— Il fatto sta per voi: vi parlerò per via di parabole: date tempo al

tempo, signor Omobono, e se pensate che rimettendovi a casa voi non

saliate una scala per volta, bensì scalino per iscalino, vi sarà

chiarita la ragione di parecchie cose, che sembrate ignorare. Di

quest'altro persuadetevi, che voi vi metteste a puntelli all'edifizio

che si sfascia; ora il puntello non è l'edifizio, sebbene si troverà un

giorno travolto nella medesima rovina.

— Caro mio, voi v'ingannate; il vizio è il mercato dove si trafficano le

virtù; e siamo tali puntelli noi, che alla occasione diamo la pinta alla

fabbrica. Quando sarà istituita sopra buon fondamento la repubblica, noi

offriremo i nostri umili servizi alla repubblica italiana, ed anco alla

repubblica universale: però non vi augurate mai di passarvi dell'usuraio

e del prete; prete e usuraio sono ossa delle ossa, e carne della carne

della umanità. Tuttavia mentre queste cose hanno da venire, io per me

penso che non valeva il pregio di capovolgere questo mondo, e

quell'altro per isfrattare gli austriaci di Italia; anzi sarebbe tornato

meglio sovvenirli ad occuparla tutta, che senza tanti disturbi adesso ci

troveremmo ad aver fatto maggiore cammino; invece ora il popolo

scorrazza a scavezzacollo per l'aperta campagna, e ci vorrà il diavolo

perchè i sullodati prete e giandarme ce lo riconducano alla fune.

Si vedeva chiaro come Orazio, o per fastidio, o per istracco, non si

curasse rilevare le invereconde enormezze di Omobono, sebbene coteste

sconce trafitture lo pungessero, oltre ogni credere, dolorosamente; ma

alle ultime proposte di costui il suo volto presentò di transito tutti i

colori dell'arcobaleno, e già la bile troppo a lungo repressa stava per

gettare giù gli argini e prorompere, quando un servo si affacciò sul

limitare della sala annunziando il pranzo in ordine.

CAPITOLO III.

L'UOMO FELICE.

Ottimamente avvisarono gli antichi, quando posero i conviti sotto la

protezione di un Dio, e meglio i cristiani sul principiare delle mense

rendono grazie all'Ente supremo, imperciocchè gli uomini, se tristi,

confortati dai doni della natura, balenino di bontà, e se buoni appaiano

divini. Omobono poi immaginando avere coi suoi ragionamenti mandato

sottosopra Orazio, gonfiava di vanità; lo avresti preso per un tacchino

quando imporpora i bargigli e fa la ruota; mentre Orazio a cui non

pareva vero essere liberato da cotesto fastidio, per tema di non

porgergli lo addentellato a ricominciare, non proferiva parola, sicchè

il pranzo procedeva d'amore e d'accordo. In seguito diventò anco lieto,

avendo preso i fanciulli a far vezzi ai loro maggiori, risa alternando e

discorsi, correndosi dietro, e perseguitati troppo da vicino riparandosi

in grembo ai genitori ed ai nonni.

Eccetto il maggiore, il quale, come sappiamo, fu chiamato Omobono, agli

altri Orazio aveva imposto nome romano; dalle eroine e dagli eroi greci

si astenne, perchè egli diceva sentirsi più consanguineo alla razza

latina che alla greca, ma che cosa intendesse significare con simile

proposizione io non saprei: fatto sta, che le femmine egli appellò Arria

ed Eponina, gli altri due maschi Curio e Fabrizio.

Giunti a quella parte del convito dove per usanza vecchia si propina,

Marcello contemplando Eponina seduta sopra le ginocchia di Orazio,

abbracciarlo intorno al collo e consolare il vecchio con frequenti baci,

Arria in grembo alla consorte Isabella, Omobono e Fabrizio posti uno a

destra, l'altro a sinistra, stretti a mezza vita dal suocero, di cui la

faccia era quasi diventata di uomo giusto, sorreggendosi sopra Curio,

che gli sedeva al fianco, si alzò e levato in alto il bicchiere pieno di

vino disse:

— Alla prosperità della mia famiglia, cominciando dai nostri padri fino

ai nostri figliuoli: possano durare per tutta la loro vita felici, come

io mi sento in questo punto felice...

Levarono tutti i bicchieri e risposero al brindisi amoroso; solo uno

rimase sopra la tavola, e fu quello di Omobono. Cotesto suo atto fece

l'effetto dell'acqua fredda rovesciata nella pentola quando spicca il

bollore: costui dopo avere aspirato con compiacenza l'universale

sbigottimento esclamò:

— Vi paio strano io? Ebbene, vi dirò cosa la quale, ne vado sicuro, me

l'assentirà anco il signor Orazio; e tu, Marcello, da' retta. Ci fu

tempo addietro a Milano un certo Foscolo, che mise sulle scene una

maniera di tragedia, dove non so quale regina dei _Salamini_ (figuratevi

che razza di regina avesse ad essere costei) tra le altre belle cose

diceva: «Torni il sorriso al mio pallido volto: il ciel non ama i

miseri.» Ora se il cielo ami i miseri, o no, ignoro; quest'altro io so

di certo, che nè cielo, nè terra amano gli sventurati. Dunque, se tu sei

savio, Marcello, nascondi la tua contentezza, come l'avaro il suo

tesoro, per tema che i ladri non te la rubino. Tra noi a Milano si

conserva una tradizione del nostro santo Ambrogio, il quale, secondochè

si narra, essendosi fermato colla sua compagnia a certo albergo e

vistolo oltre la usanza benissimo in assetto, interrogò l'oste come gli

andassero i fatti suoi; a cui l'oste rispose: «Di bene in meglio; io

case, io poderi, avventori a isonne, e tutti di quelli che vanno per la

maggiore, baroni e mercanti grossi, che possono spendere; io bella

moglie, in somma nulla mi manca e di molto mi avanza.» Il santo allora

pensò che dove era tanta prosperità quivi non potesse trovarsi anco Dio,

per la quale cosa ordinava tosto ai famigli si affrettassero a

rinsellare i cavalli ed a ricaricare i muli, per allontanarsi quanto più

presto potessero, e così fu fatto; nè di troppo eransi dilungati per la

pianura, che avendo udito uno schianto accompagnato di strida e di guai

da fendere il cuore, si voltarono e videro come dal terreno spaccato

uscissero fuori fiamme, le quali ebbero in piccola ora ridotto in cenere

l'albergo e tutto quanto di persone e di cose si ci trovava dentro.

Certo questa non può essere che novella, pure contiene dentro di sè una

verità evangelica...

Omobono volse dintorno uno sguardo, e considerata la tristaggine diffusa

su tutta la compagnia se ne compiacque, dicendo in cuor suo: «dunque io

faccio paura!» Ed era un vanto, che egli possedeva in comune con gli

spauracchi piantati nei campi quando si semina il grano. Nè stette guari

che, travolto dalla sua insanabile contradizione, levatosi ad un tratto,

prese il bicchiere e con alta voce esclamò:

— Ad ogni modo io bevo alla maggiore prosperità del mio sangue, del

signore Orazio e di me.

Quindi stretti più forti nelle proprie braccia i due fanciulli, i quali

sentendosi far male strillarono, con parole scarmigliate continuò a

favellare così:

— Questi due, Curio e Fabrizio, voglio io; io, ragazzi miei, vi

arricchirò, vi tufferò fino agli occhi nel godimento: statevi un anno

meco, e metto pegno che direte poi: se il Padre Eterno sfrattò Adamo ed

Eva dal paradiso terrestre, nonno Omobono ci ha ricondotto noi altri

due, Curio e Fabrizio.

— Come! — gridò un fanciullo svincolandosi dalle sue braccia, — e dovrò

restarne fuori io, che tu hai tenuto al battesimo?

— Oh, no; anzi tu, Omobono mio, tra i primi primissimo.

Il banchiere si era perfino dimenticato il nome del figlioccio: anzi,

volendo riparare a cotesto sconcio, rovesciò le tasche del corpetto e

sparse parecchie monete di oro e d'argento sopra la mensa chiamando:

— Arria, Ponina, Fabrizio, accorrete anco voi.... volate....

pigliate.... assassinatemi.... a che vi rimanete? Infingardi! Quando è

tempo bisogna assassinare.

Veruno accorse, veruno sporse la mano; anzi le fanciulle si strinsero

più forte al seno della madre e dell'avo; sicchè egli o punto nella sua

vanità, ovvero già pentito di cotesta sua capestreria, raccolte

borbottando le monete, se le ripose con molta diligenza in tasca: indi

trasse fuori l'orologio, e dopo guardatolo disse:

— Orsù, la è ora che io mi rechi al ministero; non mica perchè il

ministro non si terrebbe onorato di ricevermi a qualunque ora, però

ch'egli abbia più bisogno di me ch'io di lui.... e poi lassù mi

temono.... tuttavolta anco volendo spesso non si può! Marcello, manda

per una vettura. Signor Orazio, senza cerimonie, e voi altri tutti

accomodatevi, non vi disturbate per me.... non istate ad aspettarmi,

ch'io non vi so dire quando sarò sbrigato: potrebbe anco darsi benissimo

che piacesse al ministro consultarmi sopra i provvedimenti finanziari,

che egli sta per proporre alle Camere, e allora ce ne andremmo a giorno.

Addio dunque; a rivederci a domani.

E strepitoso e arrogante uscì seguito dalla sua figliuola Isabella, la

quale gli mise addosso la cappa foderata di pelle, molto

raccomandandogli ad aversi riguardo in cotesta rea stagione; a cui egli

così verdemezzo rispose:

— Sta' di buon animo, che a mantenermi vivo ci penso da me.

*

Lo zio Orazio in cotesta sera si dolse più che mai di gravezza di capo,

e desiderò anco prima del solito ritirarsi nella sua camera, quantunque

sembrasse non si potesse distaccare dai nepotini; li baciò più volte, e

diresse ad ognuno avvertimenti i quali andavano giusto a colpire il

difetto già sviluppatosi in essi: anco abbracciò e baciò la Isabella,

cosa che costumava di rado, e le susurrò nelle orecchie: «la buona madre

di famiglia è corona di gloria sul capo del marito: e tu sei tale,

figlia mia; ti raccomando Marcello; egli non sa sopportare a lungo i

colpi della sventura, massime se troppo spessi o troppo violenti.»

A Marcello, che lo accompagnò secondo il consueto, prese nel licenziarlo

ambe le mani, disse:

— Marcello, io ti avrei a parlare lungamente, ma stasera non me ne sento

la voglia; sarà per un'altra volta: questo mi stringe a imprimerti bene

nell'anima che per verun caso mai tu ti risolva a confidare alcuno dei

tuoi figliuoli al suocero.... io so che tu perderesti il figliuolo e col

figliuolo te stesso.

*

Omobono, contro il presagio, tornò presto a casa con una faccia da

disgradarne Longino quando diede la lanciata a Cristo: ad Isabella, che

gli chiese se alcuna cosa desiderasse, rispose alla trista:

— Nulla; un lume: maledetti i pranzi di famiglia; al diavolo i brindisi:

sono arrivato tardi, e il ministro avea strinto il negozio con un altro

banchiere. Ecco qui un centocinquantamila lire almeno di perduto.... un

pranzo centocinquantamila lire, per Dio, costa caro; maledetto.... e

strappato più che preso dalle mani d'Isabella il candeliere, si ridusse

alla camera chiudendone l'uscio strepitosamente.

— Che vuoi? — favellò Isabella, considerando il suo marito sgomento pel

contegno paterno — la passione del guadagno gli leva il lume dagli

occhi: gli è fatto così.

— Capisco, ma egli è fatto male.

*

Però i nostri coniugi la mattina si levarono innanzi l'alba per blandire

l'animo esacerbato di Omobono; invano, che costui se l'era già svignata,

senza pure lasciare un saluto. Il servo narrò com'egli non rifinisse

maledire e pranzo e brindisi _et reliqua_, mugliava, come se lo

travagliasse il mal di denti, di non so quanto denaro perduto, ed

aggiungeva che avendo egli sceso le scale in fretta fino all'uscio, di

un tratto si fece a risalirle a due scalini per volta: al servo, per

seguitarlo in furia, erasi spento il lume, col quale, riacceso, essendo

entrato in camera trovò il signore Omobono in ginocchioni sotto il

letto, che cercava a tasto le sue ciabatte, e rivenutele, in un attimo

aperse la sacca da viaggio, ce le ripinse dentro, e poi fuggì via come

se mille diavoli lo avessero cacciato.

— Che vuoi, Marcello mio, egli è fatto così.

— Capisco, Isabella mia; ma bisogna confessare che egli è fatto male, e

di molto.

*

Attesero lo zio Orazio, oltre l'usato un buon quarto d'ora, sperando

vederlo comparire da un punto all'altro per pigliare parte alla

colazione; non comparendo, chiamarono il suo cameriere per sentire un

po' che novità fosse cotesta: il cameriere disse che forse lo zio aveva

preso a sonnecchiare sul mattino, come qualche volta gli veniva fatto,

onde egli si era rimasto da sturbarlo; tuttavia, lo indugio pigliando

vizio, Marcello gli commise che aprisse senza rispetto la camera e

domandasse allo zio se di alcuna cosa abbisognasse. Andò il servo, ma

pari al corvo della Bibbia non ricomparve; allora Marcello, agitato da

indistinta e pure pungente sollecitudine, s'incamminò con passi

precipitosi alla camera del dilettissimo zio.

Ahimè! spettacolo di pietà e di orrore. Orazio, colpito nella notte da

accidente apopletico, giaceva morto nel letto. Mi passo di narrare la

desolazione della famiglia, massime quella di Marcello, il quale per la

morte dello zio sentì perduta molta parte di sè. Trasportato semivivo

sopra il suo letto, quivi rimase per lunghi giorni in balìa del delirio;

temevano non rinvenisse; infine per le cure della moglie e per le

carezze dei figli, mitigato alquanto lo spasimo, ebbe la consolazione

delle lacrime. Durò un pezzo a vivere come cosa balorda, improvvido di

sè e di altrui: all'ultimo riprese gli spiriti, non tanto però che altri

non si accorgesse l'anima di cotesto uomo dabbene essere rimasta quasi

percossa da parziale paralisia.

Quanto ad Omobono, allorchè seppe la morte di Orazio, si strinse a dire

che era stata una morte economica, da vero padre di famiglia.

Isabella, valorosa donna, dominando la passione che la travagliava, in

cotesti frangenti ebbe avvertenza a tutto: qualcheduno l'appuntò di

durezza di cuore, ma se costui l'avesse vista ritirarsi, appena le

capitava il destro, nei più segreti penetrali della casa a sfogarsi in

pianto, e dal pianto desumere costanza per durare in mezzo a tante

tribolazioni, certo si sarebbe morso la lingua; ma pur troppo la va

così, le virtù chiassose e volgari si comprendono e lodano, le profonde

e le insolite non si capiscono, od anche si calunniano. Quando le parve

tempo, la egregia donna mise sotto gli occhi del marito un foglio, che

Orazio aveva scritto nella notte, che fu l'ultima del viver suo: ella

aveva curato che i desiderii dello zio, nella parte che non pativano

dilazione, sortissero il compimento.

Il foglio pertanto diceva così:

Marcello, da parecchi giorni mi si è cacciato addosso uno sfinimento

insolito, il quale, aggiunto agli anni ed ai disgusti che provo, giudico

addirittura precursore del mio prossimo fine. Manco male: non ho

affrettato nè temuto la morte; e quantunque a costei non sia mestieri

dare licenza, pure io le concedo accomodarsi come meglio le pare e le

piace; che posto ancora che il Tempo in capo ad ogni mezza notte mi

venisse snocciolando ad uno ad uno un sacco di giorni sonanti e

ballanti, come marenghi nuovi di zecca, io a quest'ora mi sentirei più

che disposto a dirgli: basta. Ed altresì ho da dirti che da un pezzo in

qua ogni notte mi sogno Betta, che cammina davanti a me, per una via

lunga lunga, e di tratto in tratto si volta come per aspettarmi:

decisamente egli è tempo di andarcene.

Non ho voluto dettare testamento, imperciocchè questo mi paresse sempre,

e in vero egli sia, un mezzo legittimo per levare la roba a cui va: tu

per via dell'adozione fatta in buona regola essendomi diventato

figliuolo mi succedi in tutto e per tutto. Prima che il cielo benigno e

la virtù nostra ci deliziassero con le beatitudini del regno italico,

costumava pagare per le successioni tra ascendenti e discendenti un

tenue diritto fisso; oggi non è più così, e il figlio succedendo al

padre deve contribuire una gabella proporzionale sul valore della

eredità; il quale dazio in compagnia dei suoi fratelli già nati e dei

nascituri costituiscono in pro del Governo quel _comunismo_ che

perseguita a morte in altrui per creare a sè un monopolio; nella stessa

guisa, che da esso imprigionansi i gallinai per raccogliere solo la

vendemmia del gioco del lotto.[11]

[11] In breve si spera veder rinnovati i tempi del Burchiello,

nei quali così fitte e incomportabili diluviavano le gravezze

sul capo a' fiorentini, che, secondo il suo dire arguto, per non

rimanerne sommersi

..... con la barba insaponata

fuggivan da Firenze pei balzelli.

Io pertanto sul limitare della morte chiedo con tutto il cuore e con

tutta l'anima perdono a cui me lo può dare, per avere creduto che la

causa del popolo potesse senza pericolo commettersi nelle mani del

principe. Bestia carnivora è il principe; anco il Gioberti lo ha

scritto, ed io ho ripetuto più volte e ripeto.

Ti scongiuro dunque, o Marcello, di non servire, nè concedere che veruno

dei tuoi figliuoli serva principe, perchè ho conosciuto a prova come il

principe considerandosi di schiatta diversa dalla tua, e senza fine

superiore a te, tutto quello che gli potrai fare di bene, quantunque con

grave tuo incomodo, ei terrà per tributo dovutogli, onde non crede avere

a professartene gratitudine, nè può sentire amicizia per te; e venendo

il caso, il quale o presto o tardi non manca mai, che l'interesse del

principe si abbia a trovare in contrasto con quello del popolo, allora

se parteggierai pel principe, il popolo ti odierà addirittura come

parricida e assassino, ovvero ti scoprirai favorevole al popolo, e il

principe ti affibbierà, niente meno, che la taccia di traditore.

Nè, procedendo amico al popolo, tu hai da augurarti andare immune da

fastidi: accade sovente che taluno paia padroneggiare il popolo, mentre

insomma egli n'è servo, e di servitù peggiore di ogni altra,

imperciocchè stando col principe tu servirai un padrone solo, mentre

seguendo le parti del popolo ti troverai a servire tutti. Il popolo poi

stima davvero averti eletto capo quando ti ha attaccato alla sua coda;

nè ciò mica per malizia, ma sì perchè in buona fede reputi che la tua

signoria deva consistere nel procurargli subito quanto gli frulli per la

mente: per la quale cosa tu spesso lo udrai rinfacciarti ingenuamente il

benefizio che ti fa di cavalcarti da mattina a sera finchè tu gli sia

crepato fra le gambe.

Mi ricordo, ma le sono storie vecchie che oggi non usano più, come certa

volta un Curiazio tribuno della plebe, essendo caro grande in Roma,

proponesse una legge, che a diligenza del Senato si mandasse fuori a

comperare grano, la quale avendo Scipione Nasica combattuto come

improvvidissima, avvenne che la plebe pigliasse a tumultuare, onde egli

con gran voce esclamò: «tacete voi altri del popolo, che io so troppo

meglio di voi quello che convenga alla vostra salute.» Attestano che i

romani allora tacessero, il popolo adesso lo avrebbe preso a sassate; e

se tu domanderai se avrebbe avuto torto o ragione, dirò che la

sconfinata diffidenza presente del popolo corrisponde all'antica sua

sconfinata fiducia: tante volte abbindolato e tradito, si rassomiglia al

cane, che scottato dall'acqua calda teme la fredda.

E poi tu nota questo, che il popolo ravveduto chiede talvolta perdono e

piange: il principe non chiede perdono, nè piange mai: vero è bene che

la riparazione del popolo, se mai arrivi, arriva tardi: non importa, che

tu prima di chiudere gli occhi al giorno la prevedi, e nel presagio di

quella consoli l'anima afflitta. La coscienza aprendoti la nebbia del

futuro ti fa manifesto come i semi di sapienza e di amore sparsi da te

frutteranno più tardi, ma inevitabilmente per la umanità, la quale, per

tardare che faccia la stagione di mettere dentro la falce, non perde la

messe.

Tu sai, figliuolo mio, come io non abbia mai fatto piangere alcuno, e

tuttavolta pochi uomini furono così pertinacemente e così universalmente

perseguitati quanto me; però pochi lo sanno, e poco comparisce al di

fuori, e ciò perchè quando io rilevava qualche batacchiata delle grosse,

me la succiava senza gridare: «Ohi!» e me la faceva medicare la mattina

avanti giorno, come il Garibaldi costumò a Roma per la ferita riportata

nelle costole durante l'assedio. Gli uomini sono naturalmente nemici di

chi li supera in senno, e due volte tanto quelli che li vincono in

virtù, e così non dovrebbe essere, imperciocchè ogni uomo possa, dove

voglia, fare onorato procaccio di virtù, mentre ad acquistarsi ingegno

la volontà sola non basti. Questo odio, io lo ripeto, per me credo che

venga da natura, dacchè l'uomo troppo riccamente dotato di sapienza o di

cuore rappresenti una ingiustizia della quale tu non sai nè a cui nè

come chiedere ragione, intantochè l'universale o favorito meno, o del

tutto diseredato, si senta per simile parzialità minacciato e avvilito.

Nè gli amici alla svolta tu proverai tutti oro di coppella, che anche

essi patiscono di quello di Adamo, e le gioie dello amico loro non

piacciono intere, nè i suoi dolori interi dispiacciono: e va bene; però

a me non garba, e come non soffersi vivo, così non patirò morto che gli

uomini vengano nelle mie case a rizzare su il telaio della loro

ipocrisia. Alla stregua dell'ardore col quale mi hanno straziato in

vita, tu vedrai lo sciame dei calabroni affannarsi ad onorarmi ed a

levarmi a cielo morto. Appena saranno sepolti i miei molti difetti e le

scarse virtù, essi si sbracceranno con marre e vanghe a levare di sotto

terra le moltissime virtù che non ho posseduto mai, e salutarmi spirito

unico, anzi divino; e ciò per due ragioni, entrambe le quali fanno capo

al loro interesse privato; la prima per far mettere nel dimenticatorio

la iniqua guerra che mi dichiararono in vita, e sottrarsi a questo modo

ad ogni pericolo di possibile vendetta; la seconda per usurpare, con lo

invilupparsi dentro un lembo del mio tappeto mortuario, un brandello

della mia fama. Tu impedisci gli interessati funerali; notte tempo dammi

sepoltura allato al padre mio: non un segno sopra la fossa, non una

parola: lascia che il flutto del tempo libero e pieno passi sopra di me;

dov'egli non mi sommerga intero, il popolo memore, levandomi più tardi

un monumento, attesterà che io me lo sono meritato.

Le statue erette in vita ad ogni maniera di persone, massime a principi,

bene attestano l'abiezione di cui le inalzava, non già la virtù di

quello al quale vennero rizzate. E nè anche le scolpite a principi morti

sempre ti appariranno sincere, come quelle che intendono piaggiare i

principi vivi. Così i toscani, maestri a vestire la servitù col lucco

della libertà, posero il simulacro a Leopoldo I col motto: _quaranta

anni dopo la sua morte_; ciò è vero, ma tu pensa che allora reggeva

sempre in Toscana assoluta la stirpe di lui. O perchè non pensarono essi

all'immagine del loro Leopoldo, quando il re Carlo Ludovico, borbonico,

o la principessa Elisa, napoleonide, regnavano fra loro? Allora gli anni

sarieno stati meno, ma la volontà più sincera; adoperando le arti degli

adulatori fecero sospettare bugiardo quello che in altra guisa sarebbe

sembrato verace.

Finalmente considero: noi altri per ordinario paghiamo il fitto per

istarci in casa, ovvero la compriamo, ed in questo caso l'interesse del

capitale impiegato rappresenta la pigione. Alla patria poi dove abbiamo

abitato durante tutta la nostra vita veruno pensa a lasciare qualche

cosa: parmi, male. Tutti quelli che possiedono facoltà sufficienti

avrieno da lasciare alla patria o poco o assai, perchè si formasse in

lei un patrimonio bastevole di compartire al popolo la educazione, o

piuttosto l'educazioni _fisica_ prima, _morale_ subito dopo, poi

_intellettuale_, all'ultimo _industriale_; e non dico così perchè l'una

incominci dove l'altra finisce, che sarebbe errore, bensì perchè le

educazioni _fisica_ e _morale_ devono primeggiare sopra le altre:

operando diversamente o non si approda a nulla, o si fa peggio. Se la

fortuna non mi si fosse mostrata sempre con la faccia del leone, a cui

mi fu mestieri strappare i denti, avrei avuto cuore per imitare i più

illustri benefattori della umanità, ma trovandomi povero per la troppa

famiglia con la quale mi giocondò la natura, non mi è concesso fare

quanto vorrei: onde io chiedendo perdono alla patria della offerta

meschina, spero che ella vorrà gradire il buon volere e tenermi conto

dello esempio atto a condurre altri più fortunati di me ad imitarlo con

maggiore efficacia.

Il secolo che muore, vol. I · 第 6 / 18 段