IV.

I due Poeti sono sulla spiaggia appiè del Purgatorio, in cospetto della

marina che tremola a' primi raggi dell'alba. Un lume rosseggiante,

con non so che di bianco intorno, si fa visibile sull'orizzonte, e

rapidamente s'appressa: è la navicella angelica, e porta le anime

che dalla foce del Tevere sacro hanno navigato verso il luogo

d'espiazione che dee prepararle alla gloria. Approdano, sbarcano;

s'accorgono di Dante, che non è, come son esse, spirito spoglio del

corpo; si maravigliano: una di loro si fa avanti; l'un Fiorentino

riconosce l'altro; fanno atto, inutilmente, d'abbracciarsi, come

una volta nel mondo; e Casella, a richiesta di Dante, intona le note

musicali che già appose ad una delle canzoni del _Convito_ “Amor che

nella mente mi ragiona„. L'arte, onnipotente anche nel mondo d'oltre

la tomba, s'impossessa di tutti quanti là sono ad ascoltarlo: le

anime dimenticano il Purgatorio che le aspetta; Dante e Virgilio, il

viaggio; se non fosse l'aspra voce di Catone, che li richiama tutti

al dovere, e ciascuno al proprio destino. — Altrove, asceso il sesto

girone della sacra montagna, fra il verde delle piante cariche di

frutta, a martirio e purificazione de' golosi, e innaffiate di acque

zampillanti, un rimatore, Bonagiunta da Lucca, anch'egli riconosce

in Dante il “cominciatore delle nuove rime„, e Sei tu (gli dimanda)

l'autor della canzone “Donne ch'avete intelletto d'amore?„ Al che

rispondendo Dante, Io son poeta che a dettatura d'Amore scrivo quel

che sento; fa che il rimator di maniera bonamente confessi la cagione

della inferiorità sua e degli altri di quella scuola. — Altrove,

ancora, ma in luogo ben diverso, nel girone sabbioso de' violenti

contro Dio, la natura e l'arte, sotto la pioggia del fuoco infernale,

Brunetto Latini ravvisa e con amorevolezza paterna saluta il giovane

concittadino, e gli ricorda la ben promettente giovinezza, e questi

a lui, con reverenza di figliuolo, gli ammaestramenti e i conforti

ricevutine al sapere e alla gloria, che l'altro gli conferma non

essere, congiuntamente con la sventura, per fargli difetto: con la

sventura, che il maestro prognostica, e il discepolo con franco e

sicuro animo accetta, dall'inimicizia della malnata loro cittadinanza.

— Da quella cittadinanza, pur riconoscendo ancor esso il concittadino,

e “l'altezza d'ingegno„ sua ricordando, da quella cittadinanza astrae,

come già in vita nei superbi trascendimenti della filosofia negatrice,

messer Cavalcante, sepolto coi miscredenti nel cimitero infocato sotto

le mura di Dite; e in Dante non vede se non l'amico del figliuol suo,

di Guido poeta; e del figliuolo, non d'altri nè d'altro, gli chiede,

“Mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„: e nella risposta di Dante,

la figura di Guido passa disdegnosa e solitaria, ravvolta nelle

ombre d'un verso, come l'anima sua, misterioso. — Ritorniamo a quel

sesto balzo del Purgatorio: dove, prima che da Bonagiunta, il Poeta

è stato ravvisato, e con troppo maggior cordialità e commozione, da

un affine e compagno di vita giovanile, Forese Donati. Forese, al

rivederlo, grida “Qual grazia m'è questa?„, come già Brunetto: “Qual

maraviglia!„: e Dante ripiange le lacrime sparse quattr'anni avanti

per la morte di quel suo carissimo; e ricordano insieme la famiglia

e la patria; e insieme si vergognano e si senton gravati di avere,

trascorrendo dietro le mondane follìe, partecipato giovenilmente al

malcostume fiorentino: e contro questo, Forese, il libertino pentito,

inveisce, e del suo pentimento e della grazia da Dio usatagli fa

tributo di gratitudine e di amor coniugale alla vedovella sua che

ha pregato per lui, alla Nella virtuosa: e Dante, che i tesori di

quella grazia fruisce ancor vivo, nomina Colei per la quale gli sono

largiti, la donna sua ideale che a sè lo ho ricondotto; col nome suo

di persona, e di persona famigliarmente nota, la nomina a Forese, il

che non ha fatto con altri: “io sarò là dove fia Beatrice„. — Ed è con

Beatrice quando nella stella amorosa di Venere, per entro ad uno di

quei fulgori, gli parla lo spirito del giovine principe Carlo Martello

d'Angiò, da lui conosciuto, e l'uno all'altro affezionatisi, nella

breve e pubblicamente festeggiata dimora che questi fece in Firenze la

primavera del 1294: ed anche a questa memoria di giovinezza congiunge

il Poeta le dolci sue rime d'amore: e si fa da Carlo, angelicatosi in

quel terzo cielo, ricordare l'altra Canzone del _Convivio_, “Voi che

intendendo il terzo ciel movete„, e l'affetto di che s'eran presi,

in quel fuggevol conoscersi, egli e cotesto Angioino degenere dalla

stirpe sua trista. — Altra conoscenza cara, pur di quelli anni, gli

si rinnova nel Purgatorio, nella fiorita valletta de' Principi: Nino

giudice, il Guelfo pisano, e nella guerra guelfa contro Pisa tutto cosa

dei Fiorentini, e da città a città della Lega continuo sommovitore di

maneggi e d'armi; e tuttavia, in tanto arrovellarsi civile e guerresco,

gentile spirito, dischiuso ai miti affetti di sposo, di padre,

d'amico; e questi nelle parole che Dante gli pone in bocca rivivono:

ma nulla vi si risveglia, di quelli altri più fieri e tempestosi,

in che si trovaron pure mescolati i due giovani partigiani. — Della

guerra guelfa, alla quale nessun Fiorentino che l'età facesse atto

o a' Consigli o alle armi potè fra il 1284 e il 93 essere estraneo,

della guerra guelfa imagine espressa è invece, sanguinosa imagine e

reminiscenza, Bonconte di Montefeltro che al Poeta parla di Campaldino,

e della battaglia, tra' cui furori e lo imperversare degli elementi

sparisce il suo corpo travolto dal diavolo, mentre dell'anima pentita

trionfa l'angelo salvatore.

Di tutti questi episodi che trascelgo al nostro proposito (e se da

ciascuno di essi, più che frasi sparse, il tempo mi concedesse addurre

versi e terzine, voi cambiereste davvero con vantaggio la mia povera

prosa), di tutti questi episodi è evidente il carattere soggettivo,

e la loro relazione, anche di quelli dove non è esplicita, con l'uomo

la cui giovinezza fu coetanea a que' personaggi e a que fatti; e come

a ciascuno di tali episodi il Poeta affidi alcuna parte di ricordanze

di quella sua giovinezza; e come dal convergimento delle loro linee

si componga, e alla luce che l'affetto vi riflette si colorisca,

la imagine viva di cotest'uomo in quelli anni. L'azione poi nella

quale Dante, attraverso a quelli e a tutti gli altri episodi del

Poema, protagonizza, si aggira tutta quanta e si svolge intorno al

più gentile, al più ideale, di quei giovanili fantasmi: Beatrice.

Beatrice, che manda Virgilio a soccorrer Dante nella selva mondana;

Beatrice, che nella selva paradisiaca gli rimprovera le sue colpe e

ne ottiene il pianto della confessione contrita; Beatrice, che seco lo

solleva alle sfere celesti per condurlo sino alla visione del mistero

supremo; essa stessa lo designa per “l'amico suo„ sventurato, essa

sola di tutti i personaggi del Poema lo chiama per nome (ed è quel

solo luogo dove si pronunzia il nome di lui), essa ricorda pudicamente

le “belle membra„ nelle quali gli piacque, gli “occhi giovinetti„

amorosamente “mostratigli„, i virtuosi “desiri„ che il “sommo piacere„

della sua bellezza mortale ispirava nel giovine, le visioni dopo morte

rivocatrici di lui al bene: essa è insomma anche nella _Commedia_

la Beatrice della _Vita Nuova_; tanto è quella Beatrice, che forse

anche la ministra di lei alla purificazione di Dante in Lete e in

Eunoè, la “bella donna„ amorosa che “sceglie fior da fiore„ nel maggio

perpetuo del Paradiso terrestre, quella Matelda di sì controversa

identificazione storica, è, forse, una delle gentili figure femminili

essa pure, una delle gentildonne fiorentine, della _Vita Nuova_.

L'arte, l'amore, la scienza, la patria, irraggiano di sè quella

giovinezza lieta e pensosa. La musica di Casella, che rinnovata

su la spiaggia dell'isola sacra si perde nella deserta immensità

dell'Oceano, fu in altro tempo raccolta dalle donne leggiadre, dai

giovani innamorati, festeggianti il maggio ne' verzieri de' grandi

turriti palagi, o lungo le rive d'Arno feconde, o sulle colline di

Fiesole rosee al tramonto primaverile; quelle note vestirono la poesia

fiorentina del “dolce stil nuovo„ tenue e carezzevole in ser Lapo

Gianni, incisiva e fantastica col Cavalcanti, informata da Dante al

vero sentito nell'anima: e Vanna, Lagia, Beatrice, ispiratrici, se ne

compiacquero. — Quel principe giovinetto, mancato, come il Marcello

virgiliano, a' suoi alti destini, e il cui spirito è tratto ora in giro

co' “Principi celesti„ nella roteazione delle sfere intorno all'“Amor

che le muove„, fu in Firenze, splendido di gioventù e di potenza,

venuto da Napoli incontro al padre che tornava d'oltremonti, dallo

adoperarsi nelle pratiche di pace ch'eran susseguite alla guerra dei

Vespri. Si accalcava la cittadinanza repubblicana intorno a que' suoi

Angioini, “sangue della real Casa di Francia„, che la fantasia popolare

avvolgeva ne' bagliori cavallereschi de' romanzi e delle canzoni

di gesta, circonfondeva del nimbo religioso de' Cristianissimi, non

disingannata nè allora nè poi, fatalmente, dalle rapine emungitrici,

dagl'infidi patronati, dai simoneggiamenti con la Corte di Roma:

e il re giovinetto passava per le anguste vie della città operaia,

all'ombra de' forti arnesi di vigilante guerra domestica, dinanzi

alle botteghe di quei mercatanti magistrati, addobbate della lor

propria industria co' panni di Calimala e le sete di Por Santa Maria:

da' balconi e dalle loggie, di sotto alle ampie protese tettoie,

di mezzo agli archi flessuosi, dalle finestre ogivali, raggiava nel

sorriso delle sue donne la idealità di Firenze artista. Passava il re

d'Ungheria, se ne ricorda il Villani, “con sua compagnia di duecento

cavalieri a sproni d'oro, franceschi e provenzali e del Regno, tutti

giovani, vestiti col re d'una partita di scarlatto e verde bruno, e

tutti con selle di una assisa a palafreno rilevate d'ariento e d'oro,

coll'arme a quartieri a gigli ad oro e accerchiata rosso ed ariento,

cioè l'arme d'Ungheria, che parea la più nobile e ricca compagnia che

anche avesse uno giovane re con seco. E in Firenze stette più di venti

dì, attendendo il re Carlo suo padre e' fratelli; e da' Fiorentini

gli fu fatto grande onore, ed egli mostrò grande amore a' Fiorentini,

ond'ebbe molto la grazia di tutti.„ Di questa “grazia„ ne' versi di

Dante risuona l'eco immortale: “Assai m'amasti, ed avesti bene onde„,

che paion inchiuder fiducia del Poeta in una Corte angioina, se Carlo

Martello fosse vissuto, ben diversa da quella che poi ebbe ospiti il

Petrarca e il Boccaccio. — Quel giovine fiorentino pervenuto ormai “al

mezzo del cammin di nostra vita„, che non osa andare a pari con quel

vecchio dannato, e dinanzi a lui inchina reverente la testa, ascoltò

su nel mondo, in più verdi anni, con egual reverenza la parola di

cotesto savio uomo, e fu de' meglio disposti a quel “digrossamento

della cittadinanza„, che questi, ser Brunetto Latini, veniva operando

con lo interpretare a' laici la parola de' filosofi, de' retori, degli

oratori antichi, o col popolareggiare nel diffuso volgar di Francia,

nella “prosa de' romanzi„ lo scibile delle scuole e de' chiostri, e

farne “tesoro„ accessibile a tutti. In quelle sposizioni della sapienza

antica, dischiudevansi all'animo del giovine le visioni della gloria,

del “come l'uom s'eterna„: e l'umanista di Firenze artigiana, lo

scolastico errante ne' venturosi esigli, il dettator del Comune nella

lingua augusta de' padri, compiacevasi di vedere che quel terreno,

tuttavia malagevole alla nuova cultura, producesse spontaneo cosiffatte

piante, nelle quali “riviveva la sementa santa di Roma„, che dalle

nebbie estreme, lentamente sfumanti, della grossa età medievale, si

sprigionasse, ombra in sogno dell'imminente Rinascimento, l'imagine

di quella universal patria delle genti civili. — Insieme con cotesto

giovine di grandi speranze, e “dietro sua stella incamminato a porto

glorioso„, ascoltava volontario discepolo anch'egli, ma assai men

docile, come a sofferire gli ordinamenti della novella democrazia, così

ad accogliere gli ammaestramenti e gli esemplari della civiltà antica,

il più caro degli amici suoi, quel Guido Cavalcanti che l'anima del

padre, dal mondo di là nel quale non credettero, chiama ora con voce

di affetto desolato. Furono lungamente insieme e ne' loro più belli

anni della vita mortale; perchè non sono essi insieme a traversare

le regioni dell'altra, que' due compagni di gioventù, d'amore, di

rime, di parte? Il confidente e partecipe delle visioni amorose;

il solutore o, a vicenda, proponitor dei quesiti formulati secondo

i dettami del trovare; l'amico, pel quale nell'idioma delle donne

gentili la _Vita Nuova_ fu scritta; il compagno d'arte a cimentare

le virtù di questo idioma dietro l'orma, che essi sopravanzeranno,

del massimo Guidi Guinicelli; come non essere con Dante suo là, dove

alle visioni dell'anima è dischiuso l'infinito e l'eterno, dove il

più arduo e tormentoso dei problemi ha risposte d'assoluta certezza;

in cotesto viaggio, il cui “arrivare„ sarà alla donna di quella _Vita

Nuova_, alla donna di quelle rime del nuovo dolce stile d'amore? Ahimè,

troppo è sfiorito, troppo è inaridito, troppo è caduto, di quelle

idealità giovanili! Troppo presto è morta Beatrice; troppo presto

quelli “occhi giovinetti„ si chiusero, e “le membra belle si fecero

terra!„ E la terra ha tirato a sè l'amante infedele: lo hanno traviato

le voluttà del senso volgari; e il verso che attratto dal sorriso

e dal saluto di Beatrice s'inalzava sino alla patria degli angeli

dov'ell'“era desiata„, ha, dopo il ritorno di lei colassù, abbassate

le “penne gravate„ giù nelle “vanità brevi„ mondane: peggio ancora, ha

sogghignato e motteggiato nel gergo equivoco de' trivii, tenzonando

con Forese, non già, come con Guido e Lapo e Cino, sulla spirituale

casistica del “diritto amore„, ma sulle avventure dell'amor “folle„ e

randagio, sulle realtà, e turpi realtà, della vita quotidiana. Allora,

di quella “vita vile„, di quei “vili pensieri„, schivo e sdegnoso,

Guido si è ritratto in disparte; altre cose ancora comprendendo in

quel suo altero dispregio, ciò erano le cure civili, la partecipazione

al governo artigiano del loro Comune, dietro le quali la giovinezza

di Dante ha rotto fede alla idealità che ambedue avevano vagheggiato

concordemente. Il distacco che si compie tra Guido, il quale resta de'

Grandi e persona speculativa, e Dante, il quale si fa uomo di popolo e

magistrato; tra Dante che si troverà a sentenziare ed eseguire contro

que' Grandi, e Guido ad esserne percosso; neanche potrà cessare, il

giorno che Dante, dissonnatosi da quel suo aggirarsi sonnambulare entro

la selva delle cose mondane e fallaci, ritornerà per la “diritta via„

alle verità ideali, a Beatrice: perocchè tale ritorno si opera mediante

la fede dell'uomo e la grazia di Dio; e Guido è escluso da questa,

perchè ricusatore di quella. De' due ascoltatori di ser Brunetto, Dante

solo ha potuto farsi seguace al Virgilio che nel mondo dello spirito

riconosce e in sè rappresenta la deficienza del sapere umano, anche

sublimato sin al grado più alto, di fronte alla rivelazione divina:

perocchè Guido si è rinchiuso dentro la speculazione umana, del tutto

umana, se non in quanto lo spirito della poesia aleggia su quella

materia, e di là ha da sè respinto del pari e i contrasti e le brighe

della vita attiva, e, negli ordini della speculazione, le supreme

conciliazioni della filosofia religiosa; laddove Dante, dalle idealità

e dalle affettività soggettive, passato, od anche, se vuolsi, disceso,

alle realità della vita attiva e operante, deviatosi fors'anco dietro

i “difettivi sillogismi„ di quella medesima scienza dubitatrice e

terminativa in sè stessa, ha poi ritrovato nel cuor suo memore e non

corrotto la energia delle prime e pure idealità, e sulla traccia di

esse, scorto dalla Scienza sì delle cose umane e sì delle divine si è

ravviato verso quella verità comprensiva di tutti gli aspetti di ciò

che è, di tutte le dissonanze armonizzatrice, “che saziando di sè, di

sè asseta„. E da quelle altezze, donde non vorrebbe esser mai disceso,

guarda con occhio di severo giudice il proprio passato; con umiltà di

penitente se ne confessa ed accusa.

Ma di cotesto passato, che la Beatrice teologale gli rinfaccia con

durezza d'inquisitore, ma della cara sua giovinezza, lasciate al Poeta

le ricordanze de' giorni, ne' quali egli contribuì il vigore degli

affetti suoi e del braccio alla vita, che era anch'essa una gioventù,

alla vita battagliera del suo glorioso Comune; lasciategli il suo

Carlo Martello, il suo Nino giudice, il suo Campaldino. Sia pure che

a cotesti fantasmi del proprio passato, si riaffacci egli tutt'altro

uomo da quando ci visse in mezzo e operò: al mistico viaggiatore,

nel riveder Nino Visconti, occorra innanzi tutto il pensiero, e

sia prima e maggiore allegrezza, che cotesta anima, pericolata

dell'eterna salute tra le fazioni sanguinose e le gare frodolente,

nelle sinistre ambizioni del potere e ne' rancori dell'esilio

implacabili, cotesta gentile anima, è salva; e salvo è Bonconte, il

prode cavalier ghibellino, caduto in battaglia col dolce nome di Maria

sulle labbra. Ma quella battaglia, nell'atto che Bonconte gli parla,

quella battaglia, nella quale a Toscana tutta si decideva del suo

esser guelfa o ghibellina, Dante se la vede ancora turbinare dinanzi,

ne ascolta ancora il fragore; palpita nuovamente, fra il timore e la

gioia, “pe' vari casi„ che si successero in essa; gli pesa quasi sui

sensi quell'afosa giornata estiva, con l'aria gravida di procella, che

poi si scatenò sulla fuga de' Ghibellini sconfitti, e accompagnò la

caccia spietata data a questi dai vincitori. Egli ha veduto “corridori

e gualdane sulla terra vostra, o Aretini„; ha veduto uscir di Caprona i

fanti ghibellini che han patteggiata la resa con una delle tante osti

fiorentine sommosse da Nino contro la sua Pisa, e in quella oste si

ricorda aver egli Dante cavalcato con gli altri del Sesto suo di Porta

San Piero. E a siffatti ricordi, nel Dante austero e trasfigurato del

viaggio spiritale, Dante giovine rivive e sottentra: rivive cittadino

e gentiluomo, rivive milite di Firenze sua, fra le cavalcate dell'oste

guelfa; capitani di guerra, sotto la comunal bandiera del giglio che i

Ghibellini hanno insanguinato, messer Vieri de' Cerchi e messer Corso

Donati, non ancora capiparte l'uno contro l'altro nella città per odio

nuovo divisa, e in nuovi travagli, in nuove colpe condotta, a nuove

espiazioni serbata.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 47 / 80 题