Marcello cheto cheto si pose dappresso alla morente, la quale ansava in

molto orribile maniera e con sempre crescente affanno: ad ora ad ora

apriva gli occhi, ma si vedeva espresso che pupille irrequiete e strambe

erravano prive di conoscenza. Secondochè accade ordinariamente sullo

spegnersi dello intelletto, si ravvivò nella Betta, mandò un ultimo

lampo, e potè dire:

— Orazio! Orazio!

E Marcello chinato all'orecchio di lei mormorò sommesso:

— Sono io.....

— Chi io?

— Marcello, il tuo Marcello.

— Sii benedetto... dammi la mano... ti vedo appena... un'ombra...

insegna ai bimbi il mio nome, se non ti affliggerà... se no tacilo

addirittura... tu amami sempre... Marcello... O Dio! non ti vedo più...

non... più...

*

Strana cosa a dirsi! Orazio, morta Betta, non pronunziò mai, mentrechè

visse, il nome di lei, quantunque si conoscesse che ella gli stava

sempre dinanzi la mente: a mensa talora fissava il posto che ella aveva

occupato in vita, e col braccio levato stava lì per non pochi minuti,

quasi le volesse parlare: i pietosi figliuoli provarono da prima

distrarlo da cotesta fantasia, ma ebbero a pentirsene, perocchè subito

dopo lo assalissero le convulsioni: se avveniva che altri pronunziasse

il nome della defunta, subito, quasi per iscatto, la destra gli saltava

sul cuore. Talvolta sulla sera egli penetrava nella stanza mortuaria

della Betta, e quivi posto il capo sopra il capezzale ov'ella era

spirata si tratteneva lungo tempo; quando ei ne usciva pareva ci avesse

lasciato un frammento di vita. Non si attentarono impedirlo; diede alla

cara salma onorata sepoltura, e fece incidervi sopra il desiderio

ardentissimo di tenerle dietro, espresso con le parole: _A rivederci

presto_.

Una tristezza senza fine amara erasi aggravata sul cuore di Orazio nel

considerare le fortune afflitte della patria. Egli fu dei pochi che

sotto il tremore della tirannide universale ardirono primi levare la

faccia, e saettarla con tutte le armi che amore e furore metteva loro

nelle mani; nature eroiche ed immaginose, razza di Titani, i quali

quante volte erano stramazzati a terra, tante ne sorgevano più rubesti

che mai: gaudi i pericoli, le cospirazioni sollazzi, tripudio

percuotere, essere percosso, e per taluno perfino la morte. Vollero e

operarono affinchè la patria rifiorisse nella gloria e nella libertà, ed

ora la vedevano strema di sostanza, e di onore: presi in uggia i

magnanimi, e peggio ancora calunniati o derisi; le memorie loro rase via

dalle carte e dai marmi. Adesso sopraggiunse la invasione dei lumbrichi;

essi regnano e governano; e gran parte di questi una gioventù

presuntuosa e corrotta. Pochi, per sottrarsi alla infamia dei tempi

presenti, s'inebriarono con la voluttà della morte, e corsero là dove si

parava la occasione di morire, e morirono; ma raccolto prima nelle palme

le ultime stille di sangue, lo avventarono contro gli abietti

deturpatori della patria, perchè almeno ne restassero segnati. Divini

gesti un giorno, e celebrati nei tempii, oggi scherniti ed inani,

imperciocchè il popolo un giorno stupido di paura, ed oggi risentito

male, invece di nobilitarsi nella dignità del lavoro, e procedere sobrio

e severo nel cammino della rigenerazione, noi lo vediamo dare mano egli

stesso alle arti della corruttela. Una volta il tiranno si assottigliava

il cervello per somministrare al popolo pane e circensi; adesso il

popolo gli ha tolto questo incomodo; pensa da sè a inschiavirsi.

Però uno stringimento incessante logorava l'anima di Orazio, il quale se

la sentiva disfare in polvere come ferro sotto l'azione della lima. «Il

padre delle misericordie potrà perdonarmi forse, ma non mi perdonerò mai

io, per avere creduto che la causa della libertà potesse confidarsi

nelle mani dei re — spesso andava dicendo Orazio, ed aggiungeva: — non

vi confondete, il popolo nelle monarchie lo proverete più schiavo che

non è tiranno il principe.»

E lo rodeva altresì la sollecitudine di non sapere quale avviamento dare

ai figli del suo nipote: le femmine gli parevano uccelli, a cui

educhiamo le ali perchè lascino il nido; e giova appunto che sia così:

pei maschi, il nostro consorzio civile possedeva un giorno parecchi

indirizzi lodevoli, oggi li sperimentiamo tutti cattivi, anzi pessimi.

Le varie professioni delle quali si onora la vecchia civiltà, mirale

adesso, e dimmi poi se non ti paiano tante serpi sul capo di Medusa. Il

sacerdozio campa di errore, la milizia o di ozio o di sangue; la

mercatura arrena dove due interessi armati stanno l'uno contro l'altro,

nè possono uscirne altrimenti che o ficcando la botta o buscandola. I

banchieri impiccatori destinati ad essere a _suo tempo e luogo appesi

dagl'impiccati_. Gli avvocati redivivi Mitridati, che si pascolano e

ingrassano co' veleni dell'ira e della calunnia venduti: i buoni rari, e

questi perseguiti a morte, perchè minaccia ad un punto ed accusa alla

turba dei tristi. La scienza anch'essa servile, e intesa più a nocere

che a prosperare la umanità, laddove non la esercitino persone favorite

dalla fortuna: di vero, confrontate lo speso nel traforo del Moncenisio

con quello nel bombardamento di Parigi, e giudicate. Rifugio unico

l'agricoltura; agricoltori i romani e soldati; ma Orazio non possedeva

tanta terra che bastasse ad occupare tre figliuoli; tuttavia questo era

il meno che lo affliggesse, imperciocchè egli costumasse dire che a

buona lavandaia non mancò mai pietra per lavarci i panni, e così per via

di motti si consolava.

*

— Verrà....?

— Non verrà....

— Sì le dico, che verrà; o non sente il rumore di una carrozza.

— Bella riprova! Como se a Torino si trovasse la sola carrozza che

condurrà il tuo suocero, posto che ei venga in carrozza.

— Ma ecco si è fermata all'uscio.

— Va' a vedere....

— Andiamo tutti: senz'altro è nonno.... sicuramente è babbo.... il

signor Omobono.

Ed i fanciulli tutti con Isabella e Marcello corsero ad incontrare

Omobono.... Orazio no, il quale per trovarsi in cotesto giorno più dello

antecedente indisposto, si era rimasto seduto, e poi amava Omobono

quanto il fumo agli occhi o giù di lì.

Omobono entrò in sala strepitoso e festante, tenendosi abbracciati da un

lato e dall'altro, a mezza vita, figlia e genero: i fanciulli seguivano

urlando, ed egli pure schiamazzava ingegnandosi sopperire con la

chiassosa ostentazione al difetto di gioia verace.

— Guardatevi bene, signor Orazio, diceva Omobono, dopo avergli stretta

la mano, di venire meco a contesa, perchè, voi lo vedete, la vostra

bandiera al mio solo apparire andrebbe deserta, e voi cadreste

prigioniero. Come state signor Orazio? Già, bene; oh! noialtri vecchi

siamo schiappe di legno ferro, noialtri....

— Benvenuto signor Omobono, e vi ringrazio della visita che vi siete

compiaciuto farci.

— Veramente, senza superbia, non ci voleva altro che voi per tirarmi

qua: domani a casa è giornata di affari: stasera aspetto dispacci

privati per regolarmi in _Borsa_; da un punto all'altro sono per

arrivarmi i miei commessi dal Giappone, dalla China e dalla Tartaria,

perchè quest'anno, vedete, ho fatto esplorare anche la Tartaria, per

procurarmi seme _extra_; ho intenzione di mettere su bigattiere, strade

ferrate, credito fondiario, società di miniere.... un mondo di cose

senza contare la mia Banca, gli sconti di piazza, le anticipazioni su

mercanzia.... basta, ho colto a volo la occasione di venire a Torino per

concertarmi col ministro sopra certi negozi del Banco Sete, e dei Canali

Cavour, e così ci ho fatto incastrare senza danno, o senza troppo danno,

la contentezza di rivedere il mio sangue, e voi, signor Orazio, che mi

siete più caro della pupilla degli occhi miei....

— Voleva ben dire che tu ti fossi mosso proprio per noi, — pensò Orazio;

ed anco Isabella avvertiva il marrone paterno: quindi Orazio a voce alta

si fece ad osservare:

— Tanto travaglio e tanto arrotarsi a che pro?

«Tutti _torniamo_ alla gran madre antica,

E il nome _nostro_ appena si ritrova.»

— Magnifiche, signor Orazio, stupende queste sentenze, dentro un libro

di filosofia e nei confetti parlanti; e voi, ditemi, perchè vi

affaticate sempre e non quietate mai?

— Ma mi sembra, soggiunse Orazio, che tra porri e porri un divario ci

corra: io mi industriai prima con ogni onesta sollecitudine a

procacciarmi tanta roba, che bastasse a sostentarmi la vita; ottenutala,

smisi di arrovellarmi, pigliando parte nelle faccende pubbliche, ovvero

attendendo agli studi geniali.

— E che rileva cotesto? O che io, senza superbia, non avrei potuto con

plauso esercitare qualcheduna delle belle arti? Anzi, se mi tasto, mi

sento forte per affermare che sarei riuscito in tutte: ricordano a

Bergamo la perizia con la quale suonava il flauto in gioventù; ed anco

un dì mi sorrise la Musa, ma io elessi invece dedicarmi intero ai grandi

affari, ai quali mi chiamava la mia propensione naturale, sicchè, senza

superbia, io posso, con solerzia e sveltezza pari, condurre di fronte

quattro aziende o sei, tra loro svariatissime, come sarebbe a dire

bonificamento di terre, direzione di banche, di case di commercio,

d'industrie agricole e commerciali, setifici, miniere, e via

discorrendo. Impertanto il mio arrotarmi pari al vostro, il fine

diverso; e se non temessi di recarvi dispiacere, io vorrei sostenervi

come le mie fatiche sieno più generose o più utili delle vostre.

— Davvero?

— Ne dubitate? Ebbene, io ve lo dimostro. Quando voi alla vostra premura

di radunare facoltà diceste: basta, ditemi un po' a chi pensaste voi?

Alla vostra persona, e non oltre: ora io all'opposto mi occupo dei

figli, e dei figli dei miei figli; difatti la roba vostra non credo, e

non è sufficiente per la famiglia uscita da Marcello e da Isabella, per

mantenerla nel grado in cui l'avete messa voi. E poi la opera mia torna

non pure vantaggiosa alla famiglia, ma approfitta altresì allo

universale.

Orazio buono uomo era, ma risentito alquanto, ed _ab antiquo_ i sassi

chiamava sassi e pane il pane, onde rendendo artatamente blanda la voce

soggiunse:

— Ecco, se voi non aveste peggiorato Marcello di un cento di mila lire,

e vi compiaceste pagare la dote alla Isabella, la sostanza di casa mia

avrebbe potuto sopperire a tutto; chè io mi tengo al sodo, e le

girandole sono fuochi di artifizio; ma a ciò diamo di taglio; quanto ai

banchieri io aveva sentito dire che quando s'incontrano co' pesci cani

si fanno di berretta, e si salutano col nome di fratelli.

— E fosse così, anzi poniamo che la sia per lo appunto così; dite,

signor Orazio, forse si divorano unicamente fra loro i pesci cani e i

banchieri? Tutti ci divoriamo a vicenda; e siccome la batte fra divorare

ed essere divorati, o la sa come ella è? Io stimo più spediente per me

entrare nell'arciconfraternita dei divoratori.

— Già cotesto è il discorso e non fa una grinza, ma non ci vedo spuntare

nè anche un crepuscolo di benefizio universale.

— O che abbacate voi di crepuscolo, mentre ci splende mezzogiorno

sonato: mirate qua: è vero o non è vero, che i pesci nutriti

ottimamente, secondo la usanza vecchia per la quale il più grosso divora

il più piccolo, generano una moltitudine di nuovi pesci, che servono di

gradita vivanda ai pesci fratelli ed a noi: se così non facessero

morirebbero tutti: del pari fra gli uomini; se uno non si avvantaggiasse

sull'altro, finiremmo tutti di miseria e d'inedia. Il sagace ridona in

pioggia quanto ha risucchiato di nebbia. Affermano gli uomini venuti in

società per sovvenirsi mutuamente, ed è vero, però col mezzo del

divoramento scambievole; tanto vero questo, che mentre da un lato

troviamo antichissimo l'uso di mangiarci fra noi, dall'altro vediamo

crescere la umanità e prosperare.

— Sentite, Omobono, coteste vostre sono opinioni trovate fra le

carabattole del misantropo Hobbes; hanno la barba bianca, e nessuno ci

pensa più; per me ignoro se l'uomo sia fatto a immagine di Dio, e non ci

credo; ma so di certo ch'egli gli infuse nel cuore nobili istinti, gli

diede senso di pietà e amore di gloria; in mezzo all'anima gli stabilì

un tribunale che si chiama coscienza, presso cui non ci ha barba di

avvocato che valga ad imbrogliare le carte.

— Se le mie opinioni hanno la barba bianca, i vostri discorsi fanno

dormire ritti. Sensi di pietà affermate voi? come va che quanto più

risalghiamo alle prime origini dell'uomo, e più noi lo troviamo

divoratore del proprio simile, con buona fede perfetta e con piena

quiete dell'animo; e ai giorni nostri per avventura gli uomini hanno

smesso la tenera usanza? Voi la sapete più lunga di me, e potete

insegnarmi come costumassero portoghesi, olandesi, spagnuoli, inglesi

nelle due Americhe, nelle isole del grande Oceano e nelle Indie. Gli

spagnuoli adoperarono mastini per isterminare le razze dei popoli

aborigeni, gl'inglesi i missionari; i primi distrussero co' morsi, i

secondi con la bibbia. Lo rammentate voi Beniamino Franklin? Egli mandò

in dono al Pitt una cassa piena di serpenti a sonagli, per mercede del

bene che egli aveva fatto agli americani. Poco tempo mi avanza a

leggere, ma ho sentito più volte levare a cielo i russi perchè, dopo

conquistato mezza l'Asia Settentrionale, ci conservarono gli antichi

abitanti, gli istruirono e li protessero; ci fondarono città,

c'instituirono fiere, ci promossero l'agricoltura; insomma, essi,

barbari, si mostrarono a prova più civili di noi. Fiori rettorici! cose

da ecloghe e da buccoliche: veniamo al sodo; non ci è caso, per

giudicare un tristo ci vuole un tristo e mezzo. Gli storici avrebbero a

discendere tutti in linea retta dal Machiavelli ovvero dal Guicciardini,

e se di questi valentuomini non si fosse sperso il seme, di lieve

avrebbero compreso come nel settentrione asiatico regni tale una

temperie, a cui è impossibile che altri si adatti, eccetto lo indigeno,

mentre le terre occupate dagli spagnuoli e compagni di rapina apparivano

comodissime a pigliarsi ed eccellenti a tenersi: quindi torna ai russi

conservarci gli aborigeni ed incivilirli fino al punto, che da un lato

essi diventino buoni a produrre quello ch'ei ci cavano, e dall'altro a

consumare quello che ei ci portano. — È affare di bilancio. La chiamerai

carità cristiana? No signore, è carità pelosa.

— Ma la coscienza, signor Omobono; vorreste voi negare la coscienza?

— La coscienza è come il solletico; chi lo patisce e chi no; e poi, caro

mio, ditemi in grazia, la mia coscienza è proprio sorella della vostra?

— Oh! no.

— Voi ridete? Ebbene, io v'incalzo e vi domando se la coscienza vostra

si rassomigli giusto alla coscienza di Pio Nono, del conte Menabrea, di

santa Caterina da Siena, del Bismark, e via discorrendo? Vi ha tale

spagnuolo, il quale si farebbe mettere a fette piuttosto di cibare carne

il venerdì, e ammazzerebbe un uomo per un lupino. Che cosa pensate voi

che abbia a dire la coscienza a cotesti cari re di Viti Leven, i quali

si mangiano i propri sudditi a desinare? O santa ingenuità di sacra

corona alterata in Europa![10] La coscienza di un tempo diversifica

dalla coscienza di un altro; la coscienza di un paese non è più quella

del paese accanto, pensa se del paese lontano! Caro mio, chi sa quanti,

e quanti secoli la nostra razza ha vissuto senza intendimento del bene e

del male, ed anche adesso riuscirebbe difficile chiarire quanti uomini

vivano in simile ignoranza: la qual cosa, a parer mio, dimostra espresso

che il bene e il male, secondochè gli intendiamo noi, siano faccenda del

tutto artificiata, non già di natura. Caro mio, se colui che presiedè

alla creazione di questo basso mondo ordinava che tutte le creature

dovessero conformarsi ad una regola prestabilita, egli l'avrebbe appesa

in alto in mezzo al firmamento, affinchè tutti l'avessero potuta vedere

così di giorno come di notte. O non ci ha messo il sole, e la luna?

Dacchè egli aveva le mani in pasta, ci voleva tanto a fare un sole

guidatore al ben vivere? Se pertanto su in cielo il sole splende di

giorno, e la luna di notte, egli è perchè non ci diamo dello zuccate,

fra le quali, ho sentito dire, che non corre differenza in veruna parte

del mondo; e se non ci fu messa la regola universale del vivere,

significa aperto che si lascia in potestà nostra comportarci in un modo

piuttostochè in un altro. Accade dei costumi appunto come delle lingue;

la favella ci viene da natura, le guise del favellare dal talento degli

uomini.

[10] Gli è vangelo schietto: il Macdonald, che visitò cotesta

isola nel 1856, rinvenne che la M. S., allora _felicemente

regnante_, ne aveva mangiati 800; la quale statistica era stata

tratta dalle pietre accumulate davanti la reggia, dove per

_contatore_ di ogni suddito mangiato l'augusta persona poneva

una pietra.

— Oh! la stirpe dei mortali pur troppo si divide in diverse classi, sani

ed infermi, forti e deboli, belli e deformi, ingegnosi e stupidi, buoni

e tristi, e che perciò? La bellezza è cosa affatto corporea; ebbene,

forse una brutta razza non si può fare divenire bella? Sicuramente si

può; e se mi opponeste che della bellezza non si dà norma certa, io vi

risponderei che avete torto marcio: provate ad animare la Venere di

Milo, o piuttosto quella dei Medici, datele moto, datele affetto, datele

accento e lo splendore degli occhi, e il lampo del sorriso, e mostratela

al Caffro o all'Ottentoto, e mi conterete poi se la preferiranno o no

alle orribili loro femmine. Come della bellezza del corpo così di quella

dell'anima. O sta' a vedere che voi vorrete darmi ad intendere che

ferocia piaccia più dell'amore, tradimento più della fede, e così di

seguito. Anco tu metta da parte il senso di umanità, che ci viene da

natura, l'uomo ha da condursi a preferire le passioni buone alle ree,

imperciocchè queste seminino la distruzione, mentre le prime fecondano

uomini e cose.

— Ed anco qui noi ci troviamo distanti quanto gennaio dalle more; io, e

meco altri moltissimi, crediamo dannoso questo moltiplicarsi alla

scapestrata del gregge umano; o che torcete il grifo? I vescovi nelle

loro Omelie salutano sempre i diocesani col nome di gregge; e sono

uomini santi, ed io, che non mi reputo uomo santo, non potrò appellare

la università dei miei dilettissimi fratelli _gregge_ ed _armento_? La

Provvidenza per rimediare alla meglio a questa smania di crescere,

vedendo restringersi la voglia di cibare carne umana, supplì con la

smania della guerra; le bestie, uscite di mano alla natura meno perfette

dell'uomo, non poterono educarsi a tanto raffinamento di civiltà;

talvolta gli uomini stanchi, non sazi, cessano le stragi; allora la

Provvidenza sempre pronta, alla mancanza della guerra sopperisce con la

fame, o con la peste, o con qualche altro partito. Eh! caro mio, la

Provvidenza non per nulla si chiama Provvidenza.

— Codeste vostre proposizioni furono facilmente dette e ripetute, ma

provate mai. Prima di sgomentare con siffatte maledizioni vorrei che mi

diceste se la superficie del mondo, nelle zone abitabili, fu coltivata

tutta e bene? Che la vita sia una prova, e lunga, e dura l'arte di

migliorarci, pur troppo è vero, ma nobile scopo rendere buoni noi,

nobilissimo altrui. O che presumereste voi, stamane, negare il progresso

della umanità al meglio? Considerate che trecento anni fa un uomo che si

fosse avvisato a ragionare come voi lo avrebbero arso vivo in qualità di

eretico....

— Ebbene, o che questo sembra a voi veramente progresso?

— Eh! per me lo lascio giudicare a voi....

— Via, mettiamo da parte questo tasto e passiamo ad un altro; parliamo

di gloria — soggiunse Omobono nel concetto maligno di trafiggere Orazio

nella parte più tenera: — fumo di gloria non vale fumo di pipa, scrisse

una donna, che per caso aveva giudizio. Quante e quante vissero migliaia

di uomini, così detti grandi, dei quali oggi va spento il nome! Per un

Attila, che si rammenta, cento Jenner annegarono nell'oblio. Gli uomini

sono così fatti, che chiudono nella loro memoria, come dentro un

ciborio, i nomi di coloro che li straziarono; chi li benificò pigliano

in uggia, ed a ragione; perchè i primi somministrino materia di

esercizio all'odio, ch'è dote naturale alla nostra stirpe, mentre i

secondi ci obbligano alla gratitudine, cosa del tutto contraria alla

nostra natura. E poi, o che cosa è questo lusso orgoglioso nell'uomo di

voler superare l'altro uomo? Questa superbia di vivere anco dopo morto?

Questa fisima di rompere la testa, anco sepolto, al genere umano? Tutti

tacciono nella fossa, e ci stanno tranquilli: chi ha dato a quattro o a

sei il diritto di far chiasso anche nel camposanto? A me sembra questa

una sconvenienza grandissima; chi leva la testa fuori del suo sepolcro

non si deve lamentare se altri ci dà dentro co' piedi. E qual pro,

ditemi per vita vostra, in questo diluvio di libri in prosa e in rima? O

che importa sapere a me che il Petrarca amasse una donna maritata? E che

cosa che ella morisse? Per me avrebbe operato il signor Canonico da

galantuomo a starsi chiotto come un olio. Vorrei altresì sapere quanti

ragnateli gli uomini cavarono dal buco con la Divina Commedia o con la

Gerusalemme Liberata? All'opposto non rifinirei lodare taluni trovati

della scienza, ma ad un patto, che non ne potessero approfittare tutti,

però che a questa guisa torna lo stesso che non se ne avvantaggi

nessuno; a modo di esempio, ottima la invenzione del telegrafo

elettrico, ma doveva destinarsi all'uso esclusivo dei banchieri, ed anco

non di tutti. Nel sottosopra però nelle scoperte della scienza troviamo

essere più gli sbirri che i preti, sicchè a occhi chiusi io la do vinta

all'antico borgomastro di Strasburgo, il quale fece gettare nel Reno

l'inventore del telaio meccanico, che mandava a spasso tanti operai.

Ognuno si agiti, e goda a modo suo, a condizione però di non infastidire

altrui.

— E a patto di stare bene con sè medesimi; e voi signor Omobono come vi

trovate con voi?

— Io? Ci sto amicamente, quantunque non mi possa astenere da confessarvi

che stava meglio prima che tanti spiriti irrequieti mi scappassero fuori

con le diavolerie della libertà e della indipendenza nazionale.

Ignoranti da mitera, libertà che è? Nè manco voi lo sapete? E a quanti

sommano coloro che di quella libertà godono? E a quanti quelli che la

sanno godere? Fanciullacci piagnucolosi e strepitanti pel balocco, che

appena ottenuto buttate via. Con simile generazione di uomini fra la

tirannide e la libertà gli è un fare perpetuamente a scarica barili, una

porta l'altra, e l'altra l'una. Per me alla granfia col guanto

preferisco la granfia ignuda. Non vi confondete, voi potrete vedere

giusta l'ora che fa nella vita del popolo, quando il pendolo

dell'orologio sociale va dal prete al gendarme, e dal gendarme torna al

prete: e queste verità ormai si sentono bandire fino dalla tribuna del

Parlamento italiano. Quanto alle vantate nazionalità, bisogna proprio

avere la benda su gli occhi, per non vedere come le sieno altrettanti

triboli messi sotto i piedi della umanità, perchè quanto più piccolo sei

e meglio t'impasteranno; così gli individui si agglomerano più

facilmente dei comuni, i comuni delle Provincie, le provincie delle

nazionalità. Il singolo come possiede meno forza così ha minori motivi

di starsi separato dai corpi collettivi; ma quando promovete le

nazionalità, e favorite lo sviluppo delle loro passioni dominanti, e i

modi tutti di vivere e prosperare esclusivi, separati sempre, bene

spesso ostili a quelli delle altre nazionalità, voi lavorate senza

addarvene a perpetuare la divisione, la prepotenza e la guerra fra gli

uomini. Volete la repubblica universale e la fratellanza del genere

umano, e ogni giorno scavate loro i trabocchetti, e gittate randelli fra

le gambe; volete libertà e siete _più schiavi voi che non è tiranno il

monarca_. Perchè ci vituperate voi, e perchè volete montarci addosso?

Siete forse più onesti, più sapienti, più animosi di noi?

Il secolo che muore, vol. I · 第 5 / 18 段