Primeggia, fra tanti feroci uomini, una donna così energica e valorosa
che guelfi e ghibellini si uniscono ad ammirarla. È la Cia o Marzia,
degna moglie di Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì e di
Cesena che un anonimo contemporaneo chiama “perfido cane patarino,
ribelle della Santa Chiesa.... uomo disperato„; ed aggiunge che “aveva
odio mortale a li prelati.... e non voleva... vivere a discrezione
di preti„. Amico del Boccaccio, da trent'anni si rideva così delle
scomuniche come delle ribenedizioni pontificie, allorquando nel
1353 venne il cardinale Egidio d'Albornoz, mandato da Innocenzo VI,
a sottomettere i tiranni di Romagna, i quali, approfittando della
lontananza della Corte pontificia, trasferitasi da 46 anni in Avignone,
s'erano fatti sempre più riottosi e indipendenti. L'Ordelaffi, che
da principio aveva stretto in lega gli altri signori, rimase poi
solo, coi Manfredi di Faenza, a negare obbedienza al legato, che
bandì una crociata contro di loro; anche i Manfredi, perduta la lor
città, dovettero schierarsi fra i suoi avversari; ma egli aveva seco
la moglie, la quale aveva già dato prova di valore combattendo (dice
Matteo Villani) “non come femmina ma come virtudioso cavaliere; ed
a lei affidò la custodia di Cesena. Essendovi entrato il nemico col
favor del popolo levatosi a tumulto, Cia si ritirò nella _murata_, o
ricinto intorno alla rôcca, e la difese (continua a narrare il cronista
fiorentino) “ella sola guidatrice della guerra, stando il dì e la
notte coll'arme indosso„. Durò un mese, dal 29 aprile al 28 maggio,
a contrastare il passo alle genti del legato; quindi “avendo fatto
meravigliosamente d'arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con
400 tra cavalieri e masnadieri nella rôcca, acconci a' comandamenti
della donna, per singulare amore, sino alla morte„. Otto macchine
scagliano una grandine di pietre sì che le torri squarciate minacciano
rovina. Il padre di Cia, Vanni Ubaldini, signore di Susinana, che
milita nell'esercito pontificio, supplica la figliuola d'arrendersi.
“No, risponde essa, quando mi deste in moglie al mio signore, non mi
raccomandaste voi di obbedirlo ad ogni costo? Ora egli ha affidata
questa rôcca a me: io la difenderò sino alla morte.„ Quando dopo 22
giorni di disperata resistenza i suoi connestabili le dimostrarono non
esservi più riparo e dichiararono che non intendevano perir schiacciati
tra le macerie, “la valente donna.... non cambiò faccia nè perdè di
sua virtù„. Ma prese essa stessa a trattare col legato e ne ottenne
che tutti i suoi soldati potessero uscir liberi, portando seco ciò che
volevano. Nulla chiese invece per sè nè pei suoi figli e congiunti; e
menata con essi in prigione nel castello d'Ancona “così contenne il
suo animo non vinto e non corrotto, come se la vittoria fosse stata
sua„. Trattata onestamente, ricusò, a quanto affermasi, di essere
immediatamente liberata “temendo la subitezza del marito„. Il quale
continuò dal canto suo a sostener con eroica fermezza lo sforzo delle
armi nemiche, e soltanto dopo ventitrè mesi (il 4 luglio del 1359)
sopraffatto dal numero, rese al legato la rôcca di Forlì, e implorò
umilmente il perdono che, trascorsi pochi giorni, gli fu largamente
concesso a prezzo di tenue penitenza. Assolto dalle condanne e creato
vicario pontificio in Forlimpopoli e Castrocaro, tornò a ribellarsi;
militò agli stipendi dei Visconti, e quindi della repubblica di
Venezia, dove fu raggiunto dalla fida consorte e dove finirono ambedue
l'avventurosa lor vita in sì povero stato che ne furono fatte le
esequie a spese della Serenissima. I loro nomi restarono popolari tra
gli antichi sudditi; i quali tutti, compreso il clero, ne accolsero
con grandi onoranze le ossa, quando il figlio Sinibaldo le riportò,
l'anno 1381, nella città di cui aveva racquistato l'ereditaria
signoria. I Forlivesi, secondo l'espressione del Villani, erano _pazzi
dell'Ordelaffio_; e ne fa testimonianza anche un cronista anonimo
che, pur non risparmiando al tiranno ingiurie e calunnie, conchiude
col dire: “era incarnato coi Forlivesi ed amato caramente: dimostrava
modo come di pietosa caritade; maritava orfane, allocava pulzelle e
sovveniva a povera gente di sua amistade.„
In questa coppia, e non è la sola della sua specie, riscontransi in
sommo grado l'indomita energia, le ardenti passioni, i subitanei
trapassi delle nature medievali. E si vede pure come in mezzo ai
casi della fortuna e non ostante le crudeltà necessarie, i tiranni
riuscissero a conciliarsi l'affetto delle moltitudini, che preferivano
l'arbitrio d'un unico e forte padrone alla discorde e faziosa sovranità
comunale. Il bellicoso legato, il quale per ingegno non meno che per
prodezza era degno di affrontare i tiranni romagnoli, vinti e umiliati
che li ebbe, non trovò miglior partito che restituir loro le antiche
signorie perchè le tenessero col titolo di vicari pontificii.