Se non che, quanto più e il cuore e il pensiero si discostano da quelli
anni, ahimè gli ultimi, vissuti nella patria; quanto più Firenze,
desiderata, sospirata pur sempre, lo è da più lungo tempo; tanto più
fiero prevale nell'animo del Poeta un sentimento che tutti gli altri
involge e tramuta, e che rimarrà come per tradizione caratteristico
di Dante uomo e di Dante poeta: il disdegno o, diciam meglio, il
dispregio. Tale sentimento, del resto, fin dai primi canti del
Poema, qualunque sia il tempo in che e' li abbia scritti, non che
trapelare, trabocca da quell'anima, che forse anche senza l'esilio
avrebbe respinto da sè molte cose; anche in patria, rispetto a molte,
si sarebbe sentita, e fatta, anima di esule; anche se men duramente
avesse sperimentati gli odii civili, avrebbe con eguale alterezza
aspirato alla lode, che si fa dare da Virgilio, di “alma sdegnosa„;
nè dell'ammonimento di lui avrebbe abbisognato, perchè sulla “cieca
vita„ di troppi egli stesso dicesse a sè “guarda e passa„. Forse la
famiglia avrebbe in patria ammansite o temperate certe sue selvagge
energie: e il “lasciare ogni cosa più caramente diletta„, lasciarla
per sempre, dovè disusarlo da quelli affetti, nei quali col declinar
della vita, l'uomo acqueta la parte di sè più ribelle e più acre. Fieri
affetti anche gli affetti della famiglia, in quei tempi, è vero: e un
fosco episodio dell'_Inferno_ dantesco potrebbe quasi farci pensare,
che se Dante rimaneva in patria, alla morte d'un suo congiunto, Geri
del Bello, sarebbe stata affrettata la vendetta, vendetta di sangue.
Ma come la ferocia di tali propositi, che il Poeta in cotesto episodio
liberamente manifesta, non toglie la religiosità de' suoi sentimenti;
così pure avveniva, che il focolare domestico alimentasse e cosiffatti
odii efferati, e amori tenaci e profondi. E come la religiosità di
Dante non solo informa il concetto organico della _Commedia_, ma
ne atteggia tanti altri episodi ben da quello diversi, specialmente
gli attinenti nel Purgatorio alla preghiera delle anime o alla loro
redarguizione per voci o per figure; e vi colorisce imagini soavissime,
quali le malinconie del tramonto elegiache, o la invocazione quotidiana
della Vergine, “il nome del bel fiore„ (imagine e frase, nelle quali
il Poeta nostro può dirsi anticipi, dall'uso che già ne correva, la
denominazione di Santa Maria del Fiore, molto più tardi pubblicamente
decretata); così, dagli affetti domestici non avess'egli tratto
altre ispirazioni che quella delle austere madrifamiglia de' tempi di
Cacciaguida, favoleggianti alla culla le leggende di Roma; non altre
imagini n'avesse colorite, che del più santo fra quelli affetti,
l'amor di madre (la madre che sospira sul figliuolo infermo, o che
al figliuolo pericolante soccorre col conforto pur della voce; — la
madre che ignuda salva dalle fiamme il figliuolo; — la ninnananna
delle mamme, che con gli anni delle loro creature conteranno, d'ora
innanzi, gli anni, lieti od infausti, della vita propria; — il bambino
che impara i primi affetti nel tendere le braccia alla mamma che lo
allatta; — la lode del figliuolo “benedizione alla donna che in lui
s'incinse„; — intristirsi gli affetti umani dove l'amore alla madre
si spenga; — desiderare i beati la resurrezione de' corpi, non tanto
per sè, quanto per rivedere corporalmente, prime fra i loro cari, le
“mamme„; — la madre di Maria Vergine sentire anche nel cielo la sua
privilegiata maternità); dico che basterebbe questo a farci pensare,
che se la ideal Beatrice, la Beatrice teologica, era sua guida per le
fantasticate sfere celesti, il ricordo di due donne lo accompagnava
fra i dolori della vita: il ricordo della madre sua, il ricordo della
madre de' suoi figliuoli. La retorica novelliera del Boccaccio, le
saccenterie critiche odierne, su quella povera Gemma Donati, valgono le
une l'altra.
Ma anche se rimasto in patria, e che nulla gli avesse disturbate le
dolcezze di marito e di padre; non sappiamo, invero, tornando a lui
come a cittadino, se tra i “lupi„ guelfi della sua città “guerreggianti
l'ovile„, egli avrebbe proprio “dormito agnello„. Ben sappiamo, che
l'affettuosa parola “vicino„, sinonima, nel linguaggio statuale e
comune d'allora, di “concittadino„, è, in più d'un luogo del Poema,
cosparsa d'ironia antifrastica; alla quale fa dichiarazione troppo
eloquente la sfuriata retorica di ser Brunetto contro le “bestie
fiesolane„, che, padrone di lacerarsi fra loro, ma non devono toccare
lui Dante, “pianta„ eletta, che, per miracolo, “surge nel loro letame„.
E dall'un capo all'altro del Poema vediamo: dileggiati i Guelfi, e la
loro Parte di Santa Chiesa, “la gente che dovrebbe esser devota„, e la
cui devozione dovrebbe addimostrarsi nell'obbedire a Cesare secondo
i precetti di Dio; — e rivendicata la sacra insegna imperiale dalle
disoneste ambizioni dei Ghibellini, che sotto quella “fanno lor arte„.
Sul Papato mondano e sulla Corte di Roma aggravarsi il più terribil
flagello che mai abbia rotato mano di poeta; intorno alla figura
di Bonifazio aggrupparsi dannate le altre dei Pontefici infedeli al
ministerio spirituale; contro Bonifazio, su dal cielo San Pietro, non
già “figura di sigillo su privilegi venduti e mendaci„, ma Papa vero
ed autentico, pronunziare anatema di sede vacante; — e quello stesso
Poeta, non solamente inveire, per la bocca augusta di Beatrice, contro
le “pecore matte„ indocili e ribelli al Pastore, e verso “il Pastor
della Chiesa che vi guida„ inculcare sottomissione cieca, ma dinanzi a
Bonifazio, umiliato in Anagni, inchinarsi come a vicario di Cristo in
passione, e sugli offensori imprecare la vendetta divina. Della Parte
Nera, che lo ha cacciato, personificare in Corso Donati le scellerate
passioni, lui costituire verso la patria il maggior “colpevole„, nella
sua strage raffigurare la pubblica nemesi; sulla famiglia di lui, la
sorella, la dolce Piccarda, ribadire la cognominazione popolare di
Malefammi, “uomini al mal più che al bene usi„; — ma non perciò potersi
dire del Poeta, “benigno a' suoi ed a' nemici crudo„, perchè della
Parte Bianca, che pure fu sua, i Cerchi capiparte e' li accomuna coi
Donati nel biasimo di “fellonia„ alla patria, la quale gli uni e gli
altri avrebbe dovuti avere cittadini fedeli e concordi. Negli ordini
della cittadinanza, dileggiare come inetta al governo la instabile
democrazia artigiana, dopo essersi egli pure, sull'esempio e sotto
gli auspicii di Giano della Bella, “raunato col popolo„; parodie
romane sembrargli, nella persona d'un popolare, il valente giurista
messer Lapo Salterelli, quei magistrati de' quali pure aveva nel
Priorato e nei Consigli partecipato gli onori, il carico, i pericoli,
e derivatone, insieme con cotesti uomini (fosser pure censurabili)
che ora schernisce, l'esilio e la condanna nel capo; — ma non però
rimpiangere il ceto de' Grandi dal quale si è scisso, non risparmiare
nelle giustizie del Poema “quelle oltracotate schiatte„, e le loro
magnatizie superbie scolpire nella figura di messer Filippo Argenti
degli Adimari, diguazzante furioso, con una geldra di mascalzoni
alle costole, nella “morta gora„ di Stige. Nell'esilio, travolto co'
Bianchi, si mescola fra i Ghibellini: — ma gli uni e gli altri sono
“la compagnia malvagia e scempia„; con la quale egli “è caduto in
quella valle„; compagnia “tutta ingrata, tutta matta ed empia„, che
gli è fieramente contraria, che gli fa più gravi le amarezze del “pane
altrui„, più molesto “lo scendere e 'l salir per le altrui scale„, più
increscevole la lontananza di quanto egli ha amato più caramente: e
quando Bianchi e Ghibellini, strette insieme in uno sforzo disperato le
armi, vengono sotto le mura della città, e sono respinti, ed è versato
sangue loro; di fuggitivi sulle colline della Lastra e verso Val di
Bisenzio; di prigioni, per opera di Fulcieri nel tetro Palagio del
Potestà; Dante (rincresce il dirlo, ma è così) non riconosce nemmeno
quel sangue de' suoi compagni di Parte: è questa, non lui, che “n'avrà
rossa la tempia„: egli l'ha ormai abbandonata al “processo di sua
bestialità„, la quale giungerà a tali estremi, che “a te fia bello (gli
ha predetto Cacciaguida, e questa è in ultimo la sua bandiera) averti
fatta parte per te stesso„.
I gratificatori a Dante del titolo di Ghibellino avrebbero dovuto
ripensare nel Poema di lui almen questo verso anche prima che
la critica storica, positiva, la critica degna di tal nome, non
ghibellina nè guelfa, circondasse, come oggi fa, di caute eccezioni
così quella come l'altra appropriazione a lui del nome di Guelfo. Il
Guelfo Bianco, che coi migliori della città e dell'età sua difese le
libertà del Comune contro la fazione Nera e le intrusioni della Corte
di Roma, e fra quei contrasti (secondochè vien facendosi sempre più
probabile) scrisse il _De Monarchia_, non aveva bisogno o, diciam
meglio, non poteva consentire, di diventar Ghibellino, quando questo
nome inchiudeva un altro, e anche più assoluto, assoggettamento di
quelle libertà. Arrigo VII, l'imperator cavaliere, ultimo fra i Cesari
medievali, la cui corona abbia qualche pallido riflesso di romanità,
scendendo in Italia per quella corona, “parte guelfa o ghibellina non
volea udire ricordare„: son parole d'un concittadino e compagno a Dante
di parte e di morte civile, degnissimo; parole di Dino: e fu Arrigo VII
l'Imperatore di Dante.
Così, senza più nessuno al suo fianco, attraversa il Poeta le
solitudini dell'esilio sconsolate. Per quali paesi, lungo quali
stazioni, noi non sappiamo così appunto come vorremmo: e troppe
memorie del passaggio di quel glorioso, non sono che o un trascorso
della retorica, o industrie d'erudizione, ovvero gentili inganni della
tradizione, o delle ambizioni al natìo loco caritatevoli. Ma di due
regioni italiche, le quali certamente videro passare l'“esule senza
colpa„, Toscana e Romagna, — le signorie, i tiranni di questa, covo per
covo, — le democrazie, o fosser ghibelline o fosser guelfe, di quella,
lungo il corso dell'Arno dalla Falterona al mare, — furono da lui,
nel XIV del _Purgatorio_ e nel XXVII dell'_Inferno_, retribuite alla
medesima stregua. Tanto più preziose le vestigia della sua gratitudine,
che sopravvive alla potenza di due grandi casate: Scaligeri e
Malaspina. E se un altro palagio di Signori, ultimo suo “rifugio
ed ostello„, non ha, nel Poema, eguale o fors'anche più affettuosa
testimonianza, potè il buon Guido Novello, o egli medesimo esser
testimonio del trovarsi ormai quasi “piene tutte le carte, ordite„
alle tre Cantiche, od anche tenersi pago che in quelle carte fosse
già vergato il canto, pel quale il nome dei da Polenta è, nella colpa
e nella morte di Francesca infelice, consacrato alla pietà di tutti i
secoli.