molto orribile maniera e con sempre crescente affanno: ad ora ad ora
apriva gli occhi, ma si vedeva espresso che pupille irrequiete e strambe
erravano prive di conoscenza. Secondochè accade ordinariamente sullo
spegnersi dello intelletto, si ravvivò nella Betta, mandò un ultimo
lampo, e potè dire:
— Orazio! Orazio!
E Marcello chinato all'orecchio di lei mormorò sommesso:
— Sono io.....
— Chi io?
— Marcello, il tuo Marcello.
— Sii benedetto... dammi la mano... ti vedo appena... un'ombra...
insegna ai bimbi il mio nome, se non ti affliggerà... se no tacilo
addirittura... tu amami sempre... Marcello... O Dio! non ti vedo più...
non... più...
*
Strana cosa a dirsi! Orazio, morta Betta, non pronunziò mai, mentrechè
visse, il nome di lei, quantunque si conoscesse che ella gli stava
sempre dinanzi la mente: a mensa talora fissava il posto che ella aveva
occupato in vita, e col braccio levato stava lì per non pochi minuti,
quasi le volesse parlare: i pietosi figliuoli provarono da prima
distrarlo da cotesta fantasia, ma ebbero a pentirsene, perocchè subito
dopo lo assalissero le convulsioni: se avveniva che altri pronunziasse
il nome della defunta, subito, quasi per iscatto, la destra gli saltava
sul cuore. Talvolta sulla sera egli penetrava nella stanza mortuaria
della Betta, e quivi posto il capo sopra il capezzale ov'ella era
spirata si tratteneva lungo tempo; quando ei ne usciva pareva ci avesse
lasciato un frammento di vita. Non si attentarono impedirlo; diede alla
cara salma onorata sepoltura, e fece incidervi sopra il desiderio
ardentissimo di tenerle dietro, espresso con le parole: _A rivederci
presto_.
Una tristezza senza fine amara erasi aggravata sul cuore di Orazio nel
considerare le fortune afflitte della patria. Egli fu dei pochi che
sotto il tremore della tirannide universale ardirono primi levare la
faccia, e saettarla con tutte le armi che amore e furore metteva loro
nelle mani; nature eroiche ed immaginose, razza di Titani, i quali
quante volte erano stramazzati a terra, tante ne sorgevano più rubesti
che mai: gaudi i pericoli, le cospirazioni sollazzi, tripudio
percuotere, essere percosso, e per taluno perfino la morte. Vollero e
operarono affinchè la patria rifiorisse nella gloria e nella libertà, ed
ora la vedevano strema di sostanza, e di onore: presi in uggia i
magnanimi, e peggio ancora calunniati o derisi; le memorie loro rase via
dalle carte e dai marmi. Adesso sopraggiunse la invasione dei lumbrichi;
essi regnano e governano; e gran parte di questi una gioventù
presuntuosa e corrotta. Pochi, per sottrarsi alla infamia dei tempi
presenti, s'inebriarono con la voluttà della morte, e corsero là dove si
parava la occasione di morire, e morirono; ma raccolto prima nelle palme
le ultime stille di sangue, lo avventarono contro gli abietti
deturpatori della patria, perchè almeno ne restassero segnati. Divini
gesti un giorno, e celebrati nei tempii, oggi scherniti ed inani,
imperciocchè il popolo un giorno stupido di paura, ed oggi risentito
male, invece di nobilitarsi nella dignità del lavoro, e procedere sobrio
e severo nel cammino della rigenerazione, noi lo vediamo dare mano egli
stesso alle arti della corruttela. Una volta il tiranno si assottigliava
il cervello per somministrare al popolo pane e circensi; adesso il
popolo gli ha tolto questo incomodo; pensa da sè a inschiavirsi.
Però uno stringimento incessante logorava l'anima di Orazio, il quale se
la sentiva disfare in polvere come ferro sotto l'azione della lima. «Il
padre delle misericordie potrà perdonarmi forse, ma non mi perdonerò mai
io, per avere creduto che la causa della libertà potesse confidarsi
nelle mani dei re — spesso andava dicendo Orazio, ed aggiungeva: — non
vi confondete, il popolo nelle monarchie lo proverete più schiavo che
non è tiranno il principe.»
E lo rodeva altresì la sollecitudine di non sapere quale avviamento dare
ai figli del suo nipote: le femmine gli parevano uccelli, a cui
educhiamo le ali perchè lascino il nido; e giova appunto che sia così:
pei maschi, il nostro consorzio civile possedeva un giorno parecchi
indirizzi lodevoli, oggi li sperimentiamo tutti cattivi, anzi pessimi.
Le varie professioni delle quali si onora la vecchia civiltà, mirale
adesso, e dimmi poi se non ti paiano tante serpi sul capo di Medusa. Il
sacerdozio campa di errore, la milizia o di ozio o di sangue; la
mercatura arrena dove due interessi armati stanno l'uno contro l'altro,
nè possono uscirne altrimenti che o ficcando la botta o buscandola. I
banchieri impiccatori destinati ad essere a _suo tempo e luogo appesi
dagl'impiccati_. Gli avvocati redivivi Mitridati, che si pascolano e
ingrassano co' veleni dell'ira e della calunnia venduti: i buoni rari, e
questi perseguiti a morte, perchè minaccia ad un punto ed accusa alla
turba dei tristi. La scienza anch'essa servile, e intesa più a nocere
che a prosperare la umanità, laddove non la esercitino persone favorite
dalla fortuna: di vero, confrontate lo speso nel traforo del Moncenisio
con quello nel bombardamento di Parigi, e giudicate. Rifugio unico
l'agricoltura; agricoltori i romani e soldati; ma Orazio non possedeva
tanta terra che bastasse ad occupare tre figliuoli; tuttavia questo era
il meno che lo affliggesse, imperciocchè egli costumasse dire che a
buona lavandaia non mancò mai pietra per lavarci i panni, e così per via
di motti si consolava.
*
— Verrà....?
— Non verrà....
— Sì le dico, che verrà; o non sente il rumore di una carrozza.
— Bella riprova! Como se a Torino si trovasse la sola carrozza che
condurrà il tuo suocero, posto che ei venga in carrozza.
— Ma ecco si è fermata all'uscio.
— Va' a vedere....
— Andiamo tutti: senz'altro è nonno.... sicuramente è babbo.... il
signor Omobono.
Ed i fanciulli tutti con Isabella e Marcello corsero ad incontrare
Omobono.... Orazio no, il quale per trovarsi in cotesto giorno più dello
antecedente indisposto, si era rimasto seduto, e poi amava Omobono
quanto il fumo agli occhi o giù di lì.
Omobono entrò in sala strepitoso e festante, tenendosi abbracciati da un
lato e dall'altro, a mezza vita, figlia e genero: i fanciulli seguivano
urlando, ed egli pure schiamazzava ingegnandosi sopperire con la
chiassosa ostentazione al difetto di gioia verace.
— Guardatevi bene, signor Orazio, diceva Omobono, dopo avergli stretta
la mano, di venire meco a contesa, perchè, voi lo vedete, la vostra
bandiera al mio solo apparire andrebbe deserta, e voi cadreste
prigioniero. Come state signor Orazio? Già, bene; oh! noialtri vecchi
siamo schiappe di legno ferro, noialtri....
— Benvenuto signor Omobono, e vi ringrazio della visita che vi siete
compiaciuto farci.
— Veramente, senza superbia, non ci voleva altro che voi per tirarmi
qua: domani a casa è giornata di affari: stasera aspetto dispacci
privati per regolarmi in _Borsa_; da un punto all'altro sono per
arrivarmi i miei commessi dal Giappone, dalla China e dalla Tartaria,
perchè quest'anno, vedete, ho fatto esplorare anche la Tartaria, per
procurarmi seme _extra_; ho intenzione di mettere su bigattiere, strade
ferrate, credito fondiario, società di miniere.... un mondo di cose
senza contare la mia Banca, gli sconti di piazza, le anticipazioni su
mercanzia.... basta, ho colto a volo la occasione di venire a Torino per
concertarmi col ministro sopra certi negozi del Banco Sete, e dei Canali
Cavour, e così ci ho fatto incastrare senza danno, o senza troppo danno,
la contentezza di rivedere il mio sangue, e voi, signor Orazio, che mi
siete più caro della pupilla degli occhi miei....
— Voleva ben dire che tu ti fossi mosso proprio per noi, — pensò Orazio;
ed anco Isabella avvertiva il marrone paterno: quindi Orazio a voce alta
si fece ad osservare:
— Tanto travaglio e tanto arrotarsi a che pro?
«Tutti _torniamo_ alla gran madre antica,
E il nome _nostro_ appena si ritrova.»
— Magnifiche, signor Orazio, stupende queste sentenze, dentro un libro
di filosofia e nei confetti parlanti; e voi, ditemi, perchè vi
affaticate sempre e non quietate mai?
— Ma mi sembra, soggiunse Orazio, che tra porri e porri un divario ci
corra: io mi industriai prima con ogni onesta sollecitudine a
procacciarmi tanta roba, che bastasse a sostentarmi la vita; ottenutala,
smisi di arrovellarmi, pigliando parte nelle faccende pubbliche, ovvero
attendendo agli studi geniali.
— E che rileva cotesto? O che io, senza superbia, non avrei potuto con
plauso esercitare qualcheduna delle belle arti? Anzi, se mi tasto, mi
sento forte per affermare che sarei riuscito in tutte: ricordano a
Bergamo la perizia con la quale suonava il flauto in gioventù; ed anco
un dì mi sorrise la Musa, ma io elessi invece dedicarmi intero ai grandi
affari, ai quali mi chiamava la mia propensione naturale, sicchè, senza
superbia, io posso, con solerzia e sveltezza pari, condurre di fronte
quattro aziende o sei, tra loro svariatissime, come sarebbe a dire
bonificamento di terre, direzione di banche, di case di commercio,
d'industrie agricole e commerciali, setifici, miniere, e via
discorrendo. Impertanto il mio arrotarmi pari al vostro, il fine
diverso; e se non temessi di recarvi dispiacere, io vorrei sostenervi
come le mie fatiche sieno più generose o più utili delle vostre.
— Davvero?
— Ne dubitate? Ebbene, io ve lo dimostro. Quando voi alla vostra premura
di radunare facoltà diceste: basta, ditemi un po' a chi pensaste voi?
Alla vostra persona, e non oltre: ora io all'opposto mi occupo dei
figli, e dei figli dei miei figli; difatti la roba vostra non credo, e
non è sufficiente per la famiglia uscita da Marcello e da Isabella, per
mantenerla nel grado in cui l'avete messa voi. E poi la opera mia torna
non pure vantaggiosa alla famiglia, ma approfitta altresì allo
universale.
Orazio buono uomo era, ma risentito alquanto, ed _ab antiquo_ i sassi
chiamava sassi e pane il pane, onde rendendo artatamente blanda la voce
soggiunse:
— Ecco, se voi non aveste peggiorato Marcello di un cento di mila lire,
e vi compiaceste pagare la dote alla Isabella, la sostanza di casa mia
avrebbe potuto sopperire a tutto; chè io mi tengo al sodo, e le
girandole sono fuochi di artifizio; ma a ciò diamo di taglio; quanto ai
banchieri io aveva sentito dire che quando s'incontrano co' pesci cani
si fanno di berretta, e si salutano col nome di fratelli.
— E fosse così, anzi poniamo che la sia per lo appunto così; dite,
signor Orazio, forse si divorano unicamente fra loro i pesci cani e i
banchieri? Tutti ci divoriamo a vicenda; e siccome la batte fra divorare
ed essere divorati, o la sa come ella è? Io stimo più spediente per me
entrare nell'arciconfraternita dei divoratori.
— Già cotesto è il discorso e non fa una grinza, ma non ci vedo spuntare
nè anche un crepuscolo di benefizio universale.
— O che abbacate voi di crepuscolo, mentre ci splende mezzogiorno
sonato: mirate qua: è vero o non è vero, che i pesci nutriti
ottimamente, secondo la usanza vecchia per la quale il più grosso divora
il più piccolo, generano una moltitudine di nuovi pesci, che servono di
gradita vivanda ai pesci fratelli ed a noi: se così non facessero
morirebbero tutti: del pari fra gli uomini; se uno non si avvantaggiasse
sull'altro, finiremmo tutti di miseria e d'inedia. Il sagace ridona in
pioggia quanto ha risucchiato di nebbia. Affermano gli uomini venuti in
società per sovvenirsi mutuamente, ed è vero, però col mezzo del
divoramento scambievole; tanto vero questo, che mentre da un lato
troviamo antichissimo l'uso di mangiarci fra noi, dall'altro vediamo
crescere la umanità e prosperare.
— Sentite, Omobono, coteste vostre sono opinioni trovate fra le
carabattole del misantropo Hobbes; hanno la barba bianca, e nessuno ci
pensa più; per me ignoro se l'uomo sia fatto a immagine di Dio, e non ci
credo; ma so di certo ch'egli gli infuse nel cuore nobili istinti, gli
diede senso di pietà e amore di gloria; in mezzo all'anima gli stabilì
un tribunale che si chiama coscienza, presso cui non ci ha barba di
avvocato che valga ad imbrogliare le carte.
— Se le mie opinioni hanno la barba bianca, i vostri discorsi fanno
dormire ritti. Sensi di pietà affermate voi? come va che quanto più
risalghiamo alle prime origini dell'uomo, e più noi lo troviamo
divoratore del proprio simile, con buona fede perfetta e con piena
quiete dell'animo; e ai giorni nostri per avventura gli uomini hanno
smesso la tenera usanza? Voi la sapete più lunga di me, e potete
insegnarmi come costumassero portoghesi, olandesi, spagnuoli, inglesi
nelle due Americhe, nelle isole del grande Oceano e nelle Indie. Gli
spagnuoli adoperarono mastini per isterminare le razze dei popoli
aborigeni, gl'inglesi i missionari; i primi distrussero co' morsi, i
secondi con la bibbia. Lo rammentate voi Beniamino Franklin? Egli mandò
in dono al Pitt una cassa piena di serpenti a sonagli, per mercede del
bene che egli aveva fatto agli americani. Poco tempo mi avanza a
leggere, ma ho sentito più volte levare a cielo i russi perchè, dopo
conquistato mezza l'Asia Settentrionale, ci conservarono gli antichi
abitanti, gli istruirono e li protessero; ci fondarono città,
c'instituirono fiere, ci promossero l'agricoltura; insomma, essi,
barbari, si mostrarono a prova più civili di noi. Fiori rettorici! cose
da ecloghe e da buccoliche: veniamo al sodo; non ci è caso, per
giudicare un tristo ci vuole un tristo e mezzo. Gli storici avrebbero a
discendere tutti in linea retta dal Machiavelli ovvero dal Guicciardini,
e se di questi valentuomini non si fosse sperso il seme, di lieve
avrebbero compreso come nel settentrione asiatico regni tale una
temperie, a cui è impossibile che altri si adatti, eccetto lo indigeno,
mentre le terre occupate dagli spagnuoli e compagni di rapina apparivano
comodissime a pigliarsi ed eccellenti a tenersi: quindi torna ai russi
conservarci gli aborigeni ed incivilirli fino al punto, che da un lato
essi diventino buoni a produrre quello ch'ei ci cavano, e dall'altro a
consumare quello che ei ci portano. — È affare di bilancio. La chiamerai
carità cristiana? No signore, è carità pelosa.
— Ma la coscienza, signor Omobono; vorreste voi negare la coscienza?
— La coscienza è come il solletico; chi lo patisce e chi no; e poi, caro
mio, ditemi in grazia, la mia coscienza è proprio sorella della vostra?
— Oh! no.
— Voi ridete? Ebbene, io v'incalzo e vi domando se la coscienza vostra
si rassomigli giusto alla coscienza di Pio Nono, del conte Menabrea, di
santa Caterina da Siena, del Bismark, e via discorrendo? Vi ha tale
spagnuolo, il quale si farebbe mettere a fette piuttosto di cibare carne
il venerdì, e ammazzerebbe un uomo per un lupino. Che cosa pensate voi
che abbia a dire la coscienza a cotesti cari re di Viti Leven, i quali
si mangiano i propri sudditi a desinare? O santa ingenuità di sacra
corona alterata in Europa![10] La coscienza di un tempo diversifica
dalla coscienza di un altro; la coscienza di un paese non è più quella
del paese accanto, pensa se del paese lontano! Caro mio, chi sa quanti,
e quanti secoli la nostra razza ha vissuto senza intendimento del bene e
del male, ed anche adesso riuscirebbe difficile chiarire quanti uomini
vivano in simile ignoranza: la qual cosa, a parer mio, dimostra espresso
che il bene e il male, secondochè gli intendiamo noi, siano faccenda del
tutto artificiata, non già di natura. Caro mio, se colui che presiedè
alla creazione di questo basso mondo ordinava che tutte le creature
dovessero conformarsi ad una regola prestabilita, egli l'avrebbe appesa
in alto in mezzo al firmamento, affinchè tutti l'avessero potuta vedere
così di giorno come di notte. O non ci ha messo il sole, e la luna?
Dacchè egli aveva le mani in pasta, ci voleva tanto a fare un sole
guidatore al ben vivere? Se pertanto su in cielo il sole splende di
giorno, e la luna di notte, egli è perchè non ci diamo dello zuccate,
fra le quali, ho sentito dire, che non corre differenza in veruna parte
del mondo; e se non ci fu messa la regola universale del vivere,
significa aperto che si lascia in potestà nostra comportarci in un modo
piuttostochè in un altro. Accade dei costumi appunto come delle lingue;
la favella ci viene da natura, le guise del favellare dal talento degli
uomini.
[10] Gli è vangelo schietto: il Macdonald, che visitò cotesta
isola nel 1856, rinvenne che la M. S., allora _felicemente
regnante_, ne aveva mangiati 800; la quale statistica era stata
tratta dalle pietre accumulate davanti la reggia, dove per
_contatore_ di ogni suddito mangiato l'augusta persona poneva
una pietra.
— Oh! la stirpe dei mortali pur troppo si divide in diverse classi, sani
ed infermi, forti e deboli, belli e deformi, ingegnosi e stupidi, buoni
e tristi, e che perciò? La bellezza è cosa affatto corporea; ebbene,
forse una brutta razza non si può fare divenire bella? Sicuramente si
può; e se mi opponeste che della bellezza non si dà norma certa, io vi
risponderei che avete torto marcio: provate ad animare la Venere di
Milo, o piuttosto quella dei Medici, datele moto, datele affetto, datele
accento e lo splendore degli occhi, e il lampo del sorriso, e mostratela
al Caffro o all'Ottentoto, e mi conterete poi se la preferiranno o no
alle orribili loro femmine. Come della bellezza del corpo così di quella
dell'anima. O sta' a vedere che voi vorrete darmi ad intendere che
ferocia piaccia più dell'amore, tradimento più della fede, e così di
seguito. Anco tu metta da parte il senso di umanità, che ci viene da
natura, l'uomo ha da condursi a preferire le passioni buone alle ree,
imperciocchè queste seminino la distruzione, mentre le prime fecondano
uomini e cose.
— Ed anco qui noi ci troviamo distanti quanto gennaio dalle more; io, e
meco altri moltissimi, crediamo dannoso questo moltiplicarsi alla
scapestrata del gregge umano; o che torcete il grifo? I vescovi nelle
loro Omelie salutano sempre i diocesani col nome di gregge; e sono
uomini santi, ed io, che non mi reputo uomo santo, non potrò appellare
la università dei miei dilettissimi fratelli _gregge_ ed _armento_? La
Provvidenza per rimediare alla meglio a questa smania di crescere,
vedendo restringersi la voglia di cibare carne umana, supplì con la
smania della guerra; le bestie, uscite di mano alla natura meno perfette
dell'uomo, non poterono educarsi a tanto raffinamento di civiltà;
talvolta gli uomini stanchi, non sazi, cessano le stragi; allora la
Provvidenza sempre pronta, alla mancanza della guerra sopperisce con la
fame, o con la peste, o con qualche altro partito. Eh! caro mio, la
Provvidenza non per nulla si chiama Provvidenza.
— Codeste vostre proposizioni furono facilmente dette e ripetute, ma
provate mai. Prima di sgomentare con siffatte maledizioni vorrei che mi
diceste se la superficie del mondo, nelle zone abitabili, fu coltivata
tutta e bene? Che la vita sia una prova, e lunga, e dura l'arte di
migliorarci, pur troppo è vero, ma nobile scopo rendere buoni noi,
nobilissimo altrui. O che presumereste voi, stamane, negare il progresso
della umanità al meglio? Considerate che trecento anni fa un uomo che si
fosse avvisato a ragionare come voi lo avrebbero arso vivo in qualità di
eretico....
— Ebbene, o che questo sembra a voi veramente progresso?
— Eh! per me lo lascio giudicare a voi....
— Via, mettiamo da parte questo tasto e passiamo ad un altro; parliamo
di gloria — soggiunse Omobono nel concetto maligno di trafiggere Orazio
nella parte più tenera: — fumo di gloria non vale fumo di pipa, scrisse
una donna, che per caso aveva giudizio. Quante e quante vissero migliaia
di uomini, così detti grandi, dei quali oggi va spento il nome! Per un
Attila, che si rammenta, cento Jenner annegarono nell'oblio. Gli uomini
sono così fatti, che chiudono nella loro memoria, come dentro un
ciborio, i nomi di coloro che li straziarono; chi li benificò pigliano
in uggia, ed a ragione; perchè i primi somministrino materia di
esercizio all'odio, ch'è dote naturale alla nostra stirpe, mentre i
secondi ci obbligano alla gratitudine, cosa del tutto contraria alla
nostra natura. E poi, o che cosa è questo lusso orgoglioso nell'uomo di
voler superare l'altro uomo? Questa superbia di vivere anco dopo morto?
Questa fisima di rompere la testa, anco sepolto, al genere umano? Tutti
tacciono nella fossa, e ci stanno tranquilli: chi ha dato a quattro o a
sei il diritto di far chiasso anche nel camposanto? A me sembra questa
una sconvenienza grandissima; chi leva la testa fuori del suo sepolcro
non si deve lamentare se altri ci dà dentro co' piedi. E qual pro,
ditemi per vita vostra, in questo diluvio di libri in prosa e in rima? O
che importa sapere a me che il Petrarca amasse una donna maritata? E che
cosa che ella morisse? Per me avrebbe operato il signor Canonico da
galantuomo a starsi chiotto come un olio. Vorrei altresì sapere quanti
ragnateli gli uomini cavarono dal buco con la Divina Commedia o con la
Gerusalemme Liberata? All'opposto non rifinirei lodare taluni trovati
della scienza, ma ad un patto, che non ne potessero approfittare tutti,
però che a questa guisa torna lo stesso che non se ne avvantaggi
nessuno; a modo di esempio, ottima la invenzione del telegrafo
elettrico, ma doveva destinarsi all'uso esclusivo dei banchieri, ed anco
non di tutti. Nel sottosopra però nelle scoperte della scienza troviamo
essere più gli sbirri che i preti, sicchè a occhi chiusi io la do vinta
all'antico borgomastro di Strasburgo, il quale fece gettare nel Reno
l'inventore del telaio meccanico, che mandava a spasso tanti operai.
Ognuno si agiti, e goda a modo suo, a condizione però di non infastidire
altrui.
— E a patto di stare bene con sè medesimi; e voi signor Omobono come vi
trovate con voi?
— Io? Ci sto amicamente, quantunque non mi possa astenere da confessarvi
che stava meglio prima che tanti spiriti irrequieti mi scappassero fuori
con le diavolerie della libertà e della indipendenza nazionale.
Ignoranti da mitera, libertà che è? Nè manco voi lo sapete? E a quanti
sommano coloro che di quella libertà godono? E a quanti quelli che la
sanno godere? Fanciullacci piagnucolosi e strepitanti pel balocco, che
appena ottenuto buttate via. Con simile generazione di uomini fra la
tirannide e la libertà gli è un fare perpetuamente a scarica barili, una
porta l'altra, e l'altra l'una. Per me alla granfia col guanto
preferisco la granfia ignuda. Non vi confondete, voi potrete vedere
giusta l'ora che fa nella vita del popolo, quando il pendolo
dell'orologio sociale va dal prete al gendarme, e dal gendarme torna al
prete: e queste verità ormai si sentono bandire fino dalla tribuna del
Parlamento italiano. Quanto alle vantate nazionalità, bisogna proprio
avere la benda su gli occhi, per non vedere come le sieno altrettanti
triboli messi sotto i piedi della umanità, perchè quanto più piccolo sei
e meglio t'impasteranno; così gli individui si agglomerano più
facilmente dei comuni, i comuni delle Provincie, le provincie delle
nazionalità. Il singolo come possiede meno forza così ha minori motivi
di starsi separato dai corpi collettivi; ma quando promovete le
nazionalità, e favorite lo sviluppo delle loro passioni dominanti, e i
modi tutti di vivere e prosperare esclusivi, separati sempre, bene
spesso ostili a quelli delle altre nazionalità, voi lavorate senza
addarvene a perpetuare la divisione, la prepotenza e la guerra fra gli
uomini. Volete la repubblica universale e la fratellanza del genere
umano, e ogni giorno scavate loro i trabocchetti, e gittate randelli fra
le gambe; volete libertà e siete _più schiavi voi che non è tiranno il
monarca_. Perchè ci vituperate voi, e perchè volete montarci addosso?
Siete forse più onesti, più sapienti, più animosi di noi?