Le Compagnie di ventura.
L’assiduo avvicendarsi de’ signorotti in Italia trova spiegazione
nelle mutate guise dell’arte militare. Nessuna n’aveano i Barbari; poco
atti agli assedj, poco alla tattica navale, la forza personale facea
tutto, e l’intento riducevasi a recare il peggior danno al nemico. Ai
soli conquistatori il privilegio di portare le armi, tenendo gli altri
nell’oppressione inerme. Stabilita la feudalità, ogni vassallo era
obbligato dare al signore un numero di combattenti[309]; egli stesso
ne teneva per proprio servizio e difesa: talchè gli eserciti restavano
sminuzzati in piccoli corpi, diversi secondo l’importanza del feudo,
e differentemente vestiti, armati, esercitati. Vi era possibilità di
accordare gli sforzi ad uno scopo comune?
Prevaleva la cavalleria; e solo in quella addestrandosi i nobili, la
fanteria non componeasi che di villani. Studio principale metteva il
cavaliero nel coprirsi in guisa, che armi ordinarie nol ferissero;
onde s’inventarono armadure a tutta botta, e che pure non impedissero
i movimenti del corpo. Pesavano tanto che non le avrebbe rette un uomo
a piedi: per ismontare e salire a cavallo con esse, s’inventarono
le staffe; e per reggere alle lunghe marcie e difendere le reni,
s’introdussero gli arcioni; due essenziali progressi. Sotto questa
scaglia ferrata i cavalieri sfidavano i tiri degli arcadori e le picche
della fanteria, la quale rimaneva senza riparo esposta alle mazze
ferrate o agli spadoni dei cavalieri nemici, o serviva di siepe agli
amici, qualora stanchi si ricoverassero in mezzo di essa.
Occorreva un assalto? o di dover guerreggiare, cioè saccheggiar le
terre del vicino? chiamavansi all’armi i vassalli, ma bastava sapessero
ferire e reggersi al posto; se il nemico prevalente li scompigliava,
non poteasi temere diserzione, giacchè, legati com’erano alla gleba,
forza era che tornassero alle capanne, dove il feudatario li rinveniva
ad ogni nuovo occorrente. Questo metodo, eccellente alla difesa, non
valeva all’attacco, e le crociate e le spedizioni degl’imperatori in
Italia ne chiarirono l’imperfezione. I feudatarj poi, scostati che
fossero dalle loro terre, più non aveano modo di surrogare uomini a
quei che perissero; presto avevano consumato i loro mezzi nel vestirli
e nutrirli, qualora non vi supplisse il bottino; e non potendo il
signore ritenerli di là dal tempo prefisso, li vedeva partire spesso
nel maggior suo bisogno.
Si dovette dunque provvedere a mutamenti, che il despotismo, a cui
vantaggio riuscirono, intitolò miglioramenti. Già nelle crociate
ciascun uomo acquistava importanza, sì perchè guerriero di Dio,
sì perchè bisognava introdurre accordo nel numero, disciplina
nell’entusiasmo; e quantunque lo sforzo maggiore si facesse ancora
col sagrificare la pedonaglia, pure fu duopo disporla meglio ed
esercitarla, fornire magazzini, assegnar paghe e quartieri comuni
e divise. Gli Ordini militari religiosi dovettero avere tra loro un
accordo di comandi, d’esercizj, di movimenti, la cui mercè prevalevano
alle altre truppe. Ivi anche troviamo negli assedj rinnovati gli
artifizj degli antichi, e l’unirsi in numerose masse, e le battaglie
grosse; pure gli eroi di quelle imprese mai non ci vengono lodati per
abili condottieri, se non sia nel classico poema del Tasso.
La prevalenza dell’individuo sopra la moltitudine, distintivo della
feudalità, fu dai Comuni combattuta coll’opporre la moltitudine alla
forza individuale; sicchè i pedoni riagirono contro ai cavalieri,
contro alle masnade del castellano la milizia municipale. Ma conveniva
sistemarla; e l’invenzione del carroccio, tentativo d’imporre qualche
ordine ai nuovi liberi e agl’inesercitati artieri, convince come
nessun migliore ne esistesse: tuttavia i Comuni, e massime quelli
di Lombardia, valsero a resistere all’esperienza disciplinata de’
cavalieri franconi, sassoni, svevi.
Dagli statuti municipali appajono gli ordinamenti per la milizia. Una
nazionale se n’era procurato Genova sin dal 1163; e rinomati n’erano
i balestrieri, sottomessi a consoli particolari; ben diecimila di essi
combattevano alla sanguinosa giornata di Crecy fra Inglesi e Francesi,
e perirono perchè la pioggia avea guaste le cocche. Ogn’anno il doge e
il suo consiglio eleggeva due, valenti al tiro, i quali doveano cercare
giovani balestrieri ed esercitarli quattro volte l’anno, dando in
premio ogni volta una tazza d’argento da venticinque genovine[310].
I quartieri o sestieri, in cui era divisa ciascuna città, formavano
le divisioni anche dell’esercito, e ciascuna provvedevasi di carri,
munizioni, armi, guastatori. Per lo più non uscivano che alcuni
quartieri, e nelle imprese diurne si alternavano. A Bologna ciascuna
parrocchia, secondo l’importanza, eleggeva due, quattro o sei uomini
da’ quarant’anni in su, e un notaro non minore de’ venticinque, i quali
giuravano di formare una venticinquina caduno nella sua parrocchia
d’uomini fra i diciotto e i settanta. Più tardi tutta la città era
partita in venti compagnie di sedicimila settecensettantasette uomini
e milleseicentrentotto balestrieri. Pel contado erano disposti dei
fortini con guardie che davano i segnali mediante bandiere diversamente
colorate, e con lucerne la notte. Al tocco della campana, tutti che
avessero cavalli doveano comparire sotto i loro vessilli in piazza. I
cavalieri portavano panziera, guanti di ferro, corazzina, schinieri
e cosciali, cappellina di ferro o bacinetto con nasale. Sopra la
guerra si eleggevano due savj per tribù[311]. Pisa era compartita in
compagnie vecchie e nuove, comandate da gonfalonieri eletti nel proprio
gremio. Al suon dello stormo, ciascuno raccoglievasi alla bottega del
proprio gonfaloniere; e lo statuto fissava qual dovesse dirigersi al
palazzo, quale alla tal porta; e così dalla campagna quali postarsi
a un crocicchio, quali a un ponte. A Como dodici cittadini per turno
custodivano il castel Baradello.
La cavalleria, più importante quanto più piccole sono le schiere,
richiede più lunghi esercizj, sicchè quell’arma era affidata di
solito ai meglio stanti, o a gente stipendiata; Milano fin dal 1227 vi
assegnava soldo; Firenze v’aggiungeva premj e medaglie, e ne formava
una o due compagnie: seguivano due corpi di balestrieri e di fanteria
pesante, con lancia, palvese e cervelliera: gli altri cittadini,
ripartiti in compagnie con spada e lancia, doveano trovarsi in arme
al posto assegnato quando toccasse la squilla; la quale, dopo sonato
continuo per un mese, era posta sopra un carro, e serviva a guidare
la marcia. Il supremo comando spettava ai consoli; sotto di loro
i capitani di quartiere, il gonfaloniere, il capitano di ciascuna
compagnia. Con tali armi uscivasi o alla _gualdana_, correria per
guastare le terre; o alla _cavalcata_, corta impresa di cavalli e
arcieri; carroccio e gonfalone andavano solo a _oste_, ch’era un
esercito compiuto.
Ci rimangono in latino i _preparativi per la guerra_ de’ Fiorentini
nel 1285, che dicono presso a poco: — Quest’è il modo di far esercito
pel Comune di Firenze contro i Pisani, trovato dai mercanti di Firenze
per lo migliore stato della città e delle arti. E prima, far chiudere
tutte le botteghe e i fondaci sinchè l’esercito si muova: suoni ogni
giorno la campana del Comune, e si bandisca per la città che ognuno si
prepari di quanto occorre all’esercito: si eleggano quattro persone in
ogni canonica, e due in ogni cappella, e facciano cinquantine d’uomini
dai quindici ai settant’anni, e li mettano in iscritto: da ciascuna
cinquantina si scelga quali devono rimanere in città per custodia, e
quali andare nell’esercito: a quei che rimangono s’imponga quantità di
denaro conveniente, e così agli assenti: i trascelti vadano e restino
nell’esercito a loro spese proprie: nel contado poi restino alcuni
a custodia delle pievi e delle ville e de’ popoli, e gli altri tutti
vadano e stiano nell’esercito a spese di quei che rimangono»[312].
Ordini consimili troverebbe, chi li cercasse, nelle varie città; e
al sommar de’ conti unico comando era il combattere, unica regola non
iscostarsi dalla bandiera o dal carroccio, unico scopo il vincere.
Ma già fin dai primi tempi de’ Comuni v’era chi specialmente si
ammaestrava e sistemava per la guerra, e tali erano que’ Gagliardi, che
nel 1235 a Milano giurarono difendere il carroccio; tali i Coronati,
che cinque anni dappoi, gridando _A morte, a morte_, traevano tutta
Milano a combattere; tali i Cavalieri delle bande, che Firenze
istituì quando temeva d’Enrico VII, e che poi si volsero a spassi
e sollazzi[313]; tali altre compagnie in diversi Comuni, le quali
facilmente acquistavano importanza politica, e privilegi, e ingerenza
nel pubblico maneggio. L’uomo ama la libertà perchè gli rechi la pace;
e i nostri cittadini, bramando applicarsi alle arti, desideravano
esimersi dalla milizia. Si cominciò dunque a non chiamar più alle armi
l’intero popolo, ma solo chi avesse un dato censo, o chi si esibisse,
o chi l’accettasse per ingaggio. Da ciò venne che si potessero meglio
esercitare e disciplinare; laonde come superfluo si lasciò da banda
il carroccio, e primo Ottone Visconti vi surrogò lo stendardo bianco
con sant’Ambrogio, poi tutti i Comuni spiegarono la propria insegna.
Ma già prima essi Comuni aveano introdotto di prendere al soldo
uomini meglio addestrati nell’arme che non i borghesi; e nel capitale
problema statistico di fare che la guerra non isfrutti i vantaggi della
pace, si figurarono tornasse a pro l’avere una forza stipendiata e
forestiera, la quale dispensasse i cittadini dal togliersi alle arti e
alle campagne; e che, condotta in occasione di guerre, fosse congedata
durante la pace senza logorar le finanze; riducesse insomma la guerra
ad una quistione di denaro.
Gl’imperatori svevi, menando a spedizioni più lontane e più prolungate
che nol portasse il servizio feudale, dovettero ricorrere a truppe
mercenarie, e con esse si fecero forti Federico II, e più Manfredi e
Corradino, e per contrasto a loro Carlo d’Angiò. Le accantonavano essi
qua e là per Italia, all’uopo di favorire l’uno i Ghibellini, l’altro
i Guelfi; sicchè passando da terra a terra, da bandiera a bandiera,
costoro s’avvezzarono alle imprese di ventura. Con siffatti trionfarono
Ezelino, Salinguerra, Buoso da Dovara, Oberto Pelavicino; ad essi
furono dovute le vittorie di Tagliacozzo e di Benevento, poi gli
alterni successi dell’interminabile guerra di Sicilia.
In quest’ultima, singolar rinomanza di valore e fierezza acquistarono
i Catalani e gli Aragonesi; e quando, sospeso il combattere, Federico
re di Trinacria volle rimandarli in patria, risposero essere liberi
di sè, manomisero l’isola per proprio conto, e presero a capo Ruggero
di Flor, generato da un gentiluomo tedesco del seguito di Corradino
in una nobile di Brindisi, lo perchè dai nostri è appellato Ruggero
di Brindisi. Perduto il padre alla battaglia di Tagliacozzo, colla
madre cresceva negli stenti, finchè, menato via da un Templare, presto
meritò divenir egli pure friere. Alla presa di Tolemaide (1291) salvò
molte persone e le ricchezze del suo Ordine: ma accusato d’essersene
appropriato qualche porzione, fuggì in Sicilia. Creato viceammiraglio,
fatto esercito di avveniticci italiani, tedeschi e principalmente
catalani, e da re Federico, desideroso di sbrattarne l’isola, avute in
dono dieci galee, che egli crebbe fino a trentasei, passò in Grecia,
ove l’imperatore Andronico II (1304) l’accolse con tanto onore, da
sposargli fino una nipote. Contro i Turchi prestò eccellente servigio:
ma i liberatori nocevano non meno che i nemici; non risparmiavano
onore, robe, vite; e per lunghi anni, col nome di _esercito de’ Franchi
regnante in Tracia e Macedonia_, fecero ogni loro arbitrio su quel
confine dell’Asia e dell’Europa, e gravi jatture recarono alle colonie
genovesi.
Piacque tale esempio al genio andarino e venturiero d’allora,
quando, non essendo accentrata ne’ governi ogni attività, ciascuno
disponeva ad arbitrio della propria, siccome abbastanza ci fu veduto
nelle spedizioni de’ Normanni, nelle crociate, nelle conquiste di
Genovesi e Veneziani in Levante. Non era questa la forma, con cui i
Germani erano sbucati addosso all’antico impero romano? non erano
tali gli Ordini cavallereschi? Nell’indipendenza degli individui,
e nella niuna protezione che poteano ripromettersi dai governi,
ognuno doveva provvedere alla sicurezza propria, e chi non si volesse
rassegnare all’oscurità, dovea procacciarsela coll’armi. Spesso,
come dice il cronista di Cola Rienzi, «non c’era altra salvezza se
non che ciascheduno si difendeva con parenti e con amici»; e queste
associazioni di famiglie e di clienti facilmente dalla difesa passavano
all’attacco.
A migliaja, lo vedemmo, le persone erano bandite da alcune città; le
quali, sviate dai mestieri e cupide di vendetta, si applicavano alle
armi, e restando unite dalla comunanza di sventure e di speranze, si
offrivano a chiunque preparasse impresa contro la loro patria[314], o
stanziavansi in altre città, come fecero i Guelfi fiorentini dopo la
battaglia di Monteaperti, i quali poi raccozzatisi in un’armatetta,
coadjuvarono alla spedizione di Carlo d’Angiò.
D’altra parte la nobiltà castellana teneva studio unico le armi, e vi
esercitava i suoi villani onde averli pronti al bando feudale o nelle
private baruffe. Accomandati a più d’un Comune, bilanciavansi tra
i varj in modo di non obbedire a nessuno, e ingrandirsi a danno dei
confinanti. I podestà, che andavano ad esercitare nelle città il potere
esecutivo, doveano condurvi un pugno d’armati, e ne davano per lo più
la cura ad alcuno di questi castellani; od un castellano veniva podestà
o capitano del popolo colla propria masnada.
La feudalità avea risolto in modo insigne il problema supremo di
fissare al suolo le genti da tanto tempo vagabonde, e di allestire
alla difesa senza possibilità di conquiste. Ma ormai i feudi si
venivano fondendo; quelle molecole politiche, per così esprimermi,
si cristallizzavano attorno ad alcuni nuclei; alle guerre private
succedeano quelle di Stato a Stato, più grosse e regolari; del sistema
monarchico consolidatesi nella restante Europa, si risentiva pure
l’Italia; e i re e gli imperatori che s’accingevano a lunghe e lontane
imprese, non potendo pretendere i servigi de’ loro vassalli, doveano
ricorrere a un valor mercenario. Dopo che la libertà comunale era
riuscita a ridurre cittadini i guerrieri, i guerrieri ed i principi
dovendo comprimere i sudditi, ricorrevano a quel che n’è mezzo supremo,
una forza regolare e stabile, non più disposta a tutelare i borghesi
che in pace trafficassero o lavorassero, ma a tenere in soggezione i
sudditi, nè lasciare che sentissero la propria gagliardia.
Generale divenne dunque l’uso delle truppe mercenarie, e persone e
paesi si applicarono specialmente a quest’arte. Nella bassa Germania
e in quella che poi formò la Svizzera, sminuzzata tra innumerevoli
signorotti, e con più popolazione che mezzi di sostentarla, presto
divenne un mestiere il servire coll’armi; e come capobande era comparso
in Italia quel Rodolfo d’Habsburg, la cui discendenza dovea darle tanti
regnanti[315]. Allorchè Enrico VII morì a Buonconvento, i Tedeschi che
con lui aveano passato le Alpi rimasero improvvisamente senza soldo e
senza padrone, e vissero di saccheggiare, finchè si allogarono con chi
li pagasse: altrettanto fecero i seguaci di Lodovico Bavaro, e quei
che erano venuti col duca di Carintia, col re di Boemia, al ritorno
ne’ loro paesi preferendo il rimanere nel nostro: con loro si univano
i nostri maneschi, e gente necessitata a misfare per fuggire castighi.
I tirannetti preferivano sempre i Tedeschi, perchè stranieri ai
partiti nazionali, e perchè più ostinati, come quelli che non poteano
disertare, e che aveano mestieri della guerra per vivere. Questi
venderecci, non combattendo nè per sentimento nè per obbedienza ma per
guadagneria, riuscivano terribili ad amici e nemici.
In Italia i cittadini eransi mostrati eroi nell’acquistare contro il
primo e difendere contro il secondo Federico la loro indipendenza;
ma quando le guerre si prolungarono, e divennero schermaglie di
partiti, o da un signore decretate per proprio interesse e capriccio,
essi prendeano le armi di tanto minor voglia, quanto più venivansi
avvezzando alle dolcezze della quiete e all’applicazione delle arti.
Ai signori nulla poteva tornare più desiderevole che questo svogliarsi
dalle armi, le quali in man de’ cittadini sono terribile ritegno alle
prepotenze: onde di lieto animo li sgravarono di tal peso, cambiandolo
con un tributo, del quale si valeano per condurre truppe a stipendio.
Si trovò dunque chi speculasse su questo nuovo lucro, e uomini disposti
a «versar l’alma a prezzo», e _condottieri_ che li comprarono, rizzando
una bandiera di ventura per far guerra dove avessero maggior derrata.
Costoro, trovandovi guadagno e fama, esercitarono meglio le bande, che
applicate per elezione alle armi, dovettero possederne l’abilità, se
non il vero coraggio che nasce dal sentimento del dovere. La milizia
cessava dunque d’essere, come deve, una istituzione dello Stato,
e diveniva mestiere d’individui: da gente poi senza patria, senza
causa, senz’altro movente che l’oro, poteasi più aspettare nè cortesia
cavalleresca, nè lealtà, nè l’altre doti che sceverano il masnadiero
dal campione?
Questa genìa nuova, principal parte sostenne nelle guerre non solo, ma
nelle vicende politiche del periodo sul quale ora ci esercitiamo, e che
forma una nuova fasi della vita signorile. Perocchè da prima vedemmo
i castellani imperare sul suolo sbocconcellato. Dappoi che furono la
più parte costretti a divenire cittadini, cercarono primeggiare nei
Comuni colle magistrature o col capitanare le fazioni; e Giano della
Bella, Vieri de’ Cerchi, Corso Donati, non meno che i Torriani, i
Carrara, i Da Camino, andarono podestà o capitani del popolo in varie
città o nella natìa col mescere partiti. Or ecco nuovo campo aprirsi
ai gentiluomini, il condurre soldati a servizio di questo o di quel
belligerante, col nome in prima di capitani, poi di condottieri: e
già per tal via vedemmo ingrandire Uguccione, poi Castruccio: e fu
col costoro ajuto che le città, divezzate dalle armi, si sottoposero a
principi.
I Comuni dovettero anch’essi adottare questo sistema, e appunto colle
bande Firenze resistette a Castruccio, poi ai Visconti e al papa. Nel
1322 alcuni, partiti dal soldo de’ Fiorentini, si unirono a Deo Tolomei
fuoruscito di Siena, che, raccoltine oltre cinquecento a cavallo e
moltissimi a piedi, corse infestando il Senese[316], finchè il verno e
la fame li sbrancò. Narrammo le vicende e la baldanza di quei che dal
Ceruglio pericolarono Lucca e Pisa.
Guarnieri duca di Urslingen, con molti altri tedeschi a cavallo
condotto a provvigione dai Pisani contro Firenze nella guerra di Lucca,
congedato assunse imprese per proprio conto, e spinto (1343) o anche
pagato dai Pisani e dai signori lombardi per danneggiare i principotti
di Romagna, unì a sè le bande di Ettore Panigo e di Mazarello da Cusano
bolognesi, e intitolandosi _signore della Gran Compagnia, nemico di
Dio, di pietà, di misericordia_, taglieggiava tutt’Italia, dando mano
a ribelli e vendicativi. Tremila barbute lo seguivano con infinita
ciurma, ogni dì cresciuta dalla schiuma de’ paesi traversati; correvano
a man salva sopra chiunque differisse a dare quanto pretendevano; e
incendj, devastazioni, e quantità di villani appiccati agli alberi
segnavano il loro passaggio. Alfine Guarnieri pel Friuli se n’andò
ben arricchito: ma quando i pochi resti della sua banda ebbero al
giuoco, ai bagordi, a postriboli sguazzato le prede, egli tornò
con Luigi d’Ungheria venuto a conquistare il regno di Napoli, e che
blandiva questo masnadiero al punto di volere da esso ricevere l’ordine
cavalleresco. Accordatosi col vaivoda di Transilvania e con altri
capibanda, fino a raccorre diecimila armati, Guarnieri taglieggia la
Capitanata e la Terra di Lavoro (1348), e ogni luogo dove trapiantasse
gli alloggiamenti; e il bottino che i suoi spartirono alla fine si
valutò mezzo milione di fiorini, non contando l’armi, i cavalli, i
panni e le cose d’uso o trafugate; e dopo strazj infandi traendosi
dietro prigionieri e donne rapite, attraversarono la spaventata Italia.
Fra queste bande e nelle guerre del Napoletano (1351) si era segnalato
Monreale d’Albano frate spedaliere, che, affidatisi alcuni masnadieri
ed esibendosi a un signore o all’altro, era venuto in fiducia che
nulla fosse impossibile alla forza; onde mandò inviti e promesse
a quanti erano mercenarj per Italia, e arrolati millecinquecento
cavalli e duemila fanti, mise a sacco la Romagna. Avvezzò egli i
suoi a rubare e assassinare con ordine: teneva tesoriere, segretarj,
consiglieri con cui discutere; giudici che mantenessero fra i soldati
una giustizia a modo suo, e reprimessero i saccardi: il bottino doveva
essere compartito equamente tra uffiziali e soldati, poi venduto a
certi mercanti privilegiati: una repubblica insomma di masnadieri
disciplinati. E per tutto se ne parlava; i venturieri non vedeano
l’ora d’aver finito la propria condotta per mettersi ne’ ruoli di
frà Moriale, e fin principi e baroni di Germania. Così aggomitolò
da settemila cavalli e millecinquecento fanti scelti, ma l’ondata
seguace saliva sin a ventimila; e ognun pensi come i paesi doveano
rimanere in isgomento, e se pagavano di grosso acciocchè non venissero
a far di loro Dio sa che. Le città toscane si serrarono in lega per
difendersi, ma egli bravando di volerne far quel peggio che mai,
seppe sconnetterle, ciascuna tagliando di pingui riscatti: Siena di
sedicimila fiorini, d’altrettanti Pisa, di venticinquemila Firenze
per rimanerne lontano due anni, oltre i regali ai capi. E corsa per
sua la campagna, andò a servire la lega formata contro i Visconti,
patteggiando cencinquantamila fiorini per quattro mesi di servizio.
Finito il quale (1354), traversò Italia onde andare ad accaparrarsi
imprese per la nuova stagione; ma Cola Rienzi il colse, come vedremo.
Tal modo di guerra aggeniava agli Stati piccoli e trafficanti, che
col denaro sapeano di avere in pronto truppe ad ogni occorrenza, e
ripristinavano in certo qual modo l’equilibrio, rotto dal crescere
d’alcune potenze. Ai tiranni conveniva onde perfidiare la pace,
giacchè, se volessero nel cuor di questa rovinare un loro nemico,
congedavano una banda con segreto concerto che la si gettasse sulle
terre di quello. Il condottiere tornava opportunissimo alla diffidenza
di Stati non eretti saldamente sopra le istituzioni: e l’aristocrazia,
temente la popolarità d’un guerriero vittorioso; la democrazia, gelosa
di non affidare il comando a un cittadino; i principi, che repugnavano
dall’armare nè i nobili nè la plebe, trovavano al caso loro questo
nomade eroe, che combatteva perchè pagato, che se ne andava al cessar
degli stipendj, che alla peggio potevasi reprimere collo stipendiare
un suo emulo. Venezia, che, per gelosia, ai proprj nobili non avea mai
consentito i comandi, menò soldati a mercede in tutte le campagne di
terraferma; Firenze si piacque di un sistema, che i cittadini lasciava
attendere alla mercatura e alle industrie di mano e d’ingegno; se ne
piacque Roma pretesca: e così si estese questo vil modo, che della
guerra faceva una speculazione, togliendole quel decoro che la rende
men trista.
E fu un nuovo e gravissimo flagello della patria nostra. Que’
venturieri, terribili per barba, per cimieri strani, per nomi
strepitanti, unendosi improvvisi e guerreggiando senza ragione, nessun
più lasciavano sicuro della pace. Combattendo senza sentimento nè
onore, ispiravano diffidenza anche ai proprj compratori, disposti
com’erano ad abbandonarli appena ne trovassero uno più generoso. Ad
ogni impresa ben riuscita, pretendeano _paga doppia e mese compiuto_;
se finita la loro _ferma_ non fossero ricondotti, o la pace li
mettesse _in aspetto_, i capitani assumevano imprese per conto proprio:
riuscivano? ecco terre da saccheggiare, prigionieri da taglieggiare,
conquiste da rivendere: fallivano? aveano scemato le bocche da
mantenere. Dietro a loro traeva sempre una ribaldaglia di spie,
saccomanni, guastatori, che sperperavano il paese, non peritandosi
fra pace e guerra, fra amici e nemici. Aveano l’accortezza di non
badarsi in un paese tanto da eccitare i natii a difesa disperata, e
gl’inducevano a soffrire colla lusinga che presto ripartirebbero.
Nerbo degli eserciti restava sempre la cavalleria pesante, poco
reputandosi la fanteria, cernita fra vulgari, e che supponevasi
incapace a sostenere l’urto de’ corazzieri. Ma la grave armadura,
disposta alla difesa anzichè all’offesa, rendeva i militi più
formidabili per massa che per agilità; e se dai molti arcieri e
pochi balestrieri che erano allora negli eserciti non poteva essere
trapassata, disserviva però ne’ paesi caldi; e caduto che uno fosse,
più non poteva rialzarsi, e rimanea prigione o ucciso o soffocato.
Qualunque ostacolo poi frangeva quelle massicce ordinanze, nulla
poteano fra le montagne, poco al varco de’ fiumi; in conseguenza
evitavano le battaglie in campagna rasa, o bisognava che i due generali
nemici si mettessero d’accordo per scegliervi luogo opportuno, come si
farebbe in duello o in un torneo.
Rare perciò le giornate campali, limitandosi a _cavalcate_ sul terreno
nemico per bottinare, distruggere, coglier prigioni; e consumavasi
talvolta la guerra senza neppure una battaglia. Pertanto i paesani
ritiravansi entro terre castellate, quali allora faceansi tutte, e che,
per la natura delle armi d’allora, erano a gran vantaggio superiori
nella difesa, e anche i villani poteano sostenervi raffrontata sinchè o
si fosse patteggiato coi condottieri, o questi stancati non volgessero
sopra un altro castello. Imperocchè una tela continua ne trovavano
sui loro passi, e vicino un breve spazio alla piccola terra di
Sanminiato contavansene ventotto, ventitrè nel contorno di Montecatino,
ventiquattro ne possedeva attorno ad Asti la famiglia Solari; e
la Toscana, che oggi non ha tampoco una piazza, non sariasi potuta
conquistare che dopo tre o quattrocento assedj. La difficoltà d’essere
espugnati rendeva animosi a resistere, come oggi la certezza del dover
soccombere predispone a capitolare.
Intanto, a differenza di ciò che si fa o si cerca oggi, il danno cadeva
non sugli eserciti, ma sul popolo, lasciando costoro dappertutto luridi
segni di gola e di lussuria, e per lo meno mercatando degli alloggi
risparmiati, del cammino cansato. Dopo la vittoria di Meleto (1349) il
vaivoda di Transilvania, i conti Landò e Guarnieri doveano alle bande
doppia paga, montante a cencinquantamila fiorini; e non trovandoseli,
abbandonarono ad esse i gentiluomini prigionieri, che distesi su travi
per terra, vennero a furore flagellati finchè non s’obbligassero a
quel tributo. La Compagnia Bianca, capitanata dall’inglese Giovanni
Acuto (Hawkwood), allorchè prese Faenza (1376), pose in catene trecento
signori, undicimila cittadini cacciò, e sulle robe e sulle donne
avventossi furiosa: due connestabili si contendeano una monaca rapita,
quando l’Acuto sopravenne, e — Abbiatela metà per uno», disse, e la
tagliò in due. Un’altra banda mandavasi avanti un villano, di cui aveva
arrostito un fianco sopra la graticola, perchè i costui strilli ne
annunziassero l’avvicinarsi.
Racconta Franco Sacchetti, che, essendo iti due frati Minori ad esso
Acuto, lo salutarono al loro modo dicendo, — Monsignore, Dio vi dia
pace»; e quegli subito rispose: — Dio vi tolga la vostra elemosina»; e
meravigliandosi essi dello scortese ricambio, — Non sapete (soggiunse)
ch’io vivo di guerre, come voi di elemosine, e la pace mi disfarebbe?»
Dove l’autore, meno frivolo del solito, riflette: «Guaj a quelli uomini
e popoli che troppo credono a’ suoi pari, perocchè popoli e Comuni
e tutte le città vivono e accrescono della pace; ed eglino vivono
e accrescono della guerra, la quale è disfacimento delle città, e
struggonsi e vengon meno. In loro non è nè amore nè fede; peggio fanno
spesse volte a chi dà loro i soldi, che non fanno ai soldati dell’altra
parte; perocchè, benchè mostrino di voler pugnare e combattere l’uno
contro all’altro, maggior bene si vogliono insieme, che non vogliono a
quelli che gli hanno condotti alli loro soldi; e par che dicano, _Ruba
di costà, ch’io ruberò ben di qua_. Non se n’avveggono le pecorelle,
che tuttodì con malizia da questi tali sono indotte a far guerra, la
quale è quella cosa che ne’ popoli non può gittare altro che pessima
ragione. E per qual ragione sono sottomesse tante città in Italia a
signore, le quali erano libere? per qual cagione è la Puglia nello
stato ch’ella è? e la Sicilia? e la guerra di Padova e di Verona ove le
condusse, e molte altre città, le quali oggi sono triste ville?»[317].
Una milizia che si proponea per fine il saccheggio e lo stupro,
di rado conduceva a risultamenti decisivi; principi e repubbliche
rimanendo a loro arbitrio, supplicavano, in vece di comandare; donavano
titoli, stemmi, parentele ai capitani, e per reprimerli non sapeano
che ricorrere a inganni e veleni; e il rigore che era necessario
per isgomentar le bande, introduceva nuova ferocia negli statuti
criminali. Armeggiando per mestiere, i venturieri non dimenticavano
che domani forse servirebbero a quello che oggi combattevano; onde
s’accordavano di nuocersi il men possibile, far prigionieri più che
uccidere, sovrattutto risparmiare i cavalli, meno facili a rifarsi che
gli uomini; e quando facessero de’ prigionieri, se li scambiavano.
Essendo una volta Francesco Piccinino trascorso incautamente fra’
nemici, «subito che questi lo conobbero, gittarono le armi, e coi capi
scoperti riverentemente lo salutarono; e qualunque poteva, con ogni
riverenza gli toccava la mano, perchè lo imputavano padre della milizia
e ornamento di quella» (CORIO). Dopo il fatto di Montorio, Roberto
Sanseverino rimandò i fatti prigioni, ma con lettera in cui si doleva
che i soldati avversi «con poco rispetto l’avessero sonato, e datogli
molte punte di spada»[318].
Con tali cortesie la guerra si trovò ridotta ad una scherma da
scacchiere, a una manovra di marcie e contromarcie; le battaglie
a un accalcarsi piuttosto che azzuffarsi; nè versavasi sangue che
per inavvertenza, e un’abbaruffata in città costava di più che una
giornata campale; ingegno e astuzia sottentrarono al coraggio, e molti
invecchiarono nell’armi senza trovarsi mai esposti a pericolo. Nel
capitano però richiedevasi abilità personale; atteso che le truppe,
massime di fanteria, non erano tenute alla bandiera da punto d’onore,
non da vergogna de’ commilitoni coi quali trovavansi accozzati per
un solo momento, onde si sbandavano appena perduta la speranza della
vittoria o del bottino.
Alcuni capitani di ventura fondarono chiese e cappelle, massime a san
Giorgio, del qual titolo è un ospedale a Firenze, posto il 1347 dagli
stipendiati della Compagnia di quel nome; una cappella a Pisa del
1346, fondata da due degli Scolari; Bonifazio Lupo istituì a Firenze
l’ospedale che conserva il suo nome; Pippo Span il tempio degli Angeli;
Percival Doria l’Annunziata a Genova; Bartolomeo Coleoni ricchissima
cappella e pie istituzioni a Bergamo e a Venezia. Anna Elena, dopo la
tragica fine di Balduccio d’Anghiari suo marito, in Borgo San Gattolino
a Firenze fonda un ospizio di vedove e povere, da lei denominato
convento d’Annalena. E (ciò ch’è inonesto più che raro) in guerre di
speculazione ottennero gloria; all’Acuto Firenze poneva il ritratto e
un mausoleo nella propria cattedrale; esequie splendidissime rendeva
a Niccolò da Tolentino, con venti bandiere e più di tremila libbre di
cera, poi il ritratto in essa chiesa; statue equestri al Gattamelata
Padova, al Coleoni Venezia, anche dopo che il sepolcro avea tolto che
paressero formidabili.
Talora invece erano condotti a trista fine: si sa come Venezia si
disfece del Carmagnola; i Fiorentini fecero dipingere impiccato per un
piede il conte Francesco di Pontadera, capo di bande avversarie; Giovan
Tomacelli fratello del papa, marchese delle Marche, fatto chiamare il
famoso Boldrino da Panicale, lo fe trucidare, di che le costui bande
vollero vendetta su quanti uomini della Chiesa colsero. Trionfi e
supplizj, vicende d’ogni condizione avventuriera.
Le popolazioni non restavano assolte da ogni peso guerresco, anzi
doveano far la guardia delle città e dei contorni, custodire e
difendere le fortezze, dare i carri e i servigiali, preparar le
strade. Ciò pesava piuttosto sulla gente del contado; quei di città
contribuivano invece tasse o gabelle, con cui pagare le masnade.
Così il grosso della nazione italiana disusavasi del valore in
mezzo alle battaglie; arbitro delle nimicizie e delle paci restava
un gentame vendereccio; e le guerre non terminavano mai, perchè non
toglievano le forze ai vinti, i quali al domani d’una solenne sconfitta
poteano riaffacciarsi con esercito più poderoso, purchè avessero
onde comprarlo. Ai condottieri medesimi stava a cuore di non lasciar
soccombere i piccoli Stati ed i rivali, perchè non venisser meno
le occasioni di guadagni. Quando i Fiorentini volevano obbligare re
Ladislao di Napoli a restituir le terre tolte alla santa Sede, egli
domandò: — Che truppe avete ad oppormi?» ed essi: — Le tue medesime».