E l'altro aspetto del Dante storico emerge da questa nuova malaugurata
disposizione di avvenimenti, e per altri episodi o per altre, talvolta
anche fuggevoli, imagini è lumeggiato nel Poema. La vita civile di
Dante, che è essa quest'altro aspetto di lui nel Poema, la vita sua di
poco più che un lustro, fra gli ultimi anni del XIII secolo e i primi
del successivo, questi e quelli tempestosissimi, comprende l'opera
di lui ne' Consigli, nelle commissioni pel Comune, nel Priorato, e
il suo mescolarsi tra i Bianchi nelle fazioni della città guelfa,
co' Bianchi difendendo la indipendenza del Comune contro le violenze
di papa Bonifazio e dell'instrumento suo Carlo Valese, e co' Bianchi
terminando involto nella loro caduta. Per tal modo la vita civile di
Dante è, nel breve periodo ch'ella occupa, quasi non altro che una
preparazione all'esilio, o piuttosto un precipitare verso di esso: e le
imagini per le quali nel Poema e vita civile ed esilio riflettonsi, si
mescolano siffattamente e s'intrecciano, da non potere la osservazione,
sia storica, sia estetica, separar ciò che uno è nella intenzione del
Poeta, come nella realtà dei fatti dolorosamente fu uno.
Riconosciuto da Ciacco siccome un dei “cittadini„ di buona famiglia
(“buoni e gentili uomini della città„ dicevano), de' quali al
parassita era altresì nota per lungo uso la mensa, da lui primo gli
è nell'Inferno non nominata Firenze, ma indicata con amara perifrasi
“la città piena d'invidia„, cioè d'odio fraterno: e di questo, che è
già al colmo sicchè ormai “il sacco trabocca„, Dante si fa predire
le imminenti catastrofi, per le quali dee consumarsi, fra l'anno
che corre 1300 e il 1302, la scissione di parte guelfa in Bianchi
e Neri. Son per “venire al sangue„: i Cerchi cacceranno i Donati:
poi questi, parte Nera, trionferanno di parte Bianca, e la terranno
soggetta: la cittadinanza ha appena due giusti sui novantamila che
la compongono, e quelli non sono ascoltati: in fondo alla scena del
dramma che si apparecchia, veglia, cupa sinistra figura, il Pontefice,
che in apparenza “piaggia„, si sta di mezzo, fra le due parti, ma
giunto il momento, farà preponderare quella, e la men degna, con la
quale è segretamente legato. È la prima predizione di sciagure civili
che percuote l'animo di Dante, là nella trista pianura intronata dai
latrati di Cerbero trifauce, flagellata dalla pioggia sporca sotto la
quale giacciono nella melma fetente i ghiottoni.
E poco si fa aspettar la seconda: la quale Dante riceve non dalla bocca
lorda di Ciacco, che lo guarda con occhi stravolti, e ciondolando la
testa ricade giù al suo gastigo, ma da Farinata magnanimo. Si affaccia
l'Uberti alla tomba infocata, con superba noncuranza de' tormenti
infernali; altero della sua vecchia fede ghibellina, per la quale ha
dato anche l'eterna salvezza; pronto a disperdere, se potesse, una
terza volta i Guelfi esecrati. Il giovine guelfo, che gli sta, non
meno baldanzoso, dinanzi, raccoglie quella allusione alle cacciate
anche de' suoi Alighieri, e crudelmente motteggia sugli Uberti che
hanno finalmente disimparata “l'arte„ del ritorno. Ma Farinata ribatte
il motteggio con la visione che egli ha di un non lontano avvenire:
i Guelfi Bianchi tentare affannosamente di forzar le porte della
città che gli ha cacciati; ed esserne dai Guelfi Neri respinti: “tu
saprai quanto quell'arte pesa„. Poi, non senza una nota d'affetto
che quasi oscilla in quella fiera voce di partigiano, gli chiede
ragione dell'odio senza tregua al quale Firenze ha in modo speciale e
nominatamente consacrati, come per anatema, gli Uberti. Al che Dante
ricorda l'Arbia sanguinosa: ma Farinata il consiglio d'Empoli, e sè
rimasto “solo„ a difendere dai furori matricidi la patria, “Fiorenza„:
e nel nome materno di lei paiono acquetarsi dall'una parte e dall'altra
gli sdegni; e Dante s'inchina dinanzi al “magnanimo„ augurando alla sua
travagliata discendenza riposo. E non senza sgomento della predizione,
che questa volta è a lui personale, continua il viaggio pe' regni
eterni.
Anche più personali le affettuose anticipazioni che del doloroso
avvenire gli fa ser Brunetto: la città partigiana inimicarsi tutta
quanta all'uom virtuoso, degno di ben altra cittadinanza; opposte
fazioni anelare con pari ferocia allo strazio di lui: “tanto onore„,
gli dice con filosofica alterezza il Maestro “la tua fortuna, tanto
onor ti serba„. E Dante con gagliardo animo scrive anche quel testo; e
a Beatrice, quando giungerà a lei, ne riserba la chiosa.
Ma non degna di tanto, sebbene imprecatagli contro e proprio in
pieno petto scagliatagli (“e detto l'ho perchè doler ten debbia„), la
predizione che Vanni Fucci gli fa d'uno di quelli episodi guerreschi
ne' quali si consumarono, tra vane speranze, i primi anni del suo
esilio: e l'accenno a quella rotta di Bianchi per un Malaspina
capitano della Taglia guelfa Nera, si perde fra le bestemmie del
pistoiese feroce, soffocate dall'avvinghiarglisi al collo i serpenti
della settima bolgia. Così pure una rapida e indiretta allusione al
suo esilio, con la quale Corrado Malaspina gli prenuncia le cortesie
ospitali de' potenti Marchesi; e l'altra con che Oderisi da Gubbio gli
fa presentire le strettezze e le umiliazioni di quella vita raminga,
il “condursi a tremar per ogni vena„ nello stendere altrui la mano
supplichevole; e un'altra, forse, allusione pure all'esilio, contenuta
nel predirgli Bonagiunta che una giovine donna gli farà piacere il
soggiorno di Lucca; non sono rilevate dal Poeta, come sole ha rilevato
le due vere e proprie profezie: di Farinata e di ser Brunetto.
E tutte poi, finalmente, le “parole gravi di sua vita futura„, o
siano formali profezie o rapide e quasi guizzanti allusioni, tutte le
accoglie e vi pone il suggello, e le converte in enunciazione espressa,
non Beatrice veramente, come Virgilio aveva assicurato al discepolo
che sarebbe, ma l'antenato suo messer Cacciaguida, morto in Palestina
crociato. Questo cambiamento, o discordanza, di personaggi si suole
enumerare tra quelle disavvertenze che nella complessa e laboriosa
macchina de' cento Canti immortali, anche rispetto ad alcun altro
particolare, si osservano. Ma chi non perdona questa, che forse è di
tutte la più osservabile, chi non la perdona all'autore? Il quale,
determinate meglio in altro luogo, e pure per bocca di Virgilio, le
attribuzioni che avrà Beatrice, di chiarire a Dante quanto è “opra di
fede„; deposto a' piedi di lei, sulla vetta della montagna conquistata
col pentimento, tutto quanto egli umanamente ha peccato, così ne'
trascorsi del senso arrendevole, come ne' deviamenti della ragione
ribelle, come nella subordinazione delle idealità speculative alle
cure e alle brighe della vita operativa; nell'atto stesso che quasi
sottrae al maestrato di Beatrice, trasferendolo in Cacciaguida, questo
manifestamento che gli è largito de' suoi futuri travagli fra gli
uomini; la fa a quel filiale abboccarsi di lui col crociato trisavolo
partecipare mediante le più care manifestazioni di donna amante verso
l'amante Poeta. Sin dalle prime parole di Cacciaguida al pronipote,
gli occhi di Beatrice ardono di siffatto riso, “ch'io pensai co'
miei toccar lo fondo della mia grazia e del mio paradiso„. Quando
Dante nelle memorie della vecchia Firenze si esalta col suo nobile
progenitore, quasi dimenticando per esse le realtà sovrumane alle
quali è stato inalzato, Beatrice sorride amorevolmente di quella sua
debolezza. Quando infine egli, con l'animo attristato, medita sulle
sciagure da lui predettegli, è Beatrice che lo conforta distornandogli
il pensiero da quelle alla giustizia divina, ed egli non ha virtù
di ridire quel che gli occhi di lei in quel punto gli dissero: “e
quale io allor vidi negli occhi santi amor, qui l'abbandono„. Per tal
modo ciascuno de' due, Cacciaguida e Beatrice, hanno nell'episodio
ufficii appropriati. A Cacciaguida, l'introdurre quel suo privilegiato
discendente fra le care imagini del buon tempo antico, nell'antica
cerchia della loro Firenze, fra la cittadinanza sobria, virtuosa,
legittima, non ammorbata dai venturieri di gente nuova, non pericolata
dalla “fellonia„ de' fattisi potenti ne' traffici, non sovvertita dalla
feudal grandigia dei discesi dalle castella, e che forte di concordia e
d'integrità portava alto il giglio tuttavia bianco del suo gonfalone:
a Cacciaguida altresì, lo annunziargli l'esilio e presignargliene
le vicende, dal suo macchinarsi nella Corte mondana di Roma, e poi
attraverso alle agitazioni burrascose, lungo le stazioni più o men
fide, tra le amarezze e i conforti, e le speranze ingannevoli, sino
alla morte, che tutte le schianta, di Arrigo VII. A Beatrice, lo
accompagnare i sentimenti che nel cuore di Dante si suscitano per
quelle comunicazioni tra sè e l'onorando vegliardo, accompagnarli
ella con cuore di donna, che le cure civili abbandona all'uomo, ma
col trepido affetto le vigila; soccorrere ella al conturbarvisi di
lui, e sorreggerlo e rialzarlo, con la superiorità dell'idea che essa
rappresenta, e che a quelle cose contingenti sovrasta, come appunto
l'idea ai fatti, l'eterno e il divino al transitorio e al mondano.
Quanto espresse e ripetute e variamente atteggiate menzioni ha il Poeta
fatte del proprio esilio, altrettanto è nel Poema, non che scarsa, ma
del tutto priva, e non che di espresse testimonianze, ma pur anco di
allusioni, la sua vita civile fiorentina. Inutilmente vi cercheremmo
traccia della sua partecipazione ai Consigli del Comune, sebbene di uno
di quelli l'atto sopravvissutoci paia a noi oggi una gran cosa, perchè
ci troviamo lui Dante opporsi che Firenze mandi aiuto di cavalieri
alla crociata di papa Bonifazio contro i Colonnesi. Fu pel Comune
ambasciatore: e dell'ambasciata sua a San Gimignano in servizio della
Taglia Guelfa rimangono documenti; dell'altra a Bonifazio nell'autunno
del 1301, testimonianze sicure: ma se quelli e queste non possedessimo,
nulla ne avremmo potuto da parole sue argomentare. La soprastanza
di lui all'addirizzamento d'una strada, che da Porta Guelfa doveva
agevolare la venuta delle milizie di contado ad ogni chiamata de'
magistrati per la esecuzione degli Ordinamenti di Giustizia, è da
credere non fosse il solo ufficio in che egli si facesse solidale del
reggimento popolare contro i Grandi, dai quali s'era staccato per voler
essere appunto di popolo e di reggimento: ma il documento rimastocene,
che con parole come queste, “via e porta fatte e messe, con grande
caldo e spesa, per trattato e mossa della Signoria„, ci fa rilevare la
importanza politica di tale ufficio, resa maggiore per averlo Dante
tenuto nella primavera del fatale anno 1301, imminendo alla città la
catastrofe di parte Bianca; non certo alcuna allusione, che da qualche
verso della _Commedia_ noi desidereremmo di poter collegare con quel
documento. Come finalmente non meravigliarci che nel Poema non abbia
trovato luogo qualche accenno al suo Priorato, e che sur una sì notevol
pagina della vita di Dante non possiamo noi leggere una linea che sia
di lui stesso, se non trascrivendovi, sulla fede di Leonardo Aretino
suo biografo, quelle di una lettera perduta, a ogni modo bellissime,
dove l'esule rivendica a que' suoi “infausti comizi„ e l'esserne egli
stato degno per lealtà di buon cittadino, e l'essergliene derivate
tutte le sventure che lo hanno percosso? E come non rilevare un po'
crucciosamente, che il Poeta, il quale non fermò pur con uno de' suoi
versi potenti questi solenni ricordi della propria vita, abbia invece,
e in uno de' più fieri e concitati canti, quello de' Simoniaci e della
dannazione predestinata ai papi Bonifazio e Clemente, abbia consacrate
due intere terzine, e appostele formalmente come “suggel ch'ogni uomo
sganni„, al fatto d'aver egli una volta, trovandosi “nel suo bel San
Giovanni„, rotto un pozzetto del battisterio per salvare “un che dentro
v'annegava?„
Vero è, bensì, che ai poeti non tanto sono da chiedere menzioni
espresse de' fatti i quali abbian dovuto ispirarli, quanto imagini
riflesse, che dai cuori più sdegnosi e più profondamente feriti, e come
più i fatti son gravi e tragici usciranno più indirette ed oblique.
Così è, forse, che lo avere, egli solo, in quel Consiglio del 19 giugno
1301 negato i soccorsi d'arme al Papa per le sue profane crociate.
Dante lo ripensa scrivendo
Lo principe de' nuovi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin nè con Giudei,
chè ciascun suo nemico era Cristiano....
Così agli uffici del Comune, degnamente addossatigli e con fede
sostenuti, egli non poteva in cuor suo non contrapporre, nell'atto
di bollarle, col verso, le volgari ambizioni dei “non chiamati„, che
“solleciti„ e da sè candidandosi, gridano “I' mi sobbarco„. E quando
all'esule riappariva, in sogno tormentoso, la patria; quando i gradi da
balzo a balzo del suo Purgatorio gli ricordavano l'erta di San Miniato,
sopra Rubaconte, e le “scalee„ costruitevi da' buoni virtuosi vecchi,
e appiè del monte “lungo il bel fiume d'Arno„ la “gran villa„, venuta a
mano di “guidatori„ troppo diversi da que' suoi primi, di uomini che la
santità de' civili ufficii profanavano con le frodi ne' libri di fede
pubblica e nella misura delle biade (onde le famiglie poi “arrossavan
per lo staio„); non credete voi che Dante, scotendo per tal modo da
sè la sozzura di cotesta tralignata cittadinanza non affermasse e a sè
medesimo e al mondo la integrità sua di cittadino, e non la gettasse in
faccia a coloro che sotto la infame accusa di barattiere gli avevano
rapita quella povera patria rimasta in loro balìa? E se veramente fu
in Corte di Roma, ambasciatore de' suoi Bianchi, ne' giorni medesimi
in che Bonifazio, dando ad essi buone parole, spingeva contro Firenze
il prezzolato paciaro francese, e le preparava i furori fratricidi e
le vendette di messer Corso; tra le ricordanze che l'eterna città ha
impresse nel Poema, quali raccoglieremo con maggior sentimento, quali
più intimamente collegheremo alla vita del Poeta, quelle espresse
attinenti al giubileo e alle sue processioni lungo Ponte Sant'Angelo,
o alla “pigna„ vaticana, o all'apparita di Montemario, ovvero quella
tenebrosa imagine de' maneggi curiali, con la quale Cacciaguida gli
predice appunto la storia di que' giorni funesti?
Questo si vuole, e questo già si cerca,
e questo verrà fatto a chi ciò pensa,
là dove Cristo tuttodì si merca.
E se, non dal proprio Priorato, ma da quello che fu ultimo di parte
Bianca, entrato pel consueto bimestre il 15 d'ottobre e rovesciato
il 7 di novembre del 1301, se è da questo, com'è certamente, desunto
quello scherno “de' sottili provvedimenti„, pe' quali in Firenze “il
filato d'ottobre non giunge a mezzo novembre„, noi non possiamo credere
che il Poeta motteggiasse amaramente di quella magistratura priorale,
senza che il pensiero e il cuore gli corressero col bimestre da giugno
ad agosto del 1300, quando egli n'avea sostenuto il peso fra le gare
ormai scoperte della città partita, e inutilmente al confinamento de'
capifazione (che fu fatale col suo Guido) avevano egli e i compagni
suoi tentato di saldare le piaghe di quella malsana compagine,
inutilmente proseguire la difesa, già dai predecessori iniziata, delle
giurisdizioni del Comune contro il Pontefice che con le teorie e co'
fatti ne invadeva il terreno.
Vi hanno, del resto, nella _Commedia_, luoghi, e sono de' più
luminosi d'affetto e di poesia, dove tutt'altro che obliquamente e
indirettamente, anzi con pieno abbandono alla passione che lo domina,
il Poeta parla in nome del proprio passato; e quale egli fu nella vita,
tale investe apertamente e violentemente la realtà delle cose. Anzi in
cosiffatti luoghi è dove al personaggio ideale, al protagonista della
fantastica azione, al viaggiatore pe' tre regni, si sostituisce il
Dante vero, che non escogita artista, ma uomo sente e pensa e soffre,
le cose che dice, che vive le atteggia nel verso, che del verso fa
il grido dell'anima sua; e in quelle soggettive “digressioni„ (così
egli stesso le ha chiamate) dal dramma oggettivo, in quelle inserzioni
liriche alla materia e alla forma del Poema, in quelle sole, cessa
il contrasto che è in tutto il rimanente dell'azione, e che potremmo
chiamar cronologico; e che nella primavera del 1300, quando più Dante
era mescolato e trascinato fra i commovimenti della vita civile,
sotto quella data appunto egli rappresenti sè stesso in forma di
convertito e penitente contemplatore delle cose eterne, dispregiatore
delle “presenti„, “da esse tutto sciolto, e suso in cielo, con
Beatrice, cotanto gloriosamente accolto„, ne' giorni ne' quali invece
egli partecipò, più intensamente che mai in altri, alle agitazioni
cittadine. Ma nel Sordello (cito quelle splendide liriche) nel
Sordello, dove apostrofa, prima alla servitù e alle discordie d'Italia,
evocando le grandi memorie della potenza e dell'unità imperiali di
Roma; e poi alla sua Firenze, strascicandole attorno sarcasticamente il
tributo dell'ammirazione dovutale per l'eccellenza de' suoi ordinamenti
politici e per le virtù de' suoi cittadini, finchè dal cuore, che
a quei sarcasmi crudeli si ribella, esce invece la imagine pietosa,
che troppo meglio le si adatta, d'una povera irrequieta inferma; —
ma nell'omaggio, pure ironico, al nome di Firenze, che di sè empie
“il mare, la terra„, e “l'inferno„; omaggio, la cui ironia si spunta
anche questa volta nell'amor cittadino, con l'augurio che il gastigo
immanchevole della patria non amareggi al Poeta la vecchiezza infelice
(“che più mi graverà com' più m'attempo„); — ma nell'Ugolino, dove
delle dantesche invettive contro questa o quella città d'Italia, la più
feroce impreca a Pisa ghibellina che la natura inorridita commetta agli
elementi la vendetta dello strazio che nella muda della Fame fu fatto
di lei; — in queste, vere e sublimi, liriche del grande Poema, come
la favola e la scena e la data dell'azione scompaiono, così dal poeta
emerge l'uomo; cessa ogni contrasto fra il sentimento reale di lui, e
l'attribuitosi in quel dato momento dall'artista; trionfa insieme con
l'arte, sopra l'arte forse, il cuore di Dante.
Ma il cuore di Dante è in più d'uno anche degli episodi, del tutto
appartenenti al dramma, e aventi relazione storica, come il Carlo
Martello, il Nino giudice, il Campaldino, alla sua giovinezza, così
questi alle vicende tra le quali passò burrascosa, per entro alle
quali naufragò, la sua vita civile: — è nella profezia di Guido del
Duca, dove son ritratte le crudeltà di Fulcieri da Calboli, Potestà in
Firenze in sul primo trionfo de' Neri, e feroce instrumento delle loro
vendette (Fulcieri entrerà nella “triste selva„ cacciatore di lupi:
ne mercanteggerà la viva carne, li trascinerà al macello: n'uscirà
sanguinoso e disonorato: Firenze ne rimarrà diserta per secoli): — è
il cuore di Dante nella visione che Forese Donati ha della morte di
messer Corso, il maggior colpevole di quella “trista ruina„ (il superbo
barone sarà trascinato dal cavallo, sul quale vorrà sottrarsi all'ira
del popolo, e giacerà, là presso San Salvi, informe cadavere, “corpo
vilmente disfatto„): — è dal cuor di Dante il furore col quale egli,
nella ghiacciaia infernale, fa strazio di Bocca degli Abati traditore
della bandiera fiorentina a Montaperti: — è dal cuore il grido che egli
manda verso Firenze nell'incontro coi tre maggiorenti guelfi del primo
e secondo popolo, quando alla dimanda se “cortesia e valore dimorano
ancora nella nostra città„, come a' tempi loro, un cinquant'anni
prima, soleva, egli risponde levando la faccia verso il mondo da dove
è sceso all'Inferno, e apostrofa “Fiorenza te„, che “la gente nuova
e i subiti guadagni„ hanno guasta; e a quelle sdegnose parole i tre,
quasi invidiandone a Dante la rappresentativa efficacia, “guatâr l'un
l'altro, com'al ver si guata„.