V.

E l'altro aspetto del Dante storico emerge da questa nuova malaugurata

disposizione di avvenimenti, e per altri episodi o per altre, talvolta

anche fuggevoli, imagini è lumeggiato nel Poema. La vita civile di

Dante, che è essa quest'altro aspetto di lui nel Poema, la vita sua di

poco più che un lustro, fra gli ultimi anni del XIII secolo e i primi

del successivo, questi e quelli tempestosissimi, comprende l'opera

di lui ne' Consigli, nelle commissioni pel Comune, nel Priorato, e

il suo mescolarsi tra i Bianchi nelle fazioni della città guelfa,

co' Bianchi difendendo la indipendenza del Comune contro le violenze

di papa Bonifazio e dell'instrumento suo Carlo Valese, e co' Bianchi

terminando involto nella loro caduta. Per tal modo la vita civile di

Dante è, nel breve periodo ch'ella occupa, quasi non altro che una

preparazione all'esilio, o piuttosto un precipitare verso di esso: e le

imagini per le quali nel Poema e vita civile ed esilio riflettonsi, si

mescolano siffattamente e s'intrecciano, da non potere la osservazione,

sia storica, sia estetica, separar ciò che uno è nella intenzione del

Poeta, come nella realtà dei fatti dolorosamente fu uno.

Riconosciuto da Ciacco siccome un dei “cittadini„ di buona famiglia

(“buoni e gentili uomini della città„ dicevano), de' quali al

parassita era altresì nota per lungo uso la mensa, da lui primo gli

è nell'Inferno non nominata Firenze, ma indicata con amara perifrasi

“la città piena d'invidia„, cioè d'odio fraterno: e di questo, che è

già al colmo sicchè ormai “il sacco trabocca„, Dante si fa predire

le imminenti catastrofi, per le quali dee consumarsi, fra l'anno

che corre 1300 e il 1302, la scissione di parte guelfa in Bianchi

e Neri. Son per “venire al sangue„: i Cerchi cacceranno i Donati:

poi questi, parte Nera, trionferanno di parte Bianca, e la terranno

soggetta: la cittadinanza ha appena due giusti sui novantamila che

la compongono, e quelli non sono ascoltati: in fondo alla scena del

dramma che si apparecchia, veglia, cupa sinistra figura, il Pontefice,

che in apparenza “piaggia„, si sta di mezzo, fra le due parti, ma

giunto il momento, farà preponderare quella, e la men degna, con la

quale è segretamente legato. È la prima predizione di sciagure civili

che percuote l'animo di Dante, là nella trista pianura intronata dai

latrati di Cerbero trifauce, flagellata dalla pioggia sporca sotto la

quale giacciono nella melma fetente i ghiottoni.

E poco si fa aspettar la seconda: la quale Dante riceve non dalla bocca

lorda di Ciacco, che lo guarda con occhi stravolti, e ciondolando la

testa ricade giù al suo gastigo, ma da Farinata magnanimo. Si affaccia

l'Uberti alla tomba infocata, con superba noncuranza de' tormenti

infernali; altero della sua vecchia fede ghibellina, per la quale ha

dato anche l'eterna salvezza; pronto a disperdere, se potesse, una

terza volta i Guelfi esecrati. Il giovine guelfo, che gli sta, non

meno baldanzoso, dinanzi, raccoglie quella allusione alle cacciate

anche de' suoi Alighieri, e crudelmente motteggia sugli Uberti che

hanno finalmente disimparata “l'arte„ del ritorno. Ma Farinata ribatte

il motteggio con la visione che egli ha di un non lontano avvenire:

i Guelfi Bianchi tentare affannosamente di forzar le porte della

città che gli ha cacciati; ed esserne dai Guelfi Neri respinti: “tu

saprai quanto quell'arte pesa„. Poi, non senza una nota d'affetto

che quasi oscilla in quella fiera voce di partigiano, gli chiede

ragione dell'odio senza tregua al quale Firenze ha in modo speciale e

nominatamente consacrati, come per anatema, gli Uberti. Al che Dante

ricorda l'Arbia sanguinosa: ma Farinata il consiglio d'Empoli, e sè

rimasto “solo„ a difendere dai furori matricidi la patria, “Fiorenza„:

e nel nome materno di lei paiono acquetarsi dall'una parte e dall'altra

gli sdegni; e Dante s'inchina dinanzi al “magnanimo„ augurando alla sua

travagliata discendenza riposo. E non senza sgomento della predizione,

che questa volta è a lui personale, continua il viaggio pe' regni

eterni.

Anche più personali le affettuose anticipazioni che del doloroso

avvenire gli fa ser Brunetto: la città partigiana inimicarsi tutta

quanta all'uom virtuoso, degno di ben altra cittadinanza; opposte

fazioni anelare con pari ferocia allo strazio di lui: “tanto onore„,

gli dice con filosofica alterezza il Maestro “la tua fortuna, tanto

onor ti serba„. E Dante con gagliardo animo scrive anche quel testo; e

a Beatrice, quando giungerà a lei, ne riserba la chiosa.

Ma non degna di tanto, sebbene imprecatagli contro e proprio in

pieno petto scagliatagli (“e detto l'ho perchè doler ten debbia„), la

predizione che Vanni Fucci gli fa d'uno di quelli episodi guerreschi

ne' quali si consumarono, tra vane speranze, i primi anni del suo

esilio: e l'accenno a quella rotta di Bianchi per un Malaspina

capitano della Taglia guelfa Nera, si perde fra le bestemmie del

pistoiese feroce, soffocate dall'avvinghiarglisi al collo i serpenti

della settima bolgia. Così pure una rapida e indiretta allusione al

suo esilio, con la quale Corrado Malaspina gli prenuncia le cortesie

ospitali de' potenti Marchesi; e l'altra con che Oderisi da Gubbio gli

fa presentire le strettezze e le umiliazioni di quella vita raminga,

il “condursi a tremar per ogni vena„ nello stendere altrui la mano

supplichevole; e un'altra, forse, allusione pure all'esilio, contenuta

nel predirgli Bonagiunta che una giovine donna gli farà piacere il

soggiorno di Lucca; non sono rilevate dal Poeta, come sole ha rilevato

le due vere e proprie profezie: di Farinata e di ser Brunetto.

E tutte poi, finalmente, le “parole gravi di sua vita futura„, o

siano formali profezie o rapide e quasi guizzanti allusioni, tutte le

accoglie e vi pone il suggello, e le converte in enunciazione espressa,

non Beatrice veramente, come Virgilio aveva assicurato al discepolo

che sarebbe, ma l'antenato suo messer Cacciaguida, morto in Palestina

crociato. Questo cambiamento, o discordanza, di personaggi si suole

enumerare tra quelle disavvertenze che nella complessa e laboriosa

macchina de' cento Canti immortali, anche rispetto ad alcun altro

particolare, si osservano. Ma chi non perdona questa, che forse è di

tutte la più osservabile, chi non la perdona all'autore? Il quale,

determinate meglio in altro luogo, e pure per bocca di Virgilio, le

attribuzioni che avrà Beatrice, di chiarire a Dante quanto è “opra di

fede„; deposto a' piedi di lei, sulla vetta della montagna conquistata

col pentimento, tutto quanto egli umanamente ha peccato, così ne'

trascorsi del senso arrendevole, come ne' deviamenti della ragione

ribelle, come nella subordinazione delle idealità speculative alle

cure e alle brighe della vita operativa; nell'atto stesso che quasi

sottrae al maestrato di Beatrice, trasferendolo in Cacciaguida, questo

manifestamento che gli è largito de' suoi futuri travagli fra gli

uomini; la fa a quel filiale abboccarsi di lui col crociato trisavolo

partecipare mediante le più care manifestazioni di donna amante verso

l'amante Poeta. Sin dalle prime parole di Cacciaguida al pronipote,

gli occhi di Beatrice ardono di siffatto riso, “ch'io pensai co'

miei toccar lo fondo della mia grazia e del mio paradiso„. Quando

Dante nelle memorie della vecchia Firenze si esalta col suo nobile

progenitore, quasi dimenticando per esse le realtà sovrumane alle

quali è stato inalzato, Beatrice sorride amorevolmente di quella sua

debolezza. Quando infine egli, con l'animo attristato, medita sulle

sciagure da lui predettegli, è Beatrice che lo conforta distornandogli

il pensiero da quelle alla giustizia divina, ed egli non ha virtù

di ridire quel che gli occhi di lei in quel punto gli dissero: “e

quale io allor vidi negli occhi santi amor, qui l'abbandono„. Per tal

modo ciascuno de' due, Cacciaguida e Beatrice, hanno nell'episodio

ufficii appropriati. A Cacciaguida, l'introdurre quel suo privilegiato

discendente fra le care imagini del buon tempo antico, nell'antica

cerchia della loro Firenze, fra la cittadinanza sobria, virtuosa,

legittima, non ammorbata dai venturieri di gente nuova, non pericolata

dalla “fellonia„ de' fattisi potenti ne' traffici, non sovvertita dalla

feudal grandigia dei discesi dalle castella, e che forte di concordia e

d'integrità portava alto il giglio tuttavia bianco del suo gonfalone:

a Cacciaguida altresì, lo annunziargli l'esilio e presignargliene

le vicende, dal suo macchinarsi nella Corte mondana di Roma, e poi

attraverso alle agitazioni burrascose, lungo le stazioni più o men

fide, tra le amarezze e i conforti, e le speranze ingannevoli, sino

alla morte, che tutte le schianta, di Arrigo VII. A Beatrice, lo

accompagnare i sentimenti che nel cuore di Dante si suscitano per

quelle comunicazioni tra sè e l'onorando vegliardo, accompagnarli

ella con cuore di donna, che le cure civili abbandona all'uomo, ma

col trepido affetto le vigila; soccorrere ella al conturbarvisi di

lui, e sorreggerlo e rialzarlo, con la superiorità dell'idea che essa

rappresenta, e che a quelle cose contingenti sovrasta, come appunto

l'idea ai fatti, l'eterno e il divino al transitorio e al mondano.

Quanto espresse e ripetute e variamente atteggiate menzioni ha il Poeta

fatte del proprio esilio, altrettanto è nel Poema, non che scarsa, ma

del tutto priva, e non che di espresse testimonianze, ma pur anco di

allusioni, la sua vita civile fiorentina. Inutilmente vi cercheremmo

traccia della sua partecipazione ai Consigli del Comune, sebbene di uno

di quelli l'atto sopravvissutoci paia a noi oggi una gran cosa, perchè

ci troviamo lui Dante opporsi che Firenze mandi aiuto di cavalieri

alla crociata di papa Bonifazio contro i Colonnesi. Fu pel Comune

ambasciatore: e dell'ambasciata sua a San Gimignano in servizio della

Taglia Guelfa rimangono documenti; dell'altra a Bonifazio nell'autunno

del 1301, testimonianze sicure: ma se quelli e queste non possedessimo,

nulla ne avremmo potuto da parole sue argomentare. La soprastanza

di lui all'addirizzamento d'una strada, che da Porta Guelfa doveva

agevolare la venuta delle milizie di contado ad ogni chiamata de'

magistrati per la esecuzione degli Ordinamenti di Giustizia, è da

credere non fosse il solo ufficio in che egli si facesse solidale del

reggimento popolare contro i Grandi, dai quali s'era staccato per voler

essere appunto di popolo e di reggimento: ma il documento rimastocene,

che con parole come queste, “via e porta fatte e messe, con grande

caldo e spesa, per trattato e mossa della Signoria„, ci fa rilevare la

importanza politica di tale ufficio, resa maggiore per averlo Dante

tenuto nella primavera del fatale anno 1301, imminendo alla città la

catastrofe di parte Bianca; non certo alcuna allusione, che da qualche

verso della _Commedia_ noi desidereremmo di poter collegare con quel

documento. Come finalmente non meravigliarci che nel Poema non abbia

trovato luogo qualche accenno al suo Priorato, e che sur una sì notevol

pagina della vita di Dante non possiamo noi leggere una linea che sia

di lui stesso, se non trascrivendovi, sulla fede di Leonardo Aretino

suo biografo, quelle di una lettera perduta, a ogni modo bellissime,

dove l'esule rivendica a que' suoi “infausti comizi„ e l'esserne egli

stato degno per lealtà di buon cittadino, e l'essergliene derivate

tutte le sventure che lo hanno percosso? E come non rilevare un po'

crucciosamente, che il Poeta, il quale non fermò pur con uno de' suoi

versi potenti questi solenni ricordi della propria vita, abbia invece,

e in uno de' più fieri e concitati canti, quello de' Simoniaci e della

dannazione predestinata ai papi Bonifazio e Clemente, abbia consacrate

due intere terzine, e appostele formalmente come “suggel ch'ogni uomo

sganni„, al fatto d'aver egli una volta, trovandosi “nel suo bel San

Giovanni„, rotto un pozzetto del battisterio per salvare “un che dentro

v'annegava?„

Vero è, bensì, che ai poeti non tanto sono da chiedere menzioni

espresse de' fatti i quali abbian dovuto ispirarli, quanto imagini

riflesse, che dai cuori più sdegnosi e più profondamente feriti, e come

più i fatti son gravi e tragici usciranno più indirette ed oblique.

Così è, forse, che lo avere, egli solo, in quel Consiglio del 19 giugno

1301 negato i soccorsi d'arme al Papa per le sue profane crociate.

Dante lo ripensa scrivendo

Lo principe de' nuovi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin nè con Giudei,

chè ciascun suo nemico era Cristiano....

Così agli uffici del Comune, degnamente addossatigli e con fede

sostenuti, egli non poteva in cuor suo non contrapporre, nell'atto

di bollarle, col verso, le volgari ambizioni dei “non chiamati„, che

“solleciti„ e da sè candidandosi, gridano “I' mi sobbarco„. E quando

all'esule riappariva, in sogno tormentoso, la patria; quando i gradi da

balzo a balzo del suo Purgatorio gli ricordavano l'erta di San Miniato,

sopra Rubaconte, e le “scalee„ costruitevi da' buoni virtuosi vecchi,

e appiè del monte “lungo il bel fiume d'Arno„ la “gran villa„, venuta a

mano di “guidatori„ troppo diversi da que' suoi primi, di uomini che la

santità de' civili ufficii profanavano con le frodi ne' libri di fede

pubblica e nella misura delle biade (onde le famiglie poi “arrossavan

per lo staio„); non credete voi che Dante, scotendo per tal modo da

sè la sozzura di cotesta tralignata cittadinanza non affermasse e a sè

medesimo e al mondo la integrità sua di cittadino, e non la gettasse in

faccia a coloro che sotto la infame accusa di barattiere gli avevano

rapita quella povera patria rimasta in loro balìa? E se veramente fu

in Corte di Roma, ambasciatore de' suoi Bianchi, ne' giorni medesimi

in che Bonifazio, dando ad essi buone parole, spingeva contro Firenze

il prezzolato paciaro francese, e le preparava i furori fratricidi e

le vendette di messer Corso; tra le ricordanze che l'eterna città ha

impresse nel Poema, quali raccoglieremo con maggior sentimento, quali

più intimamente collegheremo alla vita del Poeta, quelle espresse

attinenti al giubileo e alle sue processioni lungo Ponte Sant'Angelo,

o alla “pigna„ vaticana, o all'apparita di Montemario, ovvero quella

tenebrosa imagine de' maneggi curiali, con la quale Cacciaguida gli

predice appunto la storia di que' giorni funesti?

Questo si vuole, e questo già si cerca,

e questo verrà fatto a chi ciò pensa,

là dove Cristo tuttodì si merca.

E se, non dal proprio Priorato, ma da quello che fu ultimo di parte

Bianca, entrato pel consueto bimestre il 15 d'ottobre e rovesciato

il 7 di novembre del 1301, se è da questo, com'è certamente, desunto

quello scherno “de' sottili provvedimenti„, pe' quali in Firenze “il

filato d'ottobre non giunge a mezzo novembre„, noi non possiamo credere

che il Poeta motteggiasse amaramente di quella magistratura priorale,

senza che il pensiero e il cuore gli corressero col bimestre da giugno

ad agosto del 1300, quando egli n'avea sostenuto il peso fra le gare

ormai scoperte della città partita, e inutilmente al confinamento de'

capifazione (che fu fatale col suo Guido) avevano egli e i compagni

suoi tentato di saldare le piaghe di quella malsana compagine,

inutilmente proseguire la difesa, già dai predecessori iniziata, delle

giurisdizioni del Comune contro il Pontefice che con le teorie e co'

fatti ne invadeva il terreno.

Vi hanno, del resto, nella _Commedia_, luoghi, e sono de' più

luminosi d'affetto e di poesia, dove tutt'altro che obliquamente e

indirettamente, anzi con pieno abbandono alla passione che lo domina,

il Poeta parla in nome del proprio passato; e quale egli fu nella vita,

tale investe apertamente e violentemente la realtà delle cose. Anzi in

cosiffatti luoghi è dove al personaggio ideale, al protagonista della

fantastica azione, al viaggiatore pe' tre regni, si sostituisce il

Dante vero, che non escogita artista, ma uomo sente e pensa e soffre,

le cose che dice, che vive le atteggia nel verso, che del verso fa

il grido dell'anima sua; e in quelle soggettive “digressioni„ (così

egli stesso le ha chiamate) dal dramma oggettivo, in quelle inserzioni

liriche alla materia e alla forma del Poema, in quelle sole, cessa

il contrasto che è in tutto il rimanente dell'azione, e che potremmo

chiamar cronologico; e che nella primavera del 1300, quando più Dante

era mescolato e trascinato fra i commovimenti della vita civile,

sotto quella data appunto egli rappresenti sè stesso in forma di

convertito e penitente contemplatore delle cose eterne, dispregiatore

delle “presenti„, “da esse tutto sciolto, e suso in cielo, con

Beatrice, cotanto gloriosamente accolto„, ne' giorni ne' quali invece

egli partecipò, più intensamente che mai in altri, alle agitazioni

cittadine. Ma nel Sordello (cito quelle splendide liriche) nel

Sordello, dove apostrofa, prima alla servitù e alle discordie d'Italia,

evocando le grandi memorie della potenza e dell'unità imperiali di

Roma; e poi alla sua Firenze, strascicandole attorno sarcasticamente il

tributo dell'ammirazione dovutale per l'eccellenza de' suoi ordinamenti

politici e per le virtù de' suoi cittadini, finchè dal cuore, che

a quei sarcasmi crudeli si ribella, esce invece la imagine pietosa,

che troppo meglio le si adatta, d'una povera irrequieta inferma; —

ma nell'omaggio, pure ironico, al nome di Firenze, che di sè empie

“il mare, la terra„, e “l'inferno„; omaggio, la cui ironia si spunta

anche questa volta nell'amor cittadino, con l'augurio che il gastigo

immanchevole della patria non amareggi al Poeta la vecchiezza infelice

(“che più mi graverà com' più m'attempo„); — ma nell'Ugolino, dove

delle dantesche invettive contro questa o quella città d'Italia, la più

feroce impreca a Pisa ghibellina che la natura inorridita commetta agli

elementi la vendetta dello strazio che nella muda della Fame fu fatto

di lei; — in queste, vere e sublimi, liriche del grande Poema, come

la favola e la scena e la data dell'azione scompaiono, così dal poeta

emerge l'uomo; cessa ogni contrasto fra il sentimento reale di lui, e

l'attribuitosi in quel dato momento dall'artista; trionfa insieme con

l'arte, sopra l'arte forse, il cuore di Dante.

Ma il cuore di Dante è in più d'uno anche degli episodi, del tutto

appartenenti al dramma, e aventi relazione storica, come il Carlo

Martello, il Nino giudice, il Campaldino, alla sua giovinezza, così

questi alle vicende tra le quali passò burrascosa, per entro alle

quali naufragò, la sua vita civile: — è nella profezia di Guido del

Duca, dove son ritratte le crudeltà di Fulcieri da Calboli, Potestà in

Firenze in sul primo trionfo de' Neri, e feroce instrumento delle loro

vendette (Fulcieri entrerà nella “triste selva„ cacciatore di lupi:

ne mercanteggerà la viva carne, li trascinerà al macello: n'uscirà

sanguinoso e disonorato: Firenze ne rimarrà diserta per secoli): — è

il cuore di Dante nella visione che Forese Donati ha della morte di

messer Corso, il maggior colpevole di quella “trista ruina„ (il superbo

barone sarà trascinato dal cavallo, sul quale vorrà sottrarsi all'ira

del popolo, e giacerà, là presso San Salvi, informe cadavere, “corpo

vilmente disfatto„): — è dal cuor di Dante il furore col quale egli,

nella ghiacciaia infernale, fa strazio di Bocca degli Abati traditore

della bandiera fiorentina a Montaperti: — è dal cuore il grido che egli

manda verso Firenze nell'incontro coi tre maggiorenti guelfi del primo

e secondo popolo, quando alla dimanda se “cortesia e valore dimorano

ancora nella nostra città„, come a' tempi loro, un cinquant'anni

prima, soleva, egli risponde levando la faccia verso il mondo da dove

è sceso all'Inferno, e apostrofa “Fiorenza te„, che “la gente nuova

e i subiti guadagni„ hanno guasta; e a quelle sdegnose parole i tre,

quasi invidiandone a Dante la rappresentativa efficacia, “guatâr l'un

l'altro, com'al ver si guata„.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 48 / 80 题