Pisa, come avverte giustamente il prelodato storico dei guelfi pisani,
è il Comune di Toscana che offre minori dissomiglianze con quelli
d'oltre Apennino. E però ci apre la via a dir due parole dei tiranni
di Romagna, sui quali ha raccolte molte notizie con lodevole diligenza
il conte Pietro Desiderio Pasolini. Questi osserva a ragione ch'essi
si distinguono tra loro poco più che pel nome, e generalmente non sono
notevoli se non per gli atroci delitti di cui sono autori spietati o
vittime miserande, e talvolta l'uno e l'altro successivamente, quasi
tutti feroci e perversi, pronti a tradire ed a spegnere amici, parenti
e fratelli, senz'alcun fine ideale, senz'alcun principio comune,
salvochè la sete di dominio. Aggiungasi che la lontananza dai papi,
dopo il 1304, e lo scisma d'Occidente dopo il 1378, favorivano le
ambizioni dei signori, in quell'inestricabile sviluppo di guerre, di
congiure e di stragi. Mettiamo da parte, innanzi tutto, il buon Guido
da Polenta, amico di Dante, a cui rese degne onoranze funebri dopo
averlo ospitato negli ultimi anni; protettore di Giotto che chiamò
a dipingere due chiese a Ravenna; e gentil rimatore egli stesso. I
Polentani si erano fatti grandi col favore del clero e quali vicari
arcivescovili; ma dopo il 1282, grazie alle podesterie esercitate e
all'autorità acquistata, fondarono pacificamente la signoria di Ravenna
e di Cervia, or combattendo, or venendo ad accordi coi pontefici e coi
loro conti di Romagna:
Ravenna sta, com'è stata molt'anni:
L'aquila di Polenta la si cova,
Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni.
Se non che, dopo la morte di Dante, accadde un tristo mutamento. Guido
Novello e il fratel suo l'arcivescovo Rinaldo troppo dirazzavano dai
loro conterranei per poter durare a lungo; e nel 1322, mentre l'uno era
capitano del popolo a Bologna, e l'altro teneva il governo senz'alcun
sospetto, un cugino, di nome Ostasio, si fece dare da quest'ultimo
le chiavi della città, e, introdotto uno stuolo di sicari, lo fece
scannare nel proprio letto. Il popolo acclamò costui podestà e sbandì
come ribelli Guido e gli amici suoi, che invano sperarono e tentarono
di essere richiamati.
Uniti in parentela coi Polentani erano i Malatesta di Rimini;
parentela che condusse ad una tragedia domestica immortalata da Dante
e modernamente posta in iscena dal Pellico; finchè duri al mondo un
alito d'amore e di poesia, ogni cuore gentile palpiterà al racconto
dei dubbiosi desiri e dell'ardente passione onde furono avvinti Paolo
Malatesta e Francesca da Polenta, passione così forte che neanche
l'inferno valse a discioglierne i nodi, ed in ciò almeno, la colpa,
secondo la fantasia del Poeta, vinse la giustizia divina. Il pietoso
fatto successe a quanto pare nel 1285, e divise per un tempo le due
famiglie; ma pochi anni dopo l'utile comune le riconciliò. Antichi
cittadini di Rimini, i Malatesta da Verrucchio, seguivano al pari
dei Polentani la parte guelfa; e del pari anche resistevano ai conti
pontifici ed ai papi stessi, che due volte, dal 283 al 300, li misero
al bando della Chiesa e poi li ribenedirono. Nel 1295 ci furono a
Rimini tre giorni di guerra civile tra guelfi e ghibellini, capitanati
i primi da Malatesta dei Malatesti, i secondi da Parcitade dei
Parcitadi, prode e virtuoso cavaliere. Ma avendo saputo il Malatesta
che Guido da Montefeltro (di cui or ora darò notizia), veniva in aiuto
agli avversari, finse di voler rappaciarsi col suo competitore. I
due infatti si abbracciarono tra gli evviva del popolo, e convennero
di radunar le genti assoldate. Il Parcitade mantenne scrupolosamente
la parola data; ma l'altro nascose o fece tornare indietro i suoi
scherani, coi quali, la mattina seguente, s'impadronì della città
facendo strage dei ghibellini. Il Parcitade si salvò a stento, ma
due suoi figliuoli un Montagna ed un Ugolino Cignatta furono fatti
prigioni, e trucidati da Malatestino, degna progenie di Malatesta.
Dante lo ricorda chiamando costoro:
Il Mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio
Che fecer di Montagna il mal governo.
Malatestino poi, succeduto al padre nel 1312, volendo insignorirsi
di Fano, chiamò a parlamento due dei migliori cittadini, e giunti che
furono al ritrovo li fece senz'altro uccidere e gettare in mare.
Similmente a Faenza, nel 1285, Alberigo Manfredi che fecesi poi frate
di Santa Maria, per meglio vendicarsi del fratello e del nipote da cui
aveva ricevuto uno schiaffo, finse di volersi riconciliare con loro
e li invitò a desinare al suo castello di Cerata. Verso la fine del
banchetto gridò: “Vegna la frutta„ e i suoi sicarii sbucarono dalla
cortina dietro la quale erano appostati e li scannarono. Una multa e
un breve esilio composero la faccenda; ma Dante lo trova all'inferno,
confitto nel diaccio, dove dice:
Io son Frate Alberigo
Io son quel dalle frutta del mal orto,
Che qui riprendo dattero per figo.
Una particolarità di Maghinardo Pagani che tiranneggiava Imola e Faenza
era di recitare scopertamente una doppia parte nella commedia politica
fra il due e il trecento: pupillo ed amico del Comune di Firenze, a cui
il padre l'aveva raccomandato morendo, e per cui combattè a Campaldino,
egli era guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna:
Le città di Lamone e di Santerno
Conduce il lioncel del nido bianco,
Che muta parte dalla state al verno.
Aveva anche il soprannome di _demonio_; e Dante dice altrove che le
buone opere de' suoi discendenti non basteranno a far che “puro giammai
rimanga d'essi testimonio„. Non va poi confuso cogli altri tirannelli
romagnoli quel valoroso guerriero e feudatario ghibellino che fu Guido
da Montefeltro, al cui avo Buonconte, Federigo II aveva concesso
la città e contado d'Urbino. Fedele alla casa di Svevia accompagnò
nell'infelice impresa il povero Corradino; poi, ritiratosi in Romagna,
sfidò e vinse in una gran battaglia nel 1275 i guelfi condotti da
Malatesta da Verrucchio; sicchè parve sul punto di dominare l'intera
regione; ma la parte avversa riprese il sopravvento dopo l'elezione
di papa Martino IV e l'invio di soldatesche francesi; assediato in
Forlì da forze preponderanti e ridotto agli estremi, si racconta che
Guido si liberasse e facesse strage del nemico con un audacissimo
stratagemma: poichè uscì chetamente dalla città cogli uomini validi,
lasciando aperta una porta, e dentro i vecchi, le donne e i fanciulli;
quindi mentre gli assedianti entrati in Forlì gozzovigliavano, piombò
loro addosso improvvisamente; dicesi che vi perissero quasi tutti gli
ottomila francesi; al che allude Dante coi noti versi:
La terra che fe' già la lunga prova
E di Franceschi il sanguinoso mucchio
Sotto le branche verdi si ritrova.
Fu questa peraltro una vittoria di Pirro: Forlì, che aveva eroicamente
resistito per oltre un anno, ad un tratto si sottomise senza voler
più combattere; e così Cesena, Forlimpopoli ed altre terre; Guido,
perduto tutto lo Stato, venne a patti col papa, che gli prese in
ostaggi due figli e lo confinò prima a Chioggia, poi in Asti, dove
era da tutti onorato. Uomo di retto animo lo dice fra Salimbene,
costumato, liberale e amico de' Frati Minori. Nel 1289, invitato da
Pisa ad assumer l'ufficio di podestà e di capitano del popolo, ruppe
il confino; dopodichè, nel 94, tornò in pace colla Chiesa; ribenedetto
da Celestino V ed entrato in grazia di Bonifazio VIII, ricuperò i suoi
possessi e fu mandato con 500 cavalli a difesa del Regno di Napoli;
due anni appresso, stanco della vita e pentito delle colpe commesse,
vestì l'abito di san Francesco, e morì santamente in Assisi nel 1298.
Il racconto di Dante sul consiglio fraudolento da lui dato a Bonifazio
VIII pare una leggenda, da cui il Poeta traesse buon partito per
sfogare il suo sdegno contro “lo Principe de' nuovi Farisei„.