L'uragano minacciava le istituzioni, che si vantano e si appellano

giustizia: le leggi, cresciute peggio della gramigna, male concepite,

pessimamente significate, ti presentano un laberinto, dove la ragione si

smarrisce, e in mezzo a quello il giudice l'aspetta per divorarla: ho

detto giudice non minotauro, perchè questo almeno, ci contano, fosse

mezzo uomo e mezzo belva; mentre nel giudice talora tu cercheresti

inutilmente l'uomo anco con la lanterna di Diogene. Troppo spesso

vediamo il retto senso in mano al giudice prevaricatore e all'avvocato

preso a nolo come la gallina fra i denti della volpe: dei curiali tenuti

per eccellenti coloro che meglio riescono a convertire la ragione in

torto e viceversa: fra tanta stortura di giudizio, fra così immane

depravazione d'intelletto, la corruzione piglia nel garbuglio domicilio

come in casa propria. Il giudice prevaricatore non teme più la

scotennatura, a cui un giorno lo dannò Cambrise, imperciocchè a quale

stravizio d'iniquità non può egli apporre la maschera della buona

coscienza e della dignitosa rettitudine? _Le leggi adesso, come gli

stivali di Teramene, si adattano a tutti i piedi._[8]

[8] Di Teramene parla a lungo Senofonte nel libro II delle

_Storie_: fu capitano di mare, e negoziò la dura pace tra Sparta

e Atene, onde vennero addosso a questa mal capitata città i

trenta tiranni: morì per sentenza iniquissima di Crizia.

Il proverbio greco, che gli stivali di Teramene andavano bene a

tutti i piedi, riferisce Plutarco negl'_Insegnamenti civili_; e

volle per certo significare com'egli in coteste rivolture della

patria costumasse destreggiarsi dando un colpo al cerchio e un

altro alla botte, e non gli valse, chè perse a un punto la vita

e la reputazione, secondochè agli armeggioni ordinariamente

succede. Gli armeggioni poi non mancano mai; _trimmers_ si

chiamarono in Inghilterra; _ventre_ in Francia; ed ora _centri_

in Italia.

Pare dono, ed è giogo, il codice posto in mezzo alla via per ritardare

il cammino della umanità; tutti i termini, se forti, impediscono e si

odiano: se deboli si scavalcano e si disprezzano. Massime poi se come i

nostri non si accordino fra loro nel concetto, e meno ancora nel

significato delle parole che adoperano; quello di procedura poi un museo

di tagliole. E' si sbracciano ad emendarli; il meglio sarebbe metterli

in un bucato d'inchiostro; o darli a rivedere a Vulcano.

Orribile a dirsi! Magistrati preposti alla tutela pubblica seminano i

delitti, li coltivano, e poi ne cavano vantaggio di privato interesse:

il Governo da prima finge ignorare, informato nega; quando non può più

negare attenua, o scusa: il paese, che dovrebbe rimescolarsi, ode, stira

le braccia e sbadiglia; la notizia di coteste infamie è cascata nel

paese come un sasso dentro la mota; ha levato qualche sprazzo, poi

silenzio; ovvero segno unico di vita il consueto gracidare dei ranocchi.

Al magistrato, che piglia nome di difensore della legge, se mai avvenga

che la coscienza dei giudici giurati salvi il collo del prevenuto dalla

corda, pare che tu abbia rubato l'orologio di tasca; mentre un'altra

volta, dove ci trovi il suo conto o il superiore glielo comandi, ed anco

non glielo comandi, ma egli presenta che gli fia accetto, sigillerà il

sepolcro, e negherà e potrà negare _che si scoperchi a raccontare il

delitto_! Anche ai magistrati preme la unità delle leggi, come agli

uomini di Stato piace la unità politica, quindi si studiano estendere la

corda alla universa Italia, e ciò perchè a questo modo costuma presso la

gente egemonica, ed è assurdo pretendere che questa gente dabbene, ormai

usata alla corda, allunghi il passo per mettersi in riga co' popoli più

civili di lei, bensì questi devono dare indietro per aspettarla a

srugginirsi: finchè ciò non avvenga, si feliciti l'Italia anco nella

unità della corda.

La magistratura si loda non per quello ch'è, sibbene per quello che

dovrebbe essere; se vi hanno giudici buoni (e ve ne hanno) non rileva,

perchè travolti dai pessimi istituti. Dicono che le passioni umane

rompono su la soglia del tribunale come onde in frangente; non è vero: i

giudici ogni giorno mettono il capo alla finestra per ispecolare da che

lato il vento spiri. Tutte le passioni entrano in tribunale per la porta

maestra, e ci ha chi spalanca loro le due imposte a un tratto, nè può

fare a meno, imperciocchè i giudici non formino collegio a parte come di

sacerdoti, consacrati unicamente al culto della giustizia; all'opposto

si mescolino nelle lotte della vita politica; parteggino alla scoperta;

nei Parlamenti contendano; come gli altri, e più degli altri, smanino

pel trionfo dei propri interessi. Ora male si pretende dall'uomo qualità

più che umana: sia caldo e freddo ad un punto, appassionato e

tranquillo, e possa da un punto all'altro spogliare un abito morale per

vestirne uno diverso. Tutti sanno come fosse ordinato in Atene che gli

Efori giudicassero al buio, e ciò dopochè Iperide, in dubbio di salvare

Frine incolpata di empietà, ricorse, quale supremo argomento, per

commuovere gli Efori, a stracciarle i panni di dosso, mostrando la

meravigliosa bellezza delle sue forme; ma molti ignorano l'ufficio del

Filacto, magistrato presso i Cumei, il quale consisteva di tener per

mano il re nelle adunanze notturne, finchè i senatori non avessero

sentenziato al buio se da lui bene o male fosse stata amministrata la

giustizia.

La legge nel medesimo tempo permette e punisce il medesimo fatto secondo

le qualità di cui l'opera e la gravità sua; se gravissimo concesso, e

concesso altresì al Governo; nei privati, e se lieve, percosso. Il

Governo, dopo aver tassato il sangue e la fame, impone il balzello anche

alla disperazione: ei si compiace mostrare che dal gioco del lotto

ricavi la entrata più grossa del suo bilancio, deplora il male e lo

provoca, confessa la colpa e la rinnova; ogni altro gioco meno

proditorio pel giocatore perseguita; e al magistrato sembra sul serio

amministrare giustizia da un lato condannando la femmina che allotta

galline, dall'altro lasciando in pace il Governo, il quale trova modo di

risucchiare dalle vene del popolo ottanta e più milioni di lire.

Ma il Governo divora per essere divorato; Polifemo, che dopo avere

mangiato ad uno ad uno i compagni di Ulisse, serve di pasto ai Ciclopi.

Gli usurai nomadi hanno piantato i tabernacoli loro nelle viscere dello

Stato; e quinci mandano le mandrie delle arpie a pascere dintorno:

tuttavia tremano, e spaventati spaventano; al popolo parlano di

disperazione, come se la disperazione del popolo non dovesse mettere in

pensiero loro, piuttostochè questo; e percotono altresì le teste vuote

dei legislatori, le quali ripetono come tamburi: «fallimento». Allora

tutti quelli che stanno uniti al Governo col vincolo del debito si

commovono fieramente per la salute della Patria, ch'essi hanno soccorso

alla ragione del dodici per cento e più; maledicono come nemici della

Patria chi non paga i balzelli vecchi, ovvero si oppone ai nuovi; non

corre tempo di pace adesso; le forze tutte dello Stato importa

convertire in uscieri per dichiarare la guerra dei gravamenti ai

debitori morosi. Avete ragione, tuttavia considerate come per molti

quello che voi chiamate _ricchezza mobile sia miseria stabile_, e come

il meschino guadagno non basti ai primi bisogni della vita. Che rileva

ciò? Rispondono, virtù sono la sobrietà e la temperanza; _digiunino una

volta la settimana, il digiuno viene raccomandato dal Vangelo_,

rincalzano i Giudei. Bene sta, ma allora come il popolo giocherà al

lotto? Anch'esso è necessario per pagare l'interesse del cinque sopra

cartelle comprate al quaranta, ed anco meno per cento. _Digiuni un altro

giorno_, ripicchiano i governatori della Banca Nazionale. Ormai il

debito e il credito hanno partorito una feroce complicità: se guardi

alla intenzione ed agli effetti tu vedrai uscirne le medesime sequele

dei capitali delitti, e tuttavia mentre del processo Stastings si parlò

con orrore per tutta Europa, oggi discorrono di amministrare a cotesta

maniera parecchi Stati con mirabile tranquillità: tutto si connatura,

anco il morbo asiatico. Se io mi fossi trovato nei piedi del Peabody

avrei istituito un premio di dieci milioni di _dollari_ per colui che

trovasse la maniera d'_inoculare la fame_; dormono i grandi ingegni in

Italia? Su, sorga qualcheduno, il quale con questa scoperta faccia

impallidire la gloria dell'Jenner.

Un dì si vedeva una nobilea spennacchiata, che se ne stava in sussiego

come uccello che mudi nella aspettativa di rinnovare le piume, le quali

non si rimettevano mai: pure crogiolandosi nei suoi titoli ella guardava

con occhio obliquo la gente nuova, e i subiti guadagni aveva in

dispregio; Napoleone I, il grande schernitore della razza umana,

promosse a tutt'uomo la miscela del danaro plebeo con la povertà superba

della nobilea; buttò il concio a far rinvenire le terre sterilite, e lo

diceva. I nobili allora allungavano la mano, prendevano e disprezzavano:

adesso non più così; su la sera vennero i nobili a parte delle

baratterie, e ci si misero con l'agonia di cui sente avere tardato

troppo ed ha bisogno di rimettere il tempo perduto; libidine di vergine

trentenne; un giorno i nobili spregiavano gli usurai, ma non gli

odiavano, e avevano ragione; gli usurai odiavano i nobili, ma non gli

spregiavano, e non avevano torto; oggi stanno insieme, e a buon diritto

si disprezzano e si odiano da entrambe lo parti: in turpe gara titoli,

rapina, e servitù.

Le cause di vivere in società sono mutate, o piuttosto diventarono

opposte: in vero, gli uomini si condussero ai civili sodalizi per

sovvenirsi, oggi stanno insieme per divorarsi con maggiore comodità:

parco chiuso di belve dove l'una tira addosso l'altra col ferro poco,

molto co' tradimenti e moltissimo con le frodi.

E la famiglia di cui il nido si compone di casti affetti e di soavi

pensieri come non doveva appassire in mezzo al morbo? Già da tempo le

nozze erano diventate paretaio per chiappare mariti; contratto da prima,

oggi mercato; verun rito religioso vi presiede; nè manco si cerca

qualche vecchio virtuoso la benedirle: difatti sarebbe superfluità; o

che forse nelle fiere dove si vendono e si barattano bestiami si chiama

auspice un Dio? Nei giorni andati nel contratto si poneva la condizione

che la sposa o serbasse, o prendesse il suo galante, e il marito

acconsentiva: oggi si omette il patto, perchè non ce n'è più bisogno: si

appetiscono le nozze per onestare le libidini vecchie, o mantellare le

nuove. Un dì fornivano alle femmine occasioni di non tenere mai i piedi

in casa le pratiche religiose, adesso ferme queste, ci hanno aggiunto il

continuo visitarsi, e la frequenza agli asili, alle scuole e ad altri

luoghi di beneficenza: tutto è in maschera, la tirannide va larvata di

libertà, la lascivia di virtù: spesso la femmina svolta il canto dello

asilo infantile, e sguizza furtiva nel misterioso lupanare dove

l'attende l'adultero della giornata.... della giornata, perchè anco

l'adulterio stampi il suo lunario in capo all'anno e in ogni giorno

metta un santo nuovo. Baci maritali diacci come falde di neve, o se

tepidi, perchè le labbra conservano un po' di ardore col quale le accese

la bocca dell'amante: e nodi sono eglino questi? Sì certo nodi di cui

Tisifone staccandosi un paio di vipere dal capo somministrò il legame.

Già già le nozze forniscono alle spose materia per sperimentare la virtù

dei veleni sopra i mariti. Nè questi meglio di quelle; adulteri anche

essi, e gelosi: mettono le mani nel sangue meno per ispasimo di affetto

tradito, che per rabbia di superbia offesa: la figliuolanza, quantunque

per cause diverse, spaventa l'un genitore e l'altro; la madre vana, che

vede nei figli molesti testimoni della età che avanza, il padre, che ha

da apprestare la dote alle figlie e sostenere le spese della educazione

della famiglia. Oh! quanto volentieri i padri costumerebbero coi figli,

siccome i fanciulli fanno con le bolle di sapone; i quali le spingono

per l'aria soffiando nella cannella, e dopo che hanno vagato alquanto in

balìa del vento le vedono scoppiare ridendo. Però nei demolitori sorse

il tetro proposito di distruggere la famiglia, sfiduciati di poterla

emendare; così taluni selvaggi delle isole dell'Oceano quando pensano

che il padre infermo non possa più riaversi, lo gettano a ritemperarsi

sul fuoco. — Senza Dio, senza patria, senza famiglia, qual mai consorzio

può darsi fra gli uomini? Prima, che ciò avvenga Dio ripieghi il cielo

come un rotolo, sigilli le stelle e spenga il sole, abbandonando la

terra alle tenebre e al freddo.

Ma quando striderà la tempesta qual voce potrà farsi sentire o sarà

ascoltata? Se a taluno arridesse questa speranza io vorrei che con magna

voce gridasse: «Piuttosto che la famiglia distruggete le città, e

seminatene l'area di grano, così vi forniranno messe di spighe, mentre

ora vi producono messe di vizi, o di delitti: uscite dai chiusi, le

città sono prigioni di prigioni, parchi per avere sotto mano le belve;

spargetevi pei campi. La terra vi generò, la terra vi alimenta, la terra

vi dà nel suo grembo riposo; madre sempre la terra; al cielo levate le

preghiere, alla terra chiedete soccorso: vi è pane per tutti. Se la

immensa pecunia sparnazzata dai re per comperare la ignominia o

l'angoscia dei popoli fosse stata spesa in opere utili alla umanità,

quanta miseria e quanti delitti sarebbero stati risparmiati! — Poche

idee, ma sicure con le quali possiate solcare le menti dei mortali come

col vomere la terra, o vi redimeranno, od altra industria nol potrà: ma

intanto la presente società bisogna che muoia: Dio non vuole, e gli

uomini non possono sanarla: che resta dunque a noi altri? Accogliere

speranze e formare voti pei futuri destini dei nostri nipoti,

imperciocchè se questi voti e queste speranze non gioveranno, male

certamente non ne potranno fare; e poi bene auspicando e bene sperando

si acquieta l'amarezza, che sorprende l'animo nostro alla contemplazione

dei mali presenti, e meglio ancora ci disponiamo a morire con la

maggiore pace possibile.»

CAPITOLO I.

L'ANTIVIGILIA DI NATALE.

— Oh! che lo invito glielo abbia a mandare?

— Fa' quello che il cuore ti detta; io per me non glielo manderei...

Era ormai un quarto d'ora e più che Orazio e Marcello se ne stavano

seduti avanti al fuoco, senza alternarsi parola, ed i ragionamenti loro,

prima che tacessero, non avevano avuto nemmanco alla lontana relazione

di sorta a cotesta domanda e nè a cotesta risposta; non pertanto

s'intesero perfettamente.

Ora come avviene ciò? Decifrarlo è difficile, ma io credo che nel modo

stesso col quale i corpi si mettono in corrispondenza fra loro per virtù

di correnti elettriche, o di fluidi animali, così gli spiriti si

compenetrino, mercè un'aura di pensiero, che muove da una parte e

dall'altra. Basta; comunque la cosa accada, non si potrebbe negare come

due creature s'intendano, e conversino insieme senza significare con

parole gli interni concetti.

Difatti le menti di Orazio e di Marcello stavano in quel momento

appuntate in Omobono Compagni, padre d'Isabella, il quale, secondo il

presagio che un dì si ebbe a fare Orazio, era riuscito alla prova

cattivo a farina e peggio a pane.

Sarebbe spietà e travaglio pretto dell'anima chiarire come le subitanee

conversioni dei tristi occorrano tanto frequenti nei desiderii e nelle

immaginazioni degli scrittori, quanto rade nel mondo reale: non impugno

qualche caso di convertito sul serio: _avis rara_, ma però tanto

straordinario, tanto pericoloso, tanto incerto, che di tratto in tratto

parmi lecito domandare a sè stesso, se la carne valga il giunco.

Poniamo da parte se l'uomo obbedisca a propensioni naturali; io credo di

sì; certo è poi che un abito morale formato da diuturne meditazioni, da

propositi continui e da pratiche giornaliere talmente ti si converte in

natura, che tu non potrai spogliarlo senza che ne venga via anche il

pezzo.

Cedendo all'impeto di una spinta violenta, il cuore dell'uomo al pari

dell'ago calamitato devia dal suo polo, ma poi e cuore ed ago lasciati a

sè stessi tornano oscillando al punto dove la necessità li costringe;

tanto più il cuore, in quanto gli fanno forza molte e diverse passioni

incrostate, per così dire, nello essere suo; però che ora ceda alla

vendetta, ed ora alla cupidità, talvolta alla vanità, tal'altra alla

superbia, e così via, le quali passioni tutte spesso procedono nel

medesimo individuo non già alla spicciolata, bensì congiuntamente.

Così Omobono, nato falco e vissuto sparviere, entrando nel cammino della

onestà parve un pulcino dentro la stoppa; sopportava fatica da sudare

acqua e sangue; a mantenersi saldo sulla via del galantuomo sentiva

proprio dolore quanto e più ne pativa l'uomo condotto a sostenere il

giudizio di Dio delle braccia aperte in croce, finchè durava la messa.

Nella insolita scalmana di affetto verso la figlia e il nipote, che mai

non disse e non fece Omobono! Donò ad Isabella tante gioie pel valsente

di oltre trentamila lire; volle costituirle la dote di ben oltre

quattrocentomila; il neonato, ben intesi, doveva esser suo, propriamente

suo, e però erede di quanto egli si trovava a possedere nel mondo.

Lasciasse, per amore di Dio, Marcello quei suoi tisicuzzi negozi, dove

assottigliandosi anima e corpo avrebbe raggranellato una dozzina di mila

franchi per anno: pensiero suo sarebbe stato di avviarlo per modo che,

senza un suo risico, dodicimila lire le avrebbe guadagnate in un bacchio

baleno: si lasciasse fare!

E troppo tempo non corse, ch'egli s'industriò con ogni maniera di

astuzie riagguantare le gioie donate ad Isabella, la quale, tuttochè

buona femmina fosse, pure era femmina, e però a pigliare generosa, a

rendere parca, massime quando si trattava di gioie: la dote Omobono non

pagò mai; l'aveva promessa e basta; il figlioccio gli passò per la mente

con la frequenza con la quale gli ci veniva Attila re degli Unni; e

quanto allo allogamento del genero Marcello, lo tolse appunto ai suoi

modesti traffici, gli aperse la Banca, dove sul principio non fece

penuriare capitali, chè in breve rimasero assorbiti da un giro vorticoso

di cambiali del suocero; e poi, il male pigliando vizio, incominciò a

tempestare Marcello con uno uragano di tratte a vuoto, sicchè Orazio ne

rimase spaventato per modo che, ristrettosi con Marcello, deliberarono

insieme di cavarsi fuori da cotesto pelago, e lo fecero con infinita

querimonia di Omobono, che liquidati i conti, essendo rimasto debitore,

mise in campo un sacco di ganci, da sgomentare ogni fedele cristiano,

per non pagare il saldo, onde per la meno trista fu mestieri lasciare

parecchi bioccoli di lana in cotesta siepe. Pertanto il civanzo che fece

Marcello col suocero magnifico fu questo, perdita del suo antico

avviamento e scapita di non poca moneta; e tuttavia Omobono non rifiniva

di lamentarsi che quel suo genero gli costava un occhio.

Allora scappò la pazienza ad Orazio, il quale prese a far cosa a cui

avrebbe dovuto pensare prima; chè del senno del poi ne vanno piene le

fosse: mise sopra al suo trespolo Omobono, raccolse prudentemente quante

maggiori notizie sul conto suo potè e incominciò a studiarlo per di

dentro e per di fuori. Lo seppe di progenie malnata e indigente e

feroce. Uscì di casa come una fusta di pirati una volta sferrava da

Algeri per corseggiare sul Mediterraneo: suo viatico questo, paura del

diavolo poca, del codice penale nessuna, odio immortale alla miseria;

però nei primordi facendo di ogni erba fascio, qualche penna in mano ai

giudici correzionali l'ebbe a lasciare. Essendosi in lui imbattuta per

caso la sfrontatezza cadde in deliquio sospirando: «Ahimè, il mio

padrone è nato!»

Strano a dirsi, e pure vero, veruno più di lui credeva alle proprie

menzogne: di parola osservata non si discorre nemmanco; dei contratti

eseguiva quelli che tornavano a lui; se no litigava; i giuramenti falsi

si tirava giù come ciliege in guazzo: fu marito senza affetto, fece un

affare, donde cavò facoltà da costituirsi sgozzino: le arti dello

strangolatore apprese tutte ed altre ce ne aggiunse di suo, e così bene

l'esercitò, che quasi persuase il tapino, da lui spogliato in camicia,

di averlo rivestito da capo a piedi; e come fu marito senza affetto,

così diventò padre con paura, che nell'unica figlia altro non vide che

una nuova Eva venuta al mondo per portargli via una costola; vano, non

ambizioso, imperciocchè non si proponesse scopo alcuno nel procurarsi

dovizie, però che, più di essere, gli premeva comparire straricco; e se

avesse potuto avrebbe istituito erede sè medesimo: ambì reputazione di

Mecenate, e comperati quadri a tanto il metro li sciorinava battezzando

il più tristo almeno un Raffaello: uccellato, da principio non se ne

accorse, poi conosciuta la ragia relegò le tele in soffitta e vendè le

cornici. Ostentava lusso e penuriava del necessario: stoffe di seta e

luminare di bronzo dorato in sala, in camera lenzuola di tela canapina e

un candeliere di ottone; nella scuderia cocchiere con livrea e mozzi di

stalla, in casa un servitore unto e bisunto da disgradarne Guccio

Imbratta di sudicia memoria, al quale per giunta egli truffava il danaro

del salario, dandogli ad intendere che glielo faceva fruttare venti per

uno mettendolo a parte dei suoi negozi, e costui lo credeva, perchè cosa

mai non crede la ignorante cupidità? Se temeva che qualche cittadino

informato di talune delle sue marachelle potesse sbottonare di lui,

eccolo pronto a soffiare nelle orecchie di quanti gli si paravano

davanti una procella di calunnie a carico di quel galantuomo, di cui la

minore o l'uxoricidio, o aver lasciato morir di fame il padre, o

truffato la eredità al fratello: dove, per ventura, lì per lì si fosse

presentato il trafitto dai suoi improperi, ecco farglisi incontro

festoso, blandirlo con parole umili, ricercarlo con premura della sua

salute, dei figli, del padre morto, della moglie strangolata e via

discorrendo. Costui partitosi, se l'altro, col quale aveva messo male

del festeggiato, gli domandava: — Per caso non sarebbe egli il parricida

di cui testè mi favellaste? — Egli ghignando, con una crollatina di

spalle rispondeva: — Appunto è quel desso. — Tetra impostura forse non

mai più vista al mondo. La onestà degli altri si recava a insulto, anzi

credeva che taluno si mantenesse uomo dabbene proprio per fargli

dispetto: il suono della lode per la virtù altrui gli giungeva grato

all'orecchio quanto quello della sega quando la limano; e si racconta

come certa volta essendogli caduto il portafoglio di tasca con di molti

biglietti di banca, un popolano avendolo trovato per via glielo

riportasse; di che rimase inferocito, onde cavatosi uno scudo di tasca

lo porse al popolano, e guardatolo a straccia sacco gli disse: «Va':

comprati tanta fune ed impiccati: il far da galantuomo costa caro.»

Quando morì la sua povera moglie, avendo trovato vero il proverbio, che

nella vita matrimoniale il marito gode due giorni di contentezza

massima, quello cioè delle nozze e l'altro dei funerali della moglie,

volle metterli a confronto, e calcolare quale dei due costasse meno:

fatti i debiti riscontri, trovò che nel secondo aveva risparmiato sul

primo settantatrè e un quarto per cento. Procurò altresì che sopra la

lapide, che le pose con lunga diceria, si dichiarassero le virtù della

morta e quelle di lui vivo, e il pianto inconsolabile e lo affetto

imperituro, con tutte le altre ciurmerie, le quali generarono il

proverbio: «Bugiardo come una lapide.» Tuttavia volendo mettere

d'accordo l'epitaffio lungo e la spesa, ci adoperò una lastra sottile di

marmo ravaccione di Serravezza, spendendoci in tutto lire _novantatrè_,

e non so che soldi.

Il secolo che muore, vol. I · 第 3 / 18 段