tolse,
invereconda, il nome dell'amante; nè paga del commesso errore, voltò le
forze dello ingegno a giustificarlo, anzi a voltare la colpa in merito.
_Lelia_, _Valentina_ e _Indiana_ (qualunque possa giudicarsi il merito
letterario di coteste opere) vincono in infamia di assai i libri più
osceni, imperciocchè questi infiammino i sensi, mentre quelli corrompono
l'anima.
E nonostante questo, e forse appunto per questo, aggirata Eponina nel
turbine delle impressioni e degli esercizi continui, giunta al
diciannovesimo anno non aveva per anco sentito verun trasporto d'amore;
per ora amava sè; ma venne il tempo, chè non può mancare, nel quale
dell'arpa e del piano forte non vide che legni, sciapiti le parvero i
suoni, fastidì, nonchè altro, la propria voce; come tratta fuori di sè
guardava sovente il cielo, quasi aspettando la ispirazione dall'alto,
ovvero tendeva l'orecchio per raccogliere un suono indistinto e lontano;
le si gonfiava il seno con frequenti sospiri, ed anco in altro modo più
sensibile le si gonfiava; negli occhi un balenìo, negli orecchi un
sibilo. Allora vogliosa di solitudine volgeva il passo verso il
camposanto della città, nel quale entrata, si poneva a sedere su qualche
avello in atto di dolore; ma intanto che i passeggeri nel mirarla la
compassionavano, ella, mutata voglia, si sentiva presa come da smania di
correre dietro a due farfalle, che parevano inseguirsi a vicenda e
scansarsi, aliandosi attorno senza agguantarsi mai.
Ed anco adesso, con la nuova propensione ad amare, non l'era occorsa
sembianza sopra la quale riposare lo sguardo vago, e ciò non solo perchè
procedesse in sè raccolta, come si addice a donzella costumata, ma
eziandio perchè quanti giovani aveva sogguardato, tanti l'erano comparsi
disamabili ed esosi; pure in simile disposizione di animo, si capisce
che non può tardare l'amante, e così fu. Certo giorno Eponina, in
compagnia della madre, sboccando da una strada, vide la porta di un
palazzo chiusa e ornata di gramaglie, con un cartello all'uscio, il
quale, secondo il costume, indicava il nome e la qualità del defunto;
mentre ella, tirata dalla curiosità, si accosta per leggere, ecco
spalancarsi la porta e comparire il feretro; ma perchè la soglia non
fosse larga abbastanza, fu mestieri che i reggitori dei lembi del
tappeto si facessero innanzi, uscendo uno dopo l'altro primi.
Chi venne innanzi, di un tratto sosta a breve distanza da Eponina, onde
ella potè, senza immodestia, guardarlo e riguardarlo a tutt'agio:
giovane egli era, e biondo, e bello della bellezza che garba tanto alle
donne: volto e persona, di cui pare che posseggano il monopolio gli
Apelli della _Novità_ del Sonzogno; faccia unita, levigata dove non
apparisce ruga prossima e nè manco remota; potente della freschezza dei
venti anni: un cotal po' di lanugine, sparsa a spilluzzico sopra il suo
labbro superiore, ti rendeva incerto a giudicare se la natura fosse
stata più parca a guarnirgli di peli la bocca, o il padre di quattrini
le tasche. Ambrosia egli certo non ispirava, come gli Dei di una volta,
bensì un tal quale profumo di nobilea, che _fino a tutto il giorno di
oggi inclusivo_ piace alle donne, e non meno agli uomini, qualunque cosa
ne dicano in contrario. La uguaglianza per ora si abbaia da chi, o non
può soverchiare, o non ha anco soverchiato: tanto vero questo, che più
eccessivi detrattori del popolo abbiamo veduto quelli che pur ieri
popolo erano e pel popolo parteggiavano.
Il giovane teneva la faccia vestita a mestizia, come la persona di abiti
neri di tutto punto come costuma mostrarsi ai funerali. Le vesti, per
attillatezza mirabili, gli parevano nate addosso; lo stesso dicasi dei
guanti candidi e degli stivaletti inverniciati. Tutto questo non era
molto, anzi poco, massime per donna di così alta levatura, come Eponina,
e tuttavia bastò, e ce ne fu d'avanzo. E si ha un bel mettere in canzone
i poeti, quando parlano di archi, di strali e di subite ferite sotto la
_sinistra mamma_; fatto sta che al primo contemplare la creatura
destinata a piacerti, tu ti senti rimescolare il sangue dal capo alle
piante, e porti la mano al cuore, come se ti sentissi trafitto, come
fece per lo appunto Eponina.
Chi il giovane si fosse a lei non riuscì sapere, non si attentando
domandarne, timorosa che anche la inchiesta obliqua non isvelasse alla
gente la sua interna passione; oltre a ciò pativa la mala febbre che
nasce dallo sgomento di avere ad amare sola. Tuttavia bisogna mettere in
sodo che se la fanciulla innamorata può essere un libro chiuso per
tutti, ella non può celare i pensieri suoi più riposti alla madre
amorosa, la quale li vede affacciarsi e scorrere via di sulla fronte
alla figliuola, come nuvole traverso il disco della luna, quando soffia
il vento; ond'ella di frequente le diceva:
— Eponina, Eponina, tu hai un amante, e me lo nascondi.
— Non è vero, — rispondeva l'altra risoluta — io non ho veruno che mi
ami e te lo posso giurare.
Però non poteva andare un pezzo che i due giovani si sarebbero
incontrati una seconda volta, senza che se ne pigliasse pensiero la
Provvidenza o il caso, dacchè, sebbene Isabella fosse parca
frequentatrice di teatri e di veglie, pure conducesse talvolta le figlie
a ricrearsi fuori di casa; di vero, certo dì le venne ricapitato un
invito di donna Teresa marchesa Remoli, affinchè si compiacesse
favorirla di sua presenza, con la famiglia, al ritrovo in casa sua per
la prossima sera di domenica.
Ora è da sapersi che donna Teresa era vedova; la morte del marito, se
non le aveva fatto bene, nè anco le aveva fatto male, ed ella stessa lo
diceva, però che il marito, morendo, la istituisse usufruttuaria della
sua eredità, la quale rendita, unita ai frutti della dote, le dava agio
di vivere con molta splendidezza. Del restante buona femmina, piccola e
tozza; dell'età oltre i quaranta un pezzo, però munita del suo bravo
congedo, con la giunta del ben servito dallo Amore (ella diceva averlo
dato a lui, ma non era vero, e non glie lo credevano). Dopo cotesta
epoca ella si dedicò intera allo esercizio delle belle arti e della
letteratura: sonava, non precisamente a fuoco, ma giù di lì: il suo
debole poi erano gli epigrammi, dei quali componeva ogni dì almeno sei,
arguti più di una pittima di semi di lino: pittrice implacabile e
spietata, sempre in manopole e in grembiule, sempre co' pennelli in
mano: a sè davanti teneva su i cavalletti ammannite quattro tele o
cinque, e secondo gliene chiappava l'estro, ora col pennello
stoccheggiava questa ed ora quella; eccetto il pranzo, ella faceva i
suoi pasti nello studio per non perdere tempo, e sovente le accadde,
nell'impeto della composizione, colorire il quadro col biscotto intinto
nella cioccolata, e mettersi in bocca il pennello intriso nella tinta a
olio. Adesso ella stava tentando una maniera nuova per lei, e
difficilissima, una tempesta marina. In coscienza, se ella a cui la
mostrava avesse domandato _ex abrupto_: «indovinate quello ch'è»
bisognava risponderle: «per ora, se non sopraggiunge alle viste qualche
cosa di nuovo, sembra una forma di cacio parmigiano messa a lessare
dentro un lago di acqua di broccoli.»
O dunque di che mai erasi invaghito il defunto (ben inteso mentre era in
vita)? _In primis_ la gioventù, che come il sole rallegra ogni cosa
creata, rallegrò pure ai suoi tempi la marchesa Teresa, in oltre ella
portò in casa assai dote, festosa fu e amorevole e lieta; o che
pretendete di più da una moglie? E poi questo di più la marchesa lo
possedeva, però che artista veramente fosse in certa arte nella quale
tanto era singolare quanto se ne vantava meno, e consisteva nel creare
confezioni e di ogni maniera pasticci; anzi taluni dei più intimi di
casa andavano susurrando che nell'animo del marchese, buona memoria,
questa qualità aveva sostituito tenacissimamente ogni altro vincolo
matrimoniale, collo andare del tempo (si sa) o rilassato o sciolto; su
di che non proferisco giudizio, pure affermando che se i pasticci della
marchesa Teresa avessero potuto stamparsi e custodirsi nella Biblioteca
Nazionale, chi sa quale e quanta concorrenza di fama avrieno mosso col
tempo ai discorsi dell'immortale conte di Cavour.