Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e
Boccaccio.
Da costoro furono agitate le guerricciuole di Toscana. Dalla campagna
devastata accorreasi per sussidj a Firenze: eppure l’industria dentro
e i banchi di fuori le recavano tal floridezza, che, aggrandita
di possessioni, di castelli, di moneta, potè rappresentare parte
principale nelle vicende di tutta Italia.
Per la guerra contro Mastin della Scala, Firenze spediva a Venezia
venticinquemila fiorini d’oro il mese, oltre tenere al soldo mille
cavalieri, e guarnigioni nelle terre e castelli, de’ quali ben
diciannove sorgeano nel solo contado di Lucca, uno ad Arezzo, a
Pistoja, a Colle. Ma i soldi della cavalleria cessavano al cessar della
guerra, e ai magistrati invece di stipendj bastava l’onore di servire
alla patria. Quarantasei terre murate ne dipendevano, oltre quelle
di cittadini e le aperte: non grossa l’entrata diretta, ma le gabelle
fruttarono fin trecentomila fiorini annui, che oggi si valuterebbero il
quadruplo, e che sorpassavano l’entrata dei re di Sicilia, di Napoli,
d’Aragona. La zecca coniava da trecencinquanta in quattrocentomila
fiorini d’oro l’anno, e ventimila lire di moneta erosa: le spese
non arrivavano a quarantamila fiorini d’oro, tra le quali, oltre
le uffiziali, figurano le limosine a monaci e spedali, le feste al
popolo e ad illustri avveniticci, e il mantenimento de’ leoni, animali
pregiati colà non meno che a Venezia.
In città v’avea centodieci chiese, di cui cinquantasei parrocchiali,
cinque badie, due priorati con ottanta regolari, ventiquattro
monasteri con cinquecento religiose, settecento monaci d’ordini
differenti, ducencinquanta e più cappellani, trenta spedali con mille
letti. Lievissimo il tributo; bisognando denaro, se ne cavava dal
vendere spazio da fabbricar case; e s’ampliava la cerchia della mura
comprendendovi Borgognissanti e il Prato. Fra il 1284 e il 1300 si
ergevano la loggia dei Lanzi, Santa Maria del Fiore, Santa Croce,
futuro panteon de’ grandi Italiani.
Venticinquemila persone da quindici in settant’anni erano capaci
dell’armi, fra cui millecinquecento nobili, sottoposti alle rigide
cautele delle ordinanze di giustizia; non più di settantacinque
cavalieri di corredo, atteso gli ordinamenti democratici;
millecinquecento forestieri, ottantamila abitanti in contado. Ottanta
in cento persone componevano il Consiglio de’ giudici, seicento
quello de’ notaj: sessanta fra medici e chirurghi, cento droghieri,
cenquarantasei mastri di muro e di legname, cinquecento calzolaj,
e senza numero merciajuoli ambulanti. Da otto a diecimila fanciulli
frequentavano le scuole di leggere, da mille a milleducento quelle
d’aritmetica, un seicento quelle di grammatica e logica. Volgendo
a morale perfino l’astrologia, i Fiorentini diceano la loro città
esser nata sotto la costellazione dell’ariete, e perciò predestinata
al commercio, e che già Carlo Magno l’avesse divisa in arti; volendo
l’industria favolose genealogie, come l’aristocrazia. V’erano dunque
ducento e più esercizj d’arte della lana, e venti fondachi di panni
forestieri occupavano più di trentamila operaj: ventiquattro case
trafficavano di banca.
I contorni erano popolati di ville, deliziose per posto, e arricchite
di capi d’arte; e «uno forestiere non usato (conchiude Giovan Villani
questo lusinghiero ritratto della sua patria) venendo di fuori, i più
credeano per li ricchi e belli palagi ch’erano a tre miglia a Firenze,
tutti fossero della stessa città, al modo di Roma; senza dire delle
case, torri, cortili e giardini murati più da lungi, talchè si stimava
che intorno a sei miglia vi aveva tanti ricchi e nobili abituri, che
due Firenze non n’avrebbono tanto».
Da così bel crescere la tracollarono gravissime sventure. Nel novembre
1333 piogge interminate flagellarono molti paesi, e peggio Firenze,
ove l’Arno traripando guastò mura, ponti, casamenti, e molte vite e
ricchezze inestimabili; e seguì devastando il Casentino, il val d’Arno
superiore e l’inferiore, e per tutto ove tenne sua corrente fin al
mare. Incalcolabile il danno de’ privati; quel che ricadde sul pubblico
passò i ducencinquantamila zecchini: ma la città si affretta al
riparo, spendendo cencinquantamila zecchini ne’ soli ristauri, sebbene
contemporaneamente menasse la sciagurata guerra per l’acquisto di Lucca
e quella contro Mastin della Scala. Pure, non avendo mai il granchio
alla borsa ne’ pubblici comodi, eleva anche il magnifico palazzo sopra
le logge d’Or San Michele, e getta le fondamenta del meraviglioso
campanile.
Ma ecco la squassano grossi fallimenti. I Bardi banchieri nel 1345
doveano avere novecentomila fiorini d’oro dalla corona d’Inghilterra,
e centomila da quella di Sicilia; i Peruzzi seicentomila dalla prima,
centomila dall’altra; e avendo il re inglese lasciato scadere le
cambiali, le due case furono ridotte a fallire, e i Bardi diedero ai
creditori il settantotto per cento, assai meno i Peruzzi. Anche gli
Scali fallirono di quattrocentomila fiorini, e dietro a loro i minori
mercanti, «e fu (dice il Villani) a’ Fiorentini maggiore sconfitta,
senza danno di persone, che quella d’Altopascio».
Di quel tempo Firenze fece un primo assaggio di tirannia. Già quando la
guerra con Mastino metteva a repentaglio lo Stato, e invaleva la paura
che i Ghibellini di dentro gli desser mano, si provvide ad un’autorità
dittatoria, invece dei sette bargelli istituendo un capitano della
guardia o conservatore del popolo, con cento uomini a cavallo e il
doppio pedoni, e la provvisione di diecimila fiorini annui; la cui
giurisdizione non solo si estendeva illimitatamente sopra i fuorusciti,
ma era disobbligata dagli ordini della giustizia, e dal render conto ad
altri che ai priori delle arti. Il primo fu Jacopo Gabrielli da Gubbio,
che severo e tirannico, a contemplazione della plebe oppresse i nobili,
tendendo a privarli delle castella venti miglia attorno alla città,
cercando al castigo alcuni de’ Bardi e Frescobaldi che studiavano a
novità; e n’acquistò tale odio, che, quando scadde, fu stanziato che
nessun da Gubbio si eleggesse più a pubblica funzione.
Avrebbero dovuto accertarsi che mal si ripara la libertà all’ombra
del dispotismo: eppure, scontenti della lentezza de’ magistrati
e della perdita di Lucca, conferirono la signoria a Gualtiero di
Brienne (1342). Proveniva costui da quel Brienne che campeggiò in
Italia, suocero poi nemico di Federico II: re titolare di Gerusalemme,
per donne avea conseguito il ducato d’Atene, donde cacciato dalle
bande catalane, si era posto al mestiero più lucroso, la guerra di
ventura, e con cenventi uomini e gran fama di valore stava al soldo
de’ Fiorentini, quand’essi il domandarono capitano e conservatore
del popolo, per quella funesta propensione che i vulghi hanno
verso i capi militari. «Non senno, non virtù, non lunga amicizia,
non servigi a meritare, non vendicate loro onte, ma la loro grande
discordia»[319] riduceva i Fiorentini a dominio di questo forestiero,
il quale, avaro quanto ambizioso, perfido, ostinato, senza pietà nè
confidenza, pensò vantaggiarsi delle passioni di tutte le sêtte,
e tutte ingannarle. Bardi, Frescobaldi, Cavalcanti, Buondelmonti,
Adimari, Donati, Gianfigliazzi ed altri nobili antichi, esclusi di
governo dalla mercantile oligarchia, e continuamente rimorsi per
un potere che più non aveano, aizzavanlo contro i popolani grassi,
dominatori superbi, ed esosi anche alla plebe; ed egli in fatto ne
processò alcuni, come Altoviti, Medici, Rucellaj, Ricci, rivedendo
antiche ragioni; e trovando aveano trassinato il denaro del Comune,
li mandò al supplizio. Ne sbigottì quella fazione: nobili e plebe
s’allegrarono che Dio avesse finalmente mandato un uomo (1342), il
quale non mirava in viso a nessuno, nè si lasciava metter la mano sotto
da tirannetti. Incontrandolo dunque, gli gridavano _Viva il signore_,
ne magnificavano la integrità, ne dipingevano l’arma su tutti i canti;
ond’egli carezzando chi lo favoriva, salvando i falliti dalla prigione,
s’acquistò tanti fautori, da poter fidarsi a interrogare il voto
universale.
Radunato il parlamento, fattasi la proposta di dargli la signoria per
un anno, «il popolo cominciò a rugghiare, com’era deliberato per li
traditori; e gridarono, _A vita a vita, viva il signor duca, in tutto
sia signore_; e così pesolone preso e portato alla porta del palagio»
(STEFANI), ottenne il potere (8 7bre) senza verun termine o salvo,
bruciandosi i libri degli ordinamenti della giustizia e i gonfaloni
delle compagnie, tra feste incredibili: Arezzo, Pistoja, Colle, San
Geminiano, Volterra secondarono l’esempio. Egli (primo fondamento
d’ogni tirannia) soldò ottocento cavalieri francesi, eppure fe pace
con Pisa mentre i Fiorentini speravano la ricuperasse; si legò cogli
Estensi, coi Pepoli, cogli Scaligeri, garantendosi reciprocamente i
dominj, mentre nelle cariche ai gentiluomini preferiva i ciompi, cioè
la gente bassa: con ciò e coi mangiari e colle giostre otteneva la
vulgare reputazione di democratico, e con questa esercitò tirannia.
Allora seguirono i soliti corredi; prestiti forzati, divieto delle
armi, nuove inventie di gabelle ed imposte, giudizj ingiusti,
prepotenze, e tentar donne oneste, e cingersi di Francesi assetati
di preda e di femmine; fraudò i creditori del pubblico per ammassare
denaro che asportava: e puniva senza pietà chiunque appuntasse il suo
dominio, «sicchè (conchiude il Rinuccini), carissimi miei cittadini,
guardatevi di venire a tiranno».
Non tardò a prorompere la pubblica indignazione; e mentre i piccoli
artieri e il vulgo lo fiancheggiavano (1343), i grandi, i popolani
grassi e gli artefici, stanchi di vedersi sempre innanzi agli occhi
la mannaja e l’oltraggio, formarono tre congiure, una ignorando
dell’altra: poi unitisi nell’intento comune, e levando popolo al grido
di _Libertà_, in un batter d’occhio (luglio) misero fuori tutte le
bandiere, abbarrarono le strade, assalsero in palazzo il duca e per le
vie i suoi scherani: Guglielmo d’Assisi, Cerrettieri de’ Visdomini ed
altri di quegli abjetti che mai non mancano per assistere e invelenire
i tiranni contro la propria patria, furono uccisi con rabbia sì
furibonda, da mordere e mangiar persino delle loro carni, «che, secondo
che si legge, in inferno non si fa peggio di un’anima» (STEFANI). Il
duca, per intromessa dell’arcivescovo, potè ritirarsi, rinunziando a
qualsifosse diritto: si prese che il giorno di sant’Anna fosse festivo
come Pasqua; ed oggi ancora si commemora sventolando in Or San Michele
i ventuni gonfaloni delle arti.
A denaro i Fiorentini recuperarono molte rôcche, dal duca concesse ad
altri: ma quasi la libertà acquistata da Firenze invitasse le costei
suddite a ricuperarla esse pure, Arezzo, Colle, San Geminiano si fecero
di propria balìa; Volterra tornò a Ottaviano de’ Belforti; Pistoja,
in nome alleata, in fatto serva, cacciò il capitano e la guarnigione
fiorentina per darsi a Pisa, che ridiveniva capo della Toscana; mentre
Siena durava indipendente e metteva freno a’ nobili campagnuoli.
In quei disastri, ciascuno trovandosi obbligato a riparare colle
forze proprie, le conosce e vuole esercitarle, sicchè la democrazia
prevale. E già ne’ passati tempi per mozzare la potenza dei nobili
si agevolavano ai servi le guise di venir liberi, od accogliendoli
ne’ Comuni, o sorreggendoli nelle querele contro i padroni. Ora
a quattordici persone coll’arcivescovo fu data balìa di riformare
d’uffizj Firenze; e giacchè tutti aveano cooperato a spezzare la
tirannide, accomunarono a’ magnati un terzo delle cariche. Ma questi,
appena uscirono dallo anteriore svilimento, trascesero la civile
modestia, non soffrendo eguali ne’ privati o superiori ne’ magistrati;
sicchè da un lato crescendo le insolenze, dall’altro i dispetti, il
popolo, inizzato da Giovan della Tosa, insorse contro le famiglie,
abbattendone i palazzi, segnatamente que’ de’ Bardi e Frescobaldi, e
riordinò a signoria di plebe la città, divisa in quartieri, invece
dei sesti. I nobili restavano esclusi dalle magistrature; finchè,
lentato il rigore, si accettarono molti casati fra’ popolani. «E nota
e ricogli, lettore (avverte qui il Villani), che in poco più d’un anno
la nostra città ha avuto tante rivolture, e mutati quattro stati di
reggimento: prima signoreggiò il popolo grasso, e guidandosi male, per
loro difetto venne alla tirannica signoria del duca; cacciato il duca,
ressono i grandi e popolani insieme, tutto fosse piccolo tempo e con
uscita di gran fortuna; ora siamo al reggimento quasi degli artefici e
minuto popolo. Piaccia a Dio che sia esaltamento e salute della nostra
repubblica; ma mi fa temere per li nostri peccati e difetti, e perchè i
cittadini sono vuoti d’ogni amore e carità tra loro, ed è rimasa questa
maledetta arte in quelli che sono rettori, di promettere bene e fare il
contrario».
Qui nuovo flagello percosse non la Toscana sola ma tutto il mondo. Per
la nessuna precauzione nel comunicare coi paesi di Levante, facilmente
ricorreva la peste, che il 1340 rapì dodicimila persone alla sola
Firenze, moltissime e delle meglio stanti a Siena, talchè fu vietato
di sonar le campane, o radunarsi a mortorio, o mandare attorno, come
si soleva, banditori ad annunziare i defunti. Poco poi una nevata
straordinaria corruppe i seminati, donde seguì gravissima strettezza
di vettovaglie. Firenze non badò a spese, e consumati cinquantamila
fiorini d’oro a tirare grano, lo distribuiva in tal quantità, che
novantaquattromila persone riceveano pane dal pubblico, non negandolo
a verun forestiero nè pellegrino o villano; furono sciolti di carcere
gl’indebitati verso il Comune, concesso di redimersi col quindici
per cento dalle vecchie multe. Pure la fame affralì i corpi, e li
predispose ai guasti di quella che chiamarono la morte nera. La
precedettero stranissime meteore, disastrosi tremuoti, vascelli
sobbissati, voragini aperte, che per più giorni arsero infiniti spazj;
poi il nembo spinse innumerevoli cavallette in mare, i cui cadaveri
rigettati sulla riva, finirono d’appuzzare e corromper l’aria; e un
nebbione coprì lungamente la Grecia.
Il morbo scoppiò nella Cina (1348), poi nell’India, nella Persia,
nell’Armenia, nell’Egitto e nella Siria con tal furore, che al Cairo
perivano da dieci a quindicimila persone al giorno; ventiduemila ne
perdette Gaza in sei settimane, e quasi tutti gli animali. A Cipro fu
recato dal vivissimo commercio; così nelle altre isole dell’Arcipelago
e alla foce del Don. I mercanti italiani, numerosi per tutti quei
porti, cercarono salvezza fuggendo; ma otto galee genovesi, salpate dal
mar Nero, approdando in Sicilia, aveano già perduto tanto equipaggio,
che quattro furono abbandonate; gli altri sbarcando comunicarono il
male, che presto ammorbò quell’isola, la Corsica, la Sardegna, le coste
del Mediterraneo, la Toscana.
I sintomi variavano secondo i paesi, anzi dal cominciamento al
dechino della malattia. Da noi per lo più manifestavasi con febbre
violenta, poi delirio, stupore, insensibilità; la lingua e il
palato illividivano; fetidissimi il fiato, il sudore, le dejezioni;
insaziabile sete; a molti sopragiungeva violenta peripneumonia con
emorragie di pronto esito; e macchie nere e sozzi gavoccioli rivelavano
la cancrena. Alcuni cadeano come di colpo; i più perivano il primo
giorno; fortunato cui succedevano ascessi esterni: ma rimedj umani
non menomavano il male, e il minimo contatto bastava a comunicarlo.
Invano si fecero processioni di reliquie, si portò il tabernacolo
devotissimo dell’Impruneta attorno per Firenze gridando misericordia, e
davanti a quella facendo gran paci di quistioni e di ferite. Fuggivasi
alla campagna, ma la morte veniva a disabbellirla. I medici che
sopravivessero, voleano smisurato prezzo in mano, a appena col viso
addietro stendere le dita a tastar il polso, e da lungi veder le orine
con essenze odorifere al naso. Quei medesimi che a principio per arte,
per carità, per prezzo studiavano gl’infetti, gli abbandonavano poi a
morire nell’isolamento, fossero anche i padri, i figli, i mariti; se
l’infermo si trovasse confortato, facevasi alla finestra, e stava buon
tempo innanzichè passasse persona; e quando fosse udito, o non gli
era risposto, o non soccorso; molti morivano così senza sacramenti,
e stavano sul letto finchè la puzza annunziasse che là entro erano
cadaveri, e i vicini per borsa mandavano a raccoglierli e sepellire
senza pietà d’esequie. I becchini esigevano tal ricompensa, che molti
vi arricchirono, come arricchirono speziali, pollajuoli, trecche di
malva, d’ortiche e d’altre erbe d’impiastri: smisuratamente valevano
i confetti, e lo zucchero fin tre in otto fiorini la libbra, e bazza
chi ne trovasse: non aveasi più cera, non bare e stamigne, delle quali
usavasi ai morti: lanajuoli e ritagliatori che si trovarono panni
bruni, li vendettero a peso d’oro[320].
A tal modo Firenze perdette centomila abitatori, altrettanti Venezia,
Pisa sette ogni dieci, Siena ottantamila in quattro mesi se si credesse
a un cronista, il quale soggiunge che «morivano uomini e donne quasi di
subito; ed io Angelo di Tura sotterrai i miei figliuoli in una fossa
con le mie mani, ed il simile fecero molti altri»[321]. Quarantamila
ne pianse Genova, Roma censessantamila, e così Napoli, e fra tutto il
Regno cinquecentotrentamila; in molti luoghi non rimase che un decimo
degli abitanti, a Trapani nessuno: cinquecentomila perirono in Sicilia,
quasi tutti quelli di Cipro. Trovaronsi vascelli erranti a grado
dell’onde, essendo perito tutto l’equipaggio; la messe e la vendemmia
infradiciarono non côlte; a Bologna Taddeo Pepoli faticò a tirar grano
e tenerlo a basso prezzo, ma entrato il morbo, moltissime famiglie
terminarono, delle quali dà la lista il Ghirardacci.
Luchino Visconti orlò i confini del Milanese di forche, dove appendere
chiunque li varcasse, col che tenne immune il paese, come fu pure di
Parma e del Piemonte[322]. Passò poi la morte nera in Savoja, nella
Spagna, nelle Baleari, in Francia, ove la sola Parigi dava cinquecento
vittime al giorno, Vienna d’Austria milleseicento; ad Avignone durò
sei mesi, uccidendo sette cardinali e duemila persone: in Inghilterra
per nove anni mietè cinquantamila vite l’anno; l’Irlanda ne rimase
deserta: insomma dicesi che se ne portasse un terzo d’Europa; ove
rimase spaventevolmente ricordata. «Non fia creduto ai posteri che
siavi stata un’età in cui il mondo rimase quasi totalmente spopolato, e
le case di famiglia vuote, e di cittadini le città, e le campagne senza
lavoratori. Come lo crederanno gli avvenire, se noi medesimi a fatica
prestiamo fede ai nostri occhi? Usciti di casa, scorriamo le vie, e le
troviamo piene di morti e di morenti: tornati fra le domestiche pareti,
più nessuno troviamo di vivo, essendo tutti morti nella breve nostra
assenza. Fortunati i posteri, a cui tali calamità sembreranno finzioni
e sogni»[323].
Le analogie de’ sintomi con quelli dell’avvelenamento fecero supporre
che una malizia, smisurata quanto il male, propagasse ad arte la morte:
principalmente imputavansi gli Ebrei di avvelenare le fonti, e per
Germania e Spagna fu fatto strazio di questi infelici, dei quali papa
Clemente VI attestò l’innocenza e diede loro ricovero in Avignone.
Alcuni vedevano in quel flagello la punizione divina perchè si
violavano la domenica e il digiuno, e si commettevano adulterj, usure,
bestemmie; e si bucinò che in Gerusalemme fosse arrivata una lettera
dal cielo, ove diceasi che Cristo non concederebbe misericordia se
ognuno non si flagellasse e andasse ramingo per trentaquattro giorni.
Pertanto moltissimi buttavansi alle penitenze, alle macerazioni, e
si rinnovarono le scene de’ Flagellanti, che a centinaja passavano di
terra in terra, con litanie e miserere, ed anche con superstizioni di
miracoli e liberazione d’ossessi, e dogmi nuovi e strani. Fu profuso a
cause pie quel che ritenere non si potea, e di venticinquemila fiorini
l’ospedale di Santa Maria Nuova, di trecencinquantamila la Compagnia
d’Or San Michele restarono eredi in Firenze: la Compagnia della
misericordia, istituita un secolo prima dai facchini che servivano
all’arte della lana, prestò intrepidamente soccorsi, e ne fu compensata
con lasciti dell’ammontare di trentacinquemila fiorini.
Altri, all’opposto, si persuasero che rimedio fosse lo svagarsi e il
darsi buon tempo; e ne seguì un enorme rilassamento di costumi, volendo
ciascuno godere una vita che fuggiva, o allietarla d’ogni piacere, se
l’avea campata; i popolani vestivano delle robe lasciate dai ricchi;
eredità improvvise mutando fortune, davano spirito ad abusarne, come
appiglio a complicatissime liti; i latrocinj al par che gli amori
furono agevolati dal pericolo e dagli abbandoni. E quel misto di
devozione e d’allegria può dirsi rappresentato nei _Balli dei morti_,
stravaganti pitture ove si effigiano scheletri che menano danze o
s’atteggiano bizzarramente con persone vive, papi, re, belle, mercanti,
letterati, fanciulli, vegliardi, per intimare a tutti la necessità
del morire. La Svizzera e la Germania ne abbondano, non ne manca
l’Italia[324].
Questa peste fu anche deplorabile pel numero di valentuomini che
l’Italia perdette, fra i quali mentoveremo Giovan Villani e Giovanni
Andrea canonista peritissimo; ma «tiranni e grandi signori non morì
nessuno»[325]. Fu poi descritta nel primo lavoro di prosa italiana
elaborata, il _Decameron_ di Giovanni Boccaccio. Finge egli che sette
gentildonne, durante la peste, scontratesi in chiesa con tre loro
amanti, prendano accordo di uscire alla campagna[326], e tuffare
i timori e la compassione nella vita sollazzevole e nel raccontar
novelle: le quali, distribuite in dieci giornate, finite ognuna con
una canzone, formano appunto quel libro. Precede la descrizione della
peste, ma come d’uomo che non la vide, adoprando le riflessioni e le
particolarità di Tucidide e di Lucrezio, e su queste diffondendosi
in modo, che sono in quantità assai meno e in parole assai più che
nell’originale. E il concetto e le parti dell’opera risentono d’un
colto egoismo; e laide avventure, e la facilità delle donne e la
spensierataggine degli uomini insinuano di goder la vita e non darsi
altro pensiero. La pittura stessa della peste finisce con un’idea
scherzevole e affatto pagana[327]. Piacque alla società gaudente; ma
gli spiriti serj ne restarono scandolezzati, e il certosino Gioachino
Cino si presentò al Boccaccio dicendogli come il suo compagno Pier
Petroni da Siena morendo gli avesse lasciato l’incarico di venire a
richiamarlo a coscienza. Ne rimase tocco Boccaccio, e dato migliore
indirizzo all’ingegno, fece libri di pietà, e a Mainardo Cavalcanti
scriveva: — Lascia le mie novelle ai petulanti seguaci delle passioni,
che sono bramosi di essere creduti dall’universale contaminatori
frequenti della pudicizia delle matrone. E se tu non vuoi perdonare
al decoro delle tue donne, perdona all’onor mio, se tanto mi ami
da sparger lagrime pe’ miei patimenti. Leggendole, mi reputeranno
turpe mezzano, incestuoso vecchio, uomo impuro e maledico, ed avido
raccontatore delle altrui scelleraggini. Non v’ha dappertutto chi
sorga e dica per iscusarmi: _Scrisse da giovane, e vi fu astretto da
autorevole comando_».
Ebbe amicissimo Francesco Petrarca, che nato (1304) in Arezzo da un
Petracco sbandito di Firenze coll’Alighieri, visse poveramente colla
madre all’Incisa in val d’Arno, poi si avviò nelle scienze a Pisa sotto
Convenevole, a Bologna sotto Giovanni d’Andrea, a Montpellier sotto
il celebre giurista Bartolomeo d’Osio bergamasco: ma dagli studj del
diritto impostigli da suo padre divagavasi per la lettura di Cicerone
e la compagnia di Cino da Pistoja e Cecco d’Ascoli, dai quali prese
vaghezza della poesia italiana. Rimasto orfano e scarso di patrimonio,
si acconciò allo stato ecclesiastico, e stabilì mutarsi ad Avignone
a cercarvi fortuna come faceano tutti (1326). Il trattar cortese e
il limpido ingegno lo fecero il ben arrivato alla Corte pontificia,
dove ai principali prelati lo introdusse l’amico suo Jacopo Colonna,
vescovo che fu poi di Lombez. Il papa, a cui diresse un’elegante
prosopopeja di Roma che lo richiamava, gli assegnò un canonicato a
Padova, e l’aspettativa della prima prebenda che vacasse. Comprossi
anche un poderetto presso la fontana di Valchiusa, e vi si ritirò co’
suoi libri. A questi applicò allora tutto l’animo, e venuto idolatro
dell’antica civiltà, fantasticava sempre i vetusti eroi e la città di
Romolo e d’Augusto in quella che i pontefici abbandonavano alle masnade
dei Colonna e degli Orsini; ed applaudiva a chi tentasse restaurarvi il
buono stato.
Era capace di apprezzare le bellezze dei classici, e non ostante
presunse poterle raggiungere, e scrisse l’_Africa_, poema sul
soggetto stesso di Silio Italico. È un racconto senza macchina, nè
episodj nuovi, nè sospensione curiosa: ma versi di così buona lega
non si erano più uditi da Claudiano in poi, tanto avea convertito
in sostanza propria quella de’ classici meditati. Riesce più poetico
nelle _Egloghe_, ove sotto nomi pastorali allude a fatti d’allora, non
rifuggendo dall’adulazione.
Da questi versi latini promettevasi egli l’immortalità, che invece gli
venne da un usuale incidente. Bell’uomo, accuratissimo nel vestire,
frequente ai convegni, in una chiesa d’Avignone (1327) s’invaghì di
Laura, figlia d’Odiberto di Noves e moglie ad Ugo di Sade[328]; amore
ben poco romanzesco, giacchè ella seguitò a vivere in pace col marito,
cui partorì undici figliuoli, ed egli, pur assediandone la virtù
cogl’istinti d’un temperamento riottoso, non si distolse da studj nè
da amori più positivi, dal maneggiarsi alla corte, e dal vagheggiare
la gloria, prima e preponderante sua passione. Se non che per Laura
tratto tratto componeva o imitava dal provenzale qualche sonetto o
canzone, che il nome dell’autore e l’intrinseca loro soavità facea
cercare e ripetere, e gli guadagnava anche presso al bel mondo quella
fama, per cui era insigne fra i dotti. Da questa pubblicità gli venne
una specie d’obbligo a perseverare ne’ sentimenti stessi verso Laura,
la quale pare si guardasse dall’impedirli soddisfacendoli; poi quando,
dopo venti anni, ella soccombette alla morte nera, il Petrarca si
fece onore della costanza al cenere di lei, «di sua memoria e di dolor
pascendosi».
Nella bella Avignonese piacevangli le vaghezze corporee, i bei crini
d’oro, le mani bianche sottili, e le gentili braccia, e il bel giovanil
petto, e le altre leggiadrie per le quali essa diveniva superba[329]
e stancava gli specchi a vagheggiarsi; e lei vedeva nelle _chiare,
fresche e dolci acque_; e lei sopra l’erba verde, e in bianca nube; e
colla mente ne disegnava nel sasso il viso leggiadro. Tanto basterebbe
a smentire coloro che supposero ente simbolico questa Laura; che anzi
quel sempre mostrarcela come persona vera, lo salvò dallo sfumare in
astrazioni come i suoi seguaci. Amò, bramò[330], e nel dialogo con
sant’Agostino confessa le irrequietudini, i trasporti, le veglie, le
noje di quella sua passione, e implora soccorso per disvincolarsene.
Ben è vero che a Cicerone, a Virgilio, a Varrone, a Seneca, a Livio
egli dirizzava lettere spiranti un ardore forse più verace, certo più
vivamente espresso che non per Laura: poi nelle prose in tutt’altro
tenore favella delle donne; doversi il matrimonio schifare chi a studj
intende, al più accettar la concubina; pazzo chi deplora la defunta
moglie, quando ne dovrebbe menare tripudio[331].
Da quell’affetto suo uscì un canzoniere, tutto d’amore se togli dodici
sonetti e tre canzoni oltre le due a bisticci. Nella forma si piacque
delle difficoltà, sia colle sestine, disposizione provenzale ove da
nessun’armonia è redenta la fatica del replicare le medesime desinenze;
sia col sonetto, ordito per lo più sopra quattro sole rime; sia colle
canzoni, legate a norme impreteribili. Soggiunse i _Trionfi_, sogni
allegorici ed erotici, ove in terzine divisa i trionfi dell’Amore sopra
il poeta, della castità di Laura sopra Amore, della Morte sopra Laura,
di Laura sopra la Morte, della Fama sopra il cuore del poeta ch’essa
divide coll’Amore; in ultimo il Tempo annichila i trofei dell’Amore, e
l’Eternità quelli del Tempo.
Sono concetti e forme secondo l’età; ma per quanto si provi che da
altri, massime da Provenzali e Spagnuoli e nostri anteriori, togliesse
molti pensieri suoi, altri si appuntino d’esagerati, di lambiccati,
di falsi, resta al Petrarca la lode d’una lingua candidissima,
fresca ancora dopo cinque secoli, d’uno stile vivo e corretto,
d’una inesauribile varietà nell’esprimere quei miti dolori, quelle
placide repulse, quelle pitture monotone eppur varianti, passionate
insieme e sottili; della soave melanconia e della casta delicatezza
con cui trattò la più sdrucciolevole delle passioni. Studiò egli
moltissimo ciascun sonetto; eppure sembrano messi fuori d’un fiato,
e colla squisitezza che nell’espressione riproduce le gradazioni del
sentimento, con quella grazia d’elocuzione che allo spirito presenta
l’attrattiva della novità insieme col merito della limpidezza.
Più altre opere condusse il Petrarca: nella raccolta di _Memorabili_
imita Valerio Massimo: nella _Vera sapienza_ mette un di cotesti
saccenti a fronte d’un idioto di buon senso, onde svergognare la
dialettica d’allora, frivola, nè giovevole al cuore nè all’ingegno.
Certi garzonetti veneziani, trinciatori delle reputazioni più sode
come tanti se n’incontra, avendolo sentenziato uom dabbene ma di
piccola levatura, egli rispose col libro _Dell’ignoranza propria e
dell’altrui_, ove qualche sentenza buona può pescarsi in un mare di
sottigliezze e d’erudizione facile e presuntuosa, e dove conchiude
che «la letteratura a molti è stromento di follia, di superbia a
quasi tutti, se non cada in anima buona e costumata». Ribattendo un
Avignonese, vitupera tutti i medici, come incettatori di scienza vana
e ambiziosi nell’andare in volta con un vestone di porpora e anella
smaglianti, e sproni dorati quasi aspirino al trionfo, benchè pochi
abbiano ucciso i cinquemila che la legge romana richiedeva.
Il libro _Degli uffizj e delle virtù d’un capitano_ chiama alle
labbra il riso d’Annibale; quello _Del governare uno Stato_ barcola
su luoghi comuni, che nè rischiarano i savj, nè correggono i ribaldi.
A conforto di Azzo Correggio spodestato espose i _Rimedj d’ambe le
fortune_, dialoghi prolissi e scolorati fra enti di ragione, ove
sfoggia argomenti ed erudizione per mostrare che i beni di quaggiù
sono fallaci, e che le sventure si possono colla ragione disacerbare e
convertire a bene. Due libri _Della vita solitaria_ diresse a Filippo
di Cabassole vescovo di Cavaillon, i tedj del cittadino comparando
alle dolcezze del solitario: antitesi non troppo sociale, dover nostro
essendo l’operare anche in mezzo a questa ciurma che c’impaccia,
frantende e calunnia.
Coll’amore e colla filosofia, terza sua ispiratrice fu la devozione.
Anche nei tempi del suo _primo giovanile errore_ pregava Dio a _ridurre
a miglior vita i pensier vaghi_; delle bellezze di Laura si fa scala
al suo Fattore; e dopo morte spera vedere il Signor suo e la sua donna,
per la quale, dice un contemporaneo, «ha facto tante limosine et facto
dir tante messe et orationi con tanta devotione, che s’ella fosse
stata la più cattiva femina del mondo, l’avrebbe tratta dalle mani del
diavolo; benchè se rexona che morì pura et santa». Questo sentimento
gli dettò il _Disprezzo del mondo_, specie di confessione, scevra dalla
sguajataggine ostentata da certuni, e dove, a imitazione della _Vita
nuova_ di Dante, commenta i proprj carmi, ed analizza i sentimenti
profondi e i dilicati.
Di maggior conto è la raccolta di sue epistole _famigliari, senili,
varie, e senza titolo_, carteggio coi migliori dell’età sua. Prolisso
sempre e ammanierato, perchè sapeva che quelle circolavano, e spesso
erano state lette da cento prima che giungessero al loro indirizzo;
tocca però gli avvenimenti, i costumi, le missioni sue, massime i
disordini della Corte avignonese, e certi difetti del suo tempo che
sono pure del nostro. Or riprova i _moderni filosofi_, cui non pare
essere a nulla approdati se non abbajano contro Cristo e sua dottrina:
«soltanto da timore di temporali castighi rattenuti dall’impugnare la
fede, in disparte se ne ridono, adorano Aristotele senza intenderlo,
e disputando professano di prescindere dalla fede»; or move querela di
coloro «che s’appellano dotti delle scienze, nei qual degno di riso è
tutto, e soprattutto quel primo ed eterno patrimonio degl’ignoranti,
la boria sfolgorata»; or quelli rimorde che «mentre si dicono italiani
e sono in Italia nati, fanno ogni opera per sembrar barbari: e se
non basta a questi sciagurati l’aver perduto per ignavia propria
la virtù, la gloria, le arti della pace e della guerra che fecero
divini i padri nostri, disonestano ancora la nostra favella e fino le
vestimenta»[332].
Con quelle lettere è curioso seguirlo ne’ viaggi che fece alle _città
de’ Barbari_, le cui costumanze delineò pelle pelle. Parigi trovò
veramente gran cosa, ma inferiore all’aspettazione, più sucida e
puzzolenta di qual altra città sia, eccetto Avignone, e che tutto
deve alle ciancie de’ suoi[333]. Passò buon tempo a discernere il
vero dal falso su quell’Università, «simigliante a paniere, ove si
raccolgono le più rare frutte d’ogni paese..... Oserà comparar la
Francia all’Italia chi abbia la minima nozione di storia? Discuter
sulle doti intellettuali de’ due paesi sarebbe ridicolo, quando s’ha il
testimonio de’ libri. Se qualche straniero produsse alcuna cosa sopra
l’arti liberali, la morale, la filosofia, l’ha scritta o studiata in
Italia; ambo i diritti furono stabiliti e spiegati da Italiani; fuor di
qui non si cerchino oratori, non poeti; qua nacquero, qua si formarono
letteratura, politica, tutto insomma qui si perfezionò. A tanti lavori,
a studj così serj e variati cosa possono opporre i Francesi? Le scuole
nella via degli strami (_rue du Fouarre_, dov’era l’Università). Son
gente lepida, sempre soddisfatti di se stessi, bravi sonatori, allegri
cantanti, intrepidi bevitori, buoni convitati, lo concedo. Beata
nazione, che pensa sempre male degli altri e bene di sè: chi non le
invidierebbe coteste illusioni?»[334]
Vaglia a mostrare in che i tempi sono cangiati, e come allora non men
che adesso rendesse ingiusti il patriotismo. Eppure in quella Francia
che gli pare così barbara, il Delfino, di precoce maturità, amava
metterlo a disputa coi dotti e cogl’ingegnosi del suo paese, accettò
l’omaggio dei _Rimedj d’ambo le fortune_, e li fece tradurre dal
suo precettore. Chiestogli da Guido Gonzaga qualche libro francese,
Petrarca gli mandò il _Romanzo della rosa_ di Giovanni de Meun, della
natura della Divina Commedia, cioè che abbraccia tutto lo scibile,
con sottigliezze scolastiche, misticismo, personificazioni, allegorie
abusate, digressioni scientifiche, e che era commentato, lodato,
biasimato in Francia, quanto Dante da noi. — La superiorità della
letteratura nostra (gli scrisse) è provata da questo libro, che la
Francia leva a cielo, e pretende comparare ai capolavori. L’autore vi
racconta i suoi sogni, la possa dell’amore, le fiamme giovanili, le
senili astuzie, le pene di chi serve a Venere, le frequenti lacrime
sopra gioje passeggere. Qual vasto e fecondo campo al talento del
poeta! eppure narrando i suoi sogni e’ sonnecchia. Quanto meglio
non espressero la passione que’ divini cantori dell’amore, Virgilio,
Catullo, Properzio, Ovidio e tant’altri, che l’antico o il moderno
tempo vide sulle nostre rive italiane? Tu però riceverai con giubilo
questo libro; poichè, se ne desideravi uno straniero e in lingua
vulgare, non potevo offrirtene un migliore, se pur Francia tutta non
s’inganna sul merito di esso»[335].
Nelle Fiandre e nel Brabante, Petrarca vide il popolo occupato dietro
a tappezzerie e lavori di lana: a Liegi penò ad avere inchiostro onde
trascrivere due orazioni di Cicerone: a Colonia stupì di scorgere
urbanità tanta in città barbara, e onesto contegno negli uomini,
studiata lindura nelle donne; e non di Virgilio, ma vi trovò copie
d’Ovidio. Gli amici il trassero ad ammirare il tramonto del sole in
riva al Reno, ed essendo la vigilia di san Giovanni, un’infinità di
donne ne empivano la spiaggia, senza tumulto, coronate di fiori, colle
maniche rimboccate fin al gomito, per lavare le mani e le braccia
nella corrente, recitando versi in loro favella, e dandosi a credere
che quella lustrazione le assicurasse da calamità nel corso dell’anno.
Traversare la _fámosa Ardenna_ non si ardiva allora senza buona scorta,
tra pei ladroni, tra per le nimicizie del conte di Fiandra col duca di
Barbante. Lieto fu dunque allorchè, uscendo da que’ monti, rivide _il
bel paese e ’l dilettoso fiume_ del Rodano ed Avignone. Quivi fremeva
nell’udire alcuni cardinali aborrire dal tornare in Italia, perchè non
vi gusterebbero il vin di Francia[336].
Nulla però incontrava che lo facesse scontento d’essere nato italiano.
La Francia ottenne da Roma i doni di Bacco e di Minerva, ma non vi si
coltivano che pochi ulivi e nessun arancio; i montoni non danno buona
lana; non miniere od acque termali la terra. In Fiandra non bevesi
che idromele, in Inghilterra birra e sidro. Che dire dei climi gelati
cui bagnano il Danubio, il Bog, il Tanai? ebbero matrigna la natura;
quali senza legna, sicchè vi si riscaldano solo con torba; quali tristi
da fetide esalazioni de’ paduli, senz’acqua a bere; quali di erica e
sterile sabbione; quali di serpi e tigri e lioni e leopardi (?). Italia
sola fu prediletta dal cielo, che le largheggiò il supremo impero,
gl’ingegni, le arti, e principalmente la cetra, per cui i Latini
sorpassarono i Greci; nè cosa le mancherebbe se Marte non nocesse.
A Roma trova che a dritto quelle donne si preferiscono a tutt’altre
per pudore, modestia femminile e virile costanza; gli uomini son buona
pasta, affabili a chi li tratta con dolcezza; ma v’è un punto sopra
cui non intendono celia, la virtù delle mogli; e non che in ciò sieno
conniventi come gli Avignonesi, han sempre in bocca il motto d’un loro
antico: — Batteteci, ma la pudicizia sia salva». Stupì di trovarvi
sì pochi mercanti ed usurieri, forse perchè il commercio n’era sviato
coll’andarsene della Corte.
Firenze mandò Giovan Boccaccio ad annunziargli come avesse determinato
di elevare la propria repubblica, secondo avea fatto Roma antica, di
sopra delle altre città d’Italia anche mediante l’istruzione. E «per
tuo mezzo soltanto può essa raggiungere il suo desiderio, e perciò ti
prega a scegliere qualunque libro ti piaccia interpretare, qualunque
scienza tu trovi confacente alla tua fama e alla tua quiete. Altri
senni elevati forse dal tuo esempio prenderan coraggio a pubblicarvi i
loro versi. Intanto lascia che ti confortiamo a terminare l’immortale
tuo poema dell’_Africa_, sicchè le Muse, da secoli neglette, ripiglino
stanza fra noi. Abbastanza viaggiasti, hai veduto abbastanza costumi
e caratteri di nazioni; or ascolta a’ tuoi magistrati, a’ concittadini
tuoi nobili e popolo, e torna all’antica casa, al patrimonio avito che
ti restituiranno».
Anche oggi è impossibile leggere il Petrarca e non amarlo: quanto più
allora! e massimamente che egli non s’abbandonava a quella superbia,
che spesso è dignità necessaria, ma che aliena le simpatie, e stuzzica
le invidie. Dappertutto era una gara a chi meglio l’onorasse, «e
principi d’Italia (dic’egli) con forza e con preghiere cercarono
ritenermi, si dolsero della mia partita, e impazienti attendono il
mio ritorno». Francesco Carrara il vecchio lo volle amico, mosse ad
incontrarlo fin alle porte di Padova, e spesso il visitava ad Arquà,
onde Petrarca gl’intitolò il libro _Del governare uno Stato_, esordendo
con un elogio di lui pomposissimo, e per cenno di esso intraprese le
vite degli uomini illustri. Alla morte di Ugo d’Este rammentava che gli
era stato signore umanissimo per dignità, per amore ossequiosissimo
figlio, e quanti favori ne avesse ritratto. Luchino Visconti gli
chiese versi, e frutte ed erbe del suo giardino; e n’ottenne lodi
le meno meritate[337]. Giovanni Visconti lo ricevette baciandolo, e
tanto fece che lo trattenne a Milano, e lo deputò a conchiudere pace
col doge Andrea Dandolo. Galeazzo II se l’ebbe a fianco nel solenne
ingresso del cardinale Albornoz, e vedendolo in pericolo di essere
rovesciato da cavallo, smontò per camparlo; gli affidò un’ambasciata a
Carlo IV imperatore; nelle nozze di sua figlia con Lionello figlio del
re d’Inghilterra il volle a mensa con loro. Luigi Gonzaga di Mantova
deputò ad Avignone chi l’invitasse e offrissegli denaro; e quando venne
alla sua corte, il ricevette con ogni migliore onoranza. Azzo Correggio
gli mostrò tenerezza da fratello, dicendolo il solo che non avessegli
recato noja o dispiacere con alcun detto o atto. Il guerresco Paolo
Malatesti prima di conoscerlo inviò un pittore a cavarne l’effigie;
scontratolo poi in Milano, mai non sapeva spiccarsi da’ suoi colloquj,
nè avea bene che dello stare con lui; scoppiata la peste, gli offrì un
ricovero; rottasi guerra fra i Carraresi e Veneziani, gl’inviò cavalli
e uomini che lo scortassero fin a Pesaro. Il gran siniscalco Niccolò
Acciajuoli non finiva di visitarlo a Milano, «come Pompeo visitava
Posidonio col capo scoperto e chinandosi per rispetto», sicchè trasse
le lacrime al poeta. Fu dunque indovino un astrologo, il quale al
Petrarca ancor fanciullo avea presagito la famigliarità e l’insigne
benevolenza di tutti i principi e illustri personaggi dell’età sua.
Quest’entusiasmo propagavasi ai minori. Un vecchio cieco, maestro
di grammatica in Pontremoli, viaggiò fino a Napoli per udirlo, e
trovatolo partito, riprese sua via «disposto a cercarlo fin nelle
Indie»; se non che lo imbattè a Parma, e con indicibile trasporto
l’abbracciava, non cessando di baciar la testa che avea concepito, la
mano che avea vergato sì soavi cose. Arrigo Capra, orafo Bergamasco,
beato d’aver conosciuto il Petrarca a Milano, de’ ritratti di esso
empì sua casa, ne comprò le opere, e dismessa l’arte, raccolse libri,
nè più conversava che con dotti; poi tanto s’ingegnò, che indusse il
poeta a venire da lui, e gli fu incontro con quanti v’aveva eruditi
nel contorno; e sebbene il podestà e i maggiorenti gli destinassero
alloggio nel palazzo pubblico, il Capra lo volle a sè, ed avea disposta
sala a porpora, letto a oro, nel quale giurò nessun mai avea dormito o
dormirebbe; poi tali furono le dipartite, che la gente temeva non colui
impazzasse.
Roberto, re pedante lodato dai dotti, avendo scritto l’epitafio di
Clemenza regina di Francia, lo mandò per giudizio al Petrarca, il quale
in una lunghissima epistola lo incensò smaccatamente, e — Non avrei
mai creduto potessero dirsi cose tanto sublimi con tanta concisione,
gravità, eleganza. Beata quella morte che ottiene un tal lodatore,
e conseguisce due eternità, l’una dal celeste monarca, l’altra dal
terrestre». Applausi non disinteressati, giacchè miravano a indurre
Roberto a coronarlo poeta; di che non s’asconde in altra lettera a
Dionigi da Sansepolcro, dove nuovi encomj prodiga a Roberto, dicendo
che alla lettera di lui, scritta con regio stile, avea risposto in tono
plebeo, sentendosi tanto inferiore di forza e di cetra.
Quel desiderio, eccitatogli da ricordanze classiche, fu adempito
allorchè a lui, che a trentasei anni era venerato dagli eruditi e dal
vulgo, in Avignone giunsero contemporanee lettere di Roberto de’ Bardi
fiorentino, cancelliere dell’Università di Parigi, e del senato di
Roma che l’invitavano a ricevere la corona di poeta. Al Petrarca viepiù
lusingava quest’onore perchè il serto di _lauro_ tenea somiglianza di
nome colla donna sua ancor viva; e alla _città del fango_, dov’egli
avrebbe pel primo avuto tale onoranza, preferì quella dove aveano
trionfato Pompeo e il suo Scipione. Volle crescervi fasto e solennità
col chiedere esaminatore e giudice del suo merito re Roberto. Venne
dunque a lui, che in presenza de’ principi e cortigiani l’interrogò; e
la prima quistione fu sull’utile della poesia, al quale poco credeva,
neppure gran fatto stimando Virgilio. Il Petrarca dimostrò ne’ poeti
stare depositato il senno dei tempi, e d’immagini sensibili vestir
essi le filosofiche contemplazioni. Chi avrebbe osato non dirsene
convinto? Il domani l’esame versò su tutto lo scibile, sui libri
metafisici e naturali d’Aristotele, sui pregi de’ varj storici latini
e greci, dove il Petrarca mostrò entusiasmo per Tito Livio, ed esortò
Roberto a rintracciarne le deche perdute. E Roberto l’assicurò, ben
più del regno essergli care le lettere, e quello torrebbe di perdere
piuttosto che queste. Al terzo e più solenne e affollato convegno il
Petrarca lasciossi pregare a leggere alcuni passi della sua _Africa_,
e quantunque non ancora limati, tanto piacquero, che Roberto il chiese
di dedicarla a lui. Così, al modo solito degli onori accademici, gli
si facea merito d’un componimento di cui l’autore stesso arrossì più
tardi, invece delle rime italiane per cui la sua fama non vedrà mai
sera.
La Pasqua del 1341, il Petrarca, in veste di porpora donatagli da
esso re, corteggiato da paggi delle primarie famiglie romane[338], a
suon di trombe e fra solenni acclamazioni salì al Campidoglio, che
da dieci secoli più non vedea trionfi, e ginocchione dal senatore
ricevette la laurea, mentre popolo infinito gridava: — Viva il poeta
e il Campidoglio». Il serto gli fu accompagnato con questa patente: —
Noi senatore conte di Anguillara, a nome nostro e del nostro collegio,
dichiariamo grande poeta e storico Francesco Petrarca: e per ispeciale
indizio della sua qualità, colle nostre mani poniam sulla sua fronte
una corona d’alloro, concedendogli, col tenore delle presenti, e per
autorità del re Roberto, del senato e del popolo di Roma, nell’arte
della poesia e dell’istoria e in tutto ciò che a queste arti si
appartiene, tanto nella santa città, quanto altrove, libera e intera
permissione di leggere, analizzare, interpretare tutti i libri antichi,
farne di nuovi, e comporre poemi, che, a Dio piacendo, vivranno pe’
secoli de’ secoli». Il Petrarca, andato nel maggior tempio, depose
l’alloro sull’altare.
[Sidenote: 1374]
Così visse lungamente onorato e benvoluto, finchè ad Arquà, dov’egli
erasi procacciata una villa per essere vicino al suo canonicato
di Padova, fu trovato morto sopra un Virgilio. Avea per testamento
chiamato erede Francesco da Brossano, marito d’una sua figlia naturale;
legò cinquanta fiorini d’oro al Boccaccio onde si facesse un vestone da
camera per le invernali sue veglie; al principe Carrarese una madonna
di Giotto, «la cui bellezza non si comprende dagli ignoranti, ma empie
di meraviglia i maestri dell’arte».
Noi dovevamo fermarci a lungo su questo insigne, del cui nome è
piena l’età che descriviamo. E già di qui ci trapela l’importanza che
acquistavano le lettere; le quali, mentre tutt’altrove balbettavano
appena, in Italia già erano state portate a tanta altezza da
Dante, Petrarca, Boccaccio, insigne triumvirato, che alla nazionale
letteratura impresse il carattere che tuttora conserva. Non è dunque
soltanto un còmpito letterario, ma civil dovere dello storico il
badarsi su loro, come chi alle fonti studii il fiume che irriga,
impingua o devasta un paese.
La poesia di Dante e del Petrarca fu modificata dall’indole dei tempi
e dalla lor propria. Visse l’Alighieri cogli ultimi eroi del medio evo,
robusti petti, tutti patria, tutti gelosia del franco stato, cresciuti
fra puntaglie di parte, esigli, fughe, uccisioni; in repubbliche,
dove le passioni personali non conosceano freno di legge o d’opinione,
onde ciascuno sentiva la potenza propria, concitata alle grandi cose.
Bastava dunque guardarsi attorno per trovare tipi poetici da atteggiare
nel gran dramma di cui sono scena i tre mondi, i quali allora teneano
da vicinissimo alla vita, ogni opera facendosi in vista di quelli.
L’età del Petrarca erasi implicata ne’ viluppi della politica; non
più a punta di spade, ma per lungagne d’ambascierie e per insidie
e veleni si consumavano le vendette; a Federico II, a san Luigi,
a Sordello, a Giotto, a Farinata, a Bonifazio VIII erano succeduti
re Roberto, Stefano Colonna, Cola Rienzi, Clemente VI, Simon Memmi;
alla imperturbata unità cattolica il miserabile esiglio avignonese;
e preparavasi l’età della colta inerzia, dei fiacchi delitti, delle
fiacche virtù, delle sciagure senza gloria nè compassione.
Nelle traversie Dante s’indispettì, e sprezzando la fama e _ciò che
quivi si pispiglia_, professava che _bell’onore s’acquista a far
vendetta_ (_Convivio_); agli stessi amici ispirò piuttosto riverenza
che amore, lo che è la gloria e la punizione de’ caratteri ferrei e
degl’ingegni singolari. Il Petrarca benevolo, dava e ambiva lodi, avea
supremo bisogno dell’opinione; e se nel generale mostra scontento
degli uomini o di qualche classe, individualmente godeva di tutti
e tutti lodava, appassionavasi per un mecenate, per un autore,
per la famiglia rustica che lo serviva in Valchiusa. Non vede che
armonie, getta l’iride poetico sulle tempeste di tutti i partiti, e
sempre conciliatore, nasce in repubblica e canta gli uccisori delle
repubbliche, esalta Cola Rienzi e i Colonna da lui fatti trucidare;
i Visconti e frà Bussolari ch’essi mandano a morte, i Carrara e
i Veneziani, re Roberto e Carlo IV; anzi trasforma in eroi sino i
dappoco. Piegando all’aura che spirava, anche quando rimprovera egli
s’affretta a dichiarare che il fa per amore della verità, _non per
odio d’altrui nè per disprezzo_: Dante teme di perdere fama presso i
tardi nepoti se sia timido amico del vero; che se il suo dire avesse da
principio _savor di forte agrume_, poco gliene caleva, purchè da poi ne
venisse _vital nutrimento_. Petrarca mille volte prometteasi fuggire
i luoghi funesti alla sua pace, e sempre vi tornava: mentre Dante,
mal accordandosi colla moglie Gemma, «partitosi da lei una volta, nè
volle mai ov’ella fosse tornare, nè ch’ella andasse là dov’ei fosse»
(BOCCACCIO), e di lei nè de’ suoi figli mai lasciò cadersi menzione.
Il primo, se fastidisse l’età sua, raccoglievasi nella solitudine o
nello studio degli antichi, ch’egli preferiva alle attualità, dalle
quali affettavasi alieno[339]: l’altro spingeva lo sguardo su tutto il
mondo per cogliere dappertutto quel che al suo proposito tornasse[340],
nè notte nè sonno gli furava _passo che il secolo facesse in sua
via_. Entrambi (elezione, o forza, o moda) trovaronsi avvicinati ai
signorotti d’Italia: ma Petrarca si abbiosciò a chi il carezzava, e
i suoi encomj direbbe vili chi non li perdonasse all’indole di lui e
all’andazzo retorico; Dante conservò la sua alterezza anche a fronte
de’ benefattori[341]: quel che più loda, è nella speranza che ricacci
in inferno la lupa per cui Italia si duole.
Ambidue rinfacciano agl’Italiani le ire fraterne: ma Dante sembra
attizzarle, cerca togliere alla sua Firenze fin la gloria della
lingua, e par si vergogni essere fiorentino d’altro che di nascita;
nel Petrarca, Laura ha un solo rincrescimento, quello d’esser nata
in troppo umil terreno, e non vicino al _fiorito nido_ di lui. Dante
incitava Enrico VII a recidere Firenze, testa dell’idra; Petrarca
chetava le liberali declamazioni di frà Bussolari, appoggiò gli
Scaligeri quando spedirono in Avignone a chiedere la signoria di Parma,
e andava _gridando pace, pace, pace_, senza ricordare che questa ben
si muta anche coll’armi quando non sia dignitosa, e quando al decoro
nazionale importi respingere il «bavarico inganno» e il «diluvio
raccolto di deserti strani per inondare i nostri dolci campi».
Usciti ambidue di gente guelfa, sparlarono della corte pontifizia; ma
Dante pei mali che credea venirne all’Italia e alla Chiesa, Petrarca
per le dissolutezze di quella: e sebbene per classiche reminiscenze
lo vedremo applaudire a Cola Rienzi che rinnovava il tribunato, ed
esortare Carlo di Boemia a fiaccar le corna della Babilonia, pure
continuò a viver caro ai prelati, e morì in odore di santità; mentre
l’Alighieri errò sospettato di empio, e poco fallì si turbassero le
stanche sue ossa.
Secondo quest’indole, Dante, malgrado la disapprovazione e la novità,
osò in lingua italiana _descriver fondo a tutto l’universo_; Petrarca,
benchè venuto dopo un tanto esempio, non la credette acconcia che
alle _inezie_ vulgari, cui bramava dimenticate dagli altri e da se
stesso[342]. Questi con dolcissima armonia cantò la più tenera delle
passioni; Dante le robuste, «gittando a tergo eleganza e dignità»,
come il Tasso gli appone; e _rime aspre e chioccie_ trovò opportune a
servir di velame alla dottrina che ascondeva _sotto versi strani_: se
anche tratta d’amore, sì il fa per imparadisare la donna sua. Petrarca
verseggia lindo e forbito come parlava e con gioconda abbondanza,
sicchè la forma poetica v’è tanto superiore al pensiero; a differenza
dell’Alighieri, che ruvido e sprezzante, non lasciasi inceppar dalla
rima, per comodo di questa e del ritmo mutando senso alle parole e
traendole d’altra favella e dai dialetti.
Quello soffoga talvolta il sentimento sotto un lusso d’ornati e di
circostanze minute; questo unifica gli elementi che l’altro decompone,
coglie le bellezze segregate, traendole meno dai sensi che dal
sentimento, nè mai indugiandosi intorno a particolarità[343]. La costui
lingua tiene della rozza e libera risolutezza repubblicana: quella
del Petrarca riflette l’affabilità lusinghiera e l’ingegnosa urbanità
delle corti. Nel primo prevale la dottrina, nell’altro la leggiadria;
nell’uno maggiore profondità di pensieri e potenza creatrice,
nell’altro maggior lindura ed artifizio; quello genio, questo artista;
uno finisce come l’Albano, l’altro tocca come Salvator Rosa; uno inonda
di melanconia pacata[344] come le cavate di notturno liuto, l’altro
colpisce come lo schianto della saetta.
L’un e l’altro seppero quanto al loro secolo si poteva, anzi si volle
trovarvi divinazioni o presentimenti di scoperte posteriori[345],
e Dante in astronomia fece uno sfoggio che, quand’anche non erra,
costringe a lunghissimo ragionamento per raggiungere il senso delle
frasi con cui designa le ore e i giorni delle sue avventure. Ma egli
conoscea appena di nome i classici greci, e poco meglio i latini[346];
l’altro era il maggior erudito de’ tempi suoi, e sceglieva pensieri
e frasi da’ forestieri e da’ nostri[347], e massime da Dante, di
cui pure affettò disprezzo; sicchè dove credi il linguaggio mover da
passione, riconosci la traduzione forbita: benchè coll’arte raffinasse
le gemme che scabre traeva dal terreno altrui; laonde que’ Provenzali e
Spagnuoli perirono, egli vivrà quanto il nostro idioma. E fu veramente
il primo letterato moderno che togliesse a considerare la vita non
coll’austerità del medioevo, ma in modo largo e lieto, come i classici
antichi.
È naturale che le poesie del Petrarca fossero divulgatissime, per
la limpida facilità[348] e perchè esprimenti il sentimento più
universale: il poema dell’Alighieri non era cosa del popolo[349], ma
appena morto si posero cattedre per ispiegarlo, spiegarlo in chiesa,
come voce che predica la dottrina, scuote gl’intelletti, eccita i
buoni coll’emulazione, i rei svergogna, ed insinua le idee d’ordine,
tanto allora necessarie. Petrarca sapeva che il Po, il Tevere, l’Arno
bramavano da lui _sospiri_ generosi, ma continuava ad esalarne di
gracili; e poichè il fondo della vera bellezza, come della virtù vera
e del genio è la forza, e senza di questa la grazia presto avvizzisce,
e l’andar sentimentale inciampa facilmente in difetti di gusto,
potè, perfino nella sua castigatezza, dare occasione ai traviamenti
de’ Secentisti[350]. Egli ebbe a torme imitatori che palliarono
l’imbecillità delle idee e il gelo del sentimento sotto la compassata
forma del sonetto, e che, mentre la patria cercava conforti o almeno
compianti, empirono gli orecchi con isdulcinate querele in vita e
in morte[351]. Lo studiar Dante richiese gravi studj, di filologia
per paragonare e ponderare frasi e parole; di storia per trovare
le precedenze de’ fatti, di cui egli non porge che le catastrofi;
di teologia per conoscere il suo sistema e raffrontarlo co’ santi
padri, co’ mistici, cogli scolastici; di filosofia per librarne le
argomentazioni, la precisione del concetto, gli elementi della scienza:
onde aprì una palestra di critica elevata e educatrice; e Benvenuto
da Imola e il Boccaccio allargano le ale quando hanno a viaggiare con
esso.
Primo genio delle età moderne, egli scoperse quanti pensieri profondi
e quanta elevata poesia stessero latenti sotto la scabra scorza del
medioevo, rivelò ai concetti popolari la loro grandezza, e costringe
a continuamente pensare, persuadendo che la poesia è qualcosa meglio
che forme vuote e combinazioni sonore[352]. Di qui la grande efficacia
sull’arti belle, giacchè, pur ammirando l’antichità, credea fermamente
ai dogmi cattolici, e tra quella e questi forma una mitologia in parte
originale, che poetizzò le tradizioni fin allora conservate fra gli
artisti; e il modo ond’egli aveva coordinato i regni invisibili, offrì
oggetti nuovi ai pittori, che i santi medesimi improntarono di passioni
più profonde, invece di quell’aria di beatitudine soddisfatta o di
ascetica compostezza, da cui sin allora non sapeano spogliarsi.
Dante è interprete del dogma e della legge morale, come Orfeo e Museo;
Petrarca interprete dell’uomo e dell’intima sua natura, come Alceo,
Simonide, Anacreonte: quello, come ogni vero epico, rappresenta una
razza e un’epoca intera, e il complesso delle cose di cui consta
la vita; l’altro dipinge il sentimento individuale. Perciò questo è
inteso in ogni tempo; l’ammirazione dell’altro soffre intermittenze e
crisi[353]; ma vi si torna ogniqualvolta si aspira a quella bellezza
vera, che sulla forza diffonde l’eleganza e la delicatezza.
La prosa italiana vedemmo come a Dante dovesse esempj e precetti; ma
se molti la adoperarono, pochi la coltivarono. I vulgarizzamenti hanno
sempre un’azione importantissima ne’ primordj delle lingue scritte; e
l’abbondanza loro in Italia, ed anche di opere moderne, attesta come
fosse secolarizzato il sapere, e come sentisse bisogno di rendersi
popolare. Fra i molti che ce ne restano di quel tempo, citiamo a caso
il primo dell’_Oratore_ di Cicerone per Brunetto Latini, le carissime
_Vite_ dei santi Padri del deserto, il _Sallustio_ male attribuito a
frà Bartolomeo da San Concordio, le _Pistole_ di Seneca, le _Avversità
della fortuna_ di Arrigo da Settimello, il _Guerino detto Meschino_,
la vita di Barlaam, la leggenda di Tobiolo, i _Fatti d’Enea_ per frà
Guido da Pisa, tutti d’incomparabile ingenuità toscana. Albertano,
giudice di Brescia, stando prigione di Federico II, dettò tre trattati
morali in latino, la cui versione per Soffredi del Grazia notaro,
anteriore al 1278, è vetustissimo monumento di nostra favella[354].
Negli Ammaestramenti degli antichi, raccolti e vulgarizzati da frà
Bartolomeo da San Concordio, rimbalza continuo il toscano, benchè qua e
là avviluppati in frasi latine.
Pier Crescenzi, «uscito di Bologna per le discordie civili, si aggirò
per lo spazio di trent’anni per diverse provincie, donando fedele
e leal consiglio ai rettori, e le cittadi in loro quieto e pacifico
stato a suo poter conservando; e molti libri d’antichi e dei novelli
studiò, e diverse e varie operazioni de’ coltivatori delle terre vide
e conobbe»; indi rimesso in patria, settagenario scrisse dell’_Utilità
della villa_, dedicandolo a Carlo II di Napoli. Delira cogli
aristotelici nel proporre teorie; ma buone pratiche suggerisce, come
uomo sperimentato. Pare dettasse in latino, ma di corto fu tradotto
da un Fiorentino, fortuna che lo fece vivere e studiare; e Linneo ad
onoranza denominò dal Crescenzi una pianta americana.
Jacopo Passavanti domenicano tradusse egli stesso il suo _Specchio
della penitenza_, dove, insieme con ubbie vulgari, mostra intendere
il cuore umano; i racconti sono d’altrui, e massime di Elinando e di
Beda, onde hanno per teatro le Fiandre, Parigi, il deserto; ma non
turba mai per affettazioni la cara limpidezza, che era consueta prima
del Boccaccio. Frà Cavalca si ricorda sempre che predica al popolo;
molti de’ suoi racconti non la cedono al Villani nè al Boccaccio; e
i suoi _Atti apostolici_ son tale tesoro di schiettissime eleganze,
ch’io vorrei dirlo il perfezionatore della prosa italiana[355]. Le
prediche di frà Giordano da Rivalta bollono di zelo contro il pubblico
disordine. Di santa Caterina da Siena abbiamo versi infelici e lettere
care alle anime pie, non meno che profittevoli agli studiosi del bello
e ricco scrivere[356]. Qual natìo candore di lingua e «semplicità
colombina» nei _Fioretti di san Francesco_! Che se noi siam costretti
a cercare la miglior lingua in autori di cui smettemmo le idee, questa
non è la più piccola delle sciagure d’Italia.
Lo studio de’ Trecentisti, racconcie solo e riformate poche
parole, e tolte via quelle desinenze in _aggio_, in _anza_ derivate
soverchiamente dal provenzale, sarà sempre opportunissimo a riparare
al neologismo moderno e all’erudito arcaismo, e porgere la primitiva
accettazione e il logico collocamento delle parole, il senso ingenuo
e vero, la grazia ornata solo di se stessa, affine di dare al nostro
idioma quella franca naturalezza che è la voce del genio. E tali
scrivevano quei buoni, e tali principalmente gli storici, ignorando
però l’arte degli incidenti, delle sospensioni, di ciò che alla frase
reca forza e varietà. L’arte che le mancava, fu data alla prosa del
Boccaccio, non già per meditazione sull’indole del parlar nostro, bensì
per erudizione, della quale fu vago quanto il Petrarca. Nasceva egli
(1313-75) a Parigi dall’amore d’un mercante di Certaldo, il quale seco
l’avviò alla mercatura e al viaggiare, poi per le liete speranze di sua
giovinezza l’applicò alle lettere sotto valente professore. La vista
della tomba di Virgilio lo invaghì degli studj; del _sulmontino_ Ovidio
si professa devoto[357]; profitto maggiore trasse dall’amicizia de’
migliori contemporanei e dalla lettura di Dante, «mio duce, face mia, e
da cui tengo ogni ben, se nulla in me sen posa».
Di greco fece stabilire una cattedra in Firenze per Leonzio Pilato,
calabrese vissuto lungamente in Levante, e venire una copia d’Omero e
d’altri autori non prima conosciuti sull’Arno. Pilato era di schifosa
apparenza, «orrido e per lunga meditazione inselvatichito, ma un
archivio ambulante inesausto delle storie e favole greche», e da’
costui colloquj il Boccaccio trasse notizie per esporre in latino
la _Genealogia degli Dei,_ opera per la quale intimava ai posteri
d’avergli pubblica benemerenza. Scrisse pure in latino casi d’illustri
infelici, virtù e vizj di donne; e un’opera sui monti, le selve, i
fonti, i laghi e i fiumi, che, qual essa sia, fu il primo dizionario
geografico. In queste, come nelle sedici egloghe, sta ben di sotto al
Petrarca in latina eleganza. Le molte liriche in vulgare composte da
giovane, bruciò come vide le stupende di questo. Maturo, condusse la
_Teseide_, epopea in dodici cantari e in ottave sugli amori d’Arcita e
di Palemone per l’amazzone Emilia ai tempi di Teseo; il _Filostrato_
su quelli di Troilo con Briseide alla guerra di Troja, con istile
stentato, rotto e non di vena. Nell’_Amorosa visione_ finge che nel
tempio della felicità gli appaja il trionfo della Sapienza, della
Gloria, della Ricchezza, dell’Amore e della Fortuna; cinquanta canti,
cadauno di ventinove terzine, le iniziali di ciascuna delle quali
vengono a formare un sonetto e una canzone. Il _Ninfale fiesolano_
versa sui lacrimevoli amori d’Africo e Mensola; ma neppur le lascivie
seducono a rileggerlo.
La gloria al Boccaccio dovea venire dalla prosa; e come Petrarca volle
nel verso introdurre l’armonia di Virgilio, così egli nella prosa il
periodo di Marco Tullio; e le descrizioni, che prima di lui non si
conosceano. Nel _Filocopo_ narrò le avventure di Fiorio e Biancafiore,
invenzione cavalleresca, sorretta da macchina mitologica, prolisso
senza ingenuità, tutto enfasi ed assurda mescolanza di antico e
moderno, o di cose moderne dette all’antica: eppure ebbe prestamente
sedici edizioni, e fu tradotto in ispagnuolo e in francese; grande
avviso a non giudicare i romanzi dalla subitanea divulgazione. Meno
ampolle gittò nell’_Amorosa Fiammetta_, sotto il qual nome designava
Maria figlia naturale di re Roberto, colla quale egli intendevasi
d’amore. Burlato da una vedova, si svelenì contro le donne nel
_Corbaccio o Labirinto d’Amore._ Pretta retorica è la consolatoria a
Pino de’ Rossi, dalle miserie dell’esiglio confortandolo coll’esempio
d’altre miserie. Nell’_Ameto_, sette ninfe dell’antica Etruria
narrano i proprj amori, finendo con un’egloga ciascuna, mescolanza
di prosa e versi, che poi in altri idillj fu adottata dal Bembo, dal
Sannazaro, dal Menzini: come agli epici egli avea dato il primo esempio
dell’ottava; come della prosa didattica fece la più antica prova nel
commento a Dante. La vita che scrisse di questo, fra declamazioni e
digressioni serbò preziosi aneddoti sul gran poeta. Nei commenti, che
accompagnano solo i primi diciassette canti della Divina Commedia,
spiega passo a passo il sentimento letterale, poi l’allegorico; e
sebbene alcune chiose siano trivialissime, fino a indicare chi fossero
i primi parenti, e chi Abele e Caino, palesa però buon intendimento
della grammatica, della storia e delle dottrine. Ma se a Parigi
Dante avea studiato i teologi e gli scolastici, Boccaccio vi cercava
i _fabliaux_, udiva Rutebeuf, Gianni de Boves, Gaurin; leggeva
i _Dolopathos_, romanzo indiano, di fresco tradotto da un monaco
d’Altacomba in latino, e in francese dal trovero Herbers[358]; e da
queste letture e dall’umor suo dedusse un’arte affatto pagana, volta ai
gaudj della vita presente, non ai presentimenti della avvenire.
Comincia la _Teseide_ dall’invocare le _sorelle Castalie che nel monte
Elicona contente dimorano_; nella caccia di Diana, sotto questo nome
divinizza Giovanna regina di Napoli, e sotto quel delle seguaci di lei
la Cecca Bazzuta, la Marietta Melia ed altre di quella corte; fa che
Pamfilo, vedendo a messa la Fiammetta, sia spinto da Giunone ad amarla;
nel _Filocopo_, chiama il papa gran sacerdote di Giunone, e parla
dell’incarnazione del figliuolo di Giove e dei pellegrinaggi in Galizia
a visitare il Dio che vi si adora.
Ad eguali sentimenti s’ispira il _Decamerone_, suo capolavoro, di
cui abbiamo già fatto cenno. Le novelle che vi fa raccontare, sono le
più d’invenzione altrui, lascive e inumane, talchè i contemporanei lo
intitolarono il principe Galeotto. La donna, da Dante era stata scelta
ispiratrice e guida nella _selva selvaggia_ della vita e nel viaggio
alla verità; Petrarca l’avea velata di pudore e di melanconia, e posta
esempio di pacata resistenza, che pur sentendo la passione non la
lascia prevalere alla ragione, e provvede soavemente a salvar la vita
dell’amante e il proprio onore; la sua Laura «inclina e adora come
cosa santa», e trova che «non vi sente basso desire, ma d’onore e di
virtù», e attesta che «ogni basso pensier dal cor gli avulse»[359]. Ed
ecco il Boccaccio converte la donna in sollazzevole cortigiana, ebbra
ne’ piaceri sensuali, insiememente credula e superstiziosa, che va a
messa ma per far all’amore[360]; che quando si muor d’ogni parte, non
conosce migliore spediente che novellare e godere. La fedeltà maritale
e la castimonia monastica bersaglia esso continuamente: irreligioso
nel ser Ciappelletto e nel frà Cipolla, deista nel Melchisedec giudeo,
sempre lusinga l’egoismo: fa i personaggi cedere alla passione senza
quel contrasto da cui viene nell’arte il drammatico, nella vita il
sagrifizio, che è fonte dell’ordine.
Chi lo scusa col supporre che il novellar di que’ tempi si nutrisse
di lubricità, ha dimenticato il _Novellino_, che sono cento novelle
antiche, di cui alcuna scritta poco dopo la morte d’Ezelino, dove
in semplice dettatura è ritratta la vita d’allora, facendo «memoria
d’alquanti fiori di parlare, di belle cortesie, e di belli risponsi, e
di belle valentìe, di belli donari e di belli amori, secondo che per
lo tempo passato hanno fatto già molti». Neppure si può scagionarlo
per giovane, trovandosi egli nella maturità dei quarant’anni, e forbì
quel libro colla diligenza che ognun vi sente, tal fatica sostenendo
per ordine d’una principessa. Alcuno volle purgare il Decamerone
per uso dei giovani[361]: ma si prese, come spesso, immoralità per
lascivia; e tolte frasi e racconti sconci, se ne lasciarono altri
non meno pericolosi. S’è detto non bisognerebbe darlo a leggere se
non a chi avesse fatto qualche bell’azione per la patria; vuol dire
non sarebbe più letto. Vedemmo come se ne rimordesse; e fatto prete,
visse esemplarissimo, e in testamento lasciava i suoi libri a un
frate eremitano «sì veramente che sia tenuto e debba pregare Iddio per
l’anima mia»; molte reliquie ai frati di Santa Maria di San Sepolcro
fuor di Firenze «acciocchè quante volte reverentemente le vedranno,
preghino Iddio per me»; un’immaginetta di Nostra Donna d’alabastro e
molti arredi da chiesa a San Jacopo di Certaldo, coll’obbligo «di far
pregar Iddio per me»; a madonna Sandra «una tavoletta, nella quale
è dall’una parte dipinta Nostra Donna col Figliuolo in braccio, e
dall’altra un teschio di un morto».
Fu dunque egli il primo, non che scrivesse bene in prosa, ma che
scrivesse bene di proposito, sapendo quel che faceva e conservando
l’arte dal principio al fine, senza quelle mescolanze di rusticità
che offendono in tutti gli altri. Nè verun prosatore fin allora avea
posto industria allo stile, bastando esprimere i proprj sentimenti,
non ornati che della loro semplicità, a guisa d’amici schiettamente
parlanti; forma tanto più conveniente, in quanto i libri allora erano
men cosa pel pubblico, che confidenze domestiche e cittadine. Il
Boccaccio volle attribuire allo stile la magnificenza che prima non
conosceva, configurarlo ai diversi soggetti, e spurgatolo di quanto
tenea di vieto e sgraziato, maestare il periodo e darvi numero e
movenza variata, e pastosità e contorno e leggiadria al possibile.
Lodevole divisamento: se non che mal distinse la natura degli idiomi, e
appigliatosi al latino, tondeggiò la frase con arte troppo apparente ed
ambiziosa. Ricchezza, abbondanza gioconda, variata armonia, chi n’ebbe
altrettanta? ma la nuova prosa, logica e perspicua, quale innamora
nel Compagni, nel Villani, nel Passavanti, intralciò cogli incisi,
con raggirate trasposizioni, coll’anelante periodare, repugnanti alle
moderne favelle, che, sprovviste di desinenze, amano la sintassi
diretta; e fece parer vile la sapiente parsimonia, la famigliarità
franca e dignitosa, la nobile sprezzatura. Stile ricercato è sempre
cattivo; e quel fare pompeggiante s’accomoda ancor meno alla leggerezza
delle materie assunte dal Boccaccio, onde ti par dall’acconcia toga
romana vedere sporgere il tôcco del trovadore o il battocchio del
giullare. Ed anche quel suo intarsiare frasi e sin versi interi di
Dante e d’altri, introdusse o scusò un vezzo malaugurato nella prosa
nostra sia di mescolarvi locuzioni poetiche, sia di vestire i proprj
pensieri colle forme altrui.
Ammirano la varietà di caratteri; direi piuttosto di condizioni:
ma fra tante frondi invano cercheremmo il ritratto della vita e
dell’indole italiana, nè la curiosità v’è sostenuta. Ha stupenda novità
di prologhi, canzoni, descrizioni del mattino, divertimenti varj ad
ogni giornata; ha inesauribile dovizia di modi: ma gli manca fantasia
pittrice, comunque nettissima sia la sua tavolozza, ed eccellenti
i dettagli[362]; colla perifrasi nuoce all’evidenza che otterrebbe
colla voce propria; quello scialacquo di parole, elettissime ma non
necessarie, quell’inzeppamento di eleganze, quella sinonimia viziosa,
impastoiano il racconto; quell’incessante splendore abbaglia più
che non riscaldi, colorisce più che non delinei, titilla più che
non iscuota. Chi mai versò una lacrima a que’ racconti, che pur sono
talvolta mestissimi? Quando gli domandi l’affetto, t’avvedi ch’egli
studia solo la parola, il periodo, la cadenza; vero caposcuola di
coloro che s’ascoltano da sè.
E perchè questi furono molti, massime nel Cinquecento, non v’ha encomio
iperbolico che non siasegli profuso. I suoi imitatori rifuggirono dalla
naturalezza de’ pensieri o dell’espressione; una delle cause per cui
ci mancarono la commedia ed il romanzo, e per cui tanta fatica occorre
ai moderni onde richiamare sul semplice. E fosse solo grammaticale il
guasto!
Eppure il Boccaccio sapeva gustare le dolcezze campestri, e a Pino
de’ Rossi descrive come tornò a Certaldo, e «qui ho cominciato con
troppo men difficoltà che non mi pensava a confortar la mia vita, e già
principianmi li grossi panni a piacere e le contadine vivande; e il non
veder le spiacevolezze, le finzioni, li fastidj de’ nostri cittadini mi
è di tanta consolazione nell’animo, che se io potessi far senza udirne
alcuna cosa, credo che il mio riposo crescerebbe d’assai. In iscambio
de’ solleciti continui avvolgimenti de’ cittadini, veggio campi, colli,
arbori di verdi fronde e di fiori varj vestiti, cose semplicemente
da natura prodotte; dove ne’ cittadini son tutti atti fittizj: odo
cantar usignuoli ed altri uccelli con non minor diletto, che fosse più
la noja di udire gl’inganni e le difficultà de’ cittadini nostri. Co’
miei libricciuoli, quante volte mi piace, senza alcun impaccio posso
liberamente ragionare: e in poche parole vi dico che mi crederei qui,
mortale come sono, gustare e sentire della eterna felicità se Dio mi
avesse dato un fratello».
Già di sette lingue s’era a quell’ora impadronita la letteratura
nuova; la castigliana, la portoghese, la valenziana o provenzale,
la francese, la tedesca, l’inglese e l’italiana: le altre si
abbandonavano all’istinto, anzichè studiassero l’arte; nessuna può
offrire capolavori; le opere di quelle son rivangate solo per istudio
filologico, le nostre rimasero classiche, non soltanto per noi, ma e
per gli altri popoli. Ed è gran prova d’incivilimento questo apparire
quasi contemporaneo di tre genj, così differenti l’uno dall’altro, e
ciascuno inventore o tipo di generi, di cui doveano restare modelli
insuperati. Ma Dante si proponeva una poesia nazionale e religiosa;
come i veri ingegni, ha più franchezza che arte; tormentato da grandi
pensieri, fatica ad esprimerli in una lingua già formatasi, ma non
educata ad esporre poeticamente tanta dottrina; e col suo cantare
eccita, anzi obbliga il lettore a pensare da sè. Petrarca forbì poi
quella lingua, dandole una rigogliosa gioventù, che nulla perdè fin ad
oggi della natìa freschezza. L’uno e l’altro fissarono il linguaggio
poetico, bellissima veste, che bastò al lepore dell’Ariosto come
alla gravità del Tasso, alle dolcezze di Metastasio come ai fremiti
dell’Alfieri. Quanto alla prosa, forse è colpa di Boccaccio o de’
suoi idolatri se ancora non n’abbiamo una nazionale, colta insieme
e popolare, corretta e sicura, ferma ed ingenua, più candida che
azzimata, più viva che compassata, acconsentita dai dotti, e insieme
affabile al popolo, il quale vi incontri le sue forme ma ingentilite,
i suoi vocaboli ma artisticamente disposti; atta ad esprimere tanto la
famigliare ingenuità, quanto i grandi bisogni e i grandi sentimenti.
Da principio tutti corsero dietro a Dante; Petrarca gli porta invidia
pur negandola, e lo imita; Boccaccio ne tessella la sua prosa, ne
farcisce la sua poesia[363]. Cecco Stabili d’Ascoli nell’_Acerba_[364],
poema filosofico nè bello di poesia nè dotto di scienza, denticchia
l’Alighieri colla stizza dell’impotente, e fu poi per mago bruciato
a Firenze. Fazio degli Uberti nel _Dittamondo_ espone un viaggio
che fa dietro al geografo Solino, tela mal ordita e peggio tessuta.
Federico Frezzi da Foligno nel _Quadriregio_ descrive in terza rima
i quattro regni dell’amore, del demonio, dei vizj, delle virtù,
dove Minerva viene a diverbio con Enoc ed Elia profeti. Francesco da
Barberino leggista nei _Documenti d’amore_ tratta di filosofia morale,
politica, civiltà, perfino tattica, in metro vario e stile nè facile
nè elegante, non ajutando tampoco la cognizione de’ costumi quanto il
titolo prometterebbe. Scrisse anche _Del reggimento e dei costumi delle
donne_, ove in versi stiracchiati misti a prosa, se pur tutta prosa
non sono, ammanisce precetti alle donne delle diverse condizioni ed
età: prolisso, stucchevole, ma con buon intento e bella lingua[365].
Giusto de’ Conti canta la _bella mano_ della donna sua[366], sbiadito
imitatore del Petrarca. Nè gloria nè compiacenza alla patria; sol
ricordati perchè vecchi.
Francesco Sacchetti fiorentino, uom di toga e di mercatanzia, pel leone
coronato al pulpitino di Palazzo vecchio fece questa divisa:
Corona porto per la patria degna
Acciocchè libertà ciascun mantegna;
ed era sì reputato, che essendosi esclusi dalle magistrature i padri,
figli, fratelli di coloro ch’erano stati sbanditi, si eccettuò lui
solo _per esser tenuto uomo buono_[367]. Mal calcate le orme del
Petrarca, dietro a quelle del Boccaccio avviò ducentoquarantotto
novelle, di stile dimentico e scorrevole, slegate fra loro, nè
per intreccio, vivacità e pompa simili a quelle del Certaldese, ma
piuttosto ad aneddoti senza idealità, burlevoli e pittoreschi. Lasciam
via le sconcezze e le scempie riflessioni, ma fanno ritratto della
vita d’allora que’ piacevoli motti scoppiati alla sprovvista; quegli
uomini di corte, che coll’improntitudine subbiellano doni; que’ lepidi
ostieri, che fanno cronache di chi non usa la parola propria; quelle
burle e risa sopra magistrati ignoranti o tirchi; quelle braverie di
soldati tedeschi con nomi bisbetici; quella meschinità degl’imperatori,
che senza denaro scendevano in Italia; que’ leggisti smaniosi
d’azzeccar liti, onde uno di Metz si meraviglia che Firenze non sia
disfatta con tanti giudici, mentre un solo era bastato a rovinare la
sua patria; insomma quella vita piena, pubblica, vivace, procacciante,
di gente che non subì ancora i miasmi della pacifica oppressione.
Purezza di lingua, proprietà di parole e vezzi di stile accostano al
Boccaccio ser Giovanni fiorentino (-1375), il quale nel Pecorone finge
che Auretto, innamorato di suor Saturnina, vada frate, e divenuto
cappellano, s’accordi con lei di passare ogni giorno alcun tempo
raccontandosi in parlatorio una novella a vicenda. Con sì misero
appicco e senza varietà d’incidenti vanno alle cinquanta, storiche le
più, esposte con istile semplice, e velando le sconcezze. E in generale
ai narratori di quel secolo mancano la rapidità e la precisione, e lo
spirito arguto che s’acquista col lungo frequentare gli uomini e la
scelta società.
Così la letteratura accampavasi sotto due bandiere, dietro quei
campioni. Petrarca e Boccaccio dovettero l’immortalità a lavori
fatti quasi per trastullo o distrazione, di mezzo a studj più gravi;
questo obbediva ai comandi d’una principessa, quello non avrebbe mai
_creduto che sì care fossero le voci dei sospir suoi in rima_. Dante
applicò tutto sè al poema che _per molti anni lo fece magro_; e quando
a lui esulante furono riportati i primi canti del divino poema, —
Emmi (disse) restituito lavoro massimo con perpetuo onore»[368], e
confidava mercè di quello poter coronarsi poeta sul battistero del
suo San Giovanni. Boccaccio e Petrarca nell’età grave si doleano
delle inezie e delle lubricità scritte, e quasi si vergognavano della
gloria conseguita; Dante confida di aver fama appo coloro che il suo
tempo chiameranno antico, e che vital nutrimento deriverà dall’agro
de’ versi suoi. Egli aveva dischiuso i tempi nuovi, gli altri due
respinsero verso gli antichi; egli inventivo, essi imitatori; egli
biblico, essi classici; egli scotendo, essi addormentando la patria.
Ed è non ultima colpa del Boccaccio l’avere o incitato o scusato i
nostri a moltiplicare in un genere di letteratura affatto immorale
come sono i novellieri. Ma egli fu addobbo di corte, corifeo di coloro
che appigionano l’ingegno a chi paga, sia principe o plebe: Dante si
considerava educatore delle nazioni, e i suoi seguaci credettero tale
l’uffizio della letteratura. Anche i Petrarchisti empirono di belati
questa povera Italia, la quale ogni qualvolta pensasse a scuotere il
letargo, e sviarsi dai torbidi rivi, tornò ai vigorosi difetti e alle
incomparabili bellezze dell’Alighieri.