VI.

Se non che, quanto più e il cuore e il pensiero si discostano da quelli

anni, ahimè gli ultimi, vissuti nella patria; quanto più Firenze,

desiderata, sospirata pur sempre, lo è da più lungo tempo; tanto più

fiero prevale nell'animo del Poeta un sentimento che tutti gli altri

involge e tramuta, e che rimarrà come per tradizione caratteristico

di Dante uomo e di Dante poeta: il disdegno o, diciam meglio, il

dispregio. Tale sentimento, del resto, fin dai primi canti del

Poema, qualunque sia il tempo in che e' li abbia scritti, non che

trapelare, trabocca da quell'anima, che forse anche senza l'esilio

avrebbe respinto da sè molte cose; anche in patria, rispetto a molte,

si sarebbe sentita, e fatta, anima di esule; anche se men duramente

avesse sperimentati gli odii civili, avrebbe con eguale alterezza

aspirato alla lode, che si fa dare da Virgilio, di “alma sdegnosa„;

nè dell'ammonimento di lui avrebbe abbisognato, perchè sulla “cieca

vita„ di troppi egli stesso dicesse a sè “guarda e passa„. Forse la

famiglia avrebbe in patria ammansite o temperate certe sue selvagge

energie: e il “lasciare ogni cosa più caramente diletta„, lasciarla

per sempre, dovè disusarlo da quelli affetti, nei quali col declinar

della vita, l'uomo acqueta la parte di sè più ribelle e più acre. Fieri

affetti anche gli affetti della famiglia, in quei tempi, è vero: e un

fosco episodio dell'_Inferno_ dantesco potrebbe quasi farci pensare,

che se Dante rimaneva in patria, alla morte d'un suo congiunto, Geri

del Bello, sarebbe stata affrettata la vendetta, vendetta di sangue.

Ma come la ferocia di tali propositi, che il Poeta in cotesto episodio

liberamente manifesta, non toglie la religiosità de' suoi sentimenti;

così pure avveniva, che il focolare domestico alimentasse e cosiffatti

odii efferati, e amori tenaci e profondi. E come la religiosità di

Dante non solo informa il concetto organico della _Commedia_, ma

ne atteggia tanti altri episodi ben da quello diversi, specialmente

gli attinenti nel Purgatorio alla preghiera delle anime o alla loro

redarguizione per voci o per figure; e vi colorisce imagini soavissime,

quali le malinconie del tramonto elegiache, o la invocazione quotidiana

della Vergine, “il nome del bel fiore„ (imagine e frase, nelle quali

il Poeta nostro può dirsi anticipi, dall'uso che già ne correva, la

denominazione di Santa Maria del Fiore, molto più tardi pubblicamente

decretata); così, dagli affetti domestici non avess'egli tratto

altre ispirazioni che quella delle austere madrifamiglia de' tempi di

Cacciaguida, favoleggianti alla culla le leggende di Roma; non altre

imagini n'avesse colorite, che del più santo fra quelli affetti,

l'amor di madre (la madre che sospira sul figliuolo infermo, o che

al figliuolo pericolante soccorre col conforto pur della voce; — la

madre che ignuda salva dalle fiamme il figliuolo; — la ninnananna

delle mamme, che con gli anni delle loro creature conteranno, d'ora

innanzi, gli anni, lieti od infausti, della vita propria; — il bambino

che impara i primi affetti nel tendere le braccia alla mamma che lo

allatta; — la lode del figliuolo “benedizione alla donna che in lui

s'incinse„; — intristirsi gli affetti umani dove l'amore alla madre

si spenga; — desiderare i beati la resurrezione de' corpi, non tanto

per sè, quanto per rivedere corporalmente, prime fra i loro cari, le

“mamme„; — la madre di Maria Vergine sentire anche nel cielo la sua

privilegiata maternità); dico che basterebbe questo a farci pensare,

che se la ideal Beatrice, la Beatrice teologica, era sua guida per le

fantasticate sfere celesti, il ricordo di due donne lo accompagnava

fra i dolori della vita: il ricordo della madre sua, il ricordo della

madre de' suoi figliuoli. La retorica novelliera del Boccaccio, le

saccenterie critiche odierne, su quella povera Gemma Donati, valgono le

une l'altra.

Ma anche se rimasto in patria, e che nulla gli avesse disturbate le

dolcezze di marito e di padre; non sappiamo, invero, tornando a lui

come a cittadino, se tra i “lupi„ guelfi della sua città “guerreggianti

l'ovile„, egli avrebbe proprio “dormito agnello„. Ben sappiamo, che

l'affettuosa parola “vicino„, sinonima, nel linguaggio statuale e

comune d'allora, di “concittadino„, è, in più d'un luogo del Poema,

cosparsa d'ironia antifrastica; alla quale fa dichiarazione troppo

eloquente la sfuriata retorica di ser Brunetto contro le “bestie

fiesolane„, che, padrone di lacerarsi fra loro, ma non devono toccare

lui Dante, “pianta„ eletta, che, per miracolo, “surge nel loro letame„.

E dall'un capo all'altro del Poema vediamo: dileggiati i Guelfi, e la

loro Parte di Santa Chiesa, “la gente che dovrebbe esser devota„, e la

cui devozione dovrebbe addimostrarsi nell'obbedire a Cesare secondo

i precetti di Dio; — e rivendicata la sacra insegna imperiale dalle

disoneste ambizioni dei Ghibellini, che sotto quella “fanno lor arte„.

Sul Papato mondano e sulla Corte di Roma aggravarsi il più terribil

flagello che mai abbia rotato mano di poeta; intorno alla figura

di Bonifazio aggrupparsi dannate le altre dei Pontefici infedeli al

ministerio spirituale; contro Bonifazio, su dal cielo San Pietro, non

già “figura di sigillo su privilegi venduti e mendaci„, ma Papa vero

ed autentico, pronunziare anatema di sede vacante; — e quello stesso

Poeta, non solamente inveire, per la bocca augusta di Beatrice, contro

le “pecore matte„ indocili e ribelli al Pastore, e verso “il Pastor

della Chiesa che vi guida„ inculcare sottomissione cieca, ma dinanzi a

Bonifazio, umiliato in Anagni, inchinarsi come a vicario di Cristo in

passione, e sugli offensori imprecare la vendetta divina. Della Parte

Nera, che lo ha cacciato, personificare in Corso Donati le scellerate

passioni, lui costituire verso la patria il maggior “colpevole„, nella

sua strage raffigurare la pubblica nemesi; sulla famiglia di lui, la

sorella, la dolce Piccarda, ribadire la cognominazione popolare di

Malefammi, “uomini al mal più che al bene usi„; — ma non perciò potersi

dire del Poeta, “benigno a' suoi ed a' nemici crudo„, perchè della

Parte Bianca, che pure fu sua, i Cerchi capiparte e' li accomuna coi

Donati nel biasimo di “fellonia„ alla patria, la quale gli uni e gli

altri avrebbe dovuti avere cittadini fedeli e concordi. Negli ordini

della cittadinanza, dileggiare come inetta al governo la instabile

democrazia artigiana, dopo essersi egli pure, sull'esempio e sotto

gli auspicii di Giano della Bella, “raunato col popolo„; parodie

romane sembrargli, nella persona d'un popolare, il valente giurista

messer Lapo Salterelli, quei magistrati de' quali pure aveva nel

Priorato e nei Consigli partecipato gli onori, il carico, i pericoli,

e derivatone, insieme con cotesti uomini (fosser pure censurabili)

che ora schernisce, l'esilio e la condanna nel capo; — ma non però

rimpiangere il ceto de' Grandi dal quale si è scisso, non risparmiare

nelle giustizie del Poema “quelle oltracotate schiatte„, e le loro

magnatizie superbie scolpire nella figura di messer Filippo Argenti

degli Adimari, diguazzante furioso, con una geldra di mascalzoni

alle costole, nella “morta gora„ di Stige. Nell'esilio, travolto co'

Bianchi, si mescola fra i Ghibellini: — ma gli uni e gli altri sono

“la compagnia malvagia e scempia„; con la quale egli “è caduto in

quella valle„; compagnia “tutta ingrata, tutta matta ed empia„, che

gli è fieramente contraria, che gli fa più gravi le amarezze del “pane

altrui„, più molesto “lo scendere e 'l salir per le altrui scale„, più

increscevole la lontananza di quanto egli ha amato più caramente: e

quando Bianchi e Ghibellini, strette insieme in uno sforzo disperato le

armi, vengono sotto le mura della città, e sono respinti, ed è versato

sangue loro; di fuggitivi sulle colline della Lastra e verso Val di

Bisenzio; di prigioni, per opera di Fulcieri nel tetro Palagio del

Potestà; Dante (rincresce il dirlo, ma è così) non riconosce nemmeno

quel sangue de' suoi compagni di Parte: è questa, non lui, che “n'avrà

rossa la tempia„: egli l'ha ormai abbandonata al “processo di sua

bestialità„, la quale giungerà a tali estremi, che “a te fia bello (gli

ha predetto Cacciaguida, e questa è in ultimo la sua bandiera) averti

fatta parte per te stesso„.

I gratificatori a Dante del titolo di Ghibellino avrebbero dovuto

ripensare nel Poema di lui almen questo verso anche prima che

la critica storica, positiva, la critica degna di tal nome, non

ghibellina nè guelfa, circondasse, come oggi fa, di caute eccezioni

così quella come l'altra appropriazione a lui del nome di Guelfo. Il

Guelfo Bianco, che coi migliori della città e dell'età sua difese le

libertà del Comune contro la fazione Nera e le intrusioni della Corte

di Roma, e fra quei contrasti (secondochè vien facendosi sempre più

probabile) scrisse il _De Monarchia_, non aveva bisogno o, diciam

meglio, non poteva consentire, di diventar Ghibellino, quando questo

nome inchiudeva un altro, e anche più assoluto, assoggettamento di

quelle libertà. Arrigo VII, l'imperator cavaliere, ultimo fra i Cesari

medievali, la cui corona abbia qualche pallido riflesso di romanità,

scendendo in Italia per quella corona, “parte guelfa o ghibellina non

volea udire ricordare„: son parole d'un concittadino e compagno a Dante

di parte e di morte civile, degnissimo; parole di Dino: e fu Arrigo VII

l'Imperatore di Dante.

Così, senza più nessuno al suo fianco, attraversa il Poeta le

solitudini dell'esilio sconsolate. Per quali paesi, lungo quali

stazioni, noi non sappiamo così appunto come vorremmo: e troppe

memorie del passaggio di quel glorioso, non sono che o un trascorso

della retorica, o industrie d'erudizione, ovvero gentili inganni della

tradizione, o delle ambizioni al natìo loco caritatevoli. Ma di due

regioni italiche, le quali certamente videro passare l'“esule senza

colpa„, Toscana e Romagna, — le signorie, i tiranni di questa, covo per

covo, — le democrazie, o fosser ghibelline o fosser guelfe, di quella,

lungo il corso dell'Arno dalla Falterona al mare, — furono da lui,

nel XIV del _Purgatorio_ e nel XXVII dell'_Inferno_, retribuite alla

medesima stregua. Tanto più preziose le vestigia della sua gratitudine,

che sopravvive alla potenza di due grandi casate: Scaligeri e

Malaspina. E se un altro palagio di Signori, ultimo suo “rifugio

ed ostello„, non ha, nel Poema, eguale o fors'anche più affettuosa

testimonianza, potè il buon Guido Novello, o egli medesimo esser

testimonio del trovarsi ormai quasi “piene tutte le carte, ordite„

alle tre Cantiche, od anche tenersi pago che in quelle carte fosse

già vergato il canto, pel quale il nome dei da Polenta è, nella colpa

e nella morte di Francesca infelice, consacrato alla pietà di tutti i

secoli.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 49 / 80 题