che la cospirazione non è il diritto, e che non si deve cospirare quando
la legge dà modo di conseguire il tuo scopo con argomenti civili; per
ultimo conchiudono che chi non consente negli ordini odierni politici ha
da uscire dal Parlamento. — Cospirare bisogna, non fosse altro per
trovarci concordi in ciò, che dobbiamo proseguire sotto pena di
presentare ai popoli lo spettacolo di perpetuo screzio e di
contradizione con iscapito di credito. A voi piace la monarchia
costituzionale, e bene sta che ve ne palesiate sostenitori
ripromettendovi, mercè la sapiente opera vostra, renderla non solo
tollerabile, ma desiderabile; però altri opina che la sia per propria
indole incapace di ammenda; ora è chiaro che voi potreste con sicurezza
discutere dei rimedi per guarirla, ma certo nè apertamente, nè
sicuramente avvisare intorno ai partiti di abolirla: voi trovate il
vostro pro a plasticarvi alla maniera che fate; altri non ce lo trovano:
voi siete contenti, scontentissimi gli altri. Quanto al diritto, vi
rispondono che il consenso dell'universale n'è il fondamento;
concedeteci dunque che noi procuriamo di guadagnarcelo; la forza poi è
il modo con cui si attesta il diritto; però abbiate la pazienza di
lasciarcela raccogliere; vedrete, a cose fatte, non solo plaudirete
dalla platea, ma darete la scalata al palcoscenico per montarci su a
sostenere la vostra parte, fosse pure quella di comparse. Industrie
vecchie e rinnovate sempre: il buono arcadore non porta mai una sola
freccia nel turcasso.
Qui sopra fu scritto voi potreste discutere con sicurezza i rimedi per
emendare la monarchia; però non è certo; e ad ogni modo senza profitto,
imperciocchè ella aborra i vostri beveroni sapendo come essi, comecchè
da voi propinatile senza malizia, la farebbero morire di colica.
Considerate che cosa i monarchi accusino di cospirazione: cospirazioni
sono i consorzi artigiani, le adunanze democratiche, i sodalizi dei tiri
al bersaglio, le compagnie degli esuli, le fraternite per associare alla
fossa i patriotti defunti, i comizi popolari, le scuole promosse dalla
carità di privati cittadini, le banche del popolo, e soprattutto la
stampa; e senza andare tanto per la sottile, alla rinfusa perseguitano
ogni cosa. L'uomo della legge, come l'arciere nella corte dei re di
Persia, sta lì con l'arco teso per frecciare chiunque ardisca sollevare
la testa dal piatto.
E poi chi potrebbe dire che quanto avviene si operi per virtù di
congiura? Ai tempi che corrono ci bisogna davvero molto apparecchio
perchè la gente si trovi d'accordo in qualche impresa? La rivoluzione
rode.... ha roso le viscere della società nostra. Le autorità un dì
conformi, oggi fra loro pugnaci, non generano rivoluzione? L'ordinare e
il disordinare continuo dello esercito, è rivoluzione; rivoluzioni le
tasse eccessive e tuttodì crescenti. Rivoluzione la finanza disastrata
così, che ormai non altro rimedio, eccetto il fallimento, pare che
giovi. Le armi in terra e in mare infelici, le persecuzioni aperte, o
segrete, l'ostinato favore di una setta astiosa, intenta sempre a
deprimere i migliori, la improbità degli ufficiali, le prevaricazioni
dei giudici, la corruttela da per tutto non furono sempre tenuti come il
ventipiovolo delle rivoluzioni?
Gli amici dell'ordine presente di cose gridano: bisogna provvedere, ed
hanno ragione; mandino in esilio la memoria di Custozza e di Lissa: in
prigione il fallimento: alle gemonie la miseria pubblica: mettano in
Campidoglio la monarchia: compiano la unità italiana: procaccino che
cessi la dominazione dei Francesi come cessò quella degli Austriaci[6].
La rivoluzione non è un demone, bensì una necessità. Se fosse un demone,
i fautori interessati del Governo lo avrebbero evocato troppo più che i
suoi avversari; e se fosse comparso vi avrebbe detto come l'ombra di
Samuele a Saulle: «Domani sarete tutti morti.»
[6] La dominazione francese cessò non per virtù nostra, ma per
infelicità altrui, epperò senza veruna sicurezza di libertà
vera. A Roma andammo, ma sarebbe troppo più lo scapito che il
guadagno se ci avessimo a stare ai patti proposti dal Governo.
E noi? Con voi forse, e certo dopo di voi. Di qual morte? Il fato degli
uomini sta chiuso nel pugno di Dio.
Quanto all'atto, alla forza, o al moto materiale non si comprende come
altri lo rinneghi, imperciocchè la forza compaia necessaria onde il
pensiero si traduca in azione. Carica quanto sai un orologio, se tu non
dai impulso al pendolo questo rimarrà fermo in eterno; fa' pure maturare
quanto vuoi il frutto, e' ti sarà mestiere un dì stendere il braccio per
istaccarlo, che se casca da sè lo raccorrai fradicio, se rimanga su
l'albero indozzerà. Certo, chi suona la campana prima che sia venuta
l'ora riceve il battaglio sopra la testa, e tuttavia se non fossero
questi avventurosi saggiatori, chi avvertirebbe i dormenti che l'alba è
nata? Se voleste o poteste dare sicurtà alle monarchie che il popolo non
fosse per menare mai le mani, esse si leverebbero d'attorno i soldati
come il chirurgo ripone la lancétta, quando ha cavato sangue.
Gli Stati si difendono con la milizia così all'esterno come all'interno,
e per la stagione che corre più per di dentro che per di fuori; però
leggendo le storie l'uomo rimane percosso dalla inanità delle difese,
non meno che dalle molteplici ed inopinate vie dalle quali la
rivoluzione prorompe: a modo dei fiumi ella strappa dove te lo aspetti
meno. Ora è un volo dal balcone, come Jezabele; ora un sasso nel capo,
come a papa Lucio; ora un piumaccio sopra la bocca, come a Federico II;
ora un ferro rovente introdotto negl'intestini mercè un corno bucato,
come Eduardo II; ora una mina incendiaria come a Dudleio di Scozia; ora
veleno, come a Leopoldo II di Austria; ora strozzamento, come a Pietro
II di Russia; ora soffocazione a mezza vita, come a Paolo I di Russia;
ora pugnale, come Enrico III ed Enrico IV; ora mannaia, come Carlo I e
Luigi XVI; ora piombo, come a Massimiliano I; ora un colpo di baionetta
nel femore come a Ferdinando di Napoli; ora battaglia cittadina, come a
Carlo X e Luigi Filippo di Francia; e via, e via. Le occasioni infinite;
le più frequenti, le gravose imposte.
E se vuoi andare chiarito come le monarchie non imparino mai nulla, mira
in qual modo in tutta Europa, se togli la Svizzera, si stringano i
popoli nello strettoio, senza pensare al poi: anzi uno, che fu ministro,
e aspira a ridivenirlo, dichiara essere arte di governo mettere su le
spalle al popolo una tassa, subito dopo una seconda, quindi la terza, e
la quarta, imperciocchè non costumando così come ci sarebbe dato
conoscere quanta sia la potenza del portare, che il popolo possiede
comune coll'asino? E dice santamente.
Adesso parrebbe che la rivoluzione si fosse messa per una via senza
dubbio strana, intendo accennare agli scioperi; dove questi si
allargassero tanto da percotere l'odierno ordinamento di cose come
rimediarci? Che pesci pigliare con proletari, i quali dicessero al
capitale: «Noi moriremo di fame, ma tu con noi; cucinati il tuo danaro?»
E' la sarebbe la rivoluzione presagita a Filippo II dal suo giullare di
Corte: «Se tutti quelli, egli diceva, che oggi accennano di sì di un
tratto si mettessero al no, chi sarebbe il più buffone di noi?»
E dopo la distruzione, che mai verrà? Io già l'ho detto, questa è
scienza di auguri: peggio di così non parrebbe, e la cessazione del
presente ci sembra massima parte di bene. Taluni filosofi non hanno
perfino insegnato, che il piacere in questo solo consista, nella
cessazione del dolore? Il genio dei tempi porta la distruzione delle
monarchie, costituzionali o no; anzi le prime più aborrite, come quelle
le quali o per necessità d'instituto, o per voglia di persone hanno
introdotto nello umano consorzio maggior copia di corruttela. Difatti,
vanno ripetendo gli agitatori, le monarchie in generale non contengono
più causa di vivere: le più innocenti e sincere sorsero un dì dal
bisogno di raccogliere le forze della tribù sotto la guida di un
guerriero per la difesa degli assalti altrui, ovvero per assaltare:
adesso questo fine ha da smettere, però che i popoli, fatti bene i
conti, conoscono a prova come nelle guerre, se i vinti rimangono col
capo rotto, anco i vincitori lo riportino incrinato, e lo scambio
pacifico dei prodotti di una terra con quelli di un'altra ti reca a casa
i beni che i popoli desiderano di godere.
La Prussia se ne accorgerà; la monarchia costà si tramuta in impero;
potrebbe darsi che di crisalide diventata farfalla, non si trovasse
costretta a battere le ale da Berlino.
E quantunque i principi, non esclusi i più mansueti, usino assisa
soldatesca (forse per bene imprimerci nella mente che il diritto sta
nella forza), ciò non significa già che tutti sappiano di guerra, e
veramente se cingere spada importasse virtù militare, i Cesari e gli
Scipioni si comprerebbero in mercato mezza lira la serqua. Se consideri
i modi di governare delle monarchie, vedrai come le assolute quasi
sempre, e le costituzionali sempre tracollassero le fortune dei popoli.
Quando nella monarchia assoluta _volere_ e _fare_ scoppiano come due
faville dal medesimo tizzo acceso, ella benefica le genti con la
piacevolezza del fulmine; quando nella costituzionale è costretta ad
accompagnare con la sua la volontà degli altri, ella risucchia ed
addormenta come il vampiro del Ceylan. Fiera necessità quella di
guastare e lasciarsi guastare per vivere: stendere la manca alla
elemosina per atteggiare la destra al comando. Allorchè venne meno la
forza, il principe è costretto ad usare la blandizie; di adulato farsi
adulatore: e se Giove un dì si mostrava pei doni propizio, oggi a sua
posta Giove ha da tenersi co' doni bene edificati gli Dei minori. Si
maravigliano dell'armonia nella quale si accordano Governo
costituzionale e Banche di credito, e sembra strano, imperciocchè
arieggino fra loro come fratello e sorelle. Di qua, di là si traffica,
si cambia e si merca, si sciolgono e stringono affari, si fa faccende,
distinte è vero, ma senza nè anco volerlo, talvolta si avviticchiano
alle gambe della gente dabbene, sicchè dalla Banca sdrucciolano nel
Parlamento e dal Parlamento nella Banca. Presidio dei Governi le Banche,
e poichè le Banche si compongono co' sussidi dei privati, sembra ufficio
di ottimo cittadino sovvenirle, onde sovvengano; nè sa vedersi la
ragione per cui abbia a gridarsi la croce addosso al legislatore, che vi
piglia parte. O che la Banca forse è una di quelle case, donde Pompeo
uscendo di soppiatto sentì dirsi da Catone: «Tu dovevi vergognarti
quando ci entrasti, non ora che n'esci»? Nemici dei legislatori
banchieri tutti coloro cui mancò il potere, o l'arte per essere accolti
nel concilio di cotesti semidei.
Chè se alle monarchie vennero meno le cause di vita, ogni dì crescono le
cause di morte: precipua fra le altre gli eserciti stanziali da loro
meritamente considerati àncora estrema di salvazione; e di quante
miserie essi sieno origine non importa ripetere, chè la è materia trita.
Le bocche non si stancano da predicarla, ma ci hanno orecchie a cui la
voce non basta; per isturarle ci vuole il trapano.[7]
[7] Nel giornale _Gli Stati Uniti_, che si stampa a Ginevra, n.
3, anno III, occorrono notizie che importa propagare. G.
Battista Say nel _Trattato di Economia_ fino dal 1819 scriveva:
«Gl'imprestiti, arme più funesta assai della polvere da cannone
della quale si potranno servire lungo tempo, giusto in virtù
dello abuso che ne fanno... Così facile mezzo offre il credito
pubblico alla dissipazione dei grandi capitali, che molti
pubblicisti sono condotti ad estimarlo perniciosissimo ai
popoli. Il Governo potente per facoltà di pigliare quattrini in
prestito si mescola in tutti gl'interessi politici, sicchè
assumendo imprese gigantesche, le quali mettono capo così alla
gloria come al vituperio, genera sempre lo sfinimento; _egli
combatte le guerre o le fa combattere; egli compra tutto quanto
può comprare, perfino il sangue e la coscienza degli uomini_;
allora l'ambizione, l'orgoglio e la perversità nelle mani loro
raccolgono i capitali, i frutti della industria onesta e della
buona condotta....» Il signor Larroque ha stampato un'opera
intitolata _Della guerra e degli eserciti permanenti_, donde
estraggo questi fatti.
Soldati di terra e di mare, eccettuate guardie nazionali,
milizie, riserve, _landewers_, 5,157,099.
Perdita di somme corrispondenti al guadagno del lavoro di
cotesti uomini L. 3,202,985,500.
Valore improduttivo dei mobili e degl'immobili per uso della
guerra L. 19,535,000,000; interesse su questa somma al 4 per
cento L. 781,100,000. Debiti cagionati dalla guerra L.
68,304,844,187; interessi sopra questa somma L. 2,716,905,529.
Spesa annuale di guerra L. 9,818,853,968, vale a dire che
consuma 19/20 della entrata generale, che somma a L.
10,116,294,065; ed in parecchi Stati le spese di guerra superano
la medesima entrata.
Tolta questa enorme spesa, venduti gl'immobili e parte dei
mobili guerreschi, ecco nel giro di pochi anni estinto il debito
europeo, fondati istituti, industrie promosse, lavoro accertato,
moltiplicate le vie del guadagno, e spenti la ignoranza, la
miseria e il delitto: o diminuiti assai con continua speranza di
meglio, essendo rimosse a tutti questi guai le cause di
esistere. Così si pareggiano i bilanci, le altre le sono
ciurmerie, nè manco credute da cui le propone.
Ai posteri lasceremo eredità di debiti, e perchè mai non
potranno accettarla con benefizio d'inventario? Ma, osserverà
taluno, non tutte le spese riuscirono o disutili, o dannose,
come strade, porti, acquedotti, e via discorrendo: bene sta:
scevreranno le une dalle altre, e mentre pagheranno le seconde,
lasceranno le prime a carico di cui le fece.
Tre o quattro monarchi investiti del diritto di fare la guerra
adesso possono, se li piglia la mattana, spingere 10 milioni di
uomini a sgozzarsi fra loro: — così essendo, vi par egli che
possano durare le monarchie, costituzionali o no, imperciocchè
anco il re costituzionale possieda il diritto di bandire la
guerra?
Pure chi considera pacato non può dare torto alle monarchie, comecchè
temperato: se la volontà degli eletti, ch'esse procurano guadagnare, e
che guadagnano, procacciasse altresì le volontà degli elettori, allora
potrebbero licenziare lo esercito: ma i denti che leva alla democrazia
non può adattare alle sue mascelle; trapiantati non barbicano; ed a
cotesta benedetta democrazia i denti rinascono tanto presto! Dunque
rimane abbondantemente dimostrato come alle monarchie faccia mestieri
tenersi in serbo apostoli di bronzo e confessori di piombo per
ricondurre il gregge (dove mai traviasse) sopra il diritto sentiero.
Le monarchie divorano troppo: sembra che la infermità alla quale vanno
più che alle altre soggette sia la _bulima_: ora mentre da tempi
rimotissimi eroi e semidei si perigliarono tanto laudabilmente a purgare
la terra dai Lestrigoni e dai Ciclopi, come il secolo nostro sopporterà
un uomo che consuma la sostanza di diecimila? Gli antichi predicarono e
il Gioberti confermò essere _i re animali carnivori_.
Occorrono nel mondo instituzioni affatto pari agli archi fabbricati co'
mattoni senza calcina, donde levando un mattone tutto l'arco si
scompagina per tracollare; le monarchie fra queste; finchè si credeva
emanassero da Dio, non ci era da ripetere: correva l'obbligo di
venerarle in tutto e per tutto come articoli di fede; e la fede è la
ragione (lo ha detto il papa anche ieri); ma ai dì nostri, che i
cervelli ricusando ogni imbeccata pretendono ragionare a modo loro,
sembra presunzione, anzi insolenza, che liberi cuori ed intelletti
arguti ti si sottomettano, non perchè tu prevalga per magnanimi sensi, o
per sapere, bensì perchè il caso ti fece nascere da una madre
piuttostochè da un'altra (non ho accennato a padre, per attenermi al
certo). Un giorno sostennero necessaria la eredità del trono per fuggire
le contese sanguinose fra i concorrenti al principato, e fu vero; ma ai
tempi nostri non abbiamo veduto che nei governi popolari la elezione del
magistrato supremo dia luogo a guerre civili.
Oggimai la stemperatezza del vivere si confessa ulcera delle nostre
generazioni: il lusso è il campo dove semina la corruzione e la
servilità raccoglie; un dì bastava all'universale soddisfare ai primi
bisogni della vita e poi alle oneste comodità, le quali e piacciono e
giovano: oggi gli è appunto questo a cui meno si bada, anzi questo si
sagrifica alle apparenze della vanità. Invade le menti dei cittadini il
furore di rovinarsi, come una volta le Baccanti il furore di ubriacarsi;
dal colpevole scialacquio nascono a frotte le fraudi, le morti, i falsi,
le prevaricazioni, i furti, il pudore venduto, le anime a nolo: insomma
la tetra miliare che infradicia il corpo sociale. — Di tanto male non è
ignota la origine; all'opposto palese, e non dissimulata, imperocchè gli
eccitamenti e lo esempio alle sontuosità lo dieno le monarchie alle
quali par debito lo scialacquio per corrispondere alle profusioni
insensate di che gli adulatori le dotarono a danno dei popoli: e queste,
giudicano, prova solenne del vizio della istituzione tornando a
detrimento comune fino quella parte di lei che si presenta sotto forma
di bene. Le monarchie, alla rovescia dei fari, i quali si pongono nei
luoghi eminenti a fine di avvertire i naviganti perchè se ne discostino,
tirano i cittadini a naufragare nello sperpero.
Ma ond'è che le monarchie caddero tanto nello abbominio delle genti? Le
religioni tutte poggiano sopra la fede di un Dio, il quale fu creduto
somministrasse la prima radice alle monarchie, sicchè correva universale
il dettato: un solo Dio, un solo Papa e un solo Imperatore; la Divinità
poi dura eterna, mentre l'eredità ha termine; che cosa la Divinità sia
ignoriamo; definirla è follia, temerarietà questa da lasciarsi ai
sacerdoti; tuttavolta Iddio deve essere meno _una volontà_ che _una
legge_; che se un momento fu _volontà_, di subito si convertì in
_legge_, nè più ora può alterarsi o disfarsi vigilando al suo
adempimento la necessità; e questo forse volle significare la sapienza
antica quando nell'Olimpo pose a piè del trono di Giove il Destino,
dalla cintola in giù nascosto dentro le nuvole, con le mani intrecciate
sopra l'urna dei fati e gli occhi volti in su, quasi per ammonire il
Saturnio di stare a segno. E su questo meditando ogni uomo che abbia
discorso, si condurrà agevolmente a conoscere quanta sterminata
diversità interceda fra la nozione di Dio e la idea del monarca.
La distruzione si proverà di mettere le mani addosso alla religione,
tuttavia s'ella mai arriverà a sceverarne il guasto e il vano, non la
schianterà, però che eterno affatichi i petti mortali il bisogno di
credere; quei dessi, i quali non si rendono capaci del come lo spirito
possa sopravvivere alla materia, si spaventano morire interi, e per la
nostra intelligenza riesca meno arduo alla vista di una fattura supporre
un fattore che immaginare la fattura venuta su a caso e senza legge. Noi
parliamo della religione cattolica, una delle più ree di quante abbiano
contristato la stirpe umana, sebbene tutte le religioni in mano di tutti
i sacerdoti sieno state farina per farne pane ad uso di casa loro; ma
sollevando il piviale del nostro papa e vedendo che roba ci sta sotto,
l'uomo trasecola come lo sopportino popoli civili. Se non era lo
imperatore dei Francesi a quest'ora il Papato era da gran tempo sospeso
al palco di qualche spezieria come un coccodrillo impagliato.
E come i Francesi ci nocquero col volere conservato troppo, così ci
nocquero quando vollero abbattere troppo. Nel secolo passato per
distruggere il prete si rifecero a demolire Cristo. Ora Cristo non si
rovescia, imperciocchè la sua dottrina si allarghi così da potere
abbracciare ampissimo tratto del perfezionamento umano. Allora i preti,
a modo del diavolo, il quale, com'essi ci diedero ad intendere, si
schermisce dagli schizzi dell'acqua benedetta dietro la Croce,
procurarono salvarsi dietro Cristo dalle aspersioni della filosofia.
Intanto non si dimentichi mai che i Francesi, o trascorrendo troppo, o
troppo stornando, fin qui guastarono i fatti nostri ed i loro più che
non giovassero: grande è il debito loro verso la umanità, ma lo
salderanno; così giova sperare, e rammentiamoci eziandio che il prete
romano ha cavato i chiodi dal corpo di Cristo per conficcarli in quello
dell'umanità. Bisogna calare giù dalla croce questa desolata, e porla in
grado di citare il prete di Roma davanti Dio, perchè le renda il suo
Cristo, ch'egli ritiene come una cosa furtiva.
Allora con Cristo il papa renderà durevolmente Roma, dacchè il prete
verun'altra ragione accampa della rapina, eccetto il tempo lungo; ma il
tempo prescrive la pena, non già assolve dalla restituzione. Giova
ripeterlo: come acquistò egli? Per donazione del popolo? Questo non è, e
fosse i padri mancarono di potere per alienare la libertà dei figli. O
forse per mancia dello aiuto prestato al Conquistatore? Violenza non
partorisce diritto, e la facoltà del riscatto dura eterna. Origine
perenne del diritto la volontà del popolo esercitata dentro i suoi
confini naturali; chè se alla volontà si aggiunge la necessità, qual
riparo ci metteranno le parole? È legge di natura che i gravi tendano al
centro; ora quella che spinge gl'Italiani a Roma vuolsi giudicare della
medesima qualità.
Spazzate via le ciurmerie romane, le quali da tanto secolo usurpano il
nome della religione, la dottrina di Cristo consolerà col puro suo
raggio molta parte del genere umano.
Eppure Roma avrebbe potuto la terza volta dominare il mondo. Quando
Attila incedeva alla distruzione di lei, le immagini dei santi Pietro e
Paolo, agitando spade di fiamma, lo respinsero indietro: questa fu
favola, comecchè Raffaello l'abbia immortalata co' suoi dipinti divini,
ma sarebbe stata verità la terza dominazione di Roma sul mondo, se il
Sommo Sacerdote avesse bandito ai popoli: «Le antiche dominazioni
nacquero tutte dalla violenza o dalla frode: egli è mestieri che cessino
tutte. La gente che mi fu tanto lungo tempo soggetta torni in libertà e
si governi a suo arbitrio: riabbia i suoi consoli, e se le talenta
restituisca il suo Senato ed i suoi tribuni: io qui starò norma di
giustizia; dispensatore di lode o di biasimo ai meritevoli, che si
convertiranno in premio, ovvero in pena in questo mondo ed in
quell'altro.»
Simili parole non solo gli avrieno difeso la porta Pia meglio dei suoi
zuavi, ma ei le avrebbe agevolmente potute convertire in leva da
sovvertire qualunque trono fondato sopra la iniquità, per quanto
apparisse potente.
Senonchè Roma tirata in giuso dalle cupidità della terra non ebbe virtù
di volgere gli occhi al cielo ed ispirarsi dall'alto: _adhesit pavimento
anima mea_; l'anima di lei sta attaccata alla melma. Troppo ella
trascorse nella via della perdizione per poter tornare in dietro. Roma
diventò troppo terra, e come terra bisogna che si disfaccia; il suo
divorzio da Cristo è irrevocabile: finchè può, duri come si trova; ogni
moto ne affretterà la fine, fosse pur quello di accostarsi un sorso di
acqua alla bocca riarsa dall'agonia: ove si volga in fuga, ad ogni passo
le cascherà un brandello. Strana coincidenza: Roma imperiale finì con
Augustolo, Roma sacerdotale doveva cessare con Pio IX: però spettava al
sacerdote comportarsi in modo da privare la vecchiezza del conforto, che
non le negano i cuori più duri, la compassione.