CAPITOLO CX.

Roma senza papi. — Cola di Rienzo.

Di quel papa Clemente V che spiegò fermezza contro Enrico VII forse

per debolezza verso il re di Francia, e che scomunicò i Veneziani

perchè aveano comprato Ferrara, dominio diretto della santa Sede, non

v’è iniquità che non si scriva; colle simonie, o meglio coll’aggravare

esorbitantemente le chiese accumulò tesori, che profondeva poi fosse ai

parenti, fosse in un fasto insolito a’ suoi predecessori, e che credea

forse necessario per rialzare il papato, errante fuor del teatro di sua

grandezza. Appena morto (1314), il popolo ne saccheggiò il palazzo, e

pel cadere d’una candela appiccatasi la fiamma al feretro, niun badò

a spegnerlo, e appena un cencio rimase per ricoprirne il semiusto

cadavere.

Lungo e procelloso conclave seguì, qual poteasi aspettare da

quell’esiglio e dalle modificazioni del concistoro, dove gli otto

cardinali italiani voleano un papa che tornasse a Roma, guaschi e

francesi il contrario. Una banda di mercenarj guasconi indisciplinati

minacciò e saccheggiò i mercanti nostri in Carpentrasso, malmenò ed

incendiò le case de’ prelati italiani, violentò il conclave, sicchè

i cardinali fuggirono per una breccia, e si dispersero. Giacomo

d’Euse, figlio d’un ciabattiere di Cahors, piccolo e deforme di

corpo, ma di senno acuto, studioso, perseverante, era ito a Napoli

per cercar fortuna, dove entrò maestro dei figli del re, ed ebbe

la gloria di formare Roberto, che fu tenuto il re più sapiente de’

suoi giorni, e Luigi vescovo di Tolosa, da poi canonizzato. A grande

istruzione nei due diritti Giacomo univa molta destrezza negli affari,

e adoprato presso i papi e i re di Francia, salì vescovo di Fréjus,

poi grancancelliere a Napoli e vescovo d’Avignone. La presenza della

Corte pontifizia gli diè campo a mostrare i suoi talenti; fu di grande

sussidio nel concilio di Vienna a Clemente V, che l’ornò della porpora;

poi già vecchio, col favore di re Roberto e mediante largizioni e

promesse, ottenne la tiara (1316), col nome di Giovanni XXII. Benchè

abituato in Italia, e benchè vel chiamassero i larghi suoi divisamenti,

si stabilì in Avignone, città appartenente ad esso suo protettore;

talmente pareva una funesta necessità rimuovere la santa Sede da

Roma, in preda a violenti fazionieri[369]. Già vedemmo come Giovanni

fosse trascinato fra quelle contese, ed avesse con Lodovico Bavaro

dissensioni agitate con armi e con violenti diatribe.

Fra le quali come sapere quanto abbiano di vero le accuse appostegli

di simonia, di scostumatezza e d’avidità? Fin d’eretico fu tacciato;

e Germania e Italia reclamavano un concilio che pronunciasse, e che

speravano deporrebbe quel papa, e tornerebbe la sede a Roma. Però

storici serj dicono che Giovanni vivea ritiratissimo, fuor d’ogni pompa

o spasso; studioso e intelligente di scienze sacre e profane, caldo nel

diffondere le missioni fino all’estremità dell’Asia; se non istituì,

diede ordinamenti al tribunale della Sacra Rota e alla cancelleria

romana, donde un vicecancelliere, che è la maggior dignità di corte,

spedisce le lettere apostoliche.

Giovan Villani, contemporaneo e mercatante, che allega l’autorità

de’ tesorieri adoprati a far l’inventario, dice lasciasse venticinque

milioni di zecchini[370], somma sì sproporzionata al numerario allora

in corso, che vuolsi metterla in conto delle dicerie popolari; pure

possiam credere avesse riposto un tesoro quale non poteva a gran pezza

averlo nessun altro potentato, e che esso Villani dice destinato «per

fornire il santo passaggio d’oltremare».

Ma a quali fonti attingeva sue ricchezze la Corte romana?

La prima erano le offerte che i fedeli recavano sull’altare della

confessione di San Pietro, al sacro palazzo, al papa stesso, in denaro,

arredi sacri, biancheria, cera: Vittore II cedette al cardinale Umberto

le offerte d’un giovedì e sabbato santo, che bastarono a montare una

chiesa. Varj regni si erano messi sotto la protezione della santa

Sede, alla quale tributavano, l’Aragona ducencinquanta oboli d’oro, il

Portogallo due marchi, cento la Polonia, mille d’argento l’Inghilterra,

oltre il denaro di san Pietro che fruttava ducentonovanta marchi,

e forse altrettanti quello di Svezia, Norvegia e Danimarca. Feudi

suoi erano Napoli, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica: e il

primo pagava ottomila oncie; tremila la Sicilia, da cinque zecchini

l’oncia; duemila l’Aragona, cui erano infeudate le altre due isole.

La Camera apostolica traeva pure guadagno dall’infeudare qualche

città per un tempo determinato. Molti possessi tenea negli Stati

pontifizj: ma solo conosciamo che il ducato di Spoleto le rendeva

milleottanta libbre, milletrentotto soldi, dieci bisanti, e alcuni

valori in natura; il contado di Narni e d’Aurelia quarantanove libbre,

cinquecentoquarantotto soldi, netti da spese di percezione; la Sabina

cencinquantaquattro libbre, soldi dieci; il contado Venesino diecimila

fiorini. Il _Liber censuum_, compilato nel 1192 dal cardinale Cencio

tesoriere apostolico, enumera un’infinità di possessi e di rendite in

tutto il mondo: ma l’incertezza del valore delle monete, e l’essere

una gran parte in natura ci tolgono di raccorne un computo, neppure

approssimativo; se non che siam fondati a credere superasse la rendita

di qualunque altro Stato.

Eppure la Corte romana trovavasi in gran distretta; e colpa

l’ingordigia o anche l’infedeltà de’ collettori, la difficoltà e il

ritardo delle trasmissioni, i sotterfugi per non pagare, ben poco

ne giungeva sin alla cassa papale. Innocenzo II dovette impegnare le

città d’Orvieto, Gubbio e Casale per ducento libbre pavesi; Adriano

IV Città di Castello per cenventi marchi d’argento; nel 1265 Clemente

IV scriveva d’avere, per la spedizione di Carlo d’Angiò, messe in

pegno tutte le ricchezze delle chiese di Roma eccetto San Pietro e

San Giovanni Laterano, ed essersi obbligato per un valore di centomila

libbre di proventi, _si ea poterimus invenire_.

Bisognò dunque ricorrere a spedienti, ignoti alle altre finanze.

Innocenzo IV pose tasse sulle dispense e le esenzioni; ma dopo

portata la sede oltremonti, maggiori spese occorsero: i beni d’Italia

erano quasi perduti; i censi si stentavano dai re, per paura che

ne vantaggiasse la Francia: onde Clemente V cominciò a riservarsi

per tre anni tutti i benefizj dell’Inghilterra, e diede in commenda

moltissime chiese, tanto che potette morendo lasciare un tesoro di un

milione settantaquattromila ottocento zecchini. Giovanni XXII camminò

più franco su questa via, e non inventò, ma sistemò le annate, cioè

la riserva dei frutti d’un anno d’ogni benefizio vacante in tutta

la cristianità _pro Ecclesiæ romanæ necessitatibus_; ed aumentò tale

rendita col promovere sempre da un benefizio inferiore; di modo che

ogni nomina portava una lunga serie di vacanze.

Aggiungi le aspettative; lettere dapprima _monitorie_ poi

_precettorie_, infine _esecutorie_, che davansi a un ecclesiastico

perchè ottenesse un benefizio quando verrebbe vacante: erano vendute

da cinquanta zecchini, e divennero una delle entrate più pingui della

Camera, finchè il concilio di Trento le abolì. Inoltre il papa poteva

imporre la decima su tutti i beni ecclesiastici; come, per esempio, nel

1336 fece su quelli di Francia per sostenere la guerra in Lombardia.

Ma non sempre i fondi giungevano alla destinazione; una volta furono

predati in Lucca; un’altra Paganino conte di Panico bolognese si

accordò con diversi nobili, e mentre il guascone Raimondo d’Aspello

marchese d’Ancona e nipote del papa attraversava il Modenese con

settanta o novantamila fiorini a gran fatica raccolti, e benchè già

gli avessero venduto il salvocondotto, lo assalirono e uccisero con

quaranta uomini della scorta, e si spartirono i cavalli e le spoglie:

il papa non potè che metter Modena all’interdetto. Venendo un altro

legato da Avignone colle paghe pe’ soldati, convogliato da cencinquanta

cavalieri, i Pavesi lo colsero in agguato, e almeno metà del tesoro ne

pigliarono.

Giacomo Fournier di Saverdun, quando fu acclamato papa col nome di

Benedetto XII (1334), disse ai cardinali: — Eleggeste il più asino tra

voi». Datosi a medicar tante piaghe, abolì le aspettative: e non avendo

sciupato in guerre, l’erario non risentì la mancanza di questa pingue

rendita; d’altra parte vi suppliva col vendere in Italia il titolo di

vicario, pel quale riscoteva annualmente da Luchino Visconti diecimila

fiorini, tremila dagli Scaligeri per Verona e altrettanti per Vicenza,

diecimila dai Gonzaga di Mantova e dai Carrara di Padova, altrettanti

per Ferrara da Obizzo d’Este.

Nel primo concistoro dichiarò che nè la romana nè altra chiesa dovea

sostenere i suoi diritti colle armi, rimandò alle loro parrocchie

quanti curati erano in Corte, revocò le commende, voleva egli stesso

esaminar quelli che chiedevano benefizj, e tanto in ciò procedeva

severo, che lasciava questi scoperti piuttosto che darli a indegni.

Essendosi presentato un tal Monozella, lodato musicante, a chiedere

l’abbadia di San Paolo in Roma, esso gli domandò: — Sapete cantare? —

Santità sì. — Sarei curioso d’udire qualche canzone. — E canzoni io so.

— Sonate anche qualche istromento? — La ghitarra». Allora Benedetto

cangiando tono: — Come! un saltimbanco pretenderebbe diventare il

venerabile capo del monastero di San Paolo?» e lo cacciò. Voleva si

ascoltasse chiunque a lui ricorrea, e faceva giustizia, e diceva che un

papa deve somigliare a Melchisedech, il quale non conoscea nè padre nè

madre nè genealogie.

Pari alla virtù non avea la scienza degli uomini e degli affari; e

credette a un pontefice bastasse la bontà senza la politica, mentre

cotanta ne occorreva per barcheggiare fra gli andirivieni della

mondana. Benedetto prefisse di tornare a Roma, ma i cardinali francesi

nel dissuasero. Caduto in grave malattia, rinnovò il proposito,

ma gl’Italiani dovettero perderne ogni speranza quando lo videro

fabbricare quel grandioso palazzo fortificato, con architettura di

Pietro Obreri e pitture di Simon Memmi; e subito i cardinali fecero

altrettanto, e la meschina Avignone si convertì in bella città,

dove anche i gran signori di Francia e i re aveano palazzi. Sì bene

riuscivano le arti di Filippo di Valois, il quale, col sospendere le

prebende ai cardinali e minacciar di trattare Benedetto come Bonifazio

VIII, impedì che questo si riconciliasse con Lodovico Bavaro.

Dopo la vacanza di soli tredici giorni fu eletto papa (1342) Pietro

Roger limosino, che volle esser chiamato Clemente VI, e che, più

condiscendente ai cardinali e oprante nelle cose temporali, spiegò

pompa regia, diceva non doversi nessuno ritirare malcontento dal

cospetto del papa, e invitò alla Corte i cherici sprovvisti di

benefizio onde potessero coprire i tanti lasciati vacanti dal

precessore. In pochi mesi vuotò l’erario impinguato dall’abilità di

Giovanni XXII e dalla parsimonia di Benedetto XII; e a chi l’appuntava

de’ mezzi con cui provvedeva a nuove liberalità, vogliono dicesse: —

I miei predecessori non seppero esser papi». Comprò da Giovanna di

Napoli per ottantamila zecchini la città d’Avignone; e quivi, per

quanto strillassero i Romani, passavano le ricchezze e i proventi

curiali. La corte assunse quel tono, e i cardinali sfoggiarono di

lusso principesco: gl’intriganti, le donne potevano tutto, se pur la

malignità de’ tanti suoi avversarj nol calunniò.

Intanto Roma soffriva non si potrebbe dir quanto dalla lontananza di

quei papi, ch’essa suole molestare vicini e rimpiangere perduti; a

vicenda trambustata da una plebe turbolenta e da una nobiltà faziosa,

conculcate la giustizia e l’amministrazione, le vie ingombre da rovine

di rovine, le chiese sfasciantisi, denudati gli altari, i sacerdoti

senza il necessario decoro de’ paramenti; signori romani faceano

traffico di monumenti antichi, di cui abbellivano le città vicine e la

_indolente_ Napoli[371]. Colonna e Orsini erano corifei di due fazioni,

azzuffantisi ogni giorno in città e fuori; e per parteggiare con loro

o per non restarne oppressi, anche gli altri signorotti aveano mutato

in fortezze i palagi e il Coliseo e gli altri avanzi della magnificenza

romana; e pretendendosi superiori ai vassalli dell’impero, esercitavano

baldanzosamente la guerra privata, minacciavano e rapivano, deturpavano

gli asili delle vergini sacre, traevano a disonore le zitelle,

involavano le mogli dalla casa maritale; i braccianti, quando andavano

fuori a opera, erano derubati fin sulle porte dalle masnade che

infestavano la campagna: laonde il Boccaccio diceva che Roma, come

già fu capo del mondo, così allora era coda[372]; e il Villani, che

«i forestieri e i romei v’erano come le pecore tra lupi, ogni cosa in

rapina e in preda».

Il popolo aveva sistemato un governo municipale, divisa la città

in tredici rioni, ciascuno con un banderale; quattro membri per

rione componevano il consiglio del popolo, che aveva anche un altro

collegio di venticinque membri, con un capitano delle forze, ma

senza partecipazione agli interessi civili. A capo del popolo come

politica comunità stava il prefetto di Roma[373]; mentre il senatore

rappresentava la legge, superiore anche ai nobili, sempre scelto fra

i maggiori di essi; fra quell’ordine cioè, contro del quale avrebbe

dovuto esercitare la sua autorità, che invece sfogava in private

nimicizie.

L’autorità di re Roberto non avea forza; e il popolo, credendo soffrir

meno sotto l’immediata amministrazione del papa, a Benedetto XII offrì

la dignità di senatore, capitano, sindaco, difensore: ma bentosto una

sommossa cacciò di Campidoglio i due suoi rappresentanti. Il vicario

pontifizio sedente a Orvieto restringevasi nell’autorità spirituale: al

papa mandavansi deputati quando fosse eletto[374], poi non vi si badava

più.

Questa decadenza ridestava più vive le memorie dell’antica grandezza, e

ne fu tocco principalmente Nicola figlio di Lorenzo, uno de’ ciucciari

che portavano l’acqua in città, prima che Sisto V vi conducesse la

Felice, e che Roma diventasse la città delle fontane. Fu costui «di sua

gioventute nutricato del latte di eloquenza, buono grammatico, migliore

retorico, autorista bravo. Deh come e quanto era veloce lettore!

Molto usava Tito Livio, Seneca e Tullio e Valerio Massimo; molto gli

dilettava le magnificenzie di Julio Cesare raccontare; tutto lo dì si

specolava negl’intagli de’ marmi li quali giacciono intorno a Roma.

Non era altri che esso che sapesse leggere gli antichi pitafj, tutte

scritture antiche vulgarizzare, queste figure di marmo giustamente

interpretare». Da tali studj aveva attinto ammirazione per l’antica

repubblica romana; ed accorandosi del vederla dai papi abbandonata in

balìa di masnadieri, aspirò a quel ch’è il più grande e più difficile

assunto, resuscitare un popolo già cadavere. Bella figura, portamento

nobile, fisonomia espressiva, voce sonora, parola facile e passionata,

sagacia nel vedere i mezzi opportuni, abilità a mostrarsi ispirato

unicamente dal pubblico bene, cosa vi richiedeva di più per essere un

rivoluzionario?

I Tredici lo deputarono ad Avignone (1342) per supplicare Clemente VI

del ritorno; e Cola Rienzi (così lo chiamavano) parlò francamente al

papa, che prima lo sgradì, poi lo fece notaro della Camera apostolica,

uffizio lucroso, nel quale esso non usava penne d’oca ma di argento,

per significare la nobiltà di quest’uffizio. Ai degeneri nipoti di

quelli che aveano udito Gracco e Cicerone, egli parlava delle glorie

vetuste; ponea sott’occhio ai signori iscrizioni e simboli atti a

stimolare la vanità nazionale[375] e scandagliarne la risolutezza;

e fantasticava i diritti del popolo, sempre dietro alle reminiscenze

antiche[376]. L’uccisione d’un suo fratello (1344) fatta dai Colonna

e rimasta impune finì di rendergli esecrata quell’aristocrazia, non

meno corrotta e più prepotente e compatta che l’antica; sicchè pensava

ripristinare i tribuni della plebe, ed associando alle classiche le

ricordanze di Crescenzio e di Arnaldo, reprimere i baroni non solo, ma

anche i pontefici disertori dell’ovile.

Sempre nobile è l’intento di rigenerare la patria; ma quanto è facile

il credere che i nomi grandi suppliscano alle grandi cose, e lo

scambiare le memorie per speranze! Il popolo romano poi, le cui idee

sono, come l’orizzonte della sua città, circoscritte fra i sette colli,

dà orecchio volenteroso a chi gli rammemora le grandezze di quelli che

considera come suoi avi. I letterati, che allora tornavano leggere

in Livio e Sallustio, dilettavansi di riudire gli antichi nomi; e

Cola salì in credito come chiunque offre uno specifico in gravissima

malattia: poi, côlta un’occasione che i baroni erano fuori, invitò

il popolo ad un’adunanza (1347), ove parlerebbe loro del passato e

del presente, de’ mali e de’ rimedj. Era uno spettacolo, e perciò fu

graditissimo. Cola veglia la notte in chiesa orando; poi sentito tre

messe, armato tutto fuorchè la testa, sale al Campidoglio, tra giovani

infervorati e tra una pompa di bandiere, pennoni, emblemi, e tutto

quel chiassoso tripudio che in niun luogo si sa fare quanto a Roma.

Dalla gradinata donde vedeva i luoghi delle arringhe di Cicerone e dei

trionfi degli Scipj e de’ Cesari, non ragiona come deve un riformatore,

ma declama come sogliono i demagoghi; e preso alla solita illusione

che l’idolo della plebe riuscirebbe a reprimerla e ordinarla, legge

una riforma del _buono stato_, assicurando agli altri e forse egli

stesso persuadendosi che il papa (il cui vicario stavagli a fianco) gli

saprebbe grado di sottrar Roma sua dalla tirannide de’ baroni.

I regolamenti di Cola consistevano in garantire i cittadini contro le

trapotenze della nobiltà, ordinare milizie urbane in Roma e vascelli

sulle coste, assicurare ponti e vie, abbattere le rôcche e gli steccati

da cui i baroni minacciavano; giustizia pronta e vita per vita, granaj

pel povero, pubblici soccorsi per le vedove e gli orfani, massime di

quelli morti combattendo. Invitò ciascun Comune a spedire due sindaci a

un generale parlamento; primo esempio d’un’assemblea rappresentativa:

sicchè con questo e colla federazione italiana ch’e’ proponeva sotto

al senato romano, «il quale non avea perduto se non per forza l’antica

supremazia di fare e interpretar leggi», un’êra nuova potevasi aprire

all’Italia, posta un’altra volta a capo dell’Europa.

Queste ultime finezze non le intendeva il popolo, bensì la sicurezza,

il buon mercato, i sussidj, il ritorno del papa; sicchè in concordia

esultante diede a Cola l’incarico (maggio) di attuare quella

costituzione col titolo di tribuno, e gli offerse braccia per ridurre

ad effetto i consigli. Ed esso s’impadronisce delle porte, intima agli

armati d’uscire, e fa impiccare alcuni masnadieri côlti in città.

I Colonna ci si presentano con qualcosa della grandezza de’ patrizj

di Roma antica. Vedemmo la persecuzione che contro di loro esercitò

Bonifazio VIII, nella quale Stefano, côlto dai satelliti e sdegnando

il simulare, rispose: — Sono cittadino romano»; della qual fermezza

colpiti, essi il lasciarono libero. Perduta Palestrina e tutti gli

altri castelli, a chi gli domandava qual fortezza ancor gli restasse,

rispose — Questa» toccando il cuore. I papi succeduti restituirono

possessi e dignità a quella casa, che parteggiò con Enrico VII,

avversò Lodovico Bavaro, dopo la cui partenza Stefano prevalse

agli emuli Orsini; la quale vittoria cantò il Petrarca, protetto da

questa famiglia, che egli non rifiniva di lodare. Giovanni, cardinale

munificentissimo, era l’anima della corte d’Avignone. Jacopo osò in

Roma presentarsi con un pugno di risoluti, ed affiggere la scomunica

contro il Bavaro mentre questo vi stava; poi rifuggito ad Avignone, fu

fatto vescovo di Lombez. Agapito, e dopo lui Giordano, furono vescovi

di Luni, Pietro canonico lateranense, Enrico famoso battagliero.

Contro di questi or sorgeva Cola di Rienzo; e il vecchio Stefano, il

quale non sapeva indursi a temere del lepido ciucciaro, dell’imbelle

erudito, alle prime stracciò l’intimazione mandatagli d’andarsene di

città; ma poi che Cola a suon di martello raccoglieva le compagnie del

popolo, n’ebbe assai a potere trafugarsi con un unico servo nella sua

Palestrina. Il barone primario di Roma! pensate quanto ne rimasero

sgomenti gli altri, che se n’andarono, abbandonando i loro bravacci

alla giustizia pronta, inesorabile.

Gli Orsini, altra famiglia antichissima, che diede cinque papi, trenta

cardinali, senza numero senatori e capitani, erano stati principalmente

cresciuti da Nicola III, e si suddivisero in molti rami, illustri poi a

Napoli, in Francia, in Germania. Giordano di Montegiordano e Nicola di

Castel Sant’Angelo, per odio ai Colonna, fiancheggiavano il tribuno; lo

avversavano Rinaldo e Giordano signori di Marino, Bertoldo signore di

Vicovaro.

Ridotta a quiete la città, Cola mandò uscieri alle insolite rôcche dei

Colonna, degli Orsini, dei Savelli, citandoli a comparire e giurar

la pace; e molti sul Vangelo promisero non molestar le vie, non

nuocere al popolo o al tribuno, non ricettare malfattori, e ad ogni

richiesta presentarsi colle armi al Campidoglio. Altrettanto dovettero

giurare i gentiluomini, i giudici, i notaj, gli artigiani. Giovanni

da Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, fu pur costretto

venire ad invocar la grazia di Cola; al quale di voglia o per forza si

sottomisero le altre fortezze ond’era seminato il Patrimonio.

Gongolava il buon popolo romano di vedere applicata a tutti la

giustizia e il taglione, quantunque arbitrariamente; i corrieri che il

tribuno spediva, riferivangli: — Abbiamo portato questa verga per città

e foreste; migliaja d’uomini si posero a ginocchio e la baciarono con

lacrime, riconoscenti della sicurezza restituita alle strade, e della

dispersione degli assassini». I Cristiani, che d’ogni parte d’Europa

accorrevano alle soglie degli Apostoli, meravigliavano dell’inusata

sicurezza, e reduci in patria, magnificavano la robustezza del tribuno.

La Corte d’Avignone erasi impaurita al vedere estendersi quel moto; ma

Cola, «severo e clemente, di libertà, di pace, di giustizia tribuno,

della romana repubblica liberatore illustre», le spacciò lettere

dove prometteva fedeltà alla santa Sede. Altre ne spedì ai potentati

di Francia, di Germania e per tutta Italia; e ai Fiorentini diceva:

— Fu dono dello Spirito Santo l’avere avuto misericordia di questa

città, sovvertita da malvagi e crudeli reggitori, anzi distruttori,

sicchè ne era compressa la giustizia, espulsa la pace, prostrata la

libertà, tolta la sicurezza, condannata la carità, oppressa la verità,

profanate la misericordia e la devozione; onde non solo gli estranei,

ma nè tampoco i cittadini e i provinciali poteano venirvi e starvi in

sicurezza, ma dentro e fuori nimicizie, sedizioni, guerre, micidj,

rube, incendj. Voi dunque rendete grazie al Salvatore e ai santi

Apostoli, e unitevi con noi per esterminare la tirannia de’ ribelli e

la peste dei tiranni, e riformare la libertà, la pace, la giustizia

in tutta la sacra Italia. Vi preghiamo pure a mandare due sindaci e

ambasciadori al parlamento che intendiamo celebrare per salute e pace

di tutta Italia; e un giurisperito, che terremo con stipendio nel

nostro concistoro».

Del tentativo parve bene a quei molti che pasceansi di rimembranze più

che d’opportunità: il Petrarca prese entusiasmo per Cola; ma mentre

nella canzone direttagli è tanto sublime quanto sobrio[377], nella

lettera al tribuno tesse una prolissa filatera, tutta fiori retorici

(come quegli la lodava) e luoghi comuni ed esempj di antichi: — La

magnifica tua soscrizione annunzia il ristabilimento della libertà; il

che mi consola, mi ricrea, m’incanta..... Le tue lettere corrono per le

mani di tutti i prelati, voglionsi leggere, copiare; par che discendano

dal cielo o vengano dagli antipodi; appena arriva il corriere, il

popolo fa ressa per leggerle, nè mai gli oracoli d’Apollo delfico

ebbero tanto diverse interpretazioni. Quel tuo tentativo è sì mirabile,

da porti in salvo da ogni rimprovero, e mostrare la grandezza del tuo

coraggio e la maestà del popolo romano, senza offendere il rispetto

debito al sommo pontefice. E da uomo savio ed eloquente come tu sei

il conciliar cose in apparenza cozzanti..... Nulla che indichi basso

timore o folle presunzione..... Non si sa se più ammirare le azioni tue

o il tuo stile; e dicono che operi come Bruto, parli come Cicerone...

Non lasciare la magnanima tua impresa..... Fondamenta eccellenti

ponesti, la verità, la pace, la giustizia, la libertà... Com’io mi

verso contro chiunque osa mettere dubbj sulla giustizia del tribunato

e la sincerità delle tue intenzioni!... A te, unico vindice della

libertà, penso la notte, a te il giorno, vegliando e dormendo». Ma fra

tante parole non sa dargli altri consigli se non questi: «di ricevere

l’eucaristia ogni mattina, prima di mettersi agli affari, lo che sa che

egli pratica di già, e l’avrebbero certamente praticato Camillo e Bruto

se ai loro tempi ne fosse stato l’uso; e di leggere tutte le volte che

può, o farsi leggere, come praticava anche Augusto».

Questa lettera e i versi fecero, sulla parola del Petrarca, ammirare

Cola dal mondo letterato; molte città gli si sottoposero, altre

il sostennero; Firenze, Siena, Perugia mandarongli forze, le città

dell’Umbria deputati, Gaeta diecimila fiorini d’oro; Venezia e Luchino

Visconti se gli chiarirono alleati, Giovanna di Napoli onorò i suoi

messi, l’imperatore Lodovico non meno: pur non mancavano città che

il trattassero da mentecatto, e i Pepoli, gli Estensi, gli Scaligeri,

i Gonzaga, i Carrara, gli Ordelaffi, i Malatesta ne faceano canzoni;

tanto più il re di Francia.

Parve egli giustificare questi ultimi mostrando più vanità nella

testa che vigore nel carattere, col fare seguire ambiziose scede a

que’ cominciamenti così leali. Volle circondarsi di fasto, forse per

abbagliare il popolo; vivea di costosissime splendidezze; «faceva stare

dinanti a sè, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi, ritti, colle

braccia piegate, e colli cappucci tratti. Deh come stavano paurosi!

Aveva moglie molto giovane e bella, la quale quando iva a San Pietro,

iva accompagnata da giovani armati; delle patrizie la seguitavano; le

fantesche colli soliti pannicelli nanti al viso le facevano vento, e

industriosamente rostavano, chè sua faccia non fosse offesa da mosche.

Aveva un suo zio, Janni avea nome, barbiere fu, e fatto fu grande

signore, e iva a cavallo, forte accompagnato da cittadini romani. Tutti

li suoi parenti ivano a paro». Pensò anche farsi ornare cavaliere

con una solennità che mai la maggiore[378]; assunse la dalmatica,

usata dagli antichi imperatori alla loro coronazione; e col bastone

del comando e con sette corone in capo, simbolo delle sette virtù,

brandendo la spada verso le quattro plaghe del cielo, intonava: — Io

giudicherò la terra secondo la giustizia, e i popoli secondo l’equità».

In virtù di questo dominio che pretendeva sul mondo, citò Luigi

d’Ungheria e Giovanna di Napoli, Lodovico imperatore e Carlo anticesare

perchè producessero al suo tribunale i titoli di loro elezione, «la

quale, come sta scritto, non appartiene che al popolo romano»; intimò

al papa di tornare alla sua sede; elevandosi all’idea dell’unità

nazionale, dichiarò libere tutte le città d’Italia, alle quali,

«volendo imitare la benignità e libertà de’ Romani antichi», concesse

la cittadinanza e il diritto di eleggere gl’imperatori; e insisteva

perchè gli Stati Italiani, il papa, l’imperatore mandassero legati

a Roma onde convenire della pace e del bene di tutta Europa[379].

Come avviene a cotesti rifatti, cui l’altezza dà le vertigini, cercò

parentele illustri; e non che allearsi con qualche barone, non curò

disonorare sua madre pretendendo essere bastardo di Enrico VII[380].

Clemente VI, che da principio l’avea intitolato rettore pontifizio,

s’irritò del vederlo trasmodare in poteri e pretensioni; il vicario

pontifizio, che sin allora lo aveva secondato, protestò contro

quell’intimata al papa e ai principi; l’opinione, che non vuol durevoli

i suoi idoli, toglieva a rinnegarlo; ed esagerando nella contraddizione

come già nell’applauso, gli si rinfacciavano le disordinate spese, di

cui dicevansi conseguenza le tasse che ogni governo nuovo è obbligato

rincarire. Ad un banchetto ch’e’ diede alla primaria nobiltà, si pose

in disputa se meglio valga ad un popolo il governo di un avaro o d’un

prodigo; e Stefano Colonna, rialzando il lembo dorato e gioiellato

della vesta del tribuno, — Ben a te starebbero meglio i modesti abiti

de’ pari tuoi, che non coteste magnificenze». Cola irritato ordinò

fossero presi tutti i nobili convitati, e dando voce d’una congiura,

li condannò al taglio della testa. A ciascuno fu mandato il frate per

disporlo; ma convocato il popolo, il tribuno cominciò una diceria sul

_Dimitte nobis debita nostra_, e invocò che esso popolo gli assolvesse.

I detenuti si presentarono un dietro l’altro a capo chino implorando

grazia (1347), e Cola li pose in prefetture e in altre cariche nella

Campania e in Toscana.

Irritare e non uccidere, mezza misura che perde i tiranni. I baroni,

non anelando che vendetta, s’afforzano nelle rôcche, raggomitolano gli

scontenti, e portano guerra ai contorni, e guasto alle raccolte vicine

alla falce. Il buon letterato, il pacifico tribuno, indarno citatili a

scagionarsi in giudizio, si vide costretto prendere le armi; accadde

sanguinosa battaglia (20 9bre), ove il popolo prevalse ai guerrieri;

combattendo perirono il vecchio Colonna col figlio Giovanni e alcuni

nipoti ed altri signori; sul campo il tribuno armò cavaliere il proprio

figlio, aspergendolo col sangue di que’ grandi; e invece di proseguire

l’inaspettata vittoria, andò a trionfare in Campidoglio, e in Araceli

asciugando la propria spada, le disse: — Hai mozzato orecchia di tal

capo, che non la potè tagliare papa nè imperatore».

Ma al popolo che giovavano più questi trionfi? Il tribuno trovavasi

assottigliato del denaro e della rendita; i mezzi di procurarsene

inasprivano; onde il cardinale legato Berferudo di Deux, ripreso

ardire, sentenziò Cola traditore ed eretico, e s’accordò coi baroni

per affamare Roma. Coi discorsi e colla campana a stormo tentò

Cola ravvivare l’entusiasmo popolesco; ma non gli bastò coraggio da

sostenere la pena maggiore, quella dell’abbandono; pregò, pianse,

tremò, infine abdicò il potere (16 xbre), e si chiuse in Castel

Sant’Angelo coi parenti e coi pochi fedeli, sinchè trovò via a fuggire.

Rimbalditi i suoi avversarj e quei che tremavano dell’esserglisi

mostrati amici, lo appiccarono in effigie, e distrussero in un fiato

quanto in sette mesi aveva faticosamente compiuto.

Il tribuno, errante ma non malvagio, vissuto alcuni anni fra gli

eremiti francescani di Monte Majella negli Appennini, ove serpeggiavano

gli errori dei Fraticelli, specie di Puritani che declamavano contro

all’autorità e al fasto dei pontefici, nell’entusiasmo della solitudine

si credette chiamato a cooperare ad una riforma universale del mondo,

che Dio stava per compire: frà Angelo lo preconizzò come destinato a

grandi cose, e ad effettuare quel regno dell’amore, di cui i Fraticelli

aspettavano la venuta. Per avacciare l’opera si presentò all’imperatore

Carlo IV, dicendo avergli a confidare gravi segreti, incoraggiarlo a

liberare l’Italia, e fornirlo d’armi, senza cui la giustizia non vale;

presto un papa povero fabbricherebbe a Roma il tempio dello Spirito

Santo, fra quindici anni il mondo si troverebbe unito in uno stesso

ovile sotto un sol pastore, e Carlo impererebbe sull’Occidente, Cola

sull’Oriente. Carlo, che avea le pretensioni non la generosità di suo

padre, vilmente il fece prendere, e tradurre ad Avignone (1352).

Sarebbe stato condannato se alcuno non avesse suggerito ch’egli era

poeta, e il poeta è cosa sacra, a detta di Cicerone, e perciò non si

deve mandare a morte. — Io esulto (scrive Petrarca) che uomini ignari

delle muse concedano ad esse il privilegio di salvare di morte un uomo,

odiato dai suoi giudici. Che cosa avrebbero elle potuto ottenere di più

sotto Augusto nel tempo in cui ad esse si tributavano sommi onori, ed i

poeti accorrevano da ogni banda per vedere quel principe unico, signore

dei re ed amico dei vati? Io mi congratulo colle muse e col Renzi: ma

se tu mi domandi quel che penso, ti dirò che Renzi è buon dicitore,

dolce, insinuante, che si trovano pochi pensieri ne’ suoi componimenti,

ma molta amenità ed un assai vago colore: credo abbia letto tutti i

poeti, ma di poeta non merita il nome, più che non merita il nome di

ricamatore chi porta abito ricamato. Pure tu, come me, ti gonfierai

di bile al sapere che un uomo è in pericolo per aver voluto salvare la

repubblica, e sorriderai udendo che il nome di poeta salvò lui, che non

ha giammai composto un verso»[381].

È ancora la solita retorica; ma intanto voi intendete che il Petrarca,

dopo udito che Cola «non amava il popolo, ma la feccia del popolo

obbediva e secondava», dopo vistolo perseguitare i suoi Colonna, si

dolse che cadesse il proprio idolo, ma non fece come coloro che più

fieramente conculcano chi più ciecamente elevarono, nè si vergognò di

mostrarsi amico allo sventurato. — Amavo (dic’egli) il suo valore,

approvavo i disegni suoi, ammiravo il suo coraggio; mi congratulavo

coll’Italia che Roma ripigliasse l’impero d’altre volte, e ne prevedevo

la pace del mondo. Nè d’averlo lodato mi pento. Così avess’egli

proseguito come cominciato!... Quest’uomo, che faceva tremare i ribaldi

per tutto l’universo, che di bellissime speranze rallegrava i dabbene,

entrò in questa Corte umiliato e vilipeso; egli una volta cinto dal

popolo romano e da cospicui signori, procedea fra due satelliti; e il

popolaccio accorreva per rimirare costui di cui tanto avea inteso. È

il re dei Romani che lo manda al pontefice di Roma; qual dono! qual

baratto! Il pontefice affidò la causa di lui a tre insigni prelati, per

deliberare qual supplizio meriti colui che volle libera la repubblica.

O tempi! o costumi! Non sarebbe mai punito soverchiamente del non

aver proseguito con fermezza; non annichilato in un colpo solo, come

poteva, tutti i nemici della libertà; non afferrato un’occasione che

la pari a nessun imperatore si era presentata. Strano accecamento! si

faceva appellare severo e clemente quando la repubblica avea bisogno

di severità, non di clemenza. O se voleva essere clemente verso

que’ pubblici parricidi, non dovea privarli dei mezzi di nuocere, e

cacciarli dalle fortezze da cui traggono tanto orgoglio? Sperai ch’egli

risarcirebbe la libertà dell’Italia; dacchè entrò in un sì bel disegno,

lo riverii ed ammirai s’altro mai: quanto più mi arrise la speranza,

tanto più m’affligge il vedermi deluso; pure non cesserò di ammirare il

cominciamento. Ma che un cittadino romano si affligga nel vedere la sua

patria, da regina del mondo, divenuta schiava degli uomini più vili, è

titolo di accusa?»[382].

E ai Romani scriveva: — Se in luogo sicuro, davanti equo giudice,

si dibattesse l’affare, io spererei chiarire che l’impero romano,

benchè conculcato ed oppresso lungamente dalla fortuna, ed invaso

da stranieri, esiste ancora in Roma e non altrove; e quivi starà,

quand’anche di tanta metropoli non rimanesse che il nudo sasso del

Campidoglio, se è una verità che il possessore di mala fede non

può acquistare il diritto di prescrizione. Dunque, o cittadini, non

abbandonate il vostro compatrioto in estremo pericolo, mostrate che

egli è vostro, ridomandandolo con solenne ambasciata: che se in qualche

cosa peccò, peccò in Roma; e a voi soli appartiene il giudizio delle

colpe commesse in Roma, se a voi fondatori e cultori delle leggi, che

le dettaste a tutte le genti, non si negano i comuni diritti. Che se

il vostro tribuno, come i buoni son d’avviso, è degno non di supplizio

ma di premio, ove più acconciamente lo riceverà che nel luogo in cui

lo meritò?... Recate l’ajuto che potete e che dovete al tribuno, o (se

svanì questo nome) al vostro cittadino, benemerito della repubblica per

avere risuscitata quella quistione grande, utile all’universo, sepolta

molti secoli, che è l’unica che conduca alla riforma dello Stato ed a

cominciare un secolo d’oro. Accorrete a salvezza di chi per la vostra

incontrò mille pericoli e si fe segno d’immensa invidia: pensate al

suo coraggio ed al suo intento, a che ne fossero le cose vostre, e come

all’improvviso, per consiglio ed opera di un solo, sia stata eretta a

grandi speranze, non che Roma, l’Italia tutta; quanto grande sonasse

in un subito il nome italiano; quanto diversa la faccia del mondo e

l’inclinazione degli animi. Io credo che appena dall’origine del mondo

in poi siasi tentata impresa più grande; e se essa fosse andata a

prospero riuscimento, piuttosto divina che umana sembrerebbe»[383].

L’intercessione del Petrarca valse perchè il tribuno, assolto dalla

scomunica, fosse lasciato vivere in pace.

Roma riprese freno di temperanza sotto al legato e a due senatori; e

la peste sopravvenuta, buon ausiliario agli oppressori, depresse gli

spiriti bollenti; vi attirò gente e denaro il giubileo (1350), che

il papa avea voluto rinnovare dopo cinquant’anni, affinchè ciascuno

nel corso d’una vita comune potesse goderne, promettendo indulgenze

plenarie anche a quelli che fossero morti per via, e comandando agli

angeli di portarli subito in paradiso[384]. Coloro che lo spettacolo

di tanti morti della peste avea richiamati a coscienza, o che nel

pericolo aveano fatto voti, accorreano alle soglie degli apostoli, nè

il rigidissimo verno li trattenne.

«Il dì di Natale (dice Matteo Villani, scrivendo quel che ne

vide) cominciò la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in

pellegrinaggio a Roma, facendo le visitazioni ordinate per la santa

Chiesa alla basilica di Santo Pietro, e di San Giovanni Laterano, e

di Santo Paolo fuori di Roma; al quale perdono uomini e femmine d’ogni

stato e dignità concorse di Cristiani, con maravigliosa e incredibile

moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità,

e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli Cristiani.

Con tanta devozione e umiltà seguivano il romeaggio, che con molta

pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo,

e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte;

e i cammini pieni di dì e di notte; e gli alberghi e le case sopra

i cammini non erano sufficienti a tenere i cavalli e gli uomini al

coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri, in gregge e a turme grandissime

stavano la notte a campo, stretti insieme per lo freddo, atandosi con

grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a

dare il pane, il vino, la biada, ma a prendere i denari. E molte volte

avvenne che i romei, volendo seguire il loro cammino, lasciavano i

denari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era

de’ viandanti chi li togliesse, infino che dello ostelliere venia chi

li togliesse. Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava

e ajutava l’un all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni

ladroni in terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi

erano morti e presi, ajutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani

faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni; sicchè secondo

il fatto assai furono sicure le strade e cammini tutto quell’anno.

La moltitudine de’ Cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a

numerare: ma si stima da coloro che erano residenti nella città, che

il dì di Natale e ne’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino alla

Pasqua della santa resurrezione, al continovo fossono in Roma romei

dalle mille migliaja alle dodici centinaja di migliaja, e poi per

l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaja. Ma venendo

la state, cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte,

e per lo disordinato caldo; ma non sì che, da quanto v’ebbe meno romei,

non vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaja d’uomini

forestieri. Alla visitazione delle tre chiese, le vie erano sì piene

al continovo, che convenia a catuno seguitare la turba a piedi e a

cavallo, che poco si potea avanzare; e per tanto era più malagevole. I

romei ogni dì della visitazione offerivano a catuna chiesa, chi poco,

chi assai, come gli parea. Il santo sudario di Cristo si mostrava nella

chiesa di San Pietro, per consolazione de’ romei, ogni domenica e ogni

dì di festa solenne; sicchè la maggior parte de’ romei il poterono

vedere. La pressa v’era al continovo grande e indiscreta: perchè più

volte avvenne che quando due, quando quattro, quando sei, e talora fu

che dodici vi si trovarono morti dalla stretta e dallo scalpitamento

delle genti. I Romani tutti erano fatti albergatori, dando le sue case

a’ romei a cavallo; togliendo per cavallo il dì un tornese grosso,

e quando uno e mezzo, e talvolta due, secondo il tempo; avendosi a

comprare per la sua vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori che

il cattivo letto. Sul fine dell’anno vi concorsono più signori e grandi

dame e orrevoli uomini, e femmine d’oltre ai monti e lontani paesi, ed

eziandio d’Italia; e nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma e

non avesse tempo a potere fornire le visitazioni, rimanesse senza la

indulgenza de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino

all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenza».

Lo spossamento causato dalla peste, e la ricchezza prodotta dal

giubileo davano animo a Clemente VI di umiliare la rimbaldanzita

nobiltà. Bertoldo Orsini e Stefano Colonna, posti a reggere la città,

erano stati l’uno lapidato, l’altro vôlto in fuga dalla plebaglia, che

chiedeva pane: poi la guerra tra le parti erasi rinfocata; sorsero

tiranni nobili e tiranni vulgari, finchè, valendosi de’ concetti

non riusciti a Cola Rienzi, erasi messo secondo tribuno del popolo e

console augusto Francesco Baroncelli già scrivano del senato, che molti

sediziosi mandò al supplizio, e che ben tosto da un’altra sedizione

fu trucidato. Allora comparve il cardinale Egidio Albornoz (1353)

nobilissimo spagnuolo, che come arcivescovo di Toledo guerreggiando

i Mori nella famosa battaglia del Rio Salado, avea guadagnato gli

sproni d’oro, e adesso dal papa era mandato a sottomettere la Romagna,

«spegner l’eresia, reprimere la licenza, restaurare l’onore del

sacerdozio, rialzare la maestà del culto divino, chetare la discordia,

porgere soccorso agl’infelici, procurare la salute delle anime, disfare

le alleanze ordite contro la Chiesa romana, obbligare gli usurpatori

a rendere il mal tolto, e rintegrarne l’autorità colla pace o colla

guerra». Tanti erano i mali da riparare, tanta la confidenza del papa

nel suo legato. Più che la scarsa masnada e il denaro, lo rendevano

potente la dignità, il merito personale, lo scontento dei popoli, ai

quali veniva a restituire il buono stato, abbattendo gli Ordelaffi, i

Manfredi e gli altri tirannelli, contro cui Clemente VI prima di morire

avea lanciato la scomunica. Egli costrinse il prefetto Giovanni di Vico

a cedere le città di Viterbo, Orvieto, Trani, Amelia, Narni, Marta,

Camino, che aveva occupate, e ne trasse in sè la signoria.

Il popolo allora (1354) lo pregò volesse dargli per rettore Cola Rienzi

che seco era venuto, ed egli in fatto lo istituì senatore, perchè

colla sua popolarità ravviasse qualche ordine; e Cola, trovato chi

gli prestasse, comprò una banda di ducencinquanta cavalieri e ducento

fanti Al solito, fu ricevuto con tanto entusiasmo, con quanto sprezzo

era stato espulso; i nobili, che lo esecravano, si tennero chiotti,

ed egli diede un terribile esempio col cogliere e processare il famoso

capo di ventura (29 agosto) frà Moriale. Costui da molti anni desolava

l’Italia colla sua banda; e temuto dai popoli, rispettato dai principi,

non avrebbe mai creduto che un villano osasse cercare al castigo e

all’infamia lui cavaliero, e che gli avea prestato grosse somme. Come

conobbe apparecchiarsegli da senno il supplizio, pregò, minacciò,

esibì; tutto invano; sicchè contrito, e con tutte le esteriorità

di penitente andò alla morte, baciando il ceppo fatale, e dicendo:

— Salve, o santa giustizia». Il papa fece sequestrare sessantamila

fiorini che costui avea messi a frutto presso mercadanti veneziani, e

invece di renderli ai popoli cui gli avea smunti, li versò nel tesoro

pontifizio[385].

Cola fu da Innocenzo VI riconosciuto nobile cavaliero; e se avesse

profittato della stanchezza de’ Romani, poteva ottenere la gloria ch’è

la più bella dopo una rivoluzione, quella di restauratore. Ma egli

erasi buttato al mangiare e bevere eccessivo; il terrore che ispirava,

lo credette sommessione; dacchè poi esercitava la potenza a nome del

papa, cessava di essere il balocco del popolo. Condusse le truppe ad

assediare Palestrina, dov’erasi afforzato il giovane Colonna, ma fu

costretto distogliersene per manco di denari. Per farne, mise imposte

sul sale e sul vino, le quali colmarono lo scontento de’ Romani, che

sollevatisi e gridando: — Mora il traditore che ha fatto la gabella»,

l’assalirono in palazzo. Non credendo gli minacciassero la vita,

egli aspettò quella sfuriata in abito senatorio e col gonfalone del

popolo in mano; e chiese di parlare: ma preso a sassi e fuoco, cercò

trafugarsi, e scoperto (1354 8bre) fu trucidato e appeso alle forche.

Così il popolo spezza i proprj idoli: eppure l’altezza del concetto

e una certa generosità nell’attuarlo sceverano Cola dai sommovitori

ordinarj, e lo lasciano anc’oggi tema di studj, di meditazioni, di

simpatie.

Il cardinale Albornoz e Rodolfo di Varano signore di Camerino,

comandante all’esercito pontifizio, rimisero il freno a Roma; indi

colla dolcezza e colla forza continuarono a sottomettere il patrimonio

di san Pietro, il ducato di Spoleto, la marca d’Ancona e l’altre

piccole città, in ciascuna delle quali avea fatto nido un tiranno.

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 23 / 32 题