giustizia: le leggi, cresciute peggio della gramigna, male concepite,
pessimamente significate, ti presentano un laberinto, dove la ragione si
smarrisce, e in mezzo a quello il giudice l'aspetta per divorarla: ho
detto giudice non minotauro, perchè questo almeno, ci contano, fosse
mezzo uomo e mezzo belva; mentre nel giudice talora tu cercheresti
inutilmente l'uomo anco con la lanterna di Diogene. Troppo spesso
vediamo il retto senso in mano al giudice prevaricatore e all'avvocato
preso a nolo come la gallina fra i denti della volpe: dei curiali tenuti
per eccellenti coloro che meglio riescono a convertire la ragione in
torto e viceversa: fra tanta stortura di giudizio, fra così immane
depravazione d'intelletto, la corruzione piglia nel garbuglio domicilio
come in casa propria. Il giudice prevaricatore non teme più la
scotennatura, a cui un giorno lo dannò Cambrise, imperciocchè a quale
stravizio d'iniquità non può egli apporre la maschera della buona
coscienza e della dignitosa rettitudine? _Le leggi adesso, come gli
stivali di Teramene, si adattano a tutti i piedi._[8]
[8] Di Teramene parla a lungo Senofonte nel libro II delle
_Storie_: fu capitano di mare, e negoziò la dura pace tra Sparta
e Atene, onde vennero addosso a questa mal capitata città i
trenta tiranni: morì per sentenza iniquissima di Crizia.
Il proverbio greco, che gli stivali di Teramene andavano bene a
tutti i piedi, riferisce Plutarco negl'_Insegnamenti civili_; e
volle per certo significare com'egli in coteste rivolture della
patria costumasse destreggiarsi dando un colpo al cerchio e un
altro alla botte, e non gli valse, chè perse a un punto la vita
e la reputazione, secondochè agli armeggioni ordinariamente
succede. Gli armeggioni poi non mancano mai; _trimmers_ si
chiamarono in Inghilterra; _ventre_ in Francia; ed ora _centri_
in Italia.
Pare dono, ed è giogo, il codice posto in mezzo alla via per ritardare
il cammino della umanità; tutti i termini, se forti, impediscono e si
odiano: se deboli si scavalcano e si disprezzano. Massime poi se come i
nostri non si accordino fra loro nel concetto, e meno ancora nel
significato delle parole che adoperano; quello di procedura poi un museo
di tagliole. E' si sbracciano ad emendarli; il meglio sarebbe metterli
in un bucato d'inchiostro; o darli a rivedere a Vulcano.
Orribile a dirsi! Magistrati preposti alla tutela pubblica seminano i
delitti, li coltivano, e poi ne cavano vantaggio di privato interesse:
il Governo da prima finge ignorare, informato nega; quando non può più
negare attenua, o scusa: il paese, che dovrebbe rimescolarsi, ode, stira
le braccia e sbadiglia; la notizia di coteste infamie è cascata nel
paese come un sasso dentro la mota; ha levato qualche sprazzo, poi
silenzio; ovvero segno unico di vita il consueto gracidare dei ranocchi.
Al magistrato, che piglia nome di difensore della legge, se mai avvenga
che la coscienza dei giudici giurati salvi il collo del prevenuto dalla
corda, pare che tu abbia rubato l'orologio di tasca; mentre un'altra
volta, dove ci trovi il suo conto o il superiore glielo comandi, ed anco
non glielo comandi, ma egli presenta che gli fia accetto, sigillerà il
sepolcro, e negherà e potrà negare _che si scoperchi a raccontare il
delitto_! Anche ai magistrati preme la unità delle leggi, come agli
uomini di Stato piace la unità politica, quindi si studiano estendere la
corda alla universa Italia, e ciò perchè a questo modo costuma presso la
gente egemonica, ed è assurdo pretendere che questa gente dabbene, ormai
usata alla corda, allunghi il passo per mettersi in riga co' popoli più
civili di lei, bensì questi devono dare indietro per aspettarla a
srugginirsi: finchè ciò non avvenga, si feliciti l'Italia anco nella
unità della corda.
La magistratura si loda non per quello ch'è, sibbene per quello che
dovrebbe essere; se vi hanno giudici buoni (e ve ne hanno) non rileva,
perchè travolti dai pessimi istituti. Dicono che le passioni umane
rompono su la soglia del tribunale come onde in frangente; non è vero: i
giudici ogni giorno mettono il capo alla finestra per ispecolare da che
lato il vento spiri. Tutte le passioni entrano in tribunale per la porta
maestra, e ci ha chi spalanca loro le due imposte a un tratto, nè può
fare a meno, imperciocchè i giudici non formino collegio a parte come di
sacerdoti, consacrati unicamente al culto della giustizia; all'opposto
si mescolino nelle lotte della vita politica; parteggino alla scoperta;
nei Parlamenti contendano; come gli altri, e più degli altri, smanino
pel trionfo dei propri interessi. Ora male si pretende dall'uomo qualità
più che umana: sia caldo e freddo ad un punto, appassionato e
tranquillo, e possa da un punto all'altro spogliare un abito morale per
vestirne uno diverso. Tutti sanno come fosse ordinato in Atene che gli
Efori giudicassero al buio, e ciò dopochè Iperide, in dubbio di salvare
Frine incolpata di empietà, ricorse, quale supremo argomento, per
commuovere gli Efori, a stracciarle i panni di dosso, mostrando la
meravigliosa bellezza delle sue forme; ma molti ignorano l'ufficio del
Filacto, magistrato presso i Cumei, il quale consisteva di tener per
mano il re nelle adunanze notturne, finchè i senatori non avessero
sentenziato al buio se da lui bene o male fosse stata amministrata la
giustizia.
La legge nel medesimo tempo permette e punisce il medesimo fatto secondo
le qualità di cui l'opera e la gravità sua; se gravissimo concesso, e
concesso altresì al Governo; nei privati, e se lieve, percosso. Il
Governo, dopo aver tassato il sangue e la fame, impone il balzello anche
alla disperazione: ei si compiace mostrare che dal gioco del lotto
ricavi la entrata più grossa del suo bilancio, deplora il male e lo
provoca, confessa la colpa e la rinnova; ogni altro gioco meno
proditorio pel giocatore perseguita; e al magistrato sembra sul serio
amministrare giustizia da un lato condannando la femmina che allotta
galline, dall'altro lasciando in pace il Governo, il quale trova modo di
risucchiare dalle vene del popolo ottanta e più milioni di lire.
Ma il Governo divora per essere divorato; Polifemo, che dopo avere
mangiato ad uno ad uno i compagni di Ulisse, serve di pasto ai Ciclopi.
Gli usurai nomadi hanno piantato i tabernacoli loro nelle viscere dello
Stato; e quinci mandano le mandrie delle arpie a pascere dintorno:
tuttavia tremano, e spaventati spaventano; al popolo parlano di
disperazione, come se la disperazione del popolo non dovesse mettere in
pensiero loro, piuttostochè questo; e percotono altresì le teste vuote
dei legislatori, le quali ripetono come tamburi: «fallimento». Allora
tutti quelli che stanno uniti al Governo col vincolo del debito si
commovono fieramente per la salute della Patria, ch'essi hanno soccorso
alla ragione del dodici per cento e più; maledicono come nemici della
Patria chi non paga i balzelli vecchi, ovvero si oppone ai nuovi; non
corre tempo di pace adesso; le forze tutte dello Stato importa
convertire in uscieri per dichiarare la guerra dei gravamenti ai
debitori morosi. Avete ragione, tuttavia considerate come per molti
quello che voi chiamate _ricchezza mobile sia miseria stabile_, e come
il meschino guadagno non basti ai primi bisogni della vita. Che rileva
ciò? Rispondono, virtù sono la sobrietà e la temperanza; _digiunino una
volta la settimana, il digiuno viene raccomandato dal Vangelo_,
rincalzano i Giudei. Bene sta, ma allora come il popolo giocherà al
lotto? Anch'esso è necessario per pagare l'interesse del cinque sopra
cartelle comprate al quaranta, ed anco meno per cento. _Digiuni un altro
giorno_, ripicchiano i governatori della Banca Nazionale. Ormai il
debito e il credito hanno partorito una feroce complicità: se guardi
alla intenzione ed agli effetti tu vedrai uscirne le medesime sequele
dei capitali delitti, e tuttavia mentre del processo Stastings si parlò
con orrore per tutta Europa, oggi discorrono di amministrare a cotesta
maniera parecchi Stati con mirabile tranquillità: tutto si connatura,
anco il morbo asiatico. Se io mi fossi trovato nei piedi del Peabody
avrei istituito un premio di dieci milioni di _dollari_ per colui che
trovasse la maniera d'_inoculare la fame_; dormono i grandi ingegni in
Italia? Su, sorga qualcheduno, il quale con questa scoperta faccia
impallidire la gloria dell'Jenner.
Un dì si vedeva una nobilea spennacchiata, che se ne stava in sussiego
come uccello che mudi nella aspettativa di rinnovare le piume, le quali
non si rimettevano mai: pure crogiolandosi nei suoi titoli ella guardava
con occhio obliquo la gente nuova, e i subiti guadagni aveva in
dispregio; Napoleone I, il grande schernitore della razza umana,
promosse a tutt'uomo la miscela del danaro plebeo con la povertà superba
della nobilea; buttò il concio a far rinvenire le terre sterilite, e lo
diceva. I nobili allora allungavano la mano, prendevano e disprezzavano:
adesso non più così; su la sera vennero i nobili a parte delle
baratterie, e ci si misero con l'agonia di cui sente avere tardato
troppo ed ha bisogno di rimettere il tempo perduto; libidine di vergine
trentenne; un giorno i nobili spregiavano gli usurai, ma non gli
odiavano, e avevano ragione; gli usurai odiavano i nobili, ma non gli
spregiavano, e non avevano torto; oggi stanno insieme, e a buon diritto
si disprezzano e si odiano da entrambe lo parti: in turpe gara titoli,
rapina, e servitù.
Le cause di vivere in società sono mutate, o piuttosto diventarono
opposte: in vero, gli uomini si condussero ai civili sodalizi per
sovvenirsi, oggi stanno insieme per divorarsi con maggiore comodità:
parco chiuso di belve dove l'una tira addosso l'altra col ferro poco,
molto co' tradimenti e moltissimo con le frodi.
E la famiglia di cui il nido si compone di casti affetti e di soavi
pensieri come non doveva appassire in mezzo al morbo? Già da tempo le
nozze erano diventate paretaio per chiappare mariti; contratto da prima,
oggi mercato; verun rito religioso vi presiede; nè manco si cerca
qualche vecchio virtuoso la benedirle: difatti sarebbe superfluità; o
che forse nelle fiere dove si vendono e si barattano bestiami si chiama
auspice un Dio? Nei giorni andati nel contratto si poneva la condizione
che la sposa o serbasse, o prendesse il suo galante, e il marito
acconsentiva: oggi si omette il patto, perchè non ce n'è più bisogno: si
appetiscono le nozze per onestare le libidini vecchie, o mantellare le
nuove. Un dì fornivano alle femmine occasioni di non tenere mai i piedi
in casa le pratiche religiose, adesso ferme queste, ci hanno aggiunto il
continuo visitarsi, e la frequenza agli asili, alle scuole e ad altri
luoghi di beneficenza: tutto è in maschera, la tirannide va larvata di
libertà, la lascivia di virtù: spesso la femmina svolta il canto dello
asilo infantile, e sguizza furtiva nel misterioso lupanare dove
l'attende l'adultero della giornata.... della giornata, perchè anco
l'adulterio stampi il suo lunario in capo all'anno e in ogni giorno
metta un santo nuovo. Baci maritali diacci come falde di neve, o se
tepidi, perchè le labbra conservano un po' di ardore col quale le accese
la bocca dell'amante: e nodi sono eglino questi? Sì certo nodi di cui
Tisifone staccandosi un paio di vipere dal capo somministrò il legame.
Già già le nozze forniscono alle spose materia per sperimentare la virtù
dei veleni sopra i mariti. Nè questi meglio di quelle; adulteri anche
essi, e gelosi: mettono le mani nel sangue meno per ispasimo di affetto
tradito, che per rabbia di superbia offesa: la figliuolanza, quantunque
per cause diverse, spaventa l'un genitore e l'altro; la madre vana, che
vede nei figli molesti testimoni della età che avanza, il padre, che ha
da apprestare la dote alle figlie e sostenere le spese della educazione
della famiglia. Oh! quanto volentieri i padri costumerebbero coi figli,
siccome i fanciulli fanno con le bolle di sapone; i quali le spingono
per l'aria soffiando nella cannella, e dopo che hanno vagato alquanto in
balìa del vento le vedono scoppiare ridendo. Però nei demolitori sorse
il tetro proposito di distruggere la famiglia, sfiduciati di poterla
emendare; così taluni selvaggi delle isole dell'Oceano quando pensano
che il padre infermo non possa più riaversi, lo gettano a ritemperarsi
sul fuoco. — Senza Dio, senza patria, senza famiglia, qual mai consorzio
può darsi fra gli uomini? Prima, che ciò avvenga Dio ripieghi il cielo
come un rotolo, sigilli le stelle e spenga il sole, abbandonando la
terra alle tenebre e al freddo.
Ma quando striderà la tempesta qual voce potrà farsi sentire o sarà
ascoltata? Se a taluno arridesse questa speranza io vorrei che con magna
voce gridasse: «Piuttosto che la famiglia distruggete le città, e
seminatene l'area di grano, così vi forniranno messe di spighe, mentre
ora vi producono messe di vizi, o di delitti: uscite dai chiusi, le
città sono prigioni di prigioni, parchi per avere sotto mano le belve;
spargetevi pei campi. La terra vi generò, la terra vi alimenta, la terra
vi dà nel suo grembo riposo; madre sempre la terra; al cielo levate le
preghiere, alla terra chiedete soccorso: vi è pane per tutti. Se la
immensa pecunia sparnazzata dai re per comperare la ignominia o
l'angoscia dei popoli fosse stata spesa in opere utili alla umanità,
quanta miseria e quanti delitti sarebbero stati risparmiati! — Poche
idee, ma sicure con le quali possiate solcare le menti dei mortali come
col vomere la terra, o vi redimeranno, od altra industria nol potrà: ma
intanto la presente società bisogna che muoia: Dio non vuole, e gli
uomini non possono sanarla: che resta dunque a noi altri? Accogliere
speranze e formare voti pei futuri destini dei nostri nipoti,
imperciocchè se questi voti e queste speranze non gioveranno, male
certamente non ne potranno fare; e poi bene auspicando e bene sperando
si acquieta l'amarezza, che sorprende l'animo nostro alla contemplazione
dei mali presenti, e meglio ancora ci disponiamo a morire con la
maggiore pace possibile.»
CAPITOLO I.
L'ANTIVIGILIA DI NATALE.
— Oh! che lo invito glielo abbia a mandare?
— Fa' quello che il cuore ti detta; io per me non glielo manderei...
Era ormai un quarto d'ora e più che Orazio e Marcello se ne stavano
seduti avanti al fuoco, senza alternarsi parola, ed i ragionamenti loro,
prima che tacessero, non avevano avuto nemmanco alla lontana relazione
di sorta a cotesta domanda e nè a cotesta risposta; non pertanto
s'intesero perfettamente.
Ora come avviene ciò? Decifrarlo è difficile, ma io credo che nel modo
stesso col quale i corpi si mettono in corrispondenza fra loro per virtù
di correnti elettriche, o di fluidi animali, così gli spiriti si
compenetrino, mercè un'aura di pensiero, che muove da una parte e
dall'altra. Basta; comunque la cosa accada, non si potrebbe negare come
due creature s'intendano, e conversino insieme senza significare con
parole gli interni concetti.
Difatti le menti di Orazio e di Marcello stavano in quel momento
appuntate in Omobono Compagni, padre d'Isabella, il quale, secondo il
presagio che un dì si ebbe a fare Orazio, era riuscito alla prova
cattivo a farina e peggio a pane.
Sarebbe spietà e travaglio pretto dell'anima chiarire come le subitanee
conversioni dei tristi occorrano tanto frequenti nei desiderii e nelle
immaginazioni degli scrittori, quanto rade nel mondo reale: non impugno
qualche caso di convertito sul serio: _avis rara_, ma però tanto
straordinario, tanto pericoloso, tanto incerto, che di tratto in tratto
parmi lecito domandare a sè stesso, se la carne valga il giunco.
Poniamo da parte se l'uomo obbedisca a propensioni naturali; io credo di
sì; certo è poi che un abito morale formato da diuturne meditazioni, da
propositi continui e da pratiche giornaliere talmente ti si converte in
natura, che tu non potrai spogliarlo senza che ne venga via anche il
pezzo.
Cedendo all'impeto di una spinta violenta, il cuore dell'uomo al pari
dell'ago calamitato devia dal suo polo, ma poi e cuore ed ago lasciati a
sè stessi tornano oscillando al punto dove la necessità li costringe;
tanto più il cuore, in quanto gli fanno forza molte e diverse passioni
incrostate, per così dire, nello essere suo; però che ora ceda alla
vendetta, ed ora alla cupidità, talvolta alla vanità, tal'altra alla
superbia, e così via, le quali passioni tutte spesso procedono nel
medesimo individuo non già alla spicciolata, bensì congiuntamente.
Così Omobono, nato falco e vissuto sparviere, entrando nel cammino della
onestà parve un pulcino dentro la stoppa; sopportava fatica da sudare
acqua e sangue; a mantenersi saldo sulla via del galantuomo sentiva
proprio dolore quanto e più ne pativa l'uomo condotto a sostenere il
giudizio di Dio delle braccia aperte in croce, finchè durava la messa.
Nella insolita scalmana di affetto verso la figlia e il nipote, che mai
non disse e non fece Omobono! Donò ad Isabella tante gioie pel valsente
di oltre trentamila lire; volle costituirle la dote di ben oltre
quattrocentomila; il neonato, ben intesi, doveva esser suo, propriamente
suo, e però erede di quanto egli si trovava a possedere nel mondo.
Lasciasse, per amore di Dio, Marcello quei suoi tisicuzzi negozi, dove
assottigliandosi anima e corpo avrebbe raggranellato una dozzina di mila
franchi per anno: pensiero suo sarebbe stato di avviarlo per modo che,
senza un suo risico, dodicimila lire le avrebbe guadagnate in un bacchio
baleno: si lasciasse fare!
E troppo tempo non corse, ch'egli s'industriò con ogni maniera di
astuzie riagguantare le gioie donate ad Isabella, la quale, tuttochè
buona femmina fosse, pure era femmina, e però a pigliare generosa, a
rendere parca, massime quando si trattava di gioie: la dote Omobono non
pagò mai; l'aveva promessa e basta; il figlioccio gli passò per la mente
con la frequenza con la quale gli ci veniva Attila re degli Unni; e
quanto allo allogamento del genero Marcello, lo tolse appunto ai suoi
modesti traffici, gli aperse la Banca, dove sul principio non fece
penuriare capitali, chè in breve rimasero assorbiti da un giro vorticoso
di cambiali del suocero; e poi, il male pigliando vizio, incominciò a
tempestare Marcello con uno uragano di tratte a vuoto, sicchè Orazio ne
rimase spaventato per modo che, ristrettosi con Marcello, deliberarono
insieme di cavarsi fuori da cotesto pelago, e lo fecero con infinita
querimonia di Omobono, che liquidati i conti, essendo rimasto debitore,
mise in campo un sacco di ganci, da sgomentare ogni fedele cristiano,
per non pagare il saldo, onde per la meno trista fu mestieri lasciare
parecchi bioccoli di lana in cotesta siepe. Pertanto il civanzo che fece
Marcello col suocero magnifico fu questo, perdita del suo antico
avviamento e scapita di non poca moneta; e tuttavia Omobono non rifiniva
di lamentarsi che quel suo genero gli costava un occhio.
Allora scappò la pazienza ad Orazio, il quale prese a far cosa a cui
avrebbe dovuto pensare prima; chè del senno del poi ne vanno piene le
fosse: mise sopra al suo trespolo Omobono, raccolse prudentemente quante
maggiori notizie sul conto suo potè e incominciò a studiarlo per di
dentro e per di fuori. Lo seppe di progenie malnata e indigente e
feroce. Uscì di casa come una fusta di pirati una volta sferrava da
Algeri per corseggiare sul Mediterraneo: suo viatico questo, paura del
diavolo poca, del codice penale nessuna, odio immortale alla miseria;
però nei primordi facendo di ogni erba fascio, qualche penna in mano ai
giudici correzionali l'ebbe a lasciare. Essendosi in lui imbattuta per
caso la sfrontatezza cadde in deliquio sospirando: «Ahimè, il mio
padrone è nato!»
Strano a dirsi, e pure vero, veruno più di lui credeva alle proprie
menzogne: di parola osservata non si discorre nemmanco; dei contratti
eseguiva quelli che tornavano a lui; se no litigava; i giuramenti falsi
si tirava giù come ciliege in guazzo: fu marito senza affetto, fece un
affare, donde cavò facoltà da costituirsi sgozzino: le arti dello
strangolatore apprese tutte ed altre ce ne aggiunse di suo, e così bene
l'esercitò, che quasi persuase il tapino, da lui spogliato in camicia,
di averlo rivestito da capo a piedi; e come fu marito senza affetto,
così diventò padre con paura, che nell'unica figlia altro non vide che
una nuova Eva venuta al mondo per portargli via una costola; vano, non
ambizioso, imperciocchè non si proponesse scopo alcuno nel procurarsi
dovizie, però che, più di essere, gli premeva comparire straricco; e se
avesse potuto avrebbe istituito erede sè medesimo: ambì reputazione di
Mecenate, e comperati quadri a tanto il metro li sciorinava battezzando
il più tristo almeno un Raffaello: uccellato, da principio non se ne
accorse, poi conosciuta la ragia relegò le tele in soffitta e vendè le
cornici. Ostentava lusso e penuriava del necessario: stoffe di seta e
luminare di bronzo dorato in sala, in camera lenzuola di tela canapina e
un candeliere di ottone; nella scuderia cocchiere con livrea e mozzi di
stalla, in casa un servitore unto e bisunto da disgradarne Guccio
Imbratta di sudicia memoria, al quale per giunta egli truffava il danaro
del salario, dandogli ad intendere che glielo faceva fruttare venti per
uno mettendolo a parte dei suoi negozi, e costui lo credeva, perchè cosa
mai non crede la ignorante cupidità? Se temeva che qualche cittadino
informato di talune delle sue marachelle potesse sbottonare di lui,
eccolo pronto a soffiare nelle orecchie di quanti gli si paravano
davanti una procella di calunnie a carico di quel galantuomo, di cui la
minore o l'uxoricidio, o aver lasciato morir di fame il padre, o
truffato la eredità al fratello: dove, per ventura, lì per lì si fosse
presentato il trafitto dai suoi improperi, ecco farglisi incontro
festoso, blandirlo con parole umili, ricercarlo con premura della sua
salute, dei figli, del padre morto, della moglie strangolata e via
discorrendo. Costui partitosi, se l'altro, col quale aveva messo male
del festeggiato, gli domandava: — Per caso non sarebbe egli il parricida
di cui testè mi favellaste? — Egli ghignando, con una crollatina di
spalle rispondeva: — Appunto è quel desso. — Tetra impostura forse non
mai più vista al mondo. La onestà degli altri si recava a insulto, anzi
credeva che taluno si mantenesse uomo dabbene proprio per fargli
dispetto: il suono della lode per la virtù altrui gli giungeva grato
all'orecchio quanto quello della sega quando la limano; e si racconta
come certa volta essendogli caduto il portafoglio di tasca con di molti
biglietti di banca, un popolano avendolo trovato per via glielo
riportasse; di che rimase inferocito, onde cavatosi uno scudo di tasca
lo porse al popolano, e guardatolo a straccia sacco gli disse: «Va':
comprati tanta fune ed impiccati: il far da galantuomo costa caro.»
Quando morì la sua povera moglie, avendo trovato vero il proverbio, che
nella vita matrimoniale il marito gode due giorni di contentezza
massima, quello cioè delle nozze e l'altro dei funerali della moglie,
volle metterli a confronto, e calcolare quale dei due costasse meno:
fatti i debiti riscontri, trovò che nel secondo aveva risparmiato sul
primo settantatrè e un quarto per cento. Procurò altresì che sopra la
lapide, che le pose con lunga diceria, si dichiarassero le virtù della
morta e quelle di lui vivo, e il pianto inconsolabile e lo affetto
imperituro, con tutte le altre ciurmerie, le quali generarono il
proverbio: «Bugiardo come una lapide.» Tuttavia volendo mettere
d'accordo l'epitaffio lungo e la spesa, ci adoperò una lastra sottile di
marmo ravaccione di Serravezza, spendendoci in tutto lire _novantatrè_,
e non so che soldi.