Una fra le cause della sconfitta dell'Ordelaffi furono i mercenari
tedeschi del conte Lando e d'altri condottieri ch'egli aveva
assoldati nel 1357 colla promessa di 25 mila fiorini, e che quindi
l'abbandonarono, essendosi venduti per una somma doppia all'Albornoz;
e come prima avevano suscitato colle loro rapine i malumori degli
abitanti di Forlì, così poi dettero il guasto alle campagne, amici o
nemici ugualmente funesti.
Era, in simil forma, una nuova forza malefica, sopravvenuta da quindici
anni, ad accrescere la confusione della vita politica italiana: stava
per diventare una vera e propria istituzione nazionale che doveva nel
secolo XV sorgere ad insperate fortune. Il primo germe, a dir vero,
risale al feudalismo, che essendo, sotto apparenze gerarchiche, una
costituzione sociale sciolta e disordinata, richiedeva il braccio e
favoriva le ambiziose voglie di venturieri. E venturieri ungheri e
saraceni si ritrovano in Italia fin dai tempi carolingi; come erano
venturieri i Normanni che conquistarono le due Sicilie. Alla medesima
specie appartengono, dopo il 200, le guardie sveve che aiutarono i
ghibellini in Toscana stessa, in Romagna e in Piemonte. Con quelle
schiere avvezze al mestiere delle armi, le quali fecero da battistrada
alle compagnie di ventura, mal potevano competere le milizie cittadine;
scemato l'antico ardore che un tempo chiamava grandi e popolani sotto
le insegne, per correr gualdane, per far cavalcate, per andare a oste
intorno al carroccio, invalse, nel trecento, fra i Comuni come fra i
Signori il più comodo costume di assoldare mercenari: in tal modo i
più doviziosi apparvero i più potenti, e Venezia colle ricchezze de'
suoi traffici, Firenze che (come disse Bonifazio VIII) era la _fonte
dell'oro_, poterono stare a fronte di sovrani che possedevano molto più
vasti dominii. Le guerre del secolo XIV furono quasi esclusivamente
condotte da soldatesche prezzolate, specialmente tedesche. Alcune
di queste masnade, licenziate da Pisa, nel 1342, pensarono di stare
unite in compagnia, per andar guerreggiando i più deboli e facoltosi,
mettendo in comune i guadagni da distribuirsi secondo il merito e
il grado di ciascuno. Guarnieri duca d'Urslingen, che aveva fatto
l'accorta proposta, ne fu eletto capo; Pisa gli offrì di soppiatto le
paghe di quattro mesi; da varie parti lo aizzarono contro i signori
di Romagna e contro i comuni di Siena e di Perugia; ingrossato d'altre
genti, traversò la Toscana, taglieggiando, saccheggiando e devastando
ogni luogo. Similmente passò in Lombardia e, fatti grassi accordi, con
ricco bottino, tornò in Germania. A far pompa della sua ferocia costui
portava sul petto una scritta a lettere d'argento che diceva: “Duca
Guarnieri, signore della Gran Compagnia, nimico di Dio, di pietà e di
misericordia.„
Il bell'esempio naturalmente trovò imitatori; e questo fu il principio
delle compagnie di ventura straniere; perchè non ebbero la stessa
natura le precedenti dette del Ceruglio e della Colomba; nè ebbe
importanza il primo tentativo italiano della Compagnia di Siena. Bensì
alle straniere si sostituirono le italiane dopo che nel 1377 il giovane
conte Alberto da Barbiano fondò la sua sotto il titolo di San Giorgio,
e la mise ai servigi di Urbano VI. La grande rotta ch'egli dette in
Marino alle masnade dei Brettoni che minacciavano Roma, risollevò
l'onore delle armi italiane e iniziò un nuovo periodo nelle vicende
della milizia.
Ma io non dovevo qui se non indicarne le origini; poichè la storia dei
condottieri italiani, se incomincia nella seconda metà del secolo XIV,
si svolge e si compie nel XV; nè le due parti si possono separare.