F. D. GUERRAZZI
IL SECOLO
CHE
MUORE
VOLUME Iº
ROMA
CASA EDITRICE CARLO VERDESI E C.
Via del Mortaro, 17
1885
PROPRIETÀ LETTERARIA
Roma, Tipografia Nazionale.
ALLA MEMORIA
DI
GIORGIO PALLAVICINI
PREFAZIONE
Trent'anni fa gli editori italiani, i quali avessero saputo che il
Guerrazzi aveva un libro nuovo da pubblicare, avrebbero fatto a gara a
presentargli le loro offerte; e la pubblicazione di quel libro sarebbe
stata un avvenimento. Quand'io penso a ciò, mi pare un sogno che
quest'opera postuma, che è forse letterariamente la migliore, certo una
delle migliori del Guerrazzi, veda la luce soltanto oggi, dopo dodici
anni ch'egli è morto. E sì che nell'ultimo periodo della vita di lui si
parlò molto di questo nuovo romanzo ch'egli stava allora componendo; e
il titolo di esso e ciò che si sapeva o supponeva degli sdegni che
l'autore vi avrebbe sfogati contro le istituzioni, i costumi e gli
uomini del suo tempo, e l'umore sarcastico di lui dovevano naturalmente
accendere la curiosità dei lettori. E la curiosità, almeno per un
momento, fu accesa: ma la pubblicazione che di lì a poco, molto
improvvidamente, e con poco rispetto verso l'autore, s'incominciò a fare
del romanzo a pezzi e bocconi sopra un giornale, bastò subito a
spengerla. Varie le cagioni di ciò; politiche e letterarie; ma cagione,
forse non ultima, anche il modo poco conveniente di quella
pubblicazione, che fu presto troncata.
*
Il Guerrazzi, che tanto contribuì co' suoi scritti a fare l'Italia, si
trovò nel regno d'Italia fra gli spostati e gli scontenti. Certo, a chi
non sa scompagnare dal bene della patria le idee di grandezza, di forza
e di dignità nazionale, non mancarono cagioni di dolore e di sdegno in
quelli anni dal 1859 al '70. Se ne togli i piccoli ma gloriosi fatti
d'arme del 1859 e la mirabile epopea garibaldina nelle provincie del
mezzogiorno, i fasti della nostra unità sono abbastanza dolorosi, e non
tutti molto onorevoli; la cessione di Nizza e Savoia, le battaglie di
Custoza e di Lissa, Aspromonte, Mentana, e la presa di Roma (quando,
abbandonata dai Francesi, non rimanevano a difenderla che i soldati del
Papa). Con tutto ciò chi vorrebbe, piuttosto che averla avuta a questo
patto, rinunciare all'unità della patria? Ma il Guerrazzi vide tutto più
in nero che realmente non fosse, e fu, finchè gli durò la vita, continuo
profeta di sciagure, le quali per fortuna non si avverarono. La miseria
pubblica, il fallimento, il disonore nazionale, la perpetuità della
dominazione francese e del Papa a Roma, erano gli spettri che
assediavano la sua mente, ed erano, per lui, come tutti gli altri
malanni della patria, le conseguenze inevitabili, fatali, del governo
dei moderati.
Prima del 1870, volgendosi ad essi, scriveva nei _prolegomeni_ di questo
libro: «mettete in Campidoglio la monarchia; compite l'unità italiana;
procacciate che cessi la dominazione dei Francesi, come cessò quella
degli Austriaci.» E quando, finito di scrivere il libro, vide la
monarchia italiana portata a Roma e la dominazione francese cessata,
aggiunse in nota: «La dominazione francese cessò non per virtù nostra,
ma per infelicità altrui, epperò senza nessuna sicurezza di libertà
vera. A Roma andammo, ma sarebbe troppo più lo scapito che il guadagno
se ci avessimo a stare ai patti proposti dal Governo.» Si può
scommettere che, se avesse vissuto qualche anno di più, e avesse visto
all'_infame setta dei moderati_, come egli la chiamava, succedere nel
governo gli uomini della sinistra, non avrebbe mutato linguaggio, o
l'avrebbe mutato per poco. Forse avrebbe finito col persuadersi essere
fatale in Italia che il governo duri perpetuo in mano all'_infame
setta_, perchè anche i sinistri, arrivati al governo, diventano, pare,
moderati.
Agl'Italiani, assuefattisi a poco a poco a pagare le tasse e a fare a
meno d'ogni alto ideale di patria, adagiantisi ogni dì più nel pensiero
bassamente utilitario che oramai coll'acquisto di Roma l'Italia, o bene
o male, era fatta, e che quindi agl'Italiani non restava altro che
cercare di adagiarcisi ciascuno il meglio che fosse possibile, a questi
cosiffatti Italiani non poteva che riuscire molesta la voce di un uomo
il _quale_ anche morto non cessava di annunciare il finimondo alla
patria. A buon conto, pensavano, di tutte le tristi profezie da lui
fatte non se n'era avverata nessuna.
*
Questa, credo, una delle cagioni della poca rèssa che gli editori fecero
intorno al libro, dopo la morte dell'autore. Un'altra è, che nel primo
decennio dalla costituzione del regno d'Italia la fama del Guerrazzi
scrittore andò declinando.
Il Capuana ha detto recentemente che il D'Azeglio, il Guerrazzi e il
Niccolini, nello scrivere, quelli i loro romanzi, questi i suoi drammi,
non badavano molto all'arte, badavano sopra tutto alla necessità
politica; onde, passata questa, non è rimasta di tanti loro lavori nè
una pagina nè una scena. Anch'io dissi una volta qualche cosa di simile;
dissi che «l'_Arnaldo da Brescia_ e l'_Assedio di Firenze_ non erano
opere d'arte, erano bombarde e cannoni contro i tiranni e gli stranieri
accampati in Italia.» E soggiunsi che «poichè i tiranni e gli stranieri
se n'erano andati, non era gran male lasciar dormire quelle bombarde e
quei cannoni nelle armerie.» Ora, ripensandoci, mi pare che tanto ciò
che dissi io quanto ciò che disse il Capuana non sia molto giusto;
perchè potrebbe lasciar supporre che quelli scrittori non avessero avuto
un ideale loro proprio dell'arte; mentre l'ebbero e lo proseguirono con
tutte le forze dell'ingegno. Altro è dire che il loro ideale non è
precisamente il nostro, altro lasciar credere che non ne ebbero alcuno.
E ci vuole un bel coraggio a sentenziare, come ha fatto il Capuana, che
delle opere di quelli scrittori non è rimasta una pagina nè una scena; e
più ancora ce ne vuole a dire quello che dissi io, che quelle opere non
è male lasciarle dormire negli scaffali. Chi dà a noi il diritto di
affermare che il nostro ideale artistico è migliore del loro? Che ne
sappiamo noi se di qui a cinquant'anni, e forse meno, gli scritti che
noi leviamo a cielo non saran gittati nel fango, e quelli che noi
disprezziamo esaltati? A buon conto, il Guerrazzi (per restringere a lui
solo il discorso) fu un uomo di ingegno straordinario: e noi degli
uomini di ingegno straordinario quanti ne abbiamo? Uno forse. Sarei
molto impacciato se dovessi trovare il secondo. Noi abbiamo qualche
erudito, qualche critico, qualche novelliere, tutta gente di ingegno
poco superiore al mediocre; e abbiamo una quantità innumerevole di
scrittori che non sanno scrivere. Con tutto ciò parliamo a bocca piena
del nostro amore per l'arte, per la grande arte, per l'arte pura; come
se cotesto amore fosse qualche cosa che avessimo proprio inventata noi,
e come se si potesse essere grande scrittore e perfetto artista, senza
aver grandi cose da dire, senza conoscere a perfezione lo strumento
necessario per dirle, la lingua.
*
Fra quanti scrivono oggi in Italia, dove c'è uno, se ne togli il
Carducci, che conosca la lingua italiana come la conosceva il Guerrazzi?
Anzi, dirò di più, quanti ce n'è che la conoscano mediocremente?
Pigliamo alcuni di quelli che presso il volgo (ristretto volgo) dei
lettori italiani passano per bravi scrittori, di quelli che meritano le
lodi delle signore che han passato la quarantina, dei segretari e dei
capisezione dei Ministeri, dei maestri elementari e di tutte in generale
le persone che si dilettano di letteratura domenicale; e pigliamo de'
migliori: il Nencioni, per esempio, il Verga, la Serao (cito i primi che
mi capitano sotto la penna). Chi mi sa dire che lingua è quella in cui
scrivono costoro? Italiana no certo. E il meno male nei loro scritti
sono i barbarismi; il peggio è l'improprietà frequente della parola, e
l'atteggiamento del pensiero quasi sempre contrario all'indole della
lingua nostra. La barbarie dilaga terribilmente e ci trascina tutti
senza che quasi ce ne accorgiamo.
Il Nencioni, il Verga, la Serao, se per caso cadranno loro sotto gli
occhi queste parole, debbono sorridere; come in sulle prime sorrisi io
leggendo le disposizioni a proposito di un lascito fatto dal signor
Orazio, un personaggio di questo romanzo, per un premio annuo da
conferirsi al giovine autore della miglior poesia _in conforto o in lode
di qualche virtù guerresca_. «Queste raccomando, diceva il signor
Orazio, abbiano ad essere le norme del giudizio e del partito. I
commissari considerino prima di tutto la purità della favella, in
seguito l'altezza dei concetti, per ultimo la novità e lo splendore
delle immagini.»
«Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente
a rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri
lati possa comparire degnissima.»
Già, io sorrisi; ma dopo aver sorriso pensai quanta precisione di
linguaggio, cioè di pensiero, c'è nella prosa del Guerrazzi in paragone
di quella del Verga o della Serao; e il Nencioni, dopo aver sorriso di
me, ricorrendo con la mente al tempo ch'eravamo giovani insieme, penserà
che non per nulla s'è stati amici pedanti. La volpe perde il pelo, ma
non il vizio.
*
E tuttavia io non nego quel che c'è di buono nello spirito letterario da
cui procede la nostra barbarie; e intendo perchè la fama del Guerrazzi
scrittore venisse declinando. Atteggiatosi arditamente a novatore quanto
alla sostanza e alle forme dell'arte, il Guerrazzi rimase fedele al
dogma della lingua italiana scritta. Per quanto toscano e studiosissimo
delle vivezze del parlar popolare, delle quali versò non poca parte
nella sua prosa, questa, considerata nell'insieme, discende in linea
retta dalla prosa degli scrittori: la lingua e lo stile del Guerrazzi
hanno carattere essenzialmente letterario. Perciò i personaggi de' suoi
romanzi, di qualunque tempo e condizione sieno, parlano tutti troppo
bene e troppo allo stesso modo; si rassomigliano troppo al Guerrazzi
scrittore e troppo poco ai personaggi che dovrebbero rappresentare.
Oggi invece si vuole la verità e la naturalezza innanzi tutto; si vuole
che lo scrittore interroghi direttamente da sè la natura, e scriva col
suo linguaggio d'uomo il più schiettamente che può le risposte. Chi non
riconoscesse che in alcuni dei nostri scrittori, nel Verga, per esempio,
e nella Serao, nonostante la povertà e la barbarie della lingua e dello
stile, l'impressione del vero c'è spesso più immediata e più schietta
che non nel Guerrazzi, sarebbe ingiusto.
Ma sarà giusto perciò dare l'ostracismo dall'arte al Guerrazzi? Sarà
giusto buttare in un canto, come ferri vecchi, i suoi libri, dove c'è
tanta ricchezza e vivezza di lingua e di pensiero? S'ha paura forse che,
raschiandoci un po' di dosso la nostra barbarie, e assuefacendoci a
pensare un po' più che non facciamo, quella unica buona qualità di
alcuni nostri scrittori, si perda anche quella? Io credo al contrario
che, educandola meglio, si afforzerebbe.
*
Da parecchi anni io non aveva letto più niente del Guerrazzi, finchè il
Carducci pubblicò l'Epistolario di lui, ch'è forse la sua opera più
dilettevole e più bella. Poi son tornato a qualche libro e ho ammirato
la ricchezza e la potenza del pensatore e dello scrittore meglio che non
facessi da giovine; finalmente m'è venuto alle mani questo _Secolo che
muore_, e il piacere della lettura è stato così vivo e così grande, che
ho sentito rimorso di non aver desiderato di leggerlo prima.
In quest'opera, che è come il testamento del cittadino e del letterato,
il Guerrazzi scrittore, pur conservando il suo carattere e le principali
qualità del suo stile, mi pare artisticamente più perfetto. Direi che ha
sentito anche lui un'aura delle nuove idee. Egli è un po' sempre di
quella razza di scrittori, che, nuotando nella opulenza, han bisogno
(esempio sopra tutti insigne Victor Hugo) di profondere a larga mano nei
loro scritti i tesori della loro mente. La proporzione, la misura, la
sobrietà, è ciò che manca quasi sempre a cotesti signori del pensiero e
della parola. Pure in questa opera una occulta intenzione di maggiore
sobrietà mi pare che ci si senta. Come romanzo essa accostasi al genere
del _Buco nel muro_. Anche qui, descrivendo il signor Orazio e la
famiglia di lui, l'autore, si sente, ha pensato più d'una volta a sè
stesso e alla propria famiglia. Ma anche qui, anzi qui più specialmente
che altrove, l'uomo politico con tutte le sue fantasie, con tutte le sue
passioni, con tutte le sue ire personali, giuste e non giuste, il
pensatore, il filosofo, il poeta, l'umorista si fondono, o meglio, si
alternano col narratore; e se qualche volta ti secca che questi sia
interrotto da uno di quelli, quando poi l'interruzione è finita, perdoni
ben volentieri all'interruttore.
Io non so quali ingredienti ci vogliano per fare un romanzo; e non
saprei per ciò dire se questo del Guerrazzi sia un romanzo buono o
cattivo: benchè credo che, se c'è scrittore al quale dovrebbe essere
lasciata la più gran libertà, questi è il romanziere; salvo a dirgli
poi: m'avete divertito, o: m'avete seccato. Dato che tale mia opinione
potesse diventare un canone di critica, io quanto a me dovrei dire che
il _Secolo che muore_ è un romanzo ottimo. Mi contenterò di dire che è
un buon libro.
Ma bisogna saperlo leggere.
GIUSEPPE CHIARINI.
Roma, 7 luglio 1885.
PROLEGOMENI
Il Secolo muore.
O come fai ad affermare ch'ei si muoia? O non mangia, o non bee, non
veste panni? Sì certo, egli mangia, egli beve, egli veste panni; e che
per ciò? Forse Silla, Filippo secondo di Spagna, e Ferdinando di Napoli,
e Ferecide non vivevano essi, mentre li portava via il fastidio?
Tre tiranni e un filosofo, imperciocchè i pidocchi, che rispettano
l'asino e il montone, divorino principi e filosofi[1].
[1] Ferecide filosofo fu maestro di Pittagora; e che i pidocchi
non allignino sopra gli asini e sopra i montoni lo attesta
Plinio; _Stis. Mundi_, l. II, cap. 39.
Il Secolo muore; l'ira di Dio gli ha stracciato le vele e rotto gli
alberi; l'abominio dei popoli gli aperse i fianchi; mira, il Secolo
pravo come sospeso sopra l'abisso vacilli; odi il gorgoglio delle acque
irrompenti nelle squarciate latebre per sommergerlo giù nello inferno.
Prometeo roso perpetuamente dallo avoltoio: Laocoonte soffocato co'
figliuoli dai serpenti non offrono immagine più dolorosa di lui: egli si
dibatte negli spasimi della morte, e non una mano, non una bocca cessa
dallo imprecare alla desolazione di lui: vittima al mondo non discese
mai agli Dei infernali consacrata da tante maledizioni come il Secolo,
che muore.
Ma Secolo ch'è mai? Ed in qual guisa ei muore? Quali appaiono le cause
che lo conducono a morte? Che cosa morirà di lui? Chi gli darà il colpo
di grazia? Chi ne sarà l'erede? Quali i superstiti? Ed essi come
dureranno nella vita?
In parte a queste domande si potrebbe dare risposta precisa, perchè le
scienze politiche in taluni giudizi non fallano, o poco fallano; ma
un'altra parte sta nel dominio della divinazione, e l'avvenire tiene
chiuso nel pugno quella Forza suprema che governa, travolgendoli, uomini
e cose.
Non basterebbero volumi per soddisfare ai quesiti proposti; ed io qui
detto un proemio: nè lo compongo già a modo di libro scientifico, bensì
vado significando quanto mi spira l'anima: altri più savio gli darà
ordine ampliando le ricerche e le considerazioni.
E prima di tutto io avverto come per Secolo non s'intenda mica lo spazio
di cento anni, bensì l'epoca intera nella quale si compie una
trasformazione della umanità ed un'altra ne incomincia. E vi ha chi
assegna cinquecento anni fra il nascere e il morire di ciascheduna di
queste trasformazioni, ma il fatto non corrisponde; bene la fantasia
umana armò il Tempo di falce e di orologio a polvere: col compasso in
mano egli non apparve mai. Dove tu ponga mente alle varie e moltiplici
cause, così interne come esterne all'uomo, onde hanno moto i casi
nostri, ti persuaderai di un tratto come questi periodi non sieno nè
possano essere per lo appunto di cinquecento anni. Tutto ciò che prima
camminava adesso corre; e il Secolo, che correva, adesso a sua posta
precipita: però il termine delle rivoluzioni indi in poi più breve;
forse brevissimo.
Per ora taccio delle cause che menano a morte il Secolo; ed anco mi
passo dal discorrere intorno al modo col quale per avventura morirà:
consideriamo quello che sembra sicuro deva morire in lui.
Sembra destinata a morire nei suoi derivati, come morì già nei suoi
principii, quella che noi chiamiamo _autorità_, e gli antichi distinsero
col nome di _polizia_. Io esaminerò le vicende del solo popolo latino,
perchè principalissimo fra gli altri, e perchè degli altri, quando più,
quando meno, pur sempre ei fu mente e moto.
Nel giro di milleottocentosettanta anni la repubblica romana si tramuta
nello impero, e lo impero casca sotto le battiture degli oppressi, cui
noi appellammo barbari pel rovello di non averli saputi vincere. In
mezzo ai barbari sorse la potestà dei sacerdoti: amici prima per
calpestare i popoli coi piedi uniti; nemici in breve per la contesa di
chi dovesse rimanere a calpestarli solo; dura lotta questa, dove or
l'uno, ora l'altro parve toccare terra per non risorgere più; prevalse
lo impero; ma sul punto ch'egli, stretto a mezza vita il sacerdote, lo
teneva in alto per soffocarlo, ecco si ravvisa, e depostolo a terra gli
dice: «Sacerdote, se servirai a me ti lascerò dominare e ti pascerò co'
rilievi della mia mensa.»
Quando Satana profferse a Cristo i regni della terra a patto che lo
adorasse, Cristo n'ebbe pietà, e gli disse: «È scritto che tu non
tenterai il tuo Signore.» Colui che temerario ardisce vantarsi sacerdote
di Cristo piegò le ginocchia, stese la mane e visse.
Tutte le trasformazioni genera la necessità delle cose; ci si mescola
talora la volontà, ma sempre in piccola dose; e poi anco il volere
dominato dallo effetto piglia carattere di necessità. Ai Romani da
prima, se vollero vivere, fu mestieri combattere; vinsero, e poichè la
vittoria inebria peggio del vino, dalla difesa trapassarono alla offesa;
in questa via avendo bisogno di forza, lei soprattutto onorarono, e a
lei unicamente imposero il nome di _virtù_; oltre questa, certo ne
possederono altre, però secondarie, e tenute in pregio sol quanto
contribuirono a renderli insuperabili nella virtù militare: nella
medesima guisa che le verghe di ferro aggruppate intorno alla scure
formavano insieme il fascio romano.
E come favoleggiarono i poeti, che i Ciclopi con un occhio solo
facessero maravigliosamente i fatti loro, così le repubbliche con una
virtù sola possono operare cose grandi: i Romani poi ne compirono
grandissime. Tuttavia se una virtù sola basta a fondare gli Stati, a
mantenerli non basta; e necessità, o provvidenza ordinò che qualunque si
trasforma in tarlo del mondo più presto o più tardi ci si scavi la
fossa. La giustizia, e la libertà importa che guidino con la loro luce i
passi dei mortali: una sola di queste due scorte senza dubbio è divina,
ma come il sole quando illumina un lato, lascerebbe l'altro nelle
tenebre: mentre fa di mestieri che entrambe esse splendano, e senza
tramonto, agli universi figliuoli degli uomini, altrimenti il cammino di
questi attraverso ai secoli va e viene come l'onda sopra il lido del
mare, e non progredisce mai.
Ma ai Romani non piacque altro che forza, quindi venuta meno alla
repubblica, la necessità costrinse Cesare a raccoglierla nella sua mano:
non l'uomo creò i casi, bensì i casi crearono il tiranno; difatti spento
Cesare pullula più che mai rigogliosa la tirannide: e non la vogliono
intendere che per rivendicarsi davvero in libertà bisogna principalmente
schiantare la mala pianta del servilismo abbarbicata dentro noi, non già
il tiranno, il quale sta fuori di noi. Dove un popolo duri abietto, vile
e servo, che monta la morte del tiranno? Non formicolano nel suo sangue
i germi di venti tiranni? _Uno avulso non deficit alter_; Cosimo dei
Medici, il quale se ne intendeva, si fece ritrattare contemplando un
arbore fronzuto avvolto da una fascia che porta cotesta leggenda.
Cosimo fondatore della tetra tirannide medicea ai nostri dì salutano
tuttavia _padre della Patria_, ed ha l'onore della statua; dopo ciò, o
come maravigliarci se non cessano le piaggerie ai presenti mentre non le
sanno smettere neppure ai tiranni di quattro secoli fa? In verità vi
dico che tale statua oggi eretta agli eroi della giornata prima, che
volga un lustro porterà invidia alle statue dello antico Demade, le
quali furono ridotte in orinali.[2]
[2] Demetrio Falereo ebbe 300 statue, le quali, lui vivente,
furono tutte in un giorno atterrate.
Senza olio non illumina la lampada, senza virtù viene meno la forza,
sicchè lo impero non salvò la repubblica; anzi la potenza romana di
giorno in giorno decrebbe; taluno imperatore compì gesti famosi, ma
siccome la virtù del singolo non può supplire alla virtù del popolo,
così cotesti furono guizzi del delfino tratto fuori dell'acqua, tutti
belli a vedersi, ma uno più languido dell'altro, e precursore della
morte.
Nè poteva fare a meno, imperciocchè con quale allettamento il despota
avrebbe richiamato la virtù intorno a sè? Il valore che l'uomo noleggia
perde perfino il nome di _virtù_, e si chiama _servizio_. Ora, come
vorrà il monarca acquistarsi il sangue altrui? A contanti forse? Compra
e vendita cotesta, non virtù. Il soldato mercenario, pieno che abbia lo
zaino, e in questo modo conseguito il fine della sua milizia
vendereccia, dirà: «Finchè non seppi in qual modo tirare innanzi la vita
io sfidai la morte, adesso, che lo so, che preme a me se il padrone
muore o ruina? Muoia; io vivo.» Così i pretoriani; e se i marescialli
del primo Napoleone così non dissero, così fecero. Chè se taluno mi
obietti: i nostri eserciti si formano con la leva, io gli domanderò: se
egli reputi virtù quella a cui il cittadino è condotto come il
malfattore in prigione, vo' dire con gli sbirri e co' nottolini.
Lo scrittore dello Spirito delle Leggi dichiarò espresso la _virtù_ non
somministrare fondamento alle monarchie, bensì l'_onore_. Quale mai
_onore_? Può darsi onore dove non si appoggi alla virtù? Per certo egli
scambiava l'onore con la vanità; il dabbene uomo si peritò a palesare
quello che per avventura sentiva, chè filosofo e cortigiano non si può
essere ad un tratto, e per arroto egli esercitava la magistratura e
tirava salario. Vanità e interesse, sostegni unici della monarchia.
Larghissima, anzi infinita la schiera di coloro i quali appetiscono le
distinzioni, chè in essi ne cresce l'agonia alla stregua che sentono
meritarle meno: epperò trovano il proprio conto a credere, o piuttosto a
fingere onde altri ci creda, che un segno di onorificenza tenga luogo di
onore; e più oltre arrisicandosi affermano che senza un segno che lo
attesti non si dà onore. Ai monarchi poi non sembra vero che il bestiame
reputi dignità la principesca marca, impressa sopra la groppa, o il
campanaccio appeso al collo. Titoli e fregi di re corrispondono ad un
puntino con le indulgenze del papa. Finchè si trovi chi se ne contenta,
i papi e i re si tengono le tasche piene di questo becchime, ed operano
divinamente. Se ti piglia vaghezza di conoscere così ad un tratto la
diversità che passa fra i tempi nostri e gli antichi, giudicalo da
questo: i cittadini i quali per bene operare soperchiavano la
uguaglianza civile degli Ateniesi bandivansi per via dell'_ostracismo_:
ora accadde che dopo avere a quel modo esiliato Aristide, per poca
considerazione il popolo esiliasse anche Iperbolo, uomo indegno: della
quale cosa pentitosi il popolo, abolì cotesta pena perchè _disonestata_
da colui. Le pene dunque se da cittadino indegno avvilite sopprimevansi
presso gli antichi, presso noi le onorificenze deturpate da uomini
perduti si confermano e si ampliano![3] Di qui la differenza.
[3] Tucidide, _Stor._, VIII.
E alla ferocia, anco ai dì nostri, che esaltiamo civili, non mancarono
capitani, i quali diedero sembianza e nome di virtù militare: noi
rivedemmo i tempi di Attila, dov'essi poterono _letiziarsi nel gaudio
della strage_; durarono poco, ma la traccia dolorosa che si lasciarono
dietro non è scomparsa ancora. La folgore e l'uomo possiedono la facoltà
di operare più male in un giorno, che non valga a ripararlo un secolo.
Ferocia e morbidezze non possono stare insieme lungamente, imperciocchè
la ferocia come espressione di barbarie sia acerba e rude, mentre le
delizie amolliscono le anime e i bracci. Difatti i Romani perdono prima
con la virtù il valore militare, e poi con la barbarie perdono perfino
la ferocia, sicchè quando abbisognano di braccia per sostenere scudi di
ferro (eglino ci avevano sostituito scudi di vimini) e di ferocia per
combattere, le presero in prestanza dai barbari confinanti.
Taluno giudica le invasioni dei popoli oppressi sopra le terre dei
_ladroni del mondo_ persuase da voglia di vendetta, ovvero da cupidità
di rapina, e può darsi, imperciocchè con ambedue queste guise si
manifestassero pur troppo, tuttavia per me penso ch'eglino obbedissero a
legge più generale, legge dinamica, che vuole pigli il di sopra chi
troppo lungo tempo rimase di sotto. Forse leggi dinamiche non reggono la
materia? E se la reggono, come il mondo morale dovrebbe procedere
scomposto? Quando nelle nostre zone si abbassa la marea si alza nelle
settentrionali, e quando colà il sido intepidisce, s'inacerba fra noi:
il moto dei barbari incominciò dai mongolli e dagli abitatori della
palude meotide; in che e come avevano potuto offenderli i Romani?
Ed ora volgiamo alla potestà sacerdotale, e miriamo un po' come
s'innestasse alla principesca. Forse da per tutto fu prima il sacerdote,
chè le principali passioni dell'uomo appena aperse gli occhi alla luce
furono la paura e l'errore; donde il sacerdote; su gl'inizi egli vi
accoppiò ancora la forza, e apparve ad un punto guerriero, se non che in
breve gl'increbbero le fatiche ed i pericoli delle battaglie; la natura
delle cose ordinando che il prete sia imbelle e crudele: però ei si
prese a nolo un guerriero, pensando acquistarsi un servo, e si trovò ad
avere comprato un padrone; per la quale cosa i barbari non pativano
penuria di sacerdoti, tuttavia li tenevano in conto di gente da poco; e
veramente bestiali si mostravano essi, e grossiere erano le
superstizioni professate da loro; mentre dei preti romani splendidi i
riti, la dottrina cristiana, comecchè guasta, amica alla umanità e
consolatrice degli afflitti, la sapienza scarsa, ma unica. Il prete
romano aveva piluccato dai gentili la pompa dei canti, dei suoni,
degl'incensi, delle faci: prima che le arti risorte tornassero a
somministrargli ornamenti scenici, arraffò le statue degli antichi numi
e le adattò al suo uso: anch'egli aveva fatto provvisione di terrore,
conciossiachè senza terrore il sacerdote non regge; di paura e di errore
egli nacque; di paura e di errore bisogna ch'egli viva; però più tardi,
avvisandosi meglio, mise al lato dello inferno il paradiso: al
purgatorio non ci aveva ancora pensato. Di qui tormenti, di là gaudi;
angioli da una parte, demoni dall'altra; luce e tenebre del pari eterne;
stridore di denti e cantici celesti; timiami ad un punto e leppo di
carni abbrustolite; dolore e piacere eterni poli della creatura umana: a
rinfuso ogni cosa, e turbinante con moto vertiginoso, in brillamento
perpetuo da abbarbagliare il barbaro così, ch'ei si reputasse vestito
allora quando lo avevano spogliato. Il sacerdote investiva il Sicambro
del regno ampio dei cieli, a patto che per senseria gli donasse mezza la
terra; egli solo mezzano patentato di Dio, epperò valevoli solo i
partiti conchiusi da lui; gli altri no perchè guasti dallo intervento
del prosseneta _marrone_.[4] Arrogi che il sacerdote latino con quanta
maggior cura seppe conservò la lingua romana, e con essa la notizia
delle leggi antiche, le quali, sebbene ei rabberciasse a suo vantaggio,
pure lo resero venerabile ai barbari ignorantissimi, quanto e più le sue
dalmatiche e le sue mitre. Il barbaro si confessava ingenuamente
bestiame da demonio, mentre il sacerdote lo serpentava a persuaderlo,
che in lui ci era lievito da farne un santo; solo che lo sapesse
trovare. Se il barbaro tuffava il braccio nel sangue fino al gomito, ove
si rendesse in colpa, ecco lì il sacerdote pronto a lavarglielo
coll'acqua benedetta. Il barbaro acciuffa il pane dell'orfano e della
vedova, (grave colpa in vero), non importa, a patto ch'ei lo divida con
la Chiesa, il sacerdote gli consacra il rimanente coll'olio santo.
Tenerissima lega fra pastorale e coltello: quello guida il gregge alla
beccheria, questo lo scanna.
[4] Marrone chiamano in commercio il sensale non autorizzato ad
esercitare il prossenetico, e la legge dichiara nulli i
contratti, o partiti, che i mercanti stipulano a mediazione di
loro.
Forse con simile accordo potevano durare insieme barbaro e sacerdote,
senonchè questo abusando del credito acquistato sul barbaro, un giorno
saltò fuori con la dottrina, che lo spirito essendo senza dubbio
superiore alla materia, egli prete, come quegli che governava lo
spirito, doveva per necessità reggere la materia: se egli consacrava i
re, se questi gli si prostravano dinanzi, gli è chiaro ch'egli dovesse
stare sopra di loro, ed essi in ginocchioni sempre davanti a lui. Al
contrario il barbaro, bollendo, argomentava: o il prete che mi fa? Egli
mi viene dietro per leccare il sangue grondante dalla mia accetta, e
invece di pagarlo a me pretenderebbe che io lo pagassi a lui. Gli avevo
concesso seguitarmi da lontano nelle battaglie perchè spogliasse i morti
e mi desse mezze le spoglie, ed oggi le vuole tutte per sè. Di
saccomanno ch'ei fu, adesso presume imporsi imperatore. Certo manda luce
salutevole la fiaccola che tiene accesa il prete, ma per illuminare
unicamente i passi suoi, sicchè quando ci siamo accostati a lui
supplicandolo col suo _invitatorio_, onde ci accendesse la nostra
candela, ci ha respinto gridando: «Che _lumen de lumine_? Addietro
sciagurati; non sapete, che chi primo toccherà l'albero della scienza
morrà; così ha detto il Signore.» E allora, soggiungeva il barbaro, o
come vi mantenete in vita voi altri? Forse come noi non nascete, e come
noi non morite? Roma dei Quiriti un dì ci conquistò con la spada, Roma
dei Preti ci vorria forse conquistare con l'aspersorio? E bene; tenga
per sè la sua scienza il prete, a noi non fa mestieri raffazzonarci
romani, bensì mantenerci barbari, cui la necessità ammaestra, secondochè
porge la nostra natura: quindi si composero leggi proprie; anzi, se la
fama riferisce il vero, Carlo Magno costumò dettarle mentre si lavava il
viso.
Di qui la guerra fra sacerdozio ed impero, che fu contesa tra pirata e
corsaro: l'uno bandiva al mondo, l'altro truffatore, e sacrilego, e
ladro: avevano entrambi ragione. La potestà sacerdotale condusse il
rappresentante della potestà secolare a morire dentro una cantina a
Spira; la potestà secolare diede uno schiaffo al Sommo Sacerdote e lo
condusse a morire di rabbia come un cane: si sciuparono, si stracciarono
i panni addosso, si rovesciarono a vicenda sul capo clamide e piviali; e
in grazia dei loro scambievoli vituperii il mondo apprese come essi
fossero non solo formati di creta al pari di ogni uomo, bensì del limo,
onde si fanno i serpi.
Rotto lo incantesimo la umanità ardì guardarli in faccia ed ammonirli
che il male loro non era bene, nè si fermò a tanto, chè i guerrieri
vollero provarlo a loro con l'arme, e i sapienti con le argomentazioni:
allora i re ed i sacerdoti commossi dal pericolo comune rifecero lega, a
patto che il sacerdote in apparenza fosse più cosa del re, ma in
sostanza il re comandasse al sacerdote; poi di amore e di accordo si
posero a rassettare la catena antica, alternandoci ad un anello di paura
dello inferno un anello di paura del boia: però, per quanto ci si
assottigliassero, tutti non li poterono risaldare; ancora Dio,
scoprendosi alcun poco la faccia, mandò un raggio di consolazione sopra
la terra, e fu la stampa, conciossiachè Dio per ben due volte donasse la
luce ai mortali, e la seconda assai più largamente della prima, chè la
luce materiale si alterna con le tenebre, nè tutta a un modo illumina la
umanità, mentre la seconda rischiara tutto il mondo del pari, e non
tramonta mai. La stampa pertanto supera in virtù la luce.
Per benefizio di siffatta luce prese a sorgere nella mente del popolo un
concetto, che lo condusse a ragionare così: «Se il sacerdote rappresenta
Dio, o chi para che le creature se ne rapportino direttamente al loro
Creatore?[5] Se al re tedia la cura di governarci, noi lo esoneriamo: e
poi in che e come egli dimostra essere più sapiente o migliore di noi? E
supposto ch'egli sia tale, con quale ragione si manterranno sempre così
i successori suoi? E anco posto tutto da parte, i re e i sacerdoti
divorano per mille, anzi per diecimila e più.»
[5] Anche nei tempi antichi costumò la confessione, imperciocchè
ai sacerdoti importasse sempre per le medesime ragioni sapere i
fatti altrui; tuttavia anco in cotesti tempi non mancarono
intelletti, i quali con un po' di senno si ribellassero a
cotesto gravissimo giogo pretesco. Lisandro essendosi recato in
Samotracia per ottenere certa risposta dall'Oracolo, disse al
sacerdote, il quale gli faceva pressa dintorno affinchè gli
confessasse se non tutti, almeno il più reo peccato ch'egli
avesse commesso: «Bene sta, o sacerdote, ma in virtù di che mi
comandi tu questo? Sei tu che lo vuoi, ovvero gli Dei?» «Gli Dei
— rispose il sacerdote.» «Così stando le cose — ripiglia
Lisandro — ritirati da parte, e se gli Dei me lo comanderanno,
io obbedirò loro come conviene.» Ed Antalcida, del pari
confortato a rivelare le colpe commesse durante la sua vita,
rispose: «Questo volete per voi, imperciocchè gli Dei se alcuna
ne commisi la sanno.» Nè mancano altri, ma bastano questi
riportati da Plutarco nel _Trattato degli Apoftegmi e detti
notabili dei Lacedemoni_.
I sacerdoti e i re si restrinsero insieme per avvisare intorno alla
risposta da darsi, e stabilirono di amore e di accordo che la si avesse
a fare, ma in certa lingua inventata da loro, composta di ferro, di
piombo e di fuoco. Il popolo allora a sue spese imparò che per cavare
dal sacerdote e dal re una risposta in voce umana, bisogna interrogarli
con voce di corda.
Ed in vero i re e i sacerdoti udendo favellare il popolo, rimasero
attoniti quanto Balaam, allorchè la sua giumenta lo interrogò dicendo:
«Perchè mi percuoti?» E ch'è, che vuol dire popolo? — borbottavano fra
loro — popolo, e polvere non hanno fatto fin qui tutta una cosa? E
camminando sopra la polvere chi di noi avvertì l'orma che ci stampavano
i nostri piedi? Chi mai avrebbe creduto che il popolo sentisse
scalpicciarsi, e se sentito avesse potuto adontarsene? O non ci è
avvezzo?
Pur troppo ci era avvezzo, ma un giorno gli mancò la pazienza, e avendo
conosciuto come col solo sollevarsi avrebbe potuto accecare i potenti
della terra, ei si sollevò e gli accecò: dacchè il potente non volle
rammentarsi ch'egli aveva ridotto il popolo in polvere, il popolo lo
ricordò al potente.
Ma accecare altrui non significa illuminare sè stesso: nel dì della
vendetta al popolo appartiene il còmpito della distruzione. Quando egli
con supremo conato arriva a rompere le sue catene, altro non sa ed altro
non può saper fare, eccettochè sbatacchiarne i tronconi nel volto agli
oppressori: quando il ferro delle catene si converte in armi, più che
per le spade si trova adattato ai pugnali; a questi stende la mano la
libertà, però insieme con essa la ferocia e la vendetta. E poi che il
popolo possieda l'ira e la forza per distruggere, ma gli manchi la
scienza per ordinare, così egli commise l'opera della sapienza ai suoi
fratelli. Di questi alcuni perfidissimi lo trucidarono, altri
prosuntuosi lo delusero; ma i più lo venderono come fu venduto Giuseppe
ebreo agli Egiziani; poi i venditori si misero a gridare co' lupi
dimostrando come non odiassero già la tirannide, bensì la combattessero
per essere chiamati a parte della dominazione. Di qui lo sbracciarsi
loro per le monarchie costituzionali, col solo fine che i convitati
antichi si stringessero a tavola per far posto ai nuovi commensali; e
l'interesse privato sublime nella sua terribile nudità stette in capo al
desco costituzionale come lo scheletro a quello dei re di Babilonia; il
popolo sempre somministrò la vivanda; chi nacque agnello ha da morire
arrosto, tale è il fato.
Un giorno, un'ora per ischerzo lo salutano padrone, perchè si metta
addosso o si ribadisca un padrone: lupercali del secolo nostro degli
antichi più strazievoli assai. Un dì la razza arrogante donde si cavano
i re ebbe cuore per derivare il principato da Dio, ma questi essendosene
lavato le mani, fu mestieri trarlo fuori o dal popolo, o dal diavolo:
dal diavolo non conveniva, imperciocchè il diavolo aborra dominare sopra
gli schiavi, bensì sia primo a soffrire tra gli uguali; ora questa
maniera di principato ai nostri signori non garba, chè godere vogliono
per mille, e soffrire per nessuno; dunque dal popolo, e il popolo
partorì il principe, il quale appena nato, alla rovescia di Saturno, che
divorava i figliuoli, venne in pensiero di mangiarsi il padre a pranzo,
e lo faceva se altri non lo ammoniva dicendo: «Se mangi il popolo a
desinare con che cenerai?»
E poi il diavolo possiede intelletto e coscienza, però come uomo poteva
augurarsi ottenere da lui l'alienazione non pure della propria libertà,
ma eziandio in perpetuo quella dei suoi discendenti nati e nascituri?
Queste enormezze non si possono pretendere, eccetto dal popolo, sul
quale non rimane nè manco l'orma del piè che lo calpesta.
Buttiamo da banda i perfidi, e discorriamo dei saccenti: che volete? al
popolo parve che il berlingare fosse senno, epperò elesse gli alchimisti
di libertà, i quali lambiccarono il concetto delle monarchie temperate:
il governo ha da essere colonna che ha fusto, capitello, e base; quindi
il capitello sia il principato, i maggiorenti in mezzo e il popolo in
fondo. Scrissi altrove, e ripeto adesso, che la esperienza mi ha
insegnato come le colonne a quel modo possano stare, i reggimenti no:
imperciocchè in questi i pezzi non durino mai fermi, seguitando ognuno
la natura e le passioni sue: quindi, dimenandosi, avviene che uno
sbilanci su l'altro, e allora dopo una guerra clandestina di frodi,
ovvero aperta di violenza, che logora le forze dello Stato, e corrompe
le coscienze se conservi il nome di temperato o di misto; in sostanza il
governo diventò o monarchico, o aristocratico, o democratico;
l'aristocratico si mantiene di più, ma ed anco cristallizza ed impietra
quanto gli sta dintorno: la storia lo dichiara furiere eccellentissimo
mandato innanzi ad apprestare le stanze alla tirannide; Venezia informi:
ella, o piuttosto chi presume rappresentarla si volta indietro di tratto
in tratto sospettoso che lo sbirro della inquisizione o il _poliziotto_
austriaco sopraggiungano a riagguantarlo: _la Venezia per ora ha paura
della libertà_.
A mio parere, per eccesso di bontà, o per manco di arditezza unicamente
si può negare il bisogno della distruzione come prodromo della
creazione; e mi sembra che la esperienza avrebbe dovuto a quest'ora
ammaestrare che i due metodi non possono esercitarsi contemporaneamente
perchè il vecchio ammazza il nuovo, o piuttosto lo perverte tramutandolo
in nudrimento a prolungare la propria vita. Così, per esempio, la
istruzione sola può migliorare le sorti della umanità, ma quale
istruzione? E come, e da cui compartita? La intellettuale non basta;
vuolci eziandio la morale, ed anco per la intellettuale bisogna
distinguere, imperciocchè in buona parte ella si adatti al progresso
come al regresso. Ora prevalgono i preti, e però i loro fautori invocano
a tutt'uomo la libertà d'insegnamento, chè andando eglino scevri da
famiglia, di poca mercede abbisognano; e talvolta per interesse di
partito la rinunziano; a loro avanza sempre tempo o perchè liberi o
gravati meno da cure pubbliche o domestiche.
I principii onde si compone l'ottimo reggimento spettano alla teoria, ma
i metodi per attuarli quasi sempre, per necessità, sono empirici; e chi
troppo fida nella virtù dei principii come capace di per sè sola a
partorire effetti copiosi, e peggio poi a vincere la potenza antica dei
principii opposti, s'inganna amaramente. Se mai vi fu lume, il quale
meritasse andare riparato con amorosissima cura, per certo è quello
della libertà: se non giunsero mai a spegnerlo, ciò avvenne perchè Dio
lo volle immortale: del pari che il _nafta_ non si estingue per acqua,
la libertà non si smorza nel sangue: però la sua fiamma fin qui non fu
vista divampare trionfale; all'opposto, vacilla sempre; e se contro i
venti avversi congiurati a suo danno non la sovvengano più validi aiuti,
il suo valore sarà di cui combatte, non già di cui sta per vincere; e
molto meno di chi ha già vinto.
Dirò quello che sento; uno sconforto infinito mi opprime l'animo, quando
odo bandire ad uomini senza dubbio amici della libertà: «_lasciamoli
fare!_» Ah! quando i topi vi sono entrati in dispensa, quando i tarli
nel mantello, lo sapete voi che cosa significhi lasciarli fare? — Nè mi
si obietti: o che dovremo predicare la crociata addosso ai preti? Gli
arderemo noi? No, questo fecero essi quando poterono, e lo farebbero
ancora se potessero; quantunque noi usando così contro loro altro non
faremmo che saldare una partita, che la umanità tiene da tempo antico
accesa sopra i suoi libri a debito di cotesti spietati; pure tolga Dio
che allignino in noi siffatti pensieri: ma almeno vorrei che ognuno
tirasse innanzi pei fatti suoi, senza rabbia come senza persecuzione.
Pretende il papa la infallibilità, e infallibile sia a casa sua: il
Concilio dei vescovi lo dichiara luogotenente generale di Dio sopra la
terra, e veruno glielo contrasti, ma noi intanto aboliamo il primo
articolo dello Statuto; proclamiamo intera la libertà di coscienza. Ma
noi predichiamo la libertà dello insegnamento, che ci nuoce, taciamo su
la libertà della coscienza, che ci giova; e perchè questo? Perchè,
ammoniva un giorno certo mio collega nella legislatura italiana, la
libertà di coscienza essendo cosa di Statuto, bisogna andar cauti a
metterci le mani sopra, per paura che i servili onnipotenti adesso non
ce lo riformino tutto in peggio. Dunque non faremo, nè possiamo fare
noi. Il collega ha ragione: fermi pertanto per timore di peggio. E la
monarchia non può volere la educazione, che scalza il principio di
autorità, il quale, o sia clericale, o secolare, in fondo è un principio
solo: chè se adesso questi due principii si trovano in iscrezio, andate
franchi a credere che essi sentono entrambi la necessità di accordarsi,
e si accorderanno: ponete mente al caso di Forlì: colà il municipio
aboliva nelle scuole elementari pubbliche lo insegnamento religioso; ma
il Governo si spaventa dello scandalo, e vuole che lo Stato convertito
in sagrestano educhi la gioventù nella dottrina del cardinale Bellarmino
per ammannire l'intelletto delle nuove generazioni a ricevere il seme
dell'odierno Concilio Vaticano. La monarchia per propria natura e per
istinto di conservazione non può procedere amica alla libera dottrina,
per la ragione che questa per propria natura non può essere amica a lei.
Che giova agguindolare? Tempo perso: il gioco è scoperto. Chiesa e
monarchia, delle scienze amano quelle le quali giovano a loro; le altre,
che non le danneggiano, sopportano; aborrono quello che presentono
infeste. Chi pretende diversamente sarebbe pari a colui che le volesse
costringere a spaccare le legna per comporsene il rogo: coloro poi che
si arrovellano a vedere nei bilanci degli Stati massima la partita per
mantenere la _forza_, e minima quella per diffondere la _scienza_, bene
dimostrano avere ottima volontà, non mente.
Il Secolo muore, e secondo che sembra a me, bisogna che prima muoia e
poi si rinnovelli. Siccome le catastrofi spaventano, e che che se ne
dica incerto è sempre il porto dove i venti fanno capitare le
rivoluzioni, così nei tempi passati molti s'industriarono ad operare in
guisa, che il nostro consorzio mettesse un tallo sul vecchio, cioè che
mentre da un lato mano a mano si demoliva, dall'altro con proporzione
uguale si fabbricasse: commisero errore, imperciocchè anco Cristo
condannò l'arte di mettere toppa nuova sopra panno vecchio. Io
tuttavolta confido che i posteri li perdoneranno, se essi con volontà
eccellente, ma con fallace consiglio prolungarono le miserie della
umanità, forviandola dal suo corso fatale.
Ma nè i presenti, nè i posteri perdoneranno coloro i quali, dopo la
prova fatta, con pienezza di conoscenza ricalcano la medesima via. Voi
siete maschere col nome scritto dopo le spalle: vi conoscono tutti, e
tutti sanno i fini a cui tendete, vanità ed interesse. Voi siete
scappati fuori nei campi dello Stato come _un fior di ruta, la monarchia
non vi vuole, la democrazia vi rifiuta_: se fossi in voi disarmerei
addirittura; o non vedete, che mentre vi proclamaste capitani di lungo
corso capaci di condurre la umanità per mari inesplorati e procellosi,
vi siete mangiato il biscotto del viatico prima di uscire dal porto?
Delle rivoluzioni si compiono quelle che tutti presagiscono come portate
dalla necessità. Gli avversari del vivere libero non hanno mestieri di
spie per essere informati: gli avverte lo istinto, e non errano mai:
quando minaccia il terremoto, gli animali domestici, presentendolo,
fuggono dalla casa destinata alla ruina; vorreste voi che gli uomini di
Stato possedessero meno perspicacia dei gatti? — Questo non si può
concedere; nè simile concetto contradice punto allo smanioso rovistare
che fa il Governo, e a non trovare mai nulla, perchè altro è non esserci
una cosa, ed altro non saperla cercare; altro è persuadere la propria
coscienza, ed altro raccoglier prove per persuadere altrui; altro
ostinarsi a credere che la faccenda cammini ad un modo, ed altro che la
vada diversamente.
Ora le monarchie tremano che i conati dei popoli si appuntino nel volere
mutata la forma del governo: per opinione mia s'ingannano; la
_repubblica_ è una forma, un grido, una voce; la _distruzione_ o la
_trasformazione_ (se ti piace meglio), ma pur sempre la morte del
presente è la cosa. La repubblica offre qualche cosa di concreto sopra
la quale tu puoi mettere la mano, mentre la _distruzione_ non ha forma,
benchè disformi quanto le si para davanti. Ed io qui dissento da quanto
mi sembra affermato da Giuseppe Mazzini, il quale giudica che i passati
rivolgimenti non attecchissero in Italia, perchè i fattori di quelli o
non avessero, o non sapessero mettere in pratica un concetto di
reggimento nuovo non solo per ciò che appartiene alla politica, ma sì
anche agli ordini del vivere sociale. Con la reverenza che si deve a
tanto e a tale uomo, a me pare che cotesti rivolgimenti non
allignassero, perchè non accaddero per unica virtù di popolo: se mi sia
lecito usare linguaggio mercantile, in negozio che seppe tanto del
mercante, essi furono fatti in conto a metà con la monarchia; onde come
per ordinario avviene nelle società, ognuno dei soci vantando avessero
messo la maggiore porzione pretendeva pigliare tutto per sè; e a
diritto, perchè i benefizi delle rivoluzioni non sono di quelli che
possano spartirsi fra _monarchia_ e _democrazia_. Ancora, chi può dire
prima della tempesta quello che egli opererà dopo? Quali elementi gli
avanzeranno? E come vorranno essere foggiati? Pericoloso poi è proporre
generalità, però che comprendendo esse o troppo o troppo poco, quando si
arriva a specificarle a modo di cui le propose generano sempre
perplessità ed equivoci. Se non erro, qui dentro sta l'agonia del tempo:
mietere la messe maledetta del presente, e sul campo sgombrato spargere
il seme che si conoscerà più utile alla specie umana. La distruzione e
la trasformazione del presente implica per necessità miglioramento
avvenire.