CAPITOLO CXI.

Carlo IV. Il cardinale Albornoz. I condottieri italiani. Le arme da

fuoco.

I reali di Napoli stavano occupati nella guerra intestina, della

quale vedremo appresso la causa e le vicende; il papa trescava in

Avignone; l’alito repubblicano s’andava spegnendo, sicchè i tirannelli

prevalevano in ogni parte. Fra essi maggioreggiava Giovanni Visconti.

Oltre Milano di cui era arcivescovo, quindici grosse città possedeva:

Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo,

Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli, Asti;

e lasciando alla cheta svampar l’amore della comunale indipendenza e

l’ira delle fazioni, a cose maggiori aspirava.

Taddeo de’ Pepoli, bell’uomo, dottore e cavaliere aurato, umano di

costumi, sereno d’aspetto, studioso e degli studiosi amico, liberale

e caritatevole, sollecito per gli amici, erasi fatto gridare signor

di Bologna (1337); le schede di tutte le corporazioni lo confermarono;

il letterato Ferino Gallucci predicò sulla felicità di una repubblica

governata da un capo. Colla libertà terminava la grandezza di Bologna,

che languì sotto dominj l’uno più stupefacente dell’altro.

I figli di Taddeo secondavano Ettore Duraforte, il quale, col titolo

di conte, era stato deputato dal papa a sottomettere i signorotti di

Romagna, e v’adoprava le bande mercenarie e tradimenti. Ma avendo

arrestato Giovanni Pepoli, Giacomo, costui fratello, prese le armi

(1350), e vedendo non potere altrimenti salvar la città, la vendette a

Giovanni Visconti. Il popolo gridava: — Noi non volemo esser venduti»;

Clemente VI facea mostra di accingersi a ripigliarla: ma le sue bande

passavano a servizio del Visconti, che le retribuiva più lautamente.

Ricorso ad altre armi, Clemente processò d’eresia costui, intimando

rilasciasse Bologna, e scegliesse fra il potere temporale e lo

spirituale. Il Visconti fece assistere i legati alla messa, che celebrò

colla magnificenza di quel capo di rito; e voltandosi a dare la finale

benedizione col pastorale in una, la spada nell’altra mano, disse a

quelli: — Riferite al papa che colla spada difenderò il pastorale».

E poichè questo insisteva a citarlo in Avignone, vi mandò forieri che

accaparrassero abitazioni, e magazzini di fieno e grano per dodicimila

cavalieri e seimila fanti: di che sgomentato, il papa gli fece

intendere bastargli la buona volontà mostrata; e per raccomandazione

e denaro lo ricomunicò (1352 — 5 maggio), e lasciogli per dodici anni

Bologna, purchè retribuisse dodicimila fiorini l’anno.

Vi fu posto governatore Giovan d’Oleggio, cherichetto del duomo

di Milano, che i Visconti aveano allevato con tanta benevolenza da

dargli il proprio nome; e accortissimo politico non men che provveduto

capitano, di là menava guerra e intrighi. Lo sorreggevano i signorotti

di Romagna, che avendo armi proprie e sapendo esercitarle, se ne

valevano sì per proprio conto, sì per guadagnare al soldo altrui;

e affine di sottrarsi all’autorità più vicina, attaccavansi al

Visconti. Firenze perseverava a sostenere la libertà pericolante, sia

prima coll’incorare Bologna, sia ora coll’opporsi al Biscione, che

cercava avvolgerla nelle sue spire. Giovan d’Oleggio invase le valli

dell’Ombrone e del Bisentino, e favorito dagli Ubaldini di Mugello, dai

Pazzi del Valdarno, dagli Albertini di Valdambra, dai Tarlati d’Arezzo,

rialzava dappertutto la bandiera ghibellina, tanto più da che i reali

di Napoli avean altro a fare che contrastarlo. Però Siena, Perugia,

Arezzo s’accomunarono con Firenze in una lega guelfa che resistette

generosamente a Giovanni, finchè a Sarzana (1353) fu conchiusa

pace[386].

Non meno che le repubbliche, i signori ingelosivano dell’incremento dei

Visconti; e quei di Mantova, Ferrara, Verona, Padova, a sollecitazione

della signoria di Venezia, fermarono alleanza per reprimerli, e

chiesero appoggio all’imperatore Carlo IV. Fingendo prendere a cuore

le sorti d’Italia, ma in fatto perchè ricordava che si potea smungerne

danaro, diede egli ascolto ai nemici di casa Visconti e ai Fiorentini

che lo invitavano; e col consenso di papa Innocenzo VI, al quale avea

promesso cassare tutti gli atti di Lodovico il Bavaro, passò le Alpi

con alquanti baroni (1354 — 8bre), de’ cui obblighi feudali il più

ilare appunto era questa pomposa comparsa in Italia. Ma quali rimasero

e amici speranti e nemici paurosi quando il videro giungere a Udine

con nulla più che trecento cavalieri, e «traversar l’Italia sopra un

ronzino fra gente disarmata, quasi un mercante cui preme d’arrivare

alla fiera!» (M. VILLANI).

Strani imperatori codesti! venivano con forza? erano odiati; senza?

disprezzati. Pure a questo porporato fantoccio i letterati prodigavano

latine adulazioni, i giuristi rammemoravano i diritti imperatorj,

Ghibellini e tiranni volontieri faceano capo a lui, invocandolo giudice

ne’ litigi. Mentre ambasciadori di tutti i paesi sciorinavangli

erudite dicerie, sua maestà baloccavasi a sbucciare col temperino

virgulti di salice: mal dissimulò la paura quando i Visconti faceano

due o tre volte il giorno sfilare seimila cavalli e diecimila pedoni

in armi e ben in arnese davanti al palazzo ove l’aveano accolto ad

onoranza. S’intromise di qualche pace: a Giovanni Paleologo marchese di

Monferrato confermò la signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea,

Trino, e d’oltre cento castelli, e il titolo di vicario imperiale:

quanto ai diritti, egli non istava a guardare per minuto; chè questi,

e il titolo regio e l’imperiale gli piacevano soltanto per avere alcuna

cosa da poter farne denari onde abbellire la sua Praga.

A Lucca era stato governatore al tempo di suo padre, e v’avea

fabbricato la bellissima fortezza di Monte Carlo, che chiude il

territorio verso val di Nievole, fronteggiando i Fiorentini (1355).

Ora i Lucchesi sperarono essere da lui rimessi in libertà; ma egli già

s’era obbligato con Pisa, che gli avea esibito sessantamila fiorini

per le spese di sua coronazione. Venuto a questa città, straziata

fra Bergolini e Raspanti, e gridatone sovrano, per sospetto manda

al supplizio la casa Gambacurti, che per lui s’era sagrificata: ma

poco poi essendosene pentiti i Pisani, egli rinunzia alla sovranità.

Altrettanto gli avviene di Siena, la cui oligarchia artigiana v’era

stata indotta, come l’altra, dal timore di Firenze.

E Firenze, che dapprima l’avea chiamato, si sgomentò vedendolo

farsi capo della nobiltà avversa alle istituzioni cittadine (1355),

e lusingare il basso popolo col promettere giustizia. I partigiani

dell’imperatore asserivano che i governi municipali s’intendessero

costituiti soltanto in sua assenza, e al comparire di lui cessasse

ogni autorità, ogni restrizione, come avveniva (diceano) degli antichi

imperatori romani. I Guelfi di rimpatto frugavano nell’erudizione la

libertà, mostrando che Augusto e Tiberio s’erano mantenuti subordinati

al senato e al popolo; mentre tutte le genti erano ad essi tributarie,

_essi ai cittadini obbedivano_, la cui autorità li creava. I Comuni

toscani, ammessi fra i primi alla romana cittadinanza, traevano di

là il diritto a godere della libertà del popolo romano, in nessun

modo sottoposta alla libertà dell’impero; e questo popolo medesimo,

non da sè, ma la Chiesa per lui, in sussidio de’ fedeli cristiani

concedette l’elezione degl’imperatori a sette principi d’Alemagna[387]:

e consideravano come peccato il sottomettersi agli imperatori. Pure

Firenze credette che poco nocesse il riconoscere la supremazia d’un

principe che presto se n’andrebbe, e col denaro risparmiarsi una

guerra; laonde giurò vassallaggio a Carlo, purchè egli la assolvesse

da tutte le condanne lanciatele da Enrico VII, confermasse le leggi e

gli statuti fatti e da farsi; i membri della Signoria fossero vicarj

dell’imperatore, e in nome di lui esercitassero la giurisdizione;

egli non mettesse piede nè in Firenze nè in altra città murata, ma

s’accontentasse di centomila fiorini per riscatto delle regalie, poi

di quattromila annui, finchè vivesse. I Guelfi (Matteo Villani ce

l’esprime) trovavano obbrobriosa questa soggezione, sebben nominale;

il popolo la sentì fra gemiti e singhiozzi; non s’interveniva alle

adunanze, non si sonavano campane, e ci volle tutta la erudizione de’

prudenti per mostrare che l’indipendenza della patria non era perduta.

Il Petrarca amava Carlo IV perchè in Avignone avea voluto vedere

madonna Laura, e per ammirazione baciarla, mostrato molta riverenza

al poeta stesso, e chiestogli la dedica del suo libro _Degli uomini

illustri_; esso gli regalò alquante medaglie d’oro e d’argento

d’imperatori, dicendogli: — Ecco a chi tu succedi; ecco i modelli

che devi seguire. Io conosco i costumi, i titoli, le imprese di

costoro; tu se’ obbligato non solo a conoscerle, ma a imitarle». Tutto

classiche reminiscenze, il Petrarca desiderava restaurata la dignità

d’Augusto e di Costantino, e avea scritto sollecitando Carlo: — Invano

all’impazienza mia tu opponi il cangiamento de’ tempi, e lo esageri

in lunghe frasi che mi fanno ammirare in te piuttosto l’ingegno di

scrittore, che l’animo d’imperatore. Possono forse i mali nostri

paragonarsi a quei degli antichi, quando Brenno e Pirro e Annibale

sperperavano Italia? Le piaghe mortali che nel bel corpo io veggo

dell’Italia, son colpa nostra e non natural cosa. Il mondo è ancora

lo stesso, lo stesso il sole, gli stessi gli elementi; soltanto il

coraggio diminuì. Ma tu sei eletto ad uffizio glorioso, a togliere le

disformità della repubblica, e rendere al mondo l’antica sua forma:

allora agli occhi miei sarai Cesare vero, vero imperatore».

Consigliandolo di porsi a capo degli uomini dabbene, gli dava per

esempio Cola di Rienzo. — Egli non era re nè console nè patrizio,

ma appena conosciuto per cittadino romano; e benchè non distinto da

titoli di antenati nè da virtù proprie, osò chiarirsi risarcitore

della pubblica libertà. Qual titolo più illustre? La Toscana subito

a lui si sottomise; Italia tutta seguì l’esempio; l’Europa, il mondo

intero si commosse: e già la giustizia, la buona fede, la sicurezza

erano tornate, già ricompariva l’età dell’oro. Aveva egli assunto il

titolo più infimo, quel di tribuno; col quale se tanto potè, che non

potrebbe il nome di Cesare?» E quando l’udì arrivato, non capiva in sè

dalla gioja, e — Che dirò? donde comincierò? Longanimità e pazienza

io desiderava nell’aspettanza mia: or comincio a desiderare di ben

comprendere tutta la mia felicità, di non essere inferiore a tanta

gioja. Più non sei tu il re di Boemia; il re del mondo sei, l’imperator

romano, il vero cesare. Tutto ritroverai disposto com’io t’assicurai,

il diadema, l’impero, gloria immortale, e la strada del cielo aperta.

Io mi glorifico, io trionfo d’averti colle parole mie animato. Noi ti

reputiamo italiano; nè importa dove sii nato, ma a quali imprese. E

non io solo verrò a riceverti nel calar dall’Alpi, ma meco infinita

turba, tutta Italia madre nostra, e Roma capo dell’Italia, ti si fanno

incontro cantando con Virgilio: _Venisti tandem, tuaque expectata

parenti Vicit iter durum pietas_»[388].

Or bene, questo re glorioso avea dovuto lasciare in pegno a Firenze

il proprio diadema, finchè i Senesi glielo riscattarono per mille

secentoventi fiorini: avea promesso al papa di non badarsi in Roma

più che una sola giornata; onde, essendovi giunto alquanto prima,

entrò incognito da pellegrino, tanto per visitarne i monumenti.

Splendidissima fu la solennità della coronazione, gareggiando di

sfarzo l’arcivescovo di Salisburgo, i duchi di Sassonia, d’Austria,

di Baviera, i marchesi di Moravia e Misnia, il conte di Gorizia ed

altri, calati coll’imperatore. Il quale, per nulla geloso d’abbassare

la dignità imperiale davanti alla pontifizia, addestrò il cavallo del

papa insieme con Giovanni Paleologo imperatore d’Oriente, venuto ad

abjurare lo scisma; servì da diacono alla messa, ebbe la corona, e il

dì medesimo uscì per andarsene. — Fugge senza che alcuno l’insegua

(esclamava il disingannato Petrarca); le delizie d’Italia gli fanno

ribrezzo; per giustificarsi dice aver giurato di non rimanere che una

giornata a Roma: oh giornata d’obbrobrio! oh giuramento deplorabile!

il papa, che rinunziò a Roma, non vuole tampoco che altri vi

s’indugi!»[389].

I signorotti e le truppe ch’erano venute con esso, si sbandarono da

che lo spettacolo fu terminato. A Pisa, di cui nominò cavaliere e

vicario Giovanni d’Agnello, volle fare una scelta, coronando il retore

fiorentino Zanobio Strada coll’alloro, che non valse a mantenergli la

gloria di poeta. Per via, a Siena, dove volea riformare il governo, è

assediato in palazzo, poi datigli ventimila fiorini perchè se ne vada:

dappertutto lo insultano, ed egli inghiotte; i Visconti gli chiudono

le porte in faccia, ed egli inghiotte; a Cremona è tenuto due ore fuor

delle mura mentre si esaminava la sua gente, di cui solo un terzo si

lasciò entrare e senz’armi; a Soncino altrettanto, e a Bergamo[390]; ed

egli inghiotte, consolandosi nel pensare ai tesori che riporta nella

sua Boemia. Così giunse bramato dai deboli, temuto dai forti, e partì

sprezzato da tutti, sempre più convincendo che queste calate imperiali

riuscivano di reciproca ruina.

Allora dalla corona germanica si staccarono e il contado Venesino,

venduto da Giovanna di Napoli ai papi, e il Delfinato, ceduto al re di

Francia, e la Provenza, che pur essa divenne provincia francese; poi,

per raccogliere i centomila fiorini che ciascun elettore pretendeva in

pagamento del dare a suo figlio Venceslao il voto per l’impero, egli

cedette dominj, città, diritti imperiali, sicchè ben si disse aver lui

rovinato la sua casa per ottenere l’impero, poi per ringrandire sua

casa rovinato l’impero, dove parve anche, colla sua predilezione per la

Boemia, volere far prevalere la stirpe slava alla tedesca.

Eppure forse nessun imperatore potè vantarsi d’avere goduto estesa

quanto lui la prerogativa imperiale. Condusse in Germania il celebre

Bàrtolo da Sassoferrato, «stella della giurisprudenza, maestro

della verità, lanterna del diritto, guida de’ ciechi», e gli conferì

l’allora nuovo, poi prodigato titolo di conte palatino[391], e da

lui fece compilare la Bolla d’oro (1356), costituzione dell’Impero,

dove venivano determinati i diritti sempre perplessi degli elettori,

rendendo stabili anche le grandi dignità secolari; e il modo d’eleggere

i re e coronarli ad Aquisgrana; oltre molte norme per la pace pubblica

e per le diete. Con ciò sodandosi le attribuzioni e il potere degli

elettori, restavano impiccioliti gli altri principi di Germania, e

stabilita la divisione di questo paese in varj Stati sovrani, nel tempo

che gli altri regni d’Europa stringevansi all’unità e all’ereditaria

successione; si escludevano i papi dal vicariato che negl’interregni

pretendevano, destinandolo al palatino del Reno e all’elettore di

Sassonia.

Più che non la discesa di Carlo giovò ai Fiorentini e ai Guelfi la

morte dell’arcivescovo Visconti. I nipoti Bernabò e Galeazzo II

succedutigli (1354) non cessarono d’ambire Firenze, ma ne furono

impediti dalle guerre che ripullulavano coi signori di Monferrato,

d’Este, della Scala, di Gonzaga, di Carrara. A Pavia tiranneggiavano

i Beccaria, signori delle terre e dei tredici colli sulla destra

del Ticino, ed ora si faceano vicarj de’ Visconti (1356), ora del

marchese di Monferrato. Rottasi guerra fra questi, Pavia si chiarì

pel marchese, onde fu dai Visconti assediata. E cadeva, se Jacopo

Bussolari, frate eremitano che vi predicava quella quaresima, e

d’uomini e donne erasi guadagnata la devozione, non avesse incorato a

difendere l’indipendenza, accagionando di tutti i mali le disoneste

portature femminili, la scostumatezza, l’egoismo de’ dominanti e

dei dominati. Ne pianse il popolo e si emendò; i signori dapprima ne

risero, poi s’ingrossirono, e dopo ch’egli ebbe guidato la gioventù

a respingere gli assediatori, essi fecero opera di torgli la fama e

la vita. Se ne rincalorì il valente frate, e persuadendo i Pavesi

a qualunque sagrifizio per sostenere la libertà, fece cacciare i

Beccaria, che allora unitisi ai Visconti, cavalcarono la città. A forze

tanto superiori non potendo questa resistere, il Bussolari capitolò,

stipulando il perdono ai cittadini e nulla per sè; onde, preso (1359

— 8bre), fu mandato a consumar nel _vade in pace_ d’un monastero di

Vercelli[392].

Ma altrove le fortune viscontee chinavano. Genova, che nelle traversie

avea fatto getto di sua libertà, nelle vittorie ne ripigliò l’amore,

e si sottrasse al Visconti, risarcendo il governo a comune e il doge

Boccanegra, che continuando a sottigliare la nobiltà, stette in dominio

fin agli ultimi suoi giorni (1356 — 15 9bre); e i Fieschi e loro amistà

dovettero acconciarsi al nuovo ordine di cose.

Il cardinale Albornoz avea proseguito la guerra in Romagna, più

agevolmente dopo ch’ebbe con lunga campagna sottomesso il prefetto

Giovanni da Vico. Mal provveduto a denaro dalla Corte d’Avignone, vi

suppliva coll’arte, coll’alternare rigore e clemenza, col guadagnarsi

i signorotti per mezzo di concessioni che davano una specie di

legittimità al loro dominio, e col sostenere i minori contro i grossi,

e secondare le rivalità e le vendette. Eccellente cooperazione,

massime contro i Malatesta, gli prestò Gentile da Mogliano signore di

Fermo, che poi gli si rivoltò. Giovanni Manfredi signore di Faenza,

Malatesta signore di Rimini, i Polenta di Ravenna, gli Ordelaffi di

Forlì conobbero tardi il bisogno d’unirsi nel comune pericolo (1354),

ma furono costretti a cedere un dopo l’uno, per lo più riservandosi di

governare a vita i paesi che aveano tiranneggiati.

Solo resisteva Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì,

Forlimpopoli, Cesena, Castrocaro, Bertinoro ed Imola; quando udì la

campana che annunziava la sua scomunica, fece sonare tutte le altre,

scomunicando egli a vicenda papa e cardinali; agli amici diceva:

— Non per questo ci sa men buono il pane e il vino»; e martorò

molti preti che vollero osservare l’interdetto. Insieme sollecitava

tutti i Ghibellini d’Italia, assoldò le bande del conte Guarnieri,

e dichiarossi disposto a difendere sin all’estremo una città dopo

l’altra. Affidò Cesena a sua moglie madonna Cia (1356), degli Ubaldini

signori di Susinana, «che si chiuse nella rôcca con Sinibaldo suo

giovane figliuolo, e con due piccoli nipoti, e con una fanciulla

grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e

cinque damigelle. Ed essendo stretta d’assedio, e combattuta da otto

edificj che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo

sentimento d’alcun soccorso, e sapendo che le mura della rôcca e

delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si

teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa

durezza, Vanni suo padre andò al legato, e impetrò grazia di andar

a parlare colla figliuola, per farla arrendere con salvezza di lei

e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre e uomo di grande

autorità e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dèi credere

ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo

onore. Io conosco e veggo che tu e la tua compagnia siete agli estremi

d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di

trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rôcca al

legato. E sopra ciò le assegnò molte ragioni perchè ella il dovea fare,

mostrando ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna,

trovandosi in così fatto caso. La donna rispose: _Padre mio, quando

voi mi deste al mio signore, mi comandaste che sopra tutte le cose

io gli fossi ubbidiente: e così ho fatto in fino a qui, e intendo di

fare fino alla morte. Egli m’accomandò questa terra, e disse che per

niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua

presenza, o d’alcun secreto segno che m’ha dato. La morte e ogni altra

cosa curo poco, ov’io obbedisca a’ suoi comandamenti_. L’autorità del

padre, le minaccie degli imminenti pericoli, nè altri manifesti esempj

di cotanto uomo poterono smovere la fermezza della donna; e preso

commiato dal padre, intese con sollecitudine a provvedere la difesa

e la guardia di quella rôcca che rimasa l’era a guardare, non senza

ammirazione del padre e di chi udì la fortezza virile dell’animo di

quella donna»[393].

Alfine essa fu costretta a capitolare (21 giugno); l’Ordelaffi stesso,

perduta ogni speranza nelle bande mercenarie, si rese a discrezione,

e fu assolto; e la Romagna, ove l’Albornoz non avea trovati soggetti

che Montefalco e Montefiascone, tutta rientrò nell’obbedienza del

pontefice. A ragione dunque il cardinale era ricevuto con sommi onori

dappertutto, massime ad Avignone, ove fu acclamato _padre della Chiesa_

in senso così diverso dall’antico.

Restava ancora Bologna sotto la verga di ferro di Giovanni d’Oleggio,

il quale, dopo che, a un suo ordine, vide affluire l’onda di cittadini

a consegnare le armi, prese tanta baldanza che li menò in campo con

soli bastoni, e colà distribuì loro le armi, che poi ritogliea dopo

la battaglia. In tempo di tante ambizioni riuscite, perchè egli

pure non avrebbe tentato sua ventura? Ribellatosi a’ Visconti, si

fece gridare signore di Bologna; reprimeva con estremo rigore le

trame interne, mentre guardavasi dagli stili e dalle lusinghe di

Bernabò, cui nel tempo stesso mandava blandizie e soccorsi contro

il marchese di Monferrato. Bernabò, che mai non conobbe gratitudine,

non gli sapeva perdonare la rivolta; e sbarazzatosi del marchese di

Monferrato col sottrargli a denaro i mercenarj del conte Lando e di

Anichino, li lanciò addosso all’Oleggio (1360). Questi, assalito da

tremila cavalieri, millecinquecento Ungari, quattromila fanti, mille

alabardieri, non amato dai popoli, non soccorso da vicini, esibì

vendere Bologna a chi la volesse; e l’Albornoz strinse il contratto,

assegnando a vita all’Oleggio Fermo e il suo territorio.

In Bologna fra i soliti schiamazzi di _Viva la Chiesa_ fu rimesso il

governo municipale e richiamati gli esuli: ma Bernabò adontato proseguì

guerra di devastazione; e l’Albornoz, non potendo trar soccorsi nè da

Avignone nè dai vicini potentati, dopo consunti trentamila ducati e

gli argenti suoi proprj, chiamò settemila Ungheri, feccia di gente,

che sperando le indulgenze assassinarono il bel paese. Bernabò seppe

comprarle per sè, e mentre ad Avignone movea lamenti che gli si negasse

una città per dodici anni concessa a suo zio, si sfogava perseguitando

gli ecclesiastici; nè quelle codarde guerre furono cessate tampoco

dalla peste, che recata dalle bande inglesi, qui si rinnovò nel 1361, e

vuolsi che nella sola Milano troncasse settantasettemila vite.

Bernabò, che se n’era schermito col sequestrarsi rigorosamente nel

castello di Melegnano, appena essa cessò ricomparve, e gridò — Voglio

Bologna», e cercò sorprenderla, comprando bande e rialzando i vinti

signorotti: sicchè l’Albornoz (1362) rannodò i signori della Scala,

d’Este, di Carrara a difendere la Chiesa, di cui non erano ombrosi,

contro il Visconti temuto, e allora scomunicato da Urbano V: la

lega contro di lui fu sostenuta da una bandiera imperiale, e prese a

stipendio la Grande Compagnia; e la battaglia di San Rafaello (1363 —

16 aprile) tolse a Bernabò la speranza di sovrastare ai pontifizj.

Egli non cessava di negoziare ad Avignone, mentre combatteva

con variati successi. Godeva allora gran reputazione di santità

Pier Tommaso di Sarlat, dalla povertà salito colla virtù e colla

predicazione al favore del papa, che lo deputò nunzio apostolico nel

regno di Napoli, poi in Germania, in Bulgaria, e che infervoratosi

a crociar l’Europa contro i Turchi allora minaccianti, riconciliò

i Veneziani col re d’Ungheria, cercò riunire la Chiesa greca colla

latina, guidò spedizioni contro que’ barbari, e trasse il re di Cipro

in Europa per sollecitare la crociata. A questa recava impedimento

la guerra contro Bernabò, logorando le entrate della Chiesa, onde si

cercò pacificarlo inviando a Milano Pier Tommaso[394]; e fu segnato

un accordo (1364 — 8 marzo) ove Bernabò rinunziava a Bologna, ma

contro l’enorme prezzo di cinquecentomila fiorini, la restituzione dei

prigionieri, e che l’Albornoz fosse rimosso da quella legazione.

Costui, destro anche nella politica, avea raccolto in Roma i deputati

di tutte le città sottoposte, e pubblicate per loro le _Costituzioni

egidiane_ (1357), che rimasero il vero diritto pubblico della Romagna:

accolte con applauso unanime, ebbero credito pari al gius canonico, e

i papi ne raccomandarono poi sempre l’osservanza, come opportunissima

agli Stati pontifizj. Non impiantava di nuovo, come si pretende oggi,

ma riformava il vecchio col senso pratico e colla conoscenza degli

uomini e delle cose.

Avendo il papa domandato conto all’Albornoz delle somme spese in

quei quattordici anni, esso gli mandò un carro di chiavi delle città

soggettate. Alla morte di Innocenzo VI avrebbe potuto facilmente

succedergli; ma non se ne diè briga, e continuò a regolare le Marche e

il Patrimonio di san Pietro finchè morì a Viterbo (1367 — 24 agosto),

legando moltissime limosine e di che fondare in Bologna un collegio con

giardino e sale e ogni occorrente per ventiquattro giovani spagnuoli.

L’Italia restava ancora alla mercede de’ venturieri. Corrado Wirtinger

di Landau militava nelle bande di frà Moriale; e allorchè questi perì

sotto la mannaja di Cola Rienzi, le conservò attorno a sè coll’ordine

a cui quegli le aveva abituate, e rese terribile all’Italia i nomi di

conte Lando e di Grande Compagnia, che fu dato a lui ed a’ suoi.

Una bella Tedesca pellegrinando a Roma pel giubileo, era stata a

Ravenna violentata da Bernardino da Polenta, e non volle sopravvivere

all’oltraggio. Due suoi fratelli scesero in Italia, senz’altra

provvigione che il proprio sdegno; lo comunicarono al conte Lando, il

quale, a vendetta de’ suoi compatrioti, menò la Compagnia a desolare

il Ravennate. Ma avendo il tiranno raccolte le persone e i viveri

nelle terre murate, la Compagnia penuriando dovette passare altrove, e

mandò a sperpero gli Abruzzi, la Puglia, Terra di Lavoro, ingrossata

dai molti a cui giovava quel facile e impunito rubare. Re Luigi di

Napoli patteggiò vilmente darle settantamila fiorini in due termini,

fin allo scadere de’ quali rimanesse pure a carico del Reame. Uscitone,

minacciò or questo or quello, finchè si allogò colla lega contro

Bernabò Visconti; ma invece di uniformarsi ai divisamenti de’ suoi

compratori, fermavasi dove più roba e miglior vino e più belle donne,

e raccoglieva gente rea e famosa di malfare. Bernabò trasse fuori dalla

lunga cattività Lodrisio Visconti, il gran vinto di Parabiago; e costui

coll’autorità del nome suo raccolse molte barbute, e al passaggio del

Ticino vinse i nemici (1365), sino ad avere prigioniero il conte Lando.

I venturieri lo riposero subito in libertà; ma Bernabò ebbe l’arte di

trarlo dalla sua.

Fatta la pace, la Compagnia rimasta sciopera battè la marciata verso

Toscana. Quivi era morto Saccone de’ Tarlati, che fino ai novantasei

anni dal castello di Pietramala dava il motto ai Ghibellini di tutta

Toscana; i quali dominavano ancora in Pisa, sempre astiosa a Firenze.

Come questa sopra Pistoja, Prato, Volterra, Colle, San Miniato, così

Perugia voleva principare sopra Todi, Cortona, Città di Pieve, Chiusi,

Assisi, Foligno, Borgo San Sepolcro. Ma Cortona, allora padroneggiata

da Bartolomeo di Casale, si difese valorosamente; e Siena (1358), presa

parte con essa, chiamò Anichino Bongardo, altro famoso avventuriero,

ed essendo questo battuto, invitò la Grande Compagnia. Il conte

Lando, che già dai Fiorentini aveva riscosso cinquantamila zecchini

per lasciarli quieti tre anni, allora li richiese del passo sul loro

territorio; ma essi, presone giusto sgomento, s’accordarono coi conti

Ubaldini e Guidi per afforzare i varchi degli Appennini. La banda

si difilò dunque per val di Lamone; ma giunta che fu al sentiero

affatto scosceso della Scalella (24 luglio), i contadini cominciarono

a rotolare dalla montagna sassi, munizione plebea, sicchè sgominarono

quel corpo, trecento cavalieri uccisero, fecero moltissimi prigionieri

e lauto bottino, e il Lando stesso ferirono. I Fiorentini non vollero

mentire la fede impegnata di non molestarla, sicchè la Compagnia, dopo

gravissime perdite, si raggomitolò, e Lando, troppo presto guarito,

ebbe raunati cinquemila cavalieri, mille Ungheri, duemila uomini di

masnada, oltre dodici migliaja di servi e bagaglioni, coi quali diede

addosso ai Fiorentini (1379), disopportunamente umani. Risoluti di

por termine a quel nuovo e schifoso genere di tirannide, essi fecero

appello agli Italiani, che, come per imitazione aveano tremato, allora

per imitazione ripigliarono coraggio. S’avvide del pericolo il Lando,

ed esibì fin compensare a denaro se alcun guasto i suoi facessero

nell’attraversare le terre de’ Fiorentini; ma essi ricusarono, e

mandato a dare alle armi per tutto, gli uscirono incontro guidati da

Pandolfo Malatesta di Rimini. Quando vennero trombetti da parte del

Tedesco, recando un guanto sanguinoso su bronconi spinosi, e provocando

levarlo chi si sentisse cuore di combattere col conte, Pandolfo lo

prese, e schierò l’esercito in modo, che Lando diede addietro quanto

il più tosto potè, bruciando il campo, e a forza di tattica riuscì a

sfilare verso il Monferrato.

Da quel punto la Grande Compagnia andò sfrantumata; ma «pare che la

penna non si possa passare senza far memoria delle compagnie; chè

maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso

dell’altra in flagello de’ Cristiani, poco osservatori di loro legge e

fede» (M. VILLANI). Perocchè allora salse in grido quella di Anichino

Bongardo. Traditore di amici e di nemici secondo gli conveniva,

primamente avea servito al marchese di Monferrato contro Galeazzo

Visconti, poi gli ruppe amistà e fede; sicchè quello chiamò nuovi

pedoni, e furono Inglesi, che la pace di Bretigny tra la Francia e

l’Inghilterra avea lasciati senza condotta. Costoro ebbero nome di

Compagnia Bianca, e per capitano Alberto Sterz. «Caldi e vogliosi,

usi agli omicidj ed alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo

loro persone in calere. Ma nell’ordine delle guerre erano presti ed

obbedienti ai loro maestri, tuttochè nell’alloggiarsi a campo, per

la disordinata baldanza e ardire poco cauti, si ponessero sparti e

male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa

dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni,

e davanti al petto un’anima d’acciajo, bracciali di ferro, cosciali e

gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lancia da posta, le quali,

scesi a piè, volentieri usavano, e ciascuno di loro aveva uno o due

paggetti e tale più, secondo che era possente. Come s’avieno cavato

l’arme di dosso, i detti paggetti di presente intendevano a tenerle

pulite, sì che, quando comparivano a zuffa, loro arme pareano specchi,

e per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri,

e i loro archi erano di nasso e lunghi, e con essi erano presti ed

obbedienti, e facevano buona prova. Il modo del loro combattere in

campo era quasi sempre a piede, assegnando i cavalli ai paggi loro,

legandosi in schiera quasi tonda, e tra due prendieno una lancia, a

quello modo che con gli spiedi s’aspetta il cinghiale; e così legati

e stretti colle lancie basse a lenti passi si facieno contro i nemici

con terribili strida, e duro era il poterli snodare. E per quello se

ne vide per la sperienza, erano più atti a cavalcare di notte e furare

terre, che a tenere campo; felici più per la codardia di nostra gente,

che per loro virtù. Scale avieno artificiose, che il maggior pezzo era

di tre scaglioni, e l’un pezzo prendeva l’altro a modo della tromba, e

con essi sarebbero montati in su ogni alta torre»[395].

Questa banda, che trent’anni continuò a campeggiare per chi la pagasse,

cominciò dal fare tal guasto nel Novarese, che Galeazzo II Visconti,

non avendo potuto opporle altrettante masnade, stimò meglio ardere

dodici castelli, incapaci a difendersi. Ben cinquantatre ne distrussero

gl’implacabili Inglesi, e per due anni seguitarono le devastazioni,

piacendosi di troncare i corpi, finchè gli abbandonavano ai cani o

al fuoco. Nel combatterli a Briona periva il conte Lando (1363), e i

suoi seguitarono Lucio Lando fratello di lui, il quale occupò Reggio,

e invece di darlo agli Estensi, a cui soldo stava, lo vendette per

venticinquemila fiorini a Bernabò.

La Compagnia Bianca passò poi a servire i Pisani, cioè a menare ad

eguale sperpero la media Italia. A loro si congiunse il Bongardo, e

una notte Firenze atterrita dall’alto delle mura li vide consumare

un infernale bagordo al chiaror di fiaccole e degl’incendj, e quivi

Bongardo farsi cingere gli sproni di cavaliero, poi egli stesso

cingerli ai più prodi del campo.

Esso Bongardo e lo Sterz formarono la Compagnia della Stella, della

Bianca restando a capo quel Giovanni Acuto di cui già parlammo (Cap.

CVIII); e fu una gara di far peggio: Provenzali, Guaschi, Bretoni

furono condotti giù da altri, e per lunghi anni la penisola restò

in costoro balia, qualunque parte guerreggiante avendo al soldo

truppe di diversissima nazione. Aggiungi di diversissima disciplina,

conservando ognuna le native usanze. Ma per l’ordinario gli eserciti

si componevano di militi e di barbute: queste, così dette dall’elmo

che portavano senza cimiero, ma con ventaglia davanti e criniera in

alto, si servivano d’armi semplici, piccoli cavalli e un solo sergente

col palafreno; a differenza del milite, armato pesante e seguito da

due o tre cavalli. Vi si unirono poi gli Ungheri, aventi ognuno due

piccoli cavalli, lungo arco, lunga spada, pettiera di cuojo, agili al

corso e trascuranti d’ogni agio. L’Acuto, superiore d’accorgimento e di

militare maestria ai capi antecedenti, primo introdusse qui di contare

i cavalieri per lancie, ognuna delle quali componevasi di tre uomini,

con cotte di maglia, petti di acciajo, di ferro gli schinieri, l’elmo,

i bracciali, grande spada e daga, e una lunga lancia che sostenevano

tra due[396]. Le marcie facevano a cavallo per cagione delle gravi

armature; ma sul campo per lo più combatteano pedestri, unendo così

alla prontezza della cavalleria la solidità della fanteria.

Neppur la pace sospendeva i mali de’ popoli, anzi i disordini di

quella erano meno sopportabili che non i sofferti nella guerra; e quel

brutale valore, non accessibile a verun sentimento nobile di patria

o di libertà, aveva indebolito la stima dovuta al vero coraggio, che

nasce dalla coscienza di una causa giusta. Urbano V papa esortava

i Fiorentini e gli altri a una lega contro le bande; e con ordini

e brevi insistette, finchè fu conchiusa coll’accordo di formare una

milizia nazionale (1366 — 7bre), e ridurre tutti i viveri in luoghi

castellati[397]. Ma nè scomuniche nè indulgenze tolsero che presto la

lega si scomponesse; e nerbo e obbrobrio delle guerre restarono ancora

i mercenarj.

I costoro guasti non meno che i guadagni aveano presto eccitato i

nostri a formare bande, e mettersi anch’essi a servizio di ventura,

per utilizzare l’attività e il coraggio, cui erano mancate più nobili

occasioni, e per acquistare preda o anche dominj. Abbiamo già veduto

Lodrisio Visconti ergersi capo d’una compagnia di Tedeschi: Ambrogio,

bastardo di Bernabò Visconti, rinnovò la compagnia di San Giorgio, ma

ben presto fu vinto e carcerato a Napoli; e de’ suoi, seicento rimasero

prigioni a Roma, ove il papa ne fece strozzare trecento, e poi anche

gli altri perchè tentarono fuggire[398].

Ma que’ signori romagnuoli che dicemmo dediti alle armi, furono i primi

che unissero bande nostrali. Astore Manfredi signore di Faenza radunava

sul Parmigiano la Compagnia della Stella di venturieri romagnuoli;

ed essendosi avventato sopra Genova, nella valle del Bisagno fu

sterminato. Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, uno dei meglio esercitati

guerrieri, ne accozzò un’altra sugli Appennini, ma precoce morte il

rapì: altre Pandolfo Malatesta, altre Boldrino da Panicale, accorrendo

ove fosse da combattere o da rapinare. Qualche gentiluomo coi soli

suoi uomini allestiva una lancia spezzata, e quando l’avesse compita,

cioè di trenta lancie che formavano sessanta uomini a cavallo, andava a

servire da volontario a questo o a quello. Talvolta una famiglia intera

metteasi a tal guadagno; come nel 1395 il Comune di Firenze soldava la

squadra de’ Tolomei di trenta lancie da tre cavalli ciascuna[399].

Allora i nostri si videro aperta un’altra via di guadagno, si

generalizzò una razza di bravacci, aventi per mestiero la guerra e

per sistema la prepotenza, tutti arme e far soldatesco e discorsi

di valenteria, gran barba, cimieri immaginosi, nomi altisonanti,

come Fracassa, Fieramosca, Lanciampugno, Animanegra, Spaccamontagna,

Maccaferro, Rodimonte, Abbattinemici.

Alberico di Barbiano, signore delle vicinanze di Bologna, ne’ fatti di

guerra senza pari valoroso, raccolta una banda tutta di suoi vassalli

ed amici, potè affrontare le oltramontane; vintele a Marino, entrò in

Roma, che dopo secoli vedeva un primo trionfo d’Italiani; meritò dal

papa un’insegna con iscritto _Italia liberata dai Barbari_; anzi fu

detto non arrolasse se non chi giurava odio agli stranieri. Quella

banda divenne semenzajo d’insigni capitani, quale Jacopo Del Verme

milanese, Facino Cane di Casal Monferrato, Ottobon Terzo, e più famosi

Braccio di Montone e Attendolo Sforza, che furono istitutori di due

scuole di guerra.

L’introduzione di capitani nostrali portò un miglioramento, giacchè

essi, cernendo non i primi venuti e feccia d’uomini malfattori,

ma persone conosciute, o parenti e vassalli e fazionieri, poterono

meglio mantenere la disciplina; si apprese ad osservar fedeltà a una

bandiera, e non volerla disonorata; e l’emulazione degli avanzamenti,

le cure del buon nome, la riverenza ai capi, imposero qualche regola

a quel valore brutale. D’altro lato però i nostri non istettero

paghi a spogliare amici e nemici come faceano gli oltramontani, ma vi

mescolarono passioni proprie, ire di parte, vendette ereditarie, studio

di novità, ambizione di qualche brano d’un paese che ormai si spartiva

a sciabolate. E di fatto tra poco furono veduti acquistar signorie, e

il più fortunato di loro ereditare il trono visconteo.

Ma all’arte antica dell’uccidere e farsi uccidere veniva a dare il

crollo l’invenzione della polvere.

Del vero nitro e degli effetti suoi non mostransi conoscenti gli

antichi, nè del fabbricare il salnitro, cioè tramutare il nitrato

di calce in nitrato di potassa. Forse all’Europa ne pervenne notizia

dall’India e dalla Cina, ove il salnitro incontrasi naturale; ma chi

insegnasse a mescolarne settantacinque parti con quindici e mezzo di

carbone, e nove e mezzo di solfo, e formarne la polvere tonante, non

consta; il frate Schwarz tedesco, che dicono lo trovasse a caso, pare

da collocarsi tra gli enti ideali. Più probabile è siasi appresa dagli

Arabi, i quali la tenessero dalla Cina; e poichè quel popolo toccava in

diversi punti la cristianità, in più d’un luogo introdusse le pratiche

sue; onde la vediamo comparire in distanti contrade a un tratto, e

senza che veruna pretenda al vanto dell’invenzione.

Il primo ingegno di applicar la polvere alla guerra furono i cannoni;

avanti il 1316 li menziona Giorgio Stella, autore ufficiale di storie

genovesi; e un documento fiorentino del 1326 parla di palle di ferro

e _cannones de metallo_[400]. Nel 58 alla guerra di Forlì i papali

lanciavano bombe, e una fonderia di cannoni aveasi a Sant’Arcangelo

in Romagna: nel 76 Andrea Redusio porge esatta descrizione della

bombarda[401]. Nell’84, in cui primamente gli Ottomani adoprarono

artiglierie, i Veneziani se ne valsero contro Leopoldo d’Austria, poi

nella guerra di Chioggia, che mal si crede la prima ove servissero:

secondo il Corio, Gian Galeazzo nel 1397 possedea già da trentaquattro

pezzi fra grossi e sottili.

I cannoni, che non abolirono affatto i tormenti bellici antichi,

si faceano di lastre, incassate entro doghe di legno e cerchiate di

ferro; dappoi si fusero di ferro; indi si arrivò a farli d’una lega

di rame e stagno. Al principio del 1400, il più grosso non eccedeva le

cenquindici libbre; ma verso il 1470 ne apparvero di giganteschi[402].

Allegretto Allegretti, al 1478, narra come a Siena «si provò la nostra

bombarda grossa di due pezzi, la quale fece Pietro detto il Campana,

ed è lunga tutta braccia sette e mezzo, cioè la tromba braccia cinque,

e la coda braccia due e mezzo; pesa il cannone libbre quattordicimila,

e la coda undicimila, somma in tutto libbre venticinquemila; gitta

dalle trecensettanta alle trecentottanta libbre di pietra, secondo

pietra»[403]; e segue a dire della bombarda del papa, lunga braccia sei

e un terzo, di palla libbre trecenquaranta.

Coi cannoni non si pensava in origine che a pareggiare le bricolle,

i mangani e le altre macchine della balistica antica, della quale si

raccontano prodigi[404]; laonde credeasi meglio riuscire col darvi

enorme grossezza; ed anche eliminando le asserzioni vaghe, troviamo

precisa menzione di smisurati projetti di pietre, o anche di ferro e di

bronzo[405].

Talvolta, oltre il nome terribile di Vipera, Lionfante, Diluvio,

Rovina, Terremoto, Grandiavolo, Non-più-parole, davansi loro figure

stravaganti; una nel castello di Milano fu colata di ferro «in forma

d’un lione, proprio a vedere pare che a giacere stia» (FILARETE); e vi

si scriveva o il proprio lor nome o qualche motto[406]. Anche sulle

palle faceansi parola o figure, lo che rendeva sempre meno esatti i

tiri. Si variavano pure di costruzione, e la serpentina, la colubrina,

il falconetto, il basilisco, l’aquila, il girifalco, l’aspido, il

saltamartino, il cacciacornacchia... indicavano differenti foggie di

pezzi che non prima del secolo passato ebbesi l’accorgimento di tutti

ridurre a un calibro solo o due.

Per caricarli svitavasi la coda dalla tromba, vi si versava la

polvere, chiudendola con un cocchiume, indi si tornava ad avvitare, e

si sovrapponea la palla; tutto ciò dopo aver rinfrescata la canna con

acqua o coltri bagnate. Quanta fatica e perditempo! Piantati poi in un

luogo, non si sapea mutarli giusta il bisogno; e si notò come un gran

caso che Francesco Sforza, assediando Piacenza, traesse in una notte

sessanta colpi di bombarda. Valeano dunque soltanto contro le mura,

fabbricate per resistere alle catapulte, e che allora si dovettero

ingrossare; ma per tutto il secolo XV non si provò bisogno di mutar

le fortificazioni da semplici fossi e torri rotonde in bastioni ad

angoli ed opere avanzate. Agli eserciti poi sarebbero stati piuttosto

d’impaccio quando fin venti paja di bovi si voleano per tirare una

colubrina da 60, la quale poi non facea meglio di quaranta colpi al

giorno. Infine si trovò l’artiglieria volante, e il Davila ne fa merito

a Carlo Brisa bombardiere normanno; ma fra noi la vediamo già alla

battaglia della Molinella nel 1468. I Francesi, oltre quelli montati

su carretti, fecero cannoni fin da portarsi da un soldato solo, e

nella guerra d’Italia n’adoperarono d’agevolissimi, fatti d’una canna

di rame spessa quanto uno scudo, e chiusa in un astuccio di legno che

si vestiva di cuojo. Un par di bovi li traeva, un altro pajo menava il

carro colle munizioni e colle palle di pietra, che nel 1500 si fecero

poi abitualmente di ferro.

Sigismondo Malatesta nel 1460 formò le bombe di bronzo, in due emisferi

connessi con zone di ferro, e coll’esca al bocchino, lanciandole da

mortaj coll’anima incampanata. Nel 1524 Giambattista Dellavalle di

Venafro insegnò a fondere queste granate[407]. Non si tardò a collocare

bombarde sulle navi.

Strade sotterranee per cui traforarsi nelle piazze, cunicoli con cui

scalzar le mura e le torri sicchè diroccassero, erano in uso fra gli

antichi e nel medioevo, e presto si pensò applicarvi la polvere. Il

primo concetto ne nacque il 1405 durante l’assedio di Pisa, ma senza

effetto nè seguito; e solo i Genovesi ne vantaggiarono all’assedio di

Sarzanello nel 1487, poi gli Spagnuoli per far volare Castel dell’Ovo

nel 1502. L’illustre e sfortunato Pier Navarro perfezionò quest’arte

delle mine.

Secondo la cronaca del canonico Giuliano, i fuorusciti di Forlì

nel 1331 _balistabant cum sclopo versus terram_: la estense al 34

racconta che il marchese Rinaldo d’Este contro Bologna _præparare

fecit maximam quantitatem sclopetorum, spingardarum, etc._; nel 46 era

munita di schioppi la torre al ponte di Po a Torino. Ed erano canne

di bronzo, poi di ferro, con un forellino, al quale s’applicava una

miccia. Evitavasi il rimbalzo mediante un risalto che appoggiavasi

contro la forcina di ferro, entro la quale si fissava l’archibuso per

iscaricarlo.

Avendo il fantaccino occupata una mano all’arma, l’altra alla forcina,

si dovè provvedere alla miccia col porla in bocca ad un draghetto, che

allo scattare d’una molla scoccava sopra la polvere dello scodellino.

La macchina pesava da cinquanta libbre, onde difficilissima a far

giocare. S’aggiunga che rozzamente fabbricavasi la polvere, rozzamente

le canne; non sapevasi nè mantenere il fuoco, nè usare il fucile come

arma difensiva; e il maggior vantaggio derivava dallo spaventare

i cavalli. Perciò non si dismisero le armi antiche, nè lo Svizzero

avrebbe deposto la sua picca, o il Genovese il suo arco. Il milanese

Lampo Birago, in un trattato manoscritto sul far guerra ai Turchi,

antepone la balestra allo schioppo, atteso che questo non vaglia se non

usato da vicino e con comodità; in battaglia mal si riesce a caricarlo,

e peggio a toglier la mira; l’umidità guasta la polvere e spegne la

miccia, nè ha gittata maggiore della balestra, e lascia scoperto il

soldato mentre carica.

A tali sconci riparavasi via via, per modo che i balestrieri andavano

scemando e crescendo gli schioppi: nel 1422 Sigismondo imperatore menò

in Italia cinquecento moschettieri, nel 49 la milizia de’ Milanesi

n’avea ventimila, ma solo al 1680 si generalizzarono gli archibusi

colla pietra focaja. La carabina sembra dovuta agli Arabi, e altri

vogliono ai Calabresi, che ne armavano le barche dette carabe.

Fin dal 1550 trovansi le pistole, forse denominate da Pistoja ove

s’inventarono.

L’Italia non ignorava le cartuccie, e Gianfrancesco Morosini

ambasciador veneto in Savoja, nel 1570 riferisce alla Signoria: —

Oltre alli marinari che mette sua eccellenza (Emanuel Filiberto)

per ogni galera, suole mettervi sino a ottanta ovvero cento soldati

per combattere, e a questi fa portar due archibugi per uno, con

preparazione di cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere

e palla insieme ben legate in una carta, che, subito scaricato

l’archibugio, non ci è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che

mettere in una sola volta quella carta dentro la canna con prestezza

incredibile; e ciò in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati,

avvezzato a questo per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende

a scaricar l’uno archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato

l’altro, di maniera che senza alcuna intermissione di tempo vengono a

piovere l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo»[408].

Ma l’arma da fuoco pareva ed inumanità per le micidiali ferite, e

vigliaccheria perchè l’ultimo fantaccino poteva uccidere il meglio

valoroso ed esercitato campione. Di fatto essa poneva in formidabile

eguaglianza il villano col barone, il quale sin allora l’aveva

calpestato impunemente dal catafratto destriero. Per tali cagioni

lentamente si perfezionarono le armi da fuoco, e tardarono a portare

radicale mutamento nell’arte della guerra. Come a proteggere dal

cannone s’ingrossarono enormemente le muraglie, così i cavalieri

rinforzarono le armadure da parere incudini: ma presto se ne vide lo

sconcio, e principalmente per insinuazione del capitano Giorgio Basta

vennero le corazze abbandonate ai supremi comandanti e ad un corpo

distinto[409]; sicchè crebbe la difficoltà di sostenere un posto, e le

battaglie divennero più speditive.

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 24 / 32 题