Due cose sopra ogni altra nequizia inspiravano paura nel pravo talento

di Omobono, ed erano queste: sgraffiato una volta dal pettine della

polizia correzionale, ei procedeva a mo' del cane, il quale scottato

dall'acqua calda teme la fredda; quindi al di là degli articoli del

codice egli guardava con lo struggimento dei nostri primi padri, quando,

espulsi dal paradiso terrestre, oltre i suoi muri contemplavano il

frutto proibito; ed Omobono di cotesti frutti non poteva astenersi, nè

voleva, comecchè di lasciarci il pelo aborriva: allora attese a

istituire intorno a sè un semenzaio di giovanotti di belle speranze,

destinati a svilupparsi nella pienezza del furfante; questi con amore

coltivava, forniva di danaro; perchè mano a mano in ogni maniera di vizi

s'impantanassero; noviziato iniquissimo di corruttela: nel medesimo

tempo Omobono per via di ambagi, e come di mezzo ad una nebbia, gli

ammaestrava nella infinita famiglia degli scrocchi, onde si accorcia la

via della fortuna, e poi senza ordinare nulla di preciso aggiungeva: «Io

vorrei essere inteso, figliuoli miei, a volo, chè tutto non si può dire;

il mondo è di chi se lo piglia, e per fare roba presto, bisogna avere un

parente a casa del diavolo.»

E il giorno stesso nel quale aveva dato al giovane uno spintone verso la

galera a vita, egli era fantino da mandargli di mancia un cento o

duecento lire per sopperire ai bisogni di casa sua, accompagnandole con

una lettera gremita di buoni consigli e di salutari avvertimenti da

disgradarne una serqua di missionari; la quale egli aveva cura di

riportare sul copia lettere del banco, e ciò pel medesimo fine per cui

gli accorti capitani nel presagio della difesa muniscono le rocche. Così

addestrato, il nostro cane, uomo spontaneo o sguinzagliato, irrompeva

nelle bandite del codice penale, donde tornando con qualche truffa in

bocca glie l'agguantavano Omobono, o gli sbirri; finchè raccoglieva

Omobono, la faccenda andava a pennello; se il disgraziato capitava in

mano al bargello, era un altro paio di maniche: allora Omobono non

rifiniva d'imprecare alla corruttela dei tempi, le lettere di

ammonimento scritte al giovane mostrava a chi voleva, ed a cui non le

voleva vedere:

«Come si fa?» bisbigliava in modo che lo sentissero tutti; «gran brutta

dote mi donò natura, col farmi affezionare troppo a chi mi sta dintorno:

se mi dessi la disciplina ogni quattro ore di filo, non basterebbe a

scontare questo viziaccio.»

Verso sera scivolava guardingo a casa del giovane; quivi padre e madre

consolava; certo quel benedetto ragazzo l'ha fatta grossa; pure stessero

di buon animo, che egli per quanto gli bastassero le forze gliel'avrebbe

accomodata. E qui figuratevi le benedizioni, i pianti, i baci sulle mani

e sulle falde del vestito, e l'accendere i quattro lucignoli delle

lucerne per fargli lume sino all'ultima scala. Svoltato il canto,

Omobono, senza frapporre indugio, si recava al giudice istruttore, dove

sulle prime pigliava le difese del giovane per terminare col mettere il

magistrato sulla via di scoprire il giovane e coprire sè.

L'altra nequizia di costui consisteva nel seminare discordia tra persone

amiche, e, se congiunte per sangue, tanto meglio; nè si ristava dal

soffiare in cotesto fuoco, finchè non lo vedesse divampare in odio

immortale; allora pareva scaldarcisi le mani con ineffabile contentezza.

Insomma, per le qualità dell'anima Omobono Buoncompagni era tale da

credere che, a suo tempo capitato allo inferno, Giuda Scariotte,

fattogli di berretta, si alzasse dal suo seggio e gli dicesse: «Ci si

metta _lei_.»

Quanto poi alle doti fisiche ogniqualvolta Orazio si riportava al

pensiero le forme di Omobono, rideva ad un punto e rabbrividiva,

imperciocchè davvero il corpo di lui rappresentasse una truce

buffoneria; veduto di profilo pareva una figura composta di tre sette:

dal cucuzzolo del suo zuccone scendeva una linea inclinata sopra la

fronte, ed un'altra dal cucuzzolo fino alla nuca; questo il primo sette:

dalla collottola giù per le spalle chine in avanti partendosi un'altra

linea terminava all'osso sacro, donde ripiegandosi lungo le cosce

toccava il ginocchio; e questo il secondo sette: il terzo sette composto

dalla medesima linea delle cosce e da quella delle gambe arrembate, fino

al tallone: costumava inoltre portare le braccia a guisa di manichi di

brocche, e le mani nascoste o in tasca dei calzoni, o nella cintura, chè

aveva

Dita e man dolcemente grosse e corte

come quelle dell'innamorata del Berni. I piedi, zoccoli veri di animale

solipede, onde, o perchè male ci si reggesse sopra, o per qual altra

causa, saltellava sempre: vera scimmia affricana, e di scimmia egli

mostrava altresì la faccia gialla come lardo invietito, grinzosa e scura

sotto gli occhi grigi. Come i pensieri sotto, così i capelli sopra

cotesto cranio rari, scarmigliati, bianchi e neri come se avessero lite

fra loro: camuso il naso, di cui le narici, o piuttosto froge, si

dilatavano e si crispavano, unico segno in lui di sensibilità: si

sarebbe detto che il cuore, accortosi della sua inutilità in cotesto

corpo, avesse depositato la facoltà del palpito sopra le alette del naso

a costui: la barba rigida e mozza, che ritta sempre in su più che ad

altro rassomigliava ad una zeppa per ispaccare le legna: la bocca

sdentata, chè forse i denti non avevano potuto reggere alla fiumana

corrosiva delle ribalderie del continuo irrompente dalla gola di

Omobono: breve, onde io ponga fine a questa miniatura, cotesta era

faccia che la molta virtù di Socrate valse a rendere tollerabile, e non

potè nobilitare; faccia, che, a mio parere, fruttò più di un voto nella

sentenza che condannò il povero filosofo a bere la cicuta; faccia, che

prima di Socrate, ai tempi di Socrate e dopo lui fu giudicata sempre

dagli intendenti faccia di ladro. Difatti narrasi dal dottore

Zimerman[9] cosa o ignota a tutti, o a pochi manifesta, come un giorno

capitasse in Atene certo fisiomante, al quale, prima ch'egli avesse

preso lingua in città, i discepoli di Socrate mostrarono il maestro,

affinchè dai lineamenti del suo volto tirasse a indovinare la natura di

lui; sicuri che egli avrebbe preso un granchio, ed essi una riprova

della inanità della sua pretesa scienza. Il fisiomante, considerata un

cotal poco la faccia del filosofo, sentenziò reciso: «_Questa è faccia

di ladro._»

[9] _Maraviglie della natura._

I discepoli di Socrate diedero in uno scoppio di risa; ma qual fu mai la

maraviglia loro e lo spavento, quando Socrate, dopo aver racquetato col

cenno cotesto rumore, disse placidamente: «Quest'uomo ha ragione; sortii

da natura lo istinto del ladro, e me dominò per lungo tempo la passione

del furto, la quale avendo spinto a furia di combattimento fuori

dell'animo mio, tanto non seppi fare, che ella non abbia lasciato

qualche traccia di sè sopra la mia sembianza.»

Intanto tu, lettore, poni in sodo questo assioma: faccia bianca con

occhi grigi e naso camuso, ordinariamente è faccia di ladro.

*

Nel punto stesso in cui Orazio terminava di susurrare le parole: «io per

me non glielo manderei» ecco levarsi dall'altra parte della sala uno

strepito di voci gioconde, che in diversi tuoni gridavano:

— È fatta! È fatta!

Le voci movevano da un gruppo composto di una donna e da cinque

giovanetti, tre maschi e due femmine. La donna era Isabella, splendida

di matura bellezza, la quale pendesse piuttosto alla seconda che alla

prima metà dello autunno, lieta di casti pensieri e di santi affetti,

disgradava ben mille primavere di più giovani donne: ella deliziavasi

nella gloria della sua maternità, come il cigno gode sull'aurora

bagnarsi le ali nella rugiada; lei circondavano i figli, formosissimi

nella stessa guisa che i nostri famosi maestri dipinsero la madre di

Cristo sempre accompagnata dagli angioli; vari gli atti, e un po' anche

i volti, ma non più di quanto conviene essere a' fratelli; i capelli di

tutti pari a quelli della madre, di un bel biondo di oro; per lo che

stando essi raggruppati insieme gli inondasse dall'alto un torrente di

luce, che scendeva dalla lumiera appesa al soffitto, e paressero

circonfusi dal _nimbo radiato_ a modo di angioli. Di statura diversi,

pari alle canne dell'organo disposte a spirare armonia di paradiso, dove

la mano esperta sappia ricavarne il suono; e la mano esperta è quella

appunto della madre.

O madri, non vi lasciate sedurre dalle piaggerie; meglio varrà per voi

allevare sani i vostri figliuoli in casa, che medicare gli altrui fuori

di casa; meglio educare i suoi, che confondersi con quelli degli altri;

stiamo al sodo; che tu madre possa amare gli altri più dei tuoi non ci

credo, e non è; se fosse, come storto amore si avrebbe a riprendere: in

tutto ciò che non si uniforma alla natura gatta ci cova: la carità

incomincia da sè e dai suoi, lo ha detto Cristo, tenerissimo della

umanità; se ve ne avanza, prodigatela altrui; per la donna, che non è

madre, la faccenda procede altrimenti; ella può, invece che all'uomo,

consacrarsi al bene del genere umano.

La celebrità della madre di famiglia è un sole, che smonta il vermiglio

della verecondia; spettabile sopra tutte la donna la quale, per sentenza

di Teofrasto, non diede mai a dire di sè nè in bene, nè in male. Delle

donne latine di una si conosce la tomba e il nome, Cecilia Metella, non

già la famiglia e le opere; di un'altra solo la tomba: di questa

sappiamo unicamente che _domi mansit et lanam fecit_.

A coloro poi che incauti amici s'industriassero persuadere a voi madri

di famiglia come questo sarebbe pensare solo a sè, e nulla agli altri:

se così costumassero tutte, l'umano consorzio si sfilaccerebbe sotto le

dita dell'_egoismo_; la loro vita sarebbe quella dello insetto caduto

nel calice del fiore, dove oblioso del mondo esterno sugge, si rinnuova

e muore, voi rispondete: «Coteste le sono novelle; di che cosa andava

composto il fascio romano? Di verghe: ebbene, come il fascio romano si

formava di verghe, la società si costituisce dall'aggregazione delle

famiglie, e chi coltiva la propria famiglia è buono operaio nel campo

dell'umanità.»

*

— Che cosa è quella che voi avete fatto? — interrogò Marcello.

— Ecco, rispose sorridente Isabella, io aveva commesso a tutti questi

figliuoli che componessero una lettera, secondochè il cuore loro

dettava, col proposito che io poi avrei scelto la meglio, ovvero ne

avrei formata una io, togliendo ora dall'una, ora dall'altra quanto mi

fosse parso più adattato: ora avendo giusto fatto così, mi venne di

comporre questa, approvata dal consenso universale. La volete sentire?

Non dite di no, perchè bisogna che di santa ragione voi la leggiate, non

si potendo spedire se prima non vi apponiate il nome vostro.

E lesse:

«Carissimo, nonno, suocero, ed amico.»

Il parroco, il quale essendosi posto con tanta poca riverenza a sedere

sopra le reliquie di Santa Filomena, sentì di un tratto, convertite in

carboni accesi, ardergli il fondamento, non diede in maggiore sbalzo di

quello che facesse Orazio all'udire cotesto principio di lettera; ma

subito dopo si contenne e aggrinzò la bocca come i bambini quando

incominciano a piangere.

Isabella, non avvertendolo, proseguiva: «Se provassi mezza la voglia che

abbiamo noi di vederti, di vedere noi, tu a quest'ora avresti preso a

nolo le ali di una colomba per volare a casa nostra. Vieni dunque a

rallegrarci con la tua presenza, siccome tu ti rallegrerai nella nostra:

sagrifichiamo tutto un dì sopra l'altare domestico al Genio della

famiglia. Vieni; a nome di quanto hai di più sacro al mondo (e dovremmo

essere noi) t'intimiamo a comparirci davanti il giorno del santo Natale

all'ora di desinare, e prima potendo.»

Marcello, finita la lettura, dondolava il capo da destra a sinistra, nè

assentendo, nè disdicendo. Orazio chiuse gli occhi, e s'incrociò le mani

sul petto in atto di cui dica: «_in manus tuas commendo_.» Tuttavia

Isabella, assorta nel suo fervido amore, non badando a cosifatti segni,

ripiglia:

— Ed ora la segneremo tutti, e la manderemo alla posta, chè abbiamo ad

essere sempre in tempo; così babbo la potrà ricevere domani, a mezzo

giorno al più tardi, e se glielo permettono gli affari, farci la

sorpresa di venire la sera. Tenga, zio, a lei sta scrivere il primo il

suo riverito nome.

E così dicendo gli porgeva la penna intinta nello inchiostro. Al povero

Orazio pareva gli macinassero il cervello; lo colsero i brividi, si

sforzava a non battere i denti, e appena ci riusciva: due pensieri si

combattevano nel suo spirito, che uno gli mormorava dentro l'orecchio

destro come un moscone dentro a un fiasco: — come onesterai la schifezza

che ti assale contro il perdutissimo, che pure è padre della tua nuora?

Da che parte ti rifarai a spalancare intero l'animo tuo? Informerai il

padre al cospetto della figlia? Dell'avo alla presenza dei nepoti? — Ma,

santo Dio, s'egli non ebbe viscere mai nè di padre, nè di nonno! Non

importa, essi non lo credono, e giova così; e tu vorresti versare in

cotesti cuori un'amarezza che non ha confine, avvelenare i giorni di

quei cari innocenti? E bada, tu corri il rischio che alle tue parole

neghino fede; e dopo tanta fatica per procurarti il loro affetto ti

piglino in odio... _libera nos Domine_.

L'altro pensiero nell'orecchio sinistro gli ronzava: — nota bene, che se

tu respingerai la proposta benevola senza addurre motivo alcuno, ti

giudicheranno a ragione cervellino, zotico, e peggio. Diranno che hai

aspettato sul chiudere bottega a buttare sul mercato questi fondacci di

magazzino, questa merce avariata. Su, Orazio, da bravo, dacchè tu sei

prossimo al _laus Deo_ del tuo libro mortale, e non lo nascondi a te

stesso, chiudi gli occhi, butta giù anco questo, e non isconciarti sul

più bello le uova nel paniere. Ricorda come il tuo Signore, il quale

vede le azioni più riposte dell'uomo, e legge gli arcani del cuore, te

ne ricompenserà; sì, Orazio, credi ch'ei te ne ricompenserà. Tienti

fermo a questa fede: alla svolta si provano i barberi!...

Orazio prese bravamente la penna, e segnava, ma la mano tremando gli

negò l'ufficio, sicchè lasciò cascare sopra il foglio uno scorbio, e

subito dopo la penna scivolandogli dalle dita lo imbrattava con una

seconda macchia più grossa della prima; non ci fu verso potere scrivere

più innanzi, e ormai la lettera concia a quel modo non poteva andare,

quindi deliberarono ricopiarla. Intanto tutti dintorno allo zio Orazio a

domandargli se si sentisse male; forse lo aveva indisposto il fuoco,

anzi certissimamente il fuoco; e Orazio assentiva dicendo: «può essere,

può essere»; ed aggiungeva «il meglio sarà ridurmi in camera»; e preso

in fretta il braccio di Marcello si sottrasse alla nuova persecuzione.

E così accadde che la lettera d'invito ad Omobono Buoncompagni fu

spedita senza la sottoscrizione di Orazio.

CAPITOLO II.

ANIMA DI BANCHIERE.

Orazio davvero avrebbe potuto dire: «Non son qual fui, morì di me gran

parte», e pur troppo parecchie cose avevano contribuito a buttarlo giù:

primieramente gli anni, i quali, taciti e cheti, gli erano piovuti

addosso come falde di neve e come neve ghiacci: Orazio non si curava

rammentarsi di loro, ma essi troppo bene si rammentavano di lui. Il

tempo, che da prima sembrò avere esitato a tirare un solco sopra cotesta

fronte serena, da un pezzo in qua, terminato un solco dava subito di

volta a tracciarne un altro, nè ora più sopra la fronte sola, bensì

sotto le ciglia a modo di zampe di uccello, lungo le gote, agli angoli

della bocca; insomma da per tutto: nè egli si sgomentava del prossimo

fine della vita, anzi ci si era di già apparecchiato quasi ad un viaggio

lontano; e siccome sovente teneva gli occhi chiusi, a cui lo veniva

interrogando costumava rispondere: parergli onesto in una cosa sola

imitare Cosimo dei Medici il Vecchio, ed era assuefare gli occhi a

morire, come egli diceva, tenendoli chiusi. E più degli anni lo aveva

abbattuto la morte della Betta. Povera Betta! Egli aveva scorticato lei,

e in verità nè lo aveva desiderato, nè voluto. Chi conobbe la Betta

facilmente giudicò che non sarebbe arrivata a lunghi anni, perocchè

sebbene ella sentisse tutti i dolori di Orazio per via di riverbero, noi

sappiamo come il fuoco riverberato scotti e più forte. Orazio poi, di

natura pugnace, non prevedeva i pericoli soprastanti, o se pure li

prevedeva non li curava; percosso dalla fortuna, egli attendeva a

rifarsi con tutte le potenze dell'anima, e dall'altissimo scopo a cui

mirava egli traeva argomento di rinnovato coraggio: infelice lo

ricompensava la coscienza; felice la coscienza e il plauso della gente:

_laudumque immensa cupido_, per la quale benedizione o maledizione gli

eccelsi spiriti, come si favoleggia del pellicano, squarciansi il petto

per alimentare col proprio sangue le generazioni degli uomini. La Betta

non possedeva tante provvisioni per lenire le trafitte dell'anima: ella

le sentiva intere, ed il cuor suo ne rimase infermo senza rimedio;

presaga del suo prossimo fine, pose studiosa cura nel celare il proprio

stato ad Orazio: finchè potè aiutarsi salì le scale di casa; mancatale

la balìa, ella si diede ad inventare un monte di scuse per dormire al

pian terreno: tuttavia per quanto le bastarono le forze contrastò al

male, chè, dovendo lasciare creature a lei tanto caramente dilette, le

rincresceva proprio di morire; ma certa sera mentre Marcello

accompagnava lo zio alle sue stanze, Betta, ponendogli la bocca

sull'orecchio, ebbe a dirgli:

— Quando lo zio dorme, vieni giù a trovarmi, e fa' che nessuno se ne

accorga.

Allorchè Marcello le venne davanti, in brevi accenti Betta gli favellò:

— Figlio mio, io sto per partirmi da questo mondo, e dubito più presto

che non vorrei; bisognerà pertanto risparmiare più che noi possiamo

questo dolore allo zio: domani innanzi giorno fa' di condurmi il

dottore, e avverti che veruno di casa lo veda; tacine anco ad Isabella,

se non chiedo troppo: quando avremo saputo quanti giorni potremo tirare

avanti, allora qualche santo aiuterà.

E così fu fatto; il medico venne, il quale da prima si dolse non essere

stato chiamato in tempo; e dopo, esaminata con ogni diligenza l'inferma,

disse reciso: arduo determinare per lo appunto il momento nel quale il

lume si spegnerebbe; forse fra tre, forse fra quattro dì, ma per suo

giudizio alla fine della settimana non arriverebbe di certo.

Se taluno maravigliasse dell'acerba sincerità del medico, e sto per dire

ferocia, sappia che egli era stato medico militare, però uso a modi

spicci, e che la Betta prima di lasciarsi visitare gli aveva fatto

promettere sopra il suo onore che le avrebbe palesato la verità intera.

La Betta non mutò colore, gli porse grazie, e tolto di su la _comoda da

notte_ certo suo anello, che si era levato a cagione del gonfiamento

delle dita, lo porse al medico dicendo:

— Questo, caro dottore, vorrà portare per ricordo di me.

E il dottore con voce alterata:

— No, signora Betta, per conservare memoria di lei non fa bisogno

ricordi; creda — e qui il dottore si toccò il petto — se potessi

prolungare la sua vita con alcuni anni dei miei, io glieli darei di

tutto cuore.

— Grazie, dottore, grazie; ma a che pro? Poichè andare bisogna, ormai

che ci siamo, andiamo.

Marcello accompagnando, secondochè si costuma, il dottore fino all'uscio

di casa, gli domandò per mettere in quiete la sua coscienza, la quale

gli rimproverava non aver prima ricorso a lui, se la malattia della

Betta fosse di qualità che, curata a tempo, potesse guarirsi.

— No, rispose il medico; le si poteva prolungare per qualche giorno, in

mezzo ai dolori, la vita: mi sono doluto, che non mi aveste chiamato

prima così per abitudine, che per altro, costumando noi altri medici

mettere le mani avanti per non cascare; ed io, sappiate, sono di quelli

che credono in coscienza carità cristiana in questa maniera di malattie

abbreviare le sofferenze del paziente, ma ciò non usa, e il costume fa

legge. Vi rammentate la storia degli appestati di Giaffa? Napoleone

costretto ad abbandonarli presagiva di certo che i Turchi gli avrebbero

lacerati in brandelli, onde gli parve partito umano ministrare loro

forte dose di oppio perchè morissero in pace, senonchè il medico

Desgenettes ci si rifiutava netto con una frase da tamburo, che suona

perchè è vuoto: «l'arte mia consiste nel restituire agli infermi la

salute, non già privarli di vita.» No, signore, io non la intendo così;

per me l'arte medica si mette dinanzi due fini del pari importanti; il

primo, e principale, rendere la salute quando si può, e di rado si può;

il secondo, di alleviare con tutti i mezzi la sofferenza. Qui nel caso

nostro si tratta di vizio organico, il cuore è guasto profondamente, il

palpito, irregolarissimo, minaccia da un punto all'altro cessare: le

acque spandendosi per tutta la persona hanno compìto l'anasarca... Vi

manderò una pozione oppiata... gliela ministrerete spesso in piccole

dosi... Se anche in copiose, non ci sarà niente di male.

— Capisco, — rispose Marcello, — ma io gliela porgerò in piccole;

perchè, sarà la mia, se volete, una virtù codarda, ma dall'altro canto

considero che persuadendo l'uomo di sostituire il proprio arbitrio alla

regola, non sapremo più dove andremo a cascare una volta scavalcato il

fosso.

Il medico tentennando il capo parve assentire, e nel prendere licenza

raccomandò a Marcello, sia di notte, sia di giorno, non si rimanesse di

mandarlo a chiamare; soprattutto badasse allo zio; e strettagli forte la

mano si partì.

Con pietoso inganno (la Betta in ciò adoperandosi massimamente) Marcello

ed Isabella giunsero a nascondere allo zio Orazio lo stato in cui si

versava l'affettuosissima donna; ma giunta la terza sera dopo la prima

visita del medico, Betta fece cenno a Marcello le si accostasse; allora

di un tratto gli gettò le braccia al collo e pianse; poi con un filo di

voce gli disse:

— Figliuolo mio, non ne posso più... ecco, mi sento proprio morire: ho

considerato se mi riusciva astenermi da rivedere lo zio, ma non ho forza

che mi basti: vammelo a chiamare; tanto questo dolore ha da soffrire...

ed io qualche parola che lo consoli potrò pure dirgliela.

Orazio, udita la chiamata, antivedendo sciagura, si gettò giù dal letto,

e avvolto appena dentro una coperta fu al capezzale di Betta, la quale

tostochè lo vide così sciorinato prese affannosa a parlare:

— Marcello, per l'amore di Dio, fa' di coprire lo zio, che non abbia a

chiappare qualche malanno.

— Sì, giusto — replicava Orazio respingendo stizzoso Marcello — adesso è

caso di pensare a reumi! Che novità son queste, Betta? Betta, Signore!

Betta, non mi spaventare.... dimmi? Come ti senti? Bene, non è vero?

Via, non tanto male.

— Signor Orazio non si spaventi; si metta a sedere qui accanto a me.

Senta io l'ho conosciuto sempre uomo di stocco e cristiano: dunque si

chiami le sue virtù intorno al cuore per sopportare l'annunzio che fra

poco.... stanotte.... di qui a due ore Betta la lascerà.... la lascerà

per sempre.

— Oh! — con voce roca proruppe Orazio, e cadde in ginocchioni accanto al

letto, stringendo con ambedue le mani la destra della Betta, la quale

con molto sforzo proseguì:

— La mi perdoni, caro signor Orazio, se la lascio così in asso, mentre

più che mai, poveretto, lo vedo bene, ha bisogno di cura.... la colpa

non è mia.... però aveva pregato tanto il Signore che mi permettesse di

starmi per un altro po' di tempo in questo mondo: egli, che legge nei

cuori, sa se lo facessi per me.... a lui non piacque esaudirmi,

pazienza! Basta che ella non se la pigli a male, chè, quanto a me, me la

terrò in benedetta pace. E tu, Marcello, con la tua Isabella raddoppiate

l'assistenza a questo santo vecchio.... ve lo raccomando con tutto il

cuore e con tutta l'anima.... povera me!.... vagello.... o non siete voi

suoi figliuolo e figliuola di amore? Che bisogno avete delle mie

raccomandazioni? Proprio pensieri del Rosso.

Qui tacque, che la commozione le tolse il respiro: dopo alquanti minuti

di sosta riprese:

— Signor Orazio.... Orazio.... senti.... vorrei domandarti una

grazia.... mi scuserai? Ora qui presso a morte.... ti contenti che io ti

baci.... la mano.... il primo e l'ultimo.

Orazio aveva la gola come stretta da una tanaglia; si sforza parlare e

non gli riesce; si leva, e presa con ambedue le mani la faccia della

Betta, la bacia e la ribacia in fronte, su la bocca, e sugli occhi, e

Betta a posta sua lo baciò più volte, fra un bacio e l'altro alternando

i cari nomi di padre, di fratello e di sposo dell'anima. — Di un tratto

a Orazio vennero meno le gambe di sotto, vampe infocate gli turbinarono

dinanzi agli occhi, finchè perduti affatto gli spiriti cadde sul

pavimento a' piedi del letto. Allora Betta bisbigliò:

— Sia ringraziato Dio, che la è andata a finire così! Marcello, aiuta lo

zio, che si è svenuto. La Provvidenza ebbe misericordia di lui, lo tolse

al senso dei mali presenti. Or va'!... non ho più bisogno di nulla...

lasciatemi morire in pace.

Marcello sovvenuto dai famigli trasportava lo zio nella sua camera, nè

lo abbandonò se prima nol vide tornato in sè. Il povero uomo, tostochè

ebbe ripreso gli spiriti, volle ricondursi presso la cara donna, ma gli

mancarono le forze, ond'egli sospirò dal profondo e pianse; poi disse a

Marcello:

— Tu almeno va', figlio mio, ad assisterla fino all'ultimo... ahimè!

Povera Betta?...

Il secolo che muore, vol. I · 第 4 / 18 段