I tiranni. I figli di Matteo Visconti. Gli Scaligeri. Casa di Savoja.

Tutte ormai le antiche collegate lombarde sono ridotte a signoria di

principe. Il primo esempio fu dato da Ferrara, quando nel 1208, al

soccombere de’ Ghibellini e di Salinguerra Torello, conferì pieno

arbitrio ai marchesi d’Este (t. VI, p. 310): ma questi andarono in

dechino, ed Azzo VIII, effeminato e crudele, ribellatesegli Modena e

Reggio, fu ridotto a nulla più che Ferrara e il proprio patrimonio.

Morendo, invece del fratello chiamò erede il figlio d’un suo

sterpone; di che sorse guerra intestina, e i vicini ne profittarono

per cincischiar quella casa. I Veneziani, ausiliarj del bastardo,

occuparono Ferrara: Clemente V, sostenendo il fratello di Azzo, spedì

il cardinale Pellagrua suo nipote con un esercito, che predicò la

crociata come contro i Turchi, e fulminò contro de’ Veneziani la bolla

più smoderata, escludendoli sin alla quarta generazione da ogni dignità

ecclesiastica e secolare, confiscati i loro beni in qualunque parte del

mondo, libero il ridurli schiavi senza divario tra innocenti e rei;

e vi fu chi ne profittò. I Veneziani venuti a guerra coi Pontifizj

ed appoggiati specialmente da Bolognesi e Fiorentini, toccarono una

terribile rotta sul Po (1309), fin seimila uomini perdendo tra di

ferro e annegati: il Pellagrua fece impiccare quanti Ferraresi gli

aveano favoriti, e destinò vicario della città re Roberto, senza alcun

riguardo agli Estensi: i Veneziani dovettero comprare con centomila

fiorini l’assoluzione. I Provenzali di Roberto fecero pessimo governo

di Ferrara, che ribramando un signor proprio, si levò a rumore, espulse

gli stranieri, e rimise gli Estensi (1317), che all’uopo s’erano

collegati coi Ghibellini. Qui armi e scomuniche e processi d’eresia,

malgrado de’ quali gli Estensi tennero il dominio.

Agli Ezelini in Treviso, Feltre e Belluno era sottentrato Gherardo da

Camino, per bontà e beneficenza soprannomato _il semplice Lombardo_, e

come nobilissimo lodato da Dante. Riccardo suo successore fu nel 1312

scannato nelle proprie stanze da un villano.

Dopo finiti i Traversara capi de’ Guelfi, Ravenna era venuta a Guido

Novello, signore del castello di Polenta presso Brettinoro: cacciato

dai Bagnocavallo, vi rientrò e ne fu fatto signore il 1275; ospitò

Dante, e trasmise il reggimento ai figli Bernardino e Ostasio. Il primo

generò Guido e Rinaldo arcivescovo di Ravenna: l’altro signoreggiava

Cervia, della quale non contento, trucidò l’arcivescovo e s’impadronì

anche di Ravenna (1322).

Rimini con buona parte della marca Anconitana era tiranneggiata dai

Malatesta da Verucchio. A Pandolfo succedette il nipote Ferrantino;

ma Ramberto cugino suo l’invitò con altri parenti a cena, e li fece

prigioni, invano Polentesa madre di Ferrantino correndo la città colla

spada sguainata per levarla a rumore: se non che un altro figlio di

Pandolfo tra pochi giorni recuperò Rimini (1326), liberò i presi

e cacciò Ramberto. Questi procurò ogni via d’ottenere perdono; a

una caccia solenne buttossi a’ piedi di Ferrantino supplicandolo di

misericordia, e Ferrantino lo scannò.

De’ Montefeltro, i quali ebbero Sinigaglia e Forlì, Guido salì in

maggior fama; ed essendo mandato (1382) un esercito francese da papa

Martino IV ad assediare Forlì, consigliò i cittadini a riceverli entro,

distribuirsegli nelle case e avvinazzarli; la notte esso li sorprese,

e ne fe macello. Come capitano di ventura s’illustrò Federico, che

possedette Urbino e altre città ghibelline: ma avendole gravate per

sostenere la guerra contro i Guelfi, Urbino gli si rivoltò, lo fece a

pezzi con un figliuolo, e si diede al pontefice.

Mantova erasi fatta libera alla morte della contessa Matilde, coi

soliti rettori o consoli, e col podestà, al quale poi nel 1272

la generale assemblea dei Quattrocentonovanta surrogò due vicarj

cittadini, che furono Pinamonte de’ Bonacolsi e Federico conte di

Marcarìa. Pinamonte affettava il dominio, e prese via dal mandar voce

fra il popolo che il marchese di Ferrara volesse adunghiare anche

Mantova; onde il popolo, sempre credulo a chi disapprova e accusa,

bestemmiando il marchese ed esaltando il Bonacolsi, diede a costui

pieno arbitrio di sbandire chi credeva, cioè chiunque gli potesse

fare ostacolo, e massime i conti di Casaloldi. Allora chiaritosi

ghibellino, s’alleò con quel marchese di cui avea finto paura, fece

assassinare Ottonello da Zenecalli che l’assemblea gli avea posto

accanto, e gridarsi capitano perpetuo (1276) colla solita ciurmeria del

voto universale. I Casaloldi, gli Arlotti, gli Agnelli, i Grossolani

ed altri fuorusciti congiurarono per recuperare la città, e vi

s’introdussero armati; ma un traditore n’avea dato avviso a Pinamonte,

che li disperse.

Gli successe suo figlio Bardellone (1291), brutto d’ogni vizio; Taino

fratello di lui cercò l’appoggio degli Estensi per isbalzarlo: intanto

però Bottesella loro nipote, avute truppe da Alberto della Scala,

cacciò l’uno e l’altro a morire in esiglio (1299), e si fece signore

coi fratelli Butirone e Rinaldo Passerino. Quest’ultimo, rimasto solo

al comando, sparnazzò il denaro pubblico a favorire la parte imperiale,

tanto che ebbe in piedi dodicimila uomini, e da Enrico VII comprò il

titolo di vicario imperiale. Ottenne anche Modena, promettendo lasciare

in pace i signori della Mirandola che prima vi dominavano, poi li fece

prendere e morir di fame: così avuta a patti la Mirandola, la mandò

a sacco e fuoco. Tre scomuniche e venti anni di guerra gli facevano

avverso il paese; soffiava negli odj Luigi Gonzaga suo cognato,

inuzzolito di quella signoria, e anche di vendicare Filippino suo

figlio, alla cui moglie avea giurato far onta il figlio di Rinaldo

per vendetta d’una rapitagli amante. E poichè que’ tirannetti erano

sempre disposti a nuocersi a vicenda, il Gonzaga ebbe soccorsi dallo

Scaligero, intelligenze in città, e la mattina 16 agosto 1328 la invase

e corse, uccise Rinaldo, strappò dall’altare suo figlio Giovanni abate

di Sant’Andrea, e lo lasciò perir di fame nella torre dov’era morto il

signore della Mirandola: all’altro figlio Francesco furono strappati

i genitali e postigli in bocca. Il saccheggio fu orrendo, e la sola

parte toccata a Cane si fa ammontare a centomila fiorini. A proposta di

Claudio Agnello, uom ricco e creduto, il popolo elesse capitan generale

il Gonzaga. L’imperatore, che dianzi aveva approvato Rinaldo, allora

approvò lui come vicario; il Comune con ventimila fiorini ottenne che

il papa l’assolvesse dell’assassinio, e con annua festa solennizzò il

cominciamento di questi nuovi signori, che poi furono marchesi, poi

duchi, poi nulla.

Sole rimanevano governate a repubblica Bologna e Padova, le città

degli studenti. Questi a Bologna portavano vita e ricchezze, ma

insieme irrequietudine, a leggi nè a tribunali negando sommettere

i loro privilegi. Nel 1315 i rettori dell’Università, chiamandosi

offesi dal pretore, si ritirarono all’Argenta; e gli scolari davano

vista essi pure d’andarsene, se persone autorevoli non si fossero

interposte, facendo confermare le antiche franchigie dell’Università,

esentarla dal bargello, capo della polizia incaricato di tener quieta

ed onesta la città: all’Università e ai rettori non si tenesse porta in

palazzo; essi rettori con un compagno e quattro donzelli di loro scelta

potessero portare qualunque arma offensiva o difensiva; cancellato

ogni decreto o bando contro le persone che aveano dato occasione al

disgusto; cacciati quelli che avean fatto ingiuria ai rettori; niuno

scolaro potess’essere richiesto davanti al pretore od a’ suoi giudici.

Poco stante, Giacomo di Valenza studente rapisce la nipote del celebre

leggista Giovanni d’Andrea; e il podestà a viva forza lo prende e

condanna a morte. I condiscepoli fremono, romoreggiano, e nol potendo

salvare, migrano a Siena, giurando non tornare se non ricevano

soddisfazione. Bologna rimase squallida, finchè Romeo de’ Pepoli

indusse a mandare agli studenti le scuse volute, e rinunziare ogni

giurisdizione sopra di essi.

Questo Romeo, negoziante, dell’ingente rendita di cenventimila fiorini

si valea per primeggiare, e spesso per corrompere o eludere le leggi.

Crebbe allora di riputazione; onde i Gozzadini, i Beccadelli ed altri

gentiluomini credettero o dissero aspirasse a tirannia, e formato il

partito de’ Maltraversi, contro gli Scacchesi, così nominati dallo

stemma dei Pepoli, accusarono Romeo (1321), l’assalsero nella propria

casa, donde a pena ebbe tempo di fuggire col buttare alla folla sacchi

di denaro. La famiglia fu esigliata, abbattuti i palazzi, confiscati i

beni, relegati i partigiani: gran tempo durarono le paure e le trame,

ma Romeo, esule ad Avignone, non potè più recuperare la patria.

Anche Cremona, sobbissata da Enrico VII, come vedemmo, fu assalita

da Can della Scala e da Passerino Bonacolsi signore di Mantova e di

Modena; e per quanto Ponzino Ponzoni scaldasse a sostenere il governo

popolare, vi fu gridato signore Jacopo Cavalcabò (1315). Ma dopo sei

mesi i Ghibellini condotti dal Ponzoni l’assalsero, e costrinsero

a rinunziarla a Giberto di Correggio, altro capitano di ventura che

condusse le armi guelfe contro molte città, mentre le ghibelline erano

guidate da Federico di Montefeltro. Poco tardarono i Visconti di Milano

a sottoporre Cremona (1322).

Sarebbe difficile e nojoso il seguire le vicende di ciascuna

repubblica; ma il sin qui detto basta a mostrare come colla tirannide

non venisse pace. Non essendo quella fondata sopra una legge o un

pattuito statuto, non consolidata dall’opinione nè dal tempo, non

trasmessa per successione regolare, apriva campo alle ambizioni

di qualunque pretendente potesse addurre i titoli medesimi, cioè

l’avere osato; la medesima sanzione, cioè l’essere riuscito. Un

signor nuovo sbalzava l’antico; e questo, ricoverato a città amiche,

al papa, all’imperatore, tramava alla macchia, collegavasi con altri

di sua fazione, comprava bande, fomentava dissidj civili, che non

poteano decidersi per ragioni, ma solo colla forza, unica misura del

diritto: ma di prevalere una famiglia sola impediva il bilanciarsi

delle parzialità. Queste, pur conservando gli antichi nomi, aveano

cangiato scopo; o piuttosto scopo reale non s’avea che il proprio

trionfo momentaneo e la depressione degli avversarj. In generale

però i nobili erano ghibellini, il che volea già dire tedeschi,

perchè o aveano militato al soldo degli imperatori, o avutone titoli,

stipendj, possessi, ragioni d’acque, di pedaggi, di porti, cavalleria,

capitananze, e la gloria di portar nello stemma l’aquila imperiale, e

l’esenzione dai tribunali comuni.

Di dentro, ogni vincitore trovavasi inadeguato ai desiderj che aveano

concepito i suoi fazionieri, alle promesse ch’egli medesimo avea

prodigate, allo sbrigliamento che ciascuno erasi ripromesso. Il popolo,

che pel minor male avea confidato pieni poteri al tiranno, vedendolo

abusarne, ne moveva querele. I tiranni, benchè eletti popolarmente,

snervavano le libere consuetudini coll’avvilire i corpi che

rappresentavano il paese, invece di farsene una difesa e un appoggio.

Ed oltrechè con nessun buono statuto erasi provvisto a moderare il loro

potere, troppi mezzi possedeano essi di comprare, illudere, atterrire

la moltitudine; tenevansi armati fra gente pacifica; col pretesto delle

congiure uccidevano, spogliavano, esigliavano chi resistesse[286].

I migliori cittadini, trovandosi inetti a frenare la prepotenza,

s’astenevano dalle assemblee per non legittimarla, e si ritiravano in

violenta pace. Perfino qualche chiesa, che dapprima avea pregato Dio a

camparci dai tiranni, allora offriva supplicazione per essi, connivendo

a colpe che gli antichi pontefici fulminavano senza riguardo[287].

Ogni apparenza di elezione popolare scompariva poi, allorchè i tiranni

ottenessero il titolo di vicarj, che compravano dagli imperatori,

ben contenti di vendere a denaro un’autorità ch’essi non potevano

esercitare. Allora il tiranno gittava a spalle ogni rispetto ai

privilegi e consuetudini, nè alle comunità lasciava che di nominare

alcuni inferiori magistrati, curar le strade e le rendite proprie,

quali ad un bel circa sono oggi ridotte.

Come alla licenza non si era trovato altro rimedio che la servitù,

così alla tirannide non restava riparo che la cospirazione, e quei

signorotti duravano brevissimo; alzati da una rivoluzione violenta,

da una violenta abbattuti; ogni anno ne portava una nuova, sempre

fatta colla forza, cioè al despotismo surrogando il despotismo[288];

gridavasi _Popolo popolo_, e si finiva col dare la libertà in mano d’un

signore assoluto.

Guelfi e Ghibellini, nati dal cozzo dell’Impero col papato, nonchè

guarire con quello, incancrenirono, più non disegnando due partiti ben

distinti, la forza e le idee, l’indipendenza e l’unità, la democrazia

e l’aristocrazia, bensì un’eredità di antichi odj, dei quali erano

mancate le ragioni: tanto che i pontefici, quando dimenticarono

d’esser padre di tutti, stettero alcuna volta coi Ghibellini, e

contro di questi gl’imperatori; e mutando parte, a vicenda invocavano

d’essere dipendenti o dissoggetti all’Impero per convenienze ed

ambizioni particolari e giornaliere. I tirannelli inclinavano al segno

ghibellino, ma sciagurato l’imperatore che sul loro appoggio contasse!

Veniva di Germania? essi gli prodigavano accoglienze, la cui pompa

mortificava l’obbligata parsimonia di lui; porgevangli le chiavi delle

città, gli pagavano certe regalie, ma non gli lasciavano potere di

sorta, nè consentivano tampoco che troppo s’indugiasse nel loro paese;

partito appena, cessavano ogni dipendenza, e ordivano leghe contro di

esso.

Tali cambiamenti erano qualche volta prodotti dal rivalere d’una

parzialità sull’altra, poichè quella che trionfasse in una città faceva

propendere in suo senso le decisioni; spesso ancora venivano da un

intento più largo, qual era il cozzo fra le superstiti repubbliche e

gl’invadenti principati; intento che costringeva a parteggiare or con

questo or con quello, non più a norma di nomi o a simpatia di genti,

ma secondo che l’opportunità facea credere che meglio conducessero a

libertà i papi o i re, Francia o l’Impero, i Guelfi o i Ghibellini.

Di qui il sistema d’equilibrio, contro del quale si è tanto declamato,

e che pure recò all’Italia due secoli d’indipendenza e di civile

progresso, quali non ebbe più mai: minacciata d’immediata servitù

da questo o quel signorotto, riuscì sempre a reprimerlo. È vero

che così si trovò poi inferma a repulsare la servitù straniera; ma,

senza discutere se l’unità ne l’avrebbe salvata, chi dirà che fosse

possibile prevederla nelle condizioni dell’Europa d’allora? Francia,

allora assai più piccola, sudava per tutelare la propria nazionalità

contro gl’Inglesi: Spagna riscattava pezzi a pezzi la patria dalla

schiavitù araba: l’Impero greco disfacevasi di tabe senile; i Turchi

poteano spingere qualche correria sulle nostre coste, ma lo sforzo

principale drizzavano contro Bisanzio. Gl’imperatori aveano forze tanto

sproporzionate alle pretensioni, che di qua dall’Alpi non poteano

avventurarsi senza l’ajuto de’ Ghibellini nostri; così era venuto,

così partito Lodovico Bavaro, senza che pel suo venire prosperassero i

Ghibellini, o del partir suo vantaggiassero i Guelfi.

Capo nominale di questi come legato pontifizio, il cardinale Del

Poggetto, creato conte della Romagna e marchese d’Ancona, continuava

la sua tirannia, che spegnava gli spiriti repubblicani; e fingendo

allestire a Bologna un palazzo pel papa, il quale andava ripetendo

volesse restituirsi in Italia e stanziare in quella città, fece una

fortezza, e collocativi i suoi Guasconi, ed altri nelle cariche e fin

nell’arcivescovado, sbraveggiava quella repubblica. Tentò pure, coi

modi allora in uso, imprigionare i primarj cittadini: ma il popolo

tumultuante l’obbligò a rilasciarli.

Voleva anche sottrarre Ferrara al marchese d’Este, ma una segnalata

vittoria scompigliò i papalini e diè prigioni i principali signori

di Romagna che con essi militavano. Il marchese li rilasciò, ma dopo

esserseli guadagnati, onde presto cominciò tutta Romagna a rialzare

la testa. I Bolognesi, spinti da Brandaligi Gozzadini e Collazio

Beccadelli, uccidono parecchi soldati (1333), assediano il legato

stesso, che, salvo solo per l’interposizione de’ Fiorentini, dovette

ritornarsene in Avignone, dopo avere in Italia sprecato tanti milioni

e tanto sangue, nulla acquistando, molto sperdendo, e facendo aborrite

le sante chiavi e men gelosa la libertà. Di fatto i Bolognesi non

tardarono a ridursi a signoria di Taddeo Pepoli figlio di Romeo

(1337), il quale promise annuo tributo alla Chiesa purchè assolvesse

la città dall’interdetto ove era incorsa col cacciare il legato, e si

assodò colle solite persecuzioni e coll’appoggio solito delle bande

mercenarie.

Papa Giovanni XXII avea continuato a perseguitare Lodovico Bavaro. Il

quale vedea Polacchi e Lituani rompergli guerra, la Germania irrequieta

del trovarsi priva degli uffizj divini, sollevato come anticesare

Carlo di Boemia, figlio di Giovanni di Luxemburg: sicchè, temendo Dio

e gli uomini, offriva disfare quanto avea fatto contro della Chiesa e

degli alleati di essa, implorare l’assoluzione, e per isconto andare

crociato. Ma il re di Francia mandò ad Avignone, minacciando confiscare

i beni de’ cardinali e guaj al nuovo papa Benedetto XII, il quale ai

vescovi che lo supplicavano di pace rispose con lagrime agli occhi,

esserne impedito da re Filippo. Tali erano i papi in terra altrui.

Lodovico, a cui per prima condizione poneasi che abdicasse, vi

si disponeva; ma gli elettori e gli Stati non gliel soffersero,

cassarono la condanna papale, tolsero l’interdetto, e proclamarono

che l’autorità imperiale emana immediatamente da Dio, nè all’eletto fa

mestieri di conferma papale; vacante l’impero, n’è vicario l’elettor

palatino; basta essere coronato re dei Romani per valere quanto

l’imperatore coronato a Roma; e se il papa ricusi, può qualsivoglia

vescovo adempiere la cerimonia della coronazione. Benedetto, cui la

decisione fu notificata, dovette obbedire al re di Francia, e una

scomunica riboccante[289] d’imprecazioni avventare a Lodovico, che

del resto, ispirato da frati apostati, tornava dalla sommessione

all’arroganza: ma infine non faceva se non difendere l’indipendenza

del regno affidatogli. Cacciando all’orso presso Monaco, Lodovico cascò

d’apoplessia (1347), e imperatore incontrastato rimase Carlo di Boemia.

Papa Benedetto, lontano dall’ostinarsi all’abbassamento de’ Ghibellini

in Italia, che tanti tesori era costato al suo predecessore, nel

primo concistoro dichiarò non dovere nè la romana, nè altra Chiesa

sostenere i proprj diritti colle armi[290], e mandò Bertrando di Deux

arcivescovo d’Embrun perchè mettesse pace, come in molti luoghi riuscì.

Ma la pace è buona quando fondata su forti basi, e qui vedemmo come

invece servisse a consolidare tante piccole tirannie. Più non bastando

l’invecchiato re Roberto a mantenere la primazia ai Guelfi, rivaleva

la parte opposta. Principali n’erano i Visconti; e i Milanesi, grati

dell’averli salvi dallo straniero, elessero Azzone signor perpetuo

(1328) a voti unanimi, presto imitati da Bergamo, Pavia, Piacenza,

Cremona, Brescia, Pizzighettone, Borgo San Donnino, donde egli snidava

le guarnigioni forestiere; gli si diedero Crema, Lecco, Treviglio,

Vigevano, Caravaggio, Cantù; Como gli fu offerta da Franchino Rusca,

che si riservò il contado di Bellinzona; tolse Lodi ad un Tremacoldo

mugnajo, che l’aveva usurpata ai Vestarini. Suo zio Giovanni, vescovo

di Novara, fintosi malato, ricevette in palazzo le visite de’ cittadini

di primo conto, e di Caccino Tornielli signore della città; ed ivi

coltolo e imprigionato, introdusse in Novara il nipote.

Cessati i nemici esterni, i Visconti si molestavano tra di loro. Marco,

zio di Azzone, valoroso ma turbolento, dicemmo come fu tolto di mezzo

assassinandolo. Lodrisio suo cugino, al quale era toccato il contado

del Seprio, e che già due volte avea cospirato contro i parenti,

col denaro datogli da Mastin della Scala che volea sbrattare Vicenza

dai Tedeschi rimasti alla partenza del Bavaro, sotto un Raimondo di

Giver, detto il capitano Malerba, soldò costoro, gli aggomitolò in

una compagnia detta di San Giorgio (1339) e menolli sulla campagna

lombarda a rapire e taglieggiare; e fattosi forte nel suo contado,

minacciava Milano. I cittadini, vedendosi sovrastare il saccheggio e

gli altri guai d’una invasione, presero a stormo le armi, e condotti

da Azzone e da Luchino suo zio, affrontarono quei ribaldi a Parabiago

(21 febb.). Quivi, in sulla neve, si fece la battaglia più sanguinosa

che si combattesse prima di Carlo VIII; e già Luchino era stato preso

e l’esercito scarmigliato, quando una riserva di Savojardi si buttò

sopra i Tedeschi che si sbandavano a saccheggiare, li ruppe affatto, ed

assicurò la vittoria.

Tanto terrore aveva incusso quella masnada, che la battaglia di

Parabiago restò nelle tradizioni popolari più viva che non quelle di

Legnano e d’Alessandria: e consacrandola col meraviglioso, si disse

che Sant’Ambrogio era stato veduto in aria a cavallo, staffilando gli

stranieri: laonde d’allora in poi egli fu dipinto in quell’atto, così

dissonante dalla sua mansueta fermezza[291].

Que’ masnadieri si sparpagliarono per la campagna guastando, finchè

furono distrutti con orribili supplizj. «Ed io (dice un contemporaneo)

ne ho visti venire a Roma da dugencinquanta, a piedi, quai cogli sproni

attaccati alla coreggia, quai con una targhetta, e chi portando un

cimiero, chi cavalcando un ronzino secondo sua condizione». Il Malerba

prese servizio nel Canavese con trecento barbute, combattendo pei

signori di Valperga contro quelli di San Martino.

Di tale vittoria assai ringrandì Azzone: il quale, ricco di tutte le

virtù che possono stare coll’ambizione, comprese che il primo dovere,

come il primo accorgimento dopo le rivoluzioni, è il perdonare; il

secondo, indorar le catene. Tutto pace, alla città circondò buone mura

con cento e più torri e porte marmoree: le vie pulì e ammattonò; eresse

un palazzo e chiamò a dipingerlo Giotto ed altri minori, e vi sfoggiò

una sontuosità principesca; primo di sua famiglia pose il proprio nome

e la biscia sulle monete.

Morto (1339) di soli trentasette anni[292], il maggior consiglio pregò

gli zii Giovanni e Luchino a succedergli. Il primo continuò a far da

prete; Luchino, come il predecessore, ebbe briga cogli Estensi, cogli

Scaligeri, i Gonzaga, i Pepoli, dominanti nelle vicine città di Modena,

Verona, Mantova, Bologna. Dai Gonzaga comprò Parma: acquistò Asti,

distruggendovi la famiglia dei Solari guelfa, signora di ventiquattro

castelli; ebbe pure Bobbio, Tortona, Alessandria; a re Roberto tolse

Alba, Cherasco ed altre terre in Piemonte; ottenne fin l’alto dominio

sulla Lunigiana; e colla forza e l’astuzia crebbe la signoria, e

l’assodò a scapito delle giurisdizioni comunali e de’ privilegi delle

città. Fu severissimo contro i turbatori della pace; i masnadieri,

solito postumo delle guerre, con supplizj atroci sterminò; gli amici

di Azzone aborrì, i nepoti tenne relegati, non amò altri che i proprj

bastardi, e sì poco fidava degli uomini, che avea sempre a fianco due

mastini, pronti ad avventarsi a chi egli accennasse. Tuffò nel sangue

le congiure vere o supposte, e se ne valse per fiaccare la nobiltà,

della quale incamerando i larghissimi possessi, ingrossava l’erario

pubblico e il proprio. È singolarmente ricordato lo eccidio della casa

Pusterla, di derivazione longobarda, una delle più antiche e poderose

di Milano, e della quale egli mandò al supplizio Franciscolo con due

o tre bambini e colla moglie Margherita Visconti, odiata da lui perchè

repugnante dagli osceni suoi omaggi[293].

Delle sue scostumatezze fu ripagato. Sua moglie Isabella de’ Fieschi,

fingendo andare per voto a Venezia alle famose feste dell’Ascensione,

si fece accompagnare giù per il Po da fastoso corteo di dame e

cavalieri, di deputati di tutte le città suddite a Luchino, e da

interminabile caterva di camerieri e palafrenieri, quasi a far prova

e pompa della grandezza di casa Visconti, passando di città in città,

ricevuta con emulazione di tripudj. In realtà essa v’andava per

isbandarsi a’ suoi amori; nel che imitata dalle compagne, scandolezzò

fin quell’età poco scrupolosa. Luchino, informato del proprio scorno

dopo tutti gli altri, come è il solito, lasciossi intendere lo

laverebbe nel sangue; ma vuolsi che Isabella pigliasse il tratto

innanzi, e un giorno, di ritorno dalla caccia, lo ristorasse con una

bevanda della quale morì (1349). Riprovevole come uomo, fu principe

operosissimo; favorì ai poveri dispensandoli dal servizio militare, e

nella terribile carestia del 1340 ne manteneva quarantamila; non punì

i Guelfi benchè ghibellino; vietò di atterrar le case de’ ribelli;

istituì un podestà unicamente per nettare le vie dai ladri; dava facile

udienza a tutti; dalla peste nera salvò lo Stato con rigorosissimi

provvedimenti. Fabbricò suntuosamente, verseggiò, e ottenne lodi

dal facile Petrarca, che stette lungamente in quella corte e nella

suburbana campagna di Linterno.

Giovanni suo fratello, ch’era divenuto arcivescovo di Milano, allora

unì al pastorale la spada. Piacevole, liberale a dotti ed artisti,

destinò sei professori che commentassero la _Divina Commedia_; insieme

destro e oprante, arrivò a dominare diciotto città, fra cui Genova.

In questa irrequietissima repubblica re Roberto era riuscito

a rimpatriare Guelfi e Ghibellini, e fare che gli uffizj si

distribuissero in proporzioni eguali; ma ben tosto i Ghibellini

rivalsero, e cacciarono i Fieschi e il capitano postovi dal re di

Napoli. Allora fu ripristinato l’antico governo con due capitani del

popolo e un podestà di parte ghibellina, oltre l’antico abate: ma i

Guelfi, fatto nodo in Monaco, poco tardarono a ritornare. I nobili,

quasi soli capitani e piloti, vessavano la ciurma, usando prepotenze

sulle navi come in terra. Nella flotta mandata a servigio di Filippo

VI di Francia (1338) contro l’Inghilterra sotto Antonio Doria, i

marinaj, maltrattati perchè lagnavansi dei soldi fraudati, giunti a

terra chiedono vendetta, e colla gente di Voltri, Polcevera, Bisagno si

attestano a Savona, declamando contro l’oligarchia; gli artigiani fan

causa con loro, e nominano due consoli; i popolani di Genova levansi

anch’essi per ricuperare la libera elezione dell’abate. Si delibera,

e non venendosi a un fine, un battiloro grida: — Sapete che? eleggiamo

abate Simon Boccanegra» (1339). Tutti ricordano i servigi di sua casa,

e — Sì, sì, andiamo dal Boccanegra».

Questo, forse non a caso, si trovava là in mezzo alla folla; onde i

vicini lo alzano sulle braccia fra i viva e riviva. Egli, ottenuto

silenzio, rammenta: — Io son nobile ed i miei hanno sostenuto dignità

più elevate; onde, diventando abate, verrei a degradarmi». E il popolo:

— Ebbene, sii signor nostro». Ma egli: — Nol posso, perchè avete de’

capitani. — Sii dunque doge», e in trionfo lo portarono a San Siro

esclamando: — Viva il popolo, viva i mercanti, viva il doge», e tra

quel brio si sveleniscono contro le case dei Doria e dei Salvagi[294].

Da questa tumultuaria risoluzione, che volemmo addurre per esempio

delle altre, restò ferita di grave colpo la nobiltà, poichè il popolo

avea nominato, non più magistrati subalterni, ma il sommo. Era esso

però capace di soffrire un governo? I più dei nobili si ritirarono ne’

loro castelli, ma non sempre vi furono sicuri. Avendo il marchese Del

Carretto guasti i piani d’Albenga, il doge spedì gente contro di lui,

e specialmente nove vascelli che tornavano dalla guerra di Spagna,

non lasciando smontarne alcuno. Il marchese mandò scusarsi, ma il doge

rispose voleva vederlo in Genova. Ed egli, assicurato della vita, vi

venne; ma il popolo cominciò a gridargli _Mora, mora_, e il doge lo

fece buttare in prigione, donde rinunziò Varigotti, il Finale, il Cervo

e l’altre sue terre e feudi.

Per quanto il Boccanegra, attivo e sperimentato, in cinque anni

d’amministrazione rinvigorisse la giustizia, ed assoggettasse ai

magistrati il circostante territorio, non potè assodar la pace,

onde depose il comando (1345), che fu dato a Giovanni da Murta. Alle

scosse interne si mescolavano guerre esteriori, e il mare d’Azof e la

Propontide erano bagnate di sangue genovese; poi davanti Alghero di

Sardegna la loro flotta fu sbarattata dai Veneziani uniti co’ Catalani,

lasciando tremilacinquecento prigioni. Al tempo stesso Giovanni

Visconti affamava la città, proibendo di recarvi grani; del che

scoraggiati i Genovesi, presero il miserabile spediente di sagrificare

la libertà (1353) e si esibirono ad esso Visconti.

Gli ambasciadori dicevano al Petrarca: — Non paura de’ nemici, non

diffidenza delle forze nostre ci costringe, ma ribrezzo dell’intestina

sconcordia, perchè i principali nobili vogliono profittare

dell’occasione onde ridurre la patria al servaggio; sicchè il popolo,

perseguitato dai vincitori e da cittadini peggiori de’ nemici, ci

invia ad implorare la protezione d’un principe giusto e potente».

Introdotti nel consiglio, dissero al Visconti: — Veniamo per ordine

del popolo genovese offrirvi la città di Genova e i suoi abitanti,

il mare, la terra, gli averi, le speranze loro, le cose divine e le

umane, quanto insomma è da Corvo a Monaco, coi patti convenuti». Il

Visconti rispose, accettava non per estendere i suoi confini, ma per

compassione a un popolo oppresso; si obbligava proteggerli, rendere

giustizia, soccorrere la repubblica contro chi che fosse, e pregava per

ciò Iddio e tutti i santi, dei quali recitò una litania[295]. E subito

mandò vettovaglie, fece aprir comunicazioni fra il suo paese e questo,

rappattumò le fazioni, diede quanto bastasse per raddobbare la flotta,

colla quale, avendo invano intromesso la mediazione del Petrarca,

entrati nell’Adriatico sotto il comando di Paganino Doria (1353), i

Genovesi sconfissero e presero l’ammiraglio veneto Niccolò Pisani con

cinquemila ottocensettanta uomini, e obbligarono i Veneziani a chieder

pace, pagare ducentomila fiorini d’oro, e rinunziare per tre anni al

commercio sul mar Nero, eccetto Caffa.

Adunque i Visconti possedevano tutta Lombardia, la Liguria, parte

del Piemonte e della Romagna, e minacciavano la Toscana. Tanta

potenza era bilanciata dai signori della Scala di Verona, i primi

che, senza possedere antichi feudi ereditarj, aspirassero ad estesa

signoria. Succeduti in una parte de’ dominj di Ezelino, stettero

capitani de’ Ghibellini contro Roberto re e Giovanni XXII, e favoriti

dagl’imperatori (1312). Cane, che da’ suoi partigiani ottenne il nome

di Grande, seppe sostenerlo nella non lunga vita; abbellì Verona;

letterati ed artisti accoglieva; savio in consigli, e, cosa rara fra

que’ signorotti, fedele alle promesse; prode e fortunato in armi,

sicchè, oltre Verona sua sede, recossi in mano Feltre, Belluno,

Treviso. Ma non teneva assodata la propria grandezza finchè non

acquistasse anche Padova.

Questa città, rifattasi dalla tirannia di Ezelino al favore della

libertà, avea sottomesso Vicenza e Bassano, e fioriva di studj per

la sua Università; ma trasmodando nella democrazia, escludeva dal

governo tutti i nobili: eppure affidava larghi poteri alla famiglia

de’ Carrara, sopravissuta alle altre della Marca. Come guelfa, era

incorsa nell’ira di Enrico VII, che incitò Vicenza a sottrarsele, e

che diede questa a governare a Can della Scala, suo braccio destro.

Cane vi introdusse soldati mercenarj, soprusò militarmente e aprì

guerra ai Padovani. Il territorio n’andò guasto; file di contadini

vedeva lo storico Ferreto condotti tratto tratto in Vicenza colle mani

legate alle reni, e trattati alla peggio finchè si riscattassero; nè

maggiore umanità mostravano i mercenarj di Padova. Frequenti tornavano

a battaglie, ciascuno coi proprj alleati; e Padova riuscì a mettere in

piedi quarantamila fanti e diecimila cavalli[296]; tant’era in fiore

sinchè non la guastò una terribile epidemia.

Dentro v’erano perseguitati i Ghibellini; e i Carrara, blandendo alle

invidie del vulgo e gridando — Viva il popolo, morte ai traditori»,

assalsero chi ostava alle loro ambizioni (1314), e massime Pietro

Alticlinio, ricco e creduto avvocato, nella cui casa, allora data al

saccheggio, si pretese trovar le prove dei più atroci delitti[297].

Esso e i parenti e gli amici furono mandati a strazio; lo storico

Albertino Mussato, reo d’aver proposta una tassa e di starne formando

il catasto, a fatica si salvò.

Intanto continuava la guerra collo Scaligero, sebbene più di oltraggi e

latrocinj che d’uccisioni; e nell’assalto di Vicenza, Giacomo Carrara,

caduto prigioniero di Cane, s’intese con esso per darsi di spalla nelle

mutue ambizioni. Di fatto, valendosi della stanchezza prodotta dalle

lunghe ostilità, Rolando di Piazzola giureconsulto[298] con una brava

arringa persuase i Padovani a scegliersi un principe, e Giacomo Carrara

fu proclamato. Marsiglio suo nipote non tardò a guastarsi con Cane,

e a’ danni di lui invitò il duca di Carintia e Ottone d’Austria. Con

Tedeschi e Ungheresi, che i cronisti fanno ascendere a quindicimila

cavalli, vennero quelli saccheggiando il Friuli come Dio vel dica;

e il Padovano e tutta Lombardia spedivano soldati per arrestare quel

flagello: ma Cane riuscì meglio col denaro, facendoli dar volta senza

che avessero danneggiato altro che gli amici. Poi si vendicò dei

Padovani guastando se alcun che vi era rimasto non guasto; e seguitò le

nimicizie tanto, che indusse Marsiglio a cedergli Padova (1328), e così

si trovò contentato del lungo desiderio.

Mastino II, succeduto a lui con coraggio eguale e ambizione maggiore,

ebbe Parma a patti, occupò Brescia cacciandone il vicario di Giovanni

di Luxenburg, e abbandonando i Ghibellini alla vendetta de’ Guelfi.

Tenea corte splendidissima; lo storico Cortusio lo trovò circondato

da ventitre principi, spossessati dalle catastrofi consuete; durante

il pranzo, musici, buffoni, giocolieri; le sale erano coperte di

quadri rappresentanti le vicende della fortuna; appartamenti aveva

allestiti con simboli e insegne convenienti alla varia condizione di

chi gli cercava ricovero, il trionfo pe’ guerrieri, la speranza per

gli esuli, le muse pei poeti, Mercurio per gli artisti, il paradiso pei

predicatori[299].

Lucca era stata da re Giovanni venduta ai Rossi, e Firenze diè

commissione a Mastino (1335) di trattarne per essa la compra: egli

strinse la pratica, poi per le spese e l’incomodo pretese trentaseimila

zecchini. Sperava sgomentarli coll’enorme domanda, ma i Fiorentini

senza dibattere un soldo accettarono: se non che egli allora soggiunse

non aver bisogno di siffatte miserie, e tenne per sè la lieta città.

Così sopra nove ebbe balìa, le quali gli rendeano l’anno settecentomila

fiorini, quanti neppur la Francia al suo re. E meditava nulla meno

che farsi signore di tutta Italia; intanto Lucca gli sarebbe scala

a sommettere la Toscana, mediante l’alleanza co’ signorotti degli

Appennini.

Firenze legossi al dito l’affronto ricevuto da Mastino, e gli ruppe

guerra; dove, se sottostava di valor militare e d’alleanze, avea denaro

e volontà di spenderlo per l’onor nazionale. Avrebbe dovuto sostenerla

la lega guelfa; ma re Roberto era invecchiato; Bologna non pareva aver

recuperato la libertà che per tempestare sanguinosamente fra Scacchesi

e Maltraversi; Siena e Perugia erano minacciate da Pier Saccone de’

Tarlati signore di Pietramala, che, avendo spossessato la famiglia

d’Uguccione della Faggiuola, gli Ubertini, i conti di Montefeltro

e Montedoglio, dominava su tutte le montagne della Toscana e della

Romagnola, oltre Arezzo possedeva Castello e Borgo Sansepolcro, ed

essendosi alleato con Mastino, di molto pregiudizio poteva essere ai

Fiorentini. Essi dunque cercarono un amico lontano.

I Veneziani, che fin allora non s’erano mescolati alle vicende del

continente italiano se non come stranieri, e che nessun’ombra prendeano

dalla vicinanza de’ vescovi di Padova, di Vicenza, d’Aquileja, vennero

sospettosi dell’incremento degli Scaligeri. In fatti Mastino pensò

sottrarre i suoi paesi alla privativa che i Veneziani s’arrogavano di

somministrare il sale; onde eresse fortezze sul Po per esigere gabelle

da chi lo navigasse, e proteggere le saline colà stabilite. Ne venne

rottura, e Venezia pigliò concerto con Firenze, la quale pagando metà

delle spese, si obbligava a lasciarle tutti gli acquisti. Capitanò la

loro lega Pietro de’ Rossi, famiglia già signora di Lucca e Parma, la

qual ultima pure era stata obbligata a cedere a Mastino dopo che si

vide tolti anche i castelli aviti attorno a Pontremoli. Pietro, che

aveva rinomanza del cavaliere più perfetto d’Italia, appoggiato a molte

bande tedesche, condusse prosperamente i collegati contro lo Scaligero.

Intanto i Fiorentini indussero il Saccone a vender loro la signoria

d’Arezzo, dove costituirono una magistratura propria. In Lombardia poi

sollecitavano quanti erano nemici allo Scaligero; e Azzone Visconti,

i Gonzaga, i Carrara, gli altri da lui spodestati collegaronsi _ad

desolationem et ruinam, dominorum Alberti et Mastini fratrum de la

Scala_, spartendosene in fantasia i possessi e ribellandogli le città.

Padova fu presa (1338), arrestandovi Alberto: ma l’essere morto in

battaglia Pietro de’ Rossi troncò il corso alle vittorie. Mastino,

ridotto alle strette, maneggiò la pace, cedendo molti acquisti;

Padova tornava ai guelfi Carraresi, Brescia al Visconti; i Veneziani

occupavano Treviso, Castelfranco e Céneda, primi loro possessi di

Terraferma, e otteneano libera la navigazione del Po.

Mastino, amareggiato dai disinganni, infellonì; sospettando del vescovo

Bartolomeo della Scala, per istrada lo ammazzò, donde fu scomunicato

dal papa; poi, fatta onorevole ammenda, ricevè il titolo di vicario

pontifizio.

Anche Parma gli fu tolta (1341) dai Correggio suoi zii a cui l’avea

fidata; sicchè, interrottagli la comunicazione con Lucca, esibì questa

a Firenze, che con ciò avrebbe potuto rifarsi dei seicentomila fiorini

che le era costata la guerra di Lombardia. Ma mentre essa stitica sul

prezzo, i Pisani, che se ne sentivano minacciati, la prevengono e la

occupano coll’ajuto dei Visconti e d’altri Ghibellini e massime di

fuorusciti, lieti di sottrarsi dalla incomoda vicinanza. I Fiorentini,

tardi riconsigliati, vollero ricuperarla facendo sforzi ingenti; ma

alfine le bande da essi assoldate furono sconfitte alla Ghiaja.

Gli Scaligeri più non fecero che decadere (1387) e disonorarsi, finchè

ai tempi di Gian Galeazzo perdettero le restanti giurisdizioni, e

cessarono d’essere dominanti. Verona ne attesta ancora co’ monumenti la

grandezza, e le loro tombe sono chiari testimonj delle arti risorte e

non ancora svigorite colla servile imitazione[300].

Al contrario, gli Estensi (1317), gridati nuovamente signori di

Ferrara, come dicemmo, vi aggiunsero Modena per cessione di casa Pio,

e da Carlo IV ottennero la conferma de’ feudi imperiali di Rovigo,

Adria, Aviano, Lendinara, Argenta, Sant’Alberto, Comacchio importante

per le saline. Barcheggiando fra i papi, Venezia e Milano, Obizzo

III s’acconciò col papa, retribuendo un annuo canone per Ferrara

(1344). Comprò Parma da Azzone Correggio per settantamila fiorini;

ma mentre andava a prenderne possesso, Filippino Gonzaga di Mantova,

ajutato da Luchino Visconti, l’appostò, molti della sua scorta uccise,

settecentoventidue condusse prigioni. I più liberò a prezzo; ma Giberto

da Fogliano e suo figlio Lodovico tenne in una gabbia di ferro, ove

morto questo dalle ferite, il padre dovette rimanere col suo cadavere.

Filippino mosse guerra ad Obizzo e a Mastin della Scala, e dopo gran

viluppo di leghe e di guerre, Parma fu comprata da Luchino (1340).

Oltre questi tiranni creati dal popolo, altri provenivano dall’antica

feudalità, e principale tra questi fu la casa di Savoja. Da un cumulo

di favole inventate o raccolte da frà Jacopo d’Acqui (1003?), par di

dedurre che capostipite di quella fosse un Umberto Biancamano, forse

discendente da Vitichindo emulo di Carlo Magno, o da un sassone Beroldo

nipote di Ottone III, che fu vicerè d’Arles e conte di Moriana e del

Ciablese. Quest’origine argomentò il Guichenon per ordine di Cristina

di Francia vedova di Vittorio Amedeo I, quando ella, aspirando a far

salire quella casa al trono di Germania, trovava opportuno il mostrarla

oriunda da una germanica.

L’altro concetto di Enrico IV d’unire sotto ai principi savojardi

tutta l’alta Italia, fece trarli da famiglia italiana, cioè dai conti

d’Ivrea: asserto portato dal giudizioso Lodovico Della Chiesa, ed

appoggiato nel secolo scorso dal Napione, quando il perire di tutte le

dinastie italiche concentrava gli sguardi su quest’unica superstite;

poi nel secolo nostro colle nuove speranze di fare di quel principato

il piedistallo della futura Italia. Supposero dunque che il Beroldo o

Geroldo, favoleggiato padre di Umberto, sia Ottone Guglielmo duca di

Borgogna[301], figlio di re Adalberto e nipote di Berengario II, re che

furono d’Italia; pronipote di Gisla, figlia di Berengario I imperatore;

abnepote d’Anscario marchese d’Ivrea, figlio di Guido di Spoleto,

fratello di Guido re d’Italia. Il Cibrario, che con viaggi e documenti

appoggiò quest’assunto, conchiude che «s’aspettano documenti che

forniscano la prova diretta di ciò»: e di fatto, come in tutte coteste

genealogie, non manca se non l’anello che congiunga il ramo discendente

coll’ascendente. Del resto, che la famiglia regnante in Piemonte

indagasse avi incerti per ricordarsi e ricordare ch’è d’origine

italiana, è la più perdonabile delle vanità.

Che che sia de’ primi, ornati col titolo di conti di Moriana, i

successivi vi aggiunsero nuovi dominj anche di qua dall’Alpi e

nominalmente Aosta. La posizione fra queste rendeva importante il

marchesato di Susa, il quale per le nozze della contessa Adelaide,

celebre nelle lotte de’ concubinarj e dell’imperatore Enrico IV, fu

unito al contado di Moriana (1045) nel figlio di lei Amedeo II; pel

quale innesto la casa di Savoja metteva un piede in Italia. Quando

Enrico IV veniva a invocar l’assoluzione da Gregorio VII, Amedeo

per concedergli libero passo ne pretese cinque vescovadi in Italia e

un’ubertosa provincia della Borgogna, che forse fu il Bugey. Molti

sorsero pretendenti all’eredità di Adelaide, donde si formarono

parecchi contadi rurali e principati, e segnatamente quelli di

Monferrato e Saluzzo; e varj paesi si stabilirono a Comune, fra cui

Asti, riconosciuta libera (1098) da Umberto II il Rinforzato[302],

il quale, a detta di sant’Anselmo di Aosta, «usava del principato

a mantenere la pace e la giustizia», e fu forse il primo che

s’intitolasse conte di Moriana e marchese d’Italia.

Amedeo III, figlio di questo (1103), diede carta di Comune a Susa, e ad

onore di san Bernardo fondò in riva al lago del Borghetto l’abbazia di

Altacomba, celebre pei sepolcri de’ principi di Savoja, sperperata al

fine del secolo scorso, restaurata ai dì nostri; come il padre, fu alla

crociata, e morì a Cipro. Umberto III, detto il Santo pel tenore di sua

vita (1148), vedendo il Barbarossa voler attenuare le giurisdizioni

di lui colle ampie concessioni fatte al vescovo di Torino, avversò

quell’imperatore, poi mediò la pace fra esso e i Lombardi. Tommaso

I ampliò le franchigie a Susa, le diede ad Aosta (1188), acquistò

Testona, Pinerolo, Carignano, e fu vicario di Federico II in Italia,

valendosi di tali dignità per reprimere i prelati e i baroni. Ad

Amedeo IV esso Federico conferì il titolo di duca del Ciablese e conte

d’Aosta, e una costui figlia sposò al suo Manfredi che fu re di Sicilia

(1233): legati così agli Svevi, que’ duchi ebbero a patire dalla venuta

di Carlo d’Angiò, talchè si restrinsero di nuovo fra le Alpi. Pietro,

già ministro d’Enrico III d’Inghilterra, tornò alla propria devozione

i paesi di qua dell’Alpi (1263) fino a Torino; conoscendo la necessità

d’essere forte, munì il paese, condusse truppe, regolò le finanze e la

giustizia, e fu detto il Piccolo Carlo Magno.

Salda alla monarchia, quella casa compresse i germi di libertà

comunale, che l’esempio delle lombarde confinanti sviluppava nelle

città subalpine; e nè guelfa nè ghibellina, dalle altrui gare traea

profitto per consolidarsi di governo, di possessi, di forze. Nè

poeti, nè storici ne tramandarono i fasti, ma incerte tradizioni e

contraddicentisi, e soprannomi capricciosi.

Lungo sarebbe a seguire il dividersi e ricomporsi di essa. Nel ramo

di Piemonte Tommaso II era detto anche conte di Fiandra e di Hainault

perchè sposo a Giovanna erede di que’ paesi e figlia di Baldovino IX

imperatore di Costantinopoli. In sette anni ch’egli regnò colà, estese

molto i Comuni (_keure_) al modo d’Italia: perduta poi la moglie, tornò

in patria, ed ampliò i possessi (1244), e non solo ebbe dal fratello

Amedeo IV il Piemonte proprio, cioè il paese fra l’Alpi, il Sangone e

il Po, di cui era principal terra Pinerolo, ma Federico II imperatore

se l’amicò concedendogli Torino col ponte e col castelletto, Cavoretto,

Castelvecchio, Moncalieri, stato sostituito a Testona distrutta

da Astigiani e Chieresi; onde con questa linea sulla destra del Po

dominava le strade commerciali di Asti e di Genova con oltremonte

(1248): aggiunse il Canavese, Ivrea ed altre terre, e fu nominato

vicario imperiale dal Lambro in su.

Caduto Federico, egli corteggia il papa Innocenzo IV, che

dall’imperatore Guglielmo d’Olanda gli ottiene concessioni nuove, e

feudi, e diritto di moneta, di mettere pedaggi, d’aprire mercati. Molto

ebbe a cozzare con Asti, e seppe interessare nel litigio Luigi IX di

Francia, il quale fece arrestare quanti Astigiani trovavansi colà. A

vendetta questi occuparono fin Moncalieri, a Montebruno sconfissero

Tommaso (1257), contro del quale essendosi rivoltati i Torinesi, lo

presero e consegnarono agli Astigiani. Di Francia, d’Inghilterra, di

Fiandra, dal papa vennero preghiere a favor di lui; ma non fu voluto

rilasciare finchè non ebbe rinunziato a tutti i diritti sopra Torino ed

altri luoghi, dando statichi agli Astigiani i proprj figliuoli.

Due nobili sposi tedeschi pellegrinavano a Roma, quando, giunti

nel Monferrato, la donna partorisce un bambino, e quivi il lascia a

nutrire. Essi muojono in viaggio, e il fanciullo Aleramo acquista

nome di valore; e ito a soccorrere l’imperatore Ottone il Grande

contro Brescia, invaghisce di sè Adelaide figlia d’esso imperatore,

e con lei fugge tra i carbonaj de’ liguri monti; finchè Ottone gli

perdona, e gli assegna le terre fra l’Orba, il Po e il mare, facendone

i sette marchesati di Monferrato, Garessio, Ponzone, Ceva, Savona,

Finale, Bosco. A un nuovo assedio di Brescia, Aleramo uccide senza

conoscerlo il proprio figlio Ottone; dagli altri fratelli Bonifazio e

Teodorico derivano le famiglie di Bosco, Ponzone, Occimiano, Carretto,

Saluzzo, Lanza, Clavesana, Ceva, Incisa, e da Guglielmo i marchesi

di Monferrato. Questi furono cantati spesso dai poeti, dei quali è

fantasia una tale origine, viemeno probabile perchè nessuna figlia

d’Ottone il Grande ebbe uno sposo di quel nome. Qualunque però si

fosse e di qualunque tempo questo Aleramo, la sua discendenza dominò il

pendìo dell’Appennino ligure dalla riva destra del Po fino a Savona;

e ne vennero le famiglie che dominarono il Monferrato, Saluzzo verso

le sorgenti del Po, e le città occidentali di Torino, Chieri, Asti,

Vercelli, Novara, disputandole ai Visconti e alla libertà comunale.

I marchesi di Monferrato vedemmo mescolarsi alle vicende dell’Italia

superiore e nelle crociate, tanto che vennero i più illustri di quei

dintorni, cercata l’alleanza loro, temuta la nimicizia. Ma ristretti

fra le ambizioni de’ duchi di Savoja e de’ signori di Milano, non

poterono ampliarsi; intanto che una nobiltà potente, la quale si

vantava d’origine pari ai dominanti, li contrastava dentro, non

lasciando che il paese prendesse ordinamento nè monarchico nè a popolo.

Bonifazio IV, essendogli tolto dai Musulmani (1222) il suo principato

di Tessalonica, per ricuperarlo cercò novemila marchi a Federico II,

dandogli in pegno i proprj Stati; col che non solo dimezzò la propria

potenza, ma pose a repentaglio l’indipendenza del Piemonte, se la casa

Sveva non fosse perita. Anche a signori e Comuni cedette le ragioni

sopra molte città.

Guglielmo VI, detto il gran marchese, figlio a Margherita di Savoja

(1254), sposo ad Isabella di Glocester, poi a Beatrice di Castiglia,

maritò la figlia Jolanda al greco imperatore Andronico II Paleologo,

dandole in dote l’infruttuoso regno di Tessalonica, e ricevendone

grosse somme e la promessa di cinquecento cavalieri, mantenuti a suo

servizio in Lombardia. Con questi egli facea pendere la bilancia a

favore de’ Guelfi o de’ Ghibellini, secondo che vi si accostava. Per

tradimento entrato in Torino, molti uccise, molti imprigionò, fra

cui il vescovo Melchiorre, che sempre avea contrariato i disegni

del marchese sulla sua patria, e che, non volendo far rilasciare

i suoi castelli al vincitore, fu ucciso. Mentre egli andava in

Spagna a trovare il suocero, Tommaso III di Savoja lo arrestò a

tradimento, e costrinse rinunziare i diritti sopra Torino. Tornati

con alquanti uomini e denari, prometteva conquistar tutta Italia, ma

vide ribellarsegli le città, e fu preso dagli Alessandrini (1292),

che quanto visse lo tennero in una gabbia di ferro; morto, vollero

accertarsene col fargli sgocciolare sul corpo del lardo bollente e del

piombo fuso.

Allora le città di sua dipendenza consolidarono le loro franchigie;

molto paese fu occupato da Matteo Visconti, che si vendicava del

suo nemico, e che fu dai popoli dichiarato capitano del Monferrato;

sicchè il figlio Giovanni II, succedutogli a quindici anni, si trovò

ristretto nel primitivo dominio. Questi fu l’ultimo di quella linea;

e morto improle (1305), doveva ereditarne la sorella Jolanda. Se non

che Manfredi di Saluzzo, del sangue stesso, aspirava a quel dominio,

e l’occupò armatamano; e perchè prese anche molte delle terre ch’erano

state di Carlo d’Angiò, chetò i reali di Napoli coll’accettare da loro

come feudo il Monferrato, sebbene non v’avessero titolo di sorta.

L’imperatore greco spedì Teodoro suo secondogenito, che sposata una

figlia d’Obizzino Spinola genovese per averne appoggio, coll’armi

recuperò l’eredità, e per combattere a vantaggio i Visconti, dai

vassalli esigette uomini e denaro di là dal convenuto.

La casa di Savoja, che distesasi oltr’Alpi verso l’Elvezia e la

Francia, voltava le sue ambizioni all’Italia, presto si trovò in gara

coi marchesi di Monferrato; e il possesso d’Ivrea fu seme di guerra,

in cui arrivarono ad acquistare sovranità sopra i conti di Piemonte e

i marchesi di Saluzzo. Nel 1285, morto Tommaso III, che dai marchesi

di Monferrato avea ricuperato il Piemonte, dovea succedergli il nipote

Filippo; ma Amedeo V di Savoja suo zio governò il paese come suo,

mentre a Filippo non restò che il titolo di principe d’Acaja, col quale

i suoi successori s’ingegnarono di dominare qualche parte del Piemonte.

Esso Amedeo (1287), che assistette a trentacinque assedj, e battagliò

continuo col Delfino, col conte di Ginevra, col sire di Faucigny e

con altri, fu creato principe dell’impero da Enrico VII suo cognato,

che gli assegnò pure la contea d’Asti, gloriosa repubblica scaduta

dalla sua grandezza: ma questa fu tenuta da Roberto di Napoli finchè

il marchese di Monferrato gliela tolse per sorpresa, e se ne chiamò

signore. Amedeo stabilì l’indivisibilità della monarchia di Savoja

e l’esclusione delle femmine, e cominciò a pigliare il titolo di

principe: ebbe da Enrico anche Ivrea e il Canavese, e Fossano dal

marchese di Saluzzo. Allora detta monarchia comprendeva otto baliaggi;

Savoja, con cui la Moriana, la Tarantasia e diciotto castellanie; la

Novalesa con nove castellanie; il Viennese con altrettante; la Bressa

con dieci; il Bugey con sette; il Ciablese con sedici; val d’Aosta con

cinque; val di Susa con tre.

Amedeo VI, detto il Conte Verde (1343) dal colore onde comparve

divisato egli e il cavallo in un torneo a Chambéry, tolse alla

contessa di Provenza Chieri, Cherasco, Mondovì, Savigliano, Cuneo; bene

amministrando le finanze per l’abilità del ministro Guglielmo De la

Beaume, potè ottenere il Faucigny, comprare la baronia di Vaud, e le

signorie di Bugey e Valromey. Vedendo agli antichi Delfini surrogata

la Francia, potenza più robusta, non sperò ingrandire ulteriormente da

quel lato, e si volse più specialmente all’Italia.

Passando l’imperatore Carlo IV dalla Savoja, Amedeo l’accolse con

sommi onori, gli mosse incontro con sei cavalieri banderesi riccamente

in addobbo, lo convitò suntuosamente, egli stesso e i suoi a cavallo

servendolo di vivande quasi tutte dorate, mentre due fontane giorno e

notte sprizzavano vin bianco e chiaretto, che ognuno poteva prendere

a piacere[303]. In ricompensa fu costituito vicario imperiale, e fe

pace con Giovanni Paleologo di Monferrato, spartendosene il possesso.

Ito a Costantinopoli (1366) a soccorrere questo suo cugino, conquistò

Gallipoli, Mesembria, Lemona sopra i Turchi, assediò Varna, e costrinse

i Bulgari a far pace con esso imperatore. Il papa abilitò i vescovi ad

assolvere da usure e mali acquisti chi contribuisse per essa impresa,

concesse al conte le decime ecclesiastiche, mentre ciascun feudo

dava armi ed oro. Il conte se ne valse per continuare anche poi le

esazioni; col papa entrò in lega a danno de’ Visconti qual capitano

generale; e neppure alla pace volle restituire alcuni castelli ad essi

occupati, avido sempre di gloria e denaro; ma per ottenere la prima

rovinò le finanze, ed oltre impegnare a lombardi ed ebrei le gemme e

gli argenti, vendette gli uffizj. Aspirava a formare uno Stato solo,

riunendo a Savoja il Piemonte tolto ai principi d’Acaja, e mozzando

le giurisdizioni feudali: ma in quanto acquistava verso l’Italia

introduceva forme d’amministrazione alla francese, restringeva in senso

principesco i liberi statuti; moltiplicò le imposizioni, fallì alla

fede quando gli giovò, servì agli stranieri nel conquisto di Napoli

(1383), dove morì miseramente (Cap. CXIV). Dell’ordine dell’Annunziata,

da esso istituito, abbiamo già parlato[304].

Amedeo VII, soprannomato il Conte Rosso, più valente in armi che in

consigli, si tenne all’amicizia di Francia come il padre. Ai tempi

di Carlo Magno, la Provenza già era divisa in contadi, due dei quali

formavano quel che ora dicesi di Nizza. I popolani di questa, mentre

Raimbaldo loro conte stava oltremare crociato, si vendicarono in

libertà; e quegli, reduce, si accontentò d’esservi console. Non era

spenta però la soggezione, e Nizza nel XII secolo obbediva ai conti di

Arles, il restante paese a quelli di Tolosa, di Forcalchieri, d’Orange,

del Balzo, finchè i conti di Barcellona si fecero marchesi di Provenza.

I Nizzardi spesso tentarono, alfine riuscirono a sottrarsene nel 1215

giurando la _compagnia_ di Genova, e i marchesi di Provenza giuravano

rispettare i loro statuti. Con Beatrice, figlia di Raimondo Berengario,

passò quel dominio a Carlo d’Angiò, che ne fece fondamento alla futura

sua grandezza in Italia. Frattanto le fazioni non risparmiavano Nizza,

e la città era divisa fra nobili che abitavano la villa di sopra, e

cittadini della villa di sotto. I mali cui andò soggetta la stirpe di

re Roberto di Napoli, furono risentiti dai Nizzardi, finchè regnando

il fanciullo Ladislao, essi per opera dei Grimaldi chiesero ad Amedeo

VII di venire aggregati al suo dominio. Amedeo vi riunì i contadi di

Ventimiglia e Villafranca (1388) e la valle di Barcellonetta, allegando

o crediti verso le due case d’Angiò, o dedizione de’ baroni, o il

titolo di vicario imperiale.

Amedeo da un ciarlatano lasciossi dare un beveraggio che rifiorisse la

sua debolezza, e gliene costò la vita (1391). Bona di Berry sua vedova

e sospetta autrice della morte di lui, fatta reggente, tempestò in

contese di potere colla suocera e coi grandi, in guerre coi conti di

Ginevra, coi vescovi di Sion, con Berna, con Friburgo, coi parenti;

e menò pace. Amedeo VIII, loro figlio, detto il Pacifico perchè

all’armi preferì la politica, con questa vantaggiò assai, attento

a tor via i feudi, trarre a sè il Monferrato e Saluzzo, rodere il

Milanese. Ebbe in fatti omaggio dagli Avogadri di Quinto, di Quaregna,

di Valdengo, di Casanova, di Collobiano, di Pezzana, dagli Alciati,

dagli Arborj, dai Dionisj, dai Pettinati, da molti monasteri e Comuni,

tra cui val d’Ossola, e infine anche da Vercelli. Questa città, che

vedemmo (vol. VI, p. 201) una delle prime ad acquistar le franchigie

municipali, e delle più gloriose nel sostenerle, straziò le proprie

viscere nelle fazioni degli Avogadri coi Tizzoni, della società nobile

di Sant’Eusebio colla popolana di Santo Stefano, e infine cadde in

signoria de’ Visconti di Milano. Amedeo VIII, il cui avo già aveva

acquistato Santhià, San Germano e Biella, e che riceveva omaggio dai

tanti Avogadri di quel paese, soggettava or per forza or a persuasione

alcuni Comuni, profittando delle discordie scoppiate nel Milanese

alla morte di Gianmaria Visconti; poi dal costui successore ottenne

Vercelli, col patto di spiccarsi dalla lega con Venezia e Firenze.

Acquistò inoltre il Genevese (1414), disputato fra molti dopo finita la

stirpe dei prischi conti; e il Piemonte quando si estinsero i principi

d’Acaja. A questo titolo erasi dovuto accontentare Filippo di Savoja

(1294); ma sebbene del Piemonte giurasse vassallaggio alla Savoja,

lo tenne come indipendente, e così suo figlio Jacopo; onde i signori

di Savoja miravano sempre a tarparli, intanto che il paese era mal

condotto dal dover obbedire a due padroni, e soddisfarne i bisogni o

l’avidità. Lodovico, il quale di buoni ordini confortò il Piemonte e di

studj Torino, fu l’ultimo principe d’Acaja (1418); Amedeo VIII occupò

il paese di lui, e da quell’ora principe di Piemonte fu il titolo del

primogenito di Savoja.

I signori d’Acaja e quelli di Savoja aveano sempre avuto l’occhio

a sottomettere i marchesi di Saluzzo e di Monferrato. I primi, dopo

lunghe persecuzioni, prestarono omaggio al conte di Savoja, ricevendo

il paese come feudo (1413). Nel Canavese fra le due Dore dominavano i

conti di Biandrate, di cui già parlammo, e i marchesi del Canavese,

forse discendenti da Arduino re d’Italia, divisi ne’ due rami di

Valperga e di San Martino, suddivisi in moltissimi altri col titolo

di conti, quali erano i Valperga di Masino, di Cuorgnè, di Salassa, di

Rivara, di Mazzè, e i San Martino d’Agliè, di Brosso, di Strambino, di

Sparone, di Castellamonte. Le due famiglie divennero nemiche, e colla

bandiera ghibellina i Valperga, colla guelfa gli altri si recarono

guerre micidiali, cui presero parte i vicini. Anche i popolani del

Canavese, stanchi di queste baruffe, insorsero col nome di Tuchini, e

trascorrendo agli eccessi consueti della plebe attizzata, uccisero,

violarono, rubarono, arsero castelli, posero al tormento feudatarj,

sinchè furono domati colle armi dal duca di Savoja, che raccomandò

ai signori di trattar meglio i villani, e meglio stabilì i doveri de’

vassalli. Eguali moti popolari erano scoppiati nella Tarantasia, nel

Vercellese, nella Moriana.

Di tali scompigli volle fare suo pro Giovanni marchese di Monferrato, e

appoggiandosi a bande mercenarie, acquistò Alba, Asti, il Vercellese,

il Novarese, e fin Pavia e Valenza, chiavi della Lombardia; ma gli

accordi suoi co’ signori di Savoja tornarono a danno di lui e dei suoi

successori. Fra questi vogliam nominare il marchese Secondotto, che

abbandonavasi agli eccessi comuni ai principotti d’allora, emulando

il tristo Gian Galeazzo Visconti. Il quale invitato da lui ad ajutarlo

nel domare la città di Asti ribellatagli, si fece da questa riconoscer

signore. Poco poi Secondotto, che a volte piacevasi di far da boja,

volle strozzare di propria mano un ragazzo del suo seguito; ma un

costui compagno trafisse a morte il marchese. Accorre allora da

Napoli Ottone di Brunswick, ch’era stato tutore di lui, e che assume

la tutela di Giovanni suo successore; e per impedire il ritorno di

somiglianti tirannie si raccoglie il parlamento generale in Moncalvo,

dove, a tacere gli affari particolari su cui si deliberò, venne presa

risoluzione che al giovane marchese si giurasse fedeltà sol fino

ai venticinque anni, quando si potrebbe già prevederne la riuscita;

inoltre che, se mai il marchese uccidesse o ferisse alcun suddito, o

gli facesse violenza nella roba o nella persona o nelle donne, subito

cessasse ogni obbligo di fedeltà; essendo ben giusto che, se i sudditi

rendono fedeltà, n’abbiano in compenso protezione, custodia, difesa

delle persone, delle cose, dei diritti loro.

Aveano dunque rappresentanza e privilegi que’ paesi. I signori di

Savoja, che di questi conosceano l’importanza, or s’allearono a danno

loro coi Visconti, or li vollero in protezione per difenderli da

essi Visconti; intanto ne cincischiavano i dominj e li riducevano a

vassalli.

Allora unito l’intero Piemonte, Amedeo VIII dominava dal lago di

Ginevra al Mediterraneo, e da Sigismondo imperatore (1416) acquistò

il titolo di duca di Savoja mediante il dono di vasi d’argento

pesanti ducento marchi; quattromila scudi d’oro, e sei cani mastini,

e nella solennità sventolavano dieci stendardi, cinquecento pennoni,

millecinquecento bandiere collo stemma di Savoja in argento; ma

Sigismondo stesso salvò dall’avidità di lui Ginevra, dichiarandola

membro dell’Impero. Dopo esercitato personaggio importante nelle

vicende italiche, pubblicato lo Statuto generale, assodata l’autorità

sovrana sopra l’anarchia feudale e lo sminuzzamento comunale, e

istituito l’ordine di San Maurizio (1434), si pose a Ripaglia,

delizioso paesetto sul lago di Ginevra presso Thonon, in devoto e

voluttuoso ritiro. Quando i venturieri diventavano signori, egli

ambì diventare pontefice, e lo vedremo sostenere l’infelice parte

d’antipapa; deposta la quale, morì (1451) decano dei cardinali[305].

Egli avrebbe voluto l’unità monarchica rappresentata con unica

capitale, scegliendo Ginevra, collocata fra la Savoja, la Bressa, il

paese di Vaud, il basso Vallese, ma non potè ottenere che il vescovo

di quella cedesse i diritti sovrani che vi aveva. Creato papa, conferì

quel vescovado a uno di sua casa, il che continuò a praticarsi fino al

tempo della Riforma.

Neppur qui la dominazione d’un principe spegneva i privilegi de’

Comuni, i quali continuavano ad avere vita propria, in alcuni degna di

storia, in altri d’imitazione[306]. Ai Comuni era riservato il diritto

di votare le imposte, e in casi straordinarj bisognava domandarle come

grazia speciale. Ma i signori d’Acaja o di Savoja, come si sentirono

forti, gli obbligavano a queste prestanze volontarie; e Amedeo,

fratello dell’ultimo Lodovico, il marzo 1396 scriveva al vicario di

Torino: — Col piacer di Dio, saremo domattina a Torino; e ti comandiamo

di far che quelli della città deliberino nel loro consiglio, e deputino

due o più persone con facoltà di concederci sussidio e alloggio pe’

nostri soldati e guerra, come gli altri delle città nostre han fatto

e faranno a ragione di tre grossi per fuoco. Sappiate che quelli di

questa città ce l’hanno concesso»[307].

Chieri, potente per commercio non meno che per armi, ebbe sottoposti

fin quaranta castelli. I Balbo, fondatori o principali di quella

repubblica, rincorarono a difendersi contro i marchesi di Monferrato e

il Barbarossa, cooperarono alle vittorie de’ Lombardi su questo, e vi

piantarono un governo conforme alle altre repubbliche. Esservi podestà

non poteano i Balbo, carica da forestiere, ma per compenso sceglievano

nella propria famiglia il capo del consiglio. Tale superiorità fu

invidiata dalle sei case o _alberghi_ primarj della città, i quali

si collegarono (1220) a danno di essa, unendosi anche nobili minori,

onde venne a formarsi la società di San Giorgio, che lungo tempo

regolò gli affari di quella repubblica (vol. VI, p. 204). I Balbo si

restrinsero in un albergo, convenendo di fabbricare un palazzo e una

torre per ricovero comune, e con facoltà a ciascuno di essi di farvi

portare il letto in tempo di turbolenze. Altri alberghi vi opposero

il Gribaldenghi, gli Albuzzani, i Merli, i De Castello, i Mercadilli

ed altri, unendosi contro la plebe, e insieme contro chi volesse

sormontare; onde ne vennero guerre intestine, e sol dopo cinquant’anni

di conflitto si conchiuse la pace (1271), nella quale appajono centotto

Balbo, divisi in trenta rami.

Mezzo secolo più tardi ripigliarono le ostilità, e poichè allora

l’andazzo era a tirannia, pensarono porre un termine a’ guai col

sottoporsi a casa di Savoja (1347). Con questa stipularono che Chieri

conserverebbe le proprie consuetudini, diritto di batter moneta e dare

l’investitura dei feudi; al rappresentante del principe nell’esercizio

di sua autorità si unirebbero quattro savj di guerra, eletti nelle case

d’albergo, e il primo sarebbe sempre un Balbo, scelto con voti della

sola sua famiglia; verun atto legale avrebbe forza se non improntato

con cinque suggelli, del principe, del popolo, dei Balbo, delle sei

case d’albergo unite, della città.

Parve ancora soverchia l’autorità di casa Balbo, e si pretese torle il

diritto di apporre il suggello. Il principe d’Acaja venne in persona

per metter pace, e confermò ai Balbi tal privilegio che ab immemorabili

possedeano, con che però riconoscessero averlo ricevuto dal Comune di

Chieri. Siffatto lodo segnò la decadenza di quella casa, che veniva a

considerarsi non più come indipendente, ma come autorizzata dal Comune.

Quando, sessant’anni dopo, Valentina figlia, ed Aimonetta nipote di

Galeazzo Visconti, sposarono una Luigi d’Orléans fratello del re di

Francia, l’altra Luigi di Bertone capo del secondo ramo dei Balbo,

le gelosie de’ costoro nemici rincalorirono, e vie più per l’alleanza

di quelli con Venezia; i duchi di Savoja n’ebbero sospetto; si tornò

a contender loro il diritto di suggello, e sebbene Luigi nel 1455

li parificasse agli altri nobili d’albergo, perdettero quel segno di

primazia.

Uscente il XII secolo, Tommaso di Savoja con atto pubblico _consegnava

alla libertà_ la città d’Aosta e i sobborghi, promettendo nè egli nè

i successori levarne taglie _non consentite_; e ci sono testimonj del

diritto antico le franchigie che quella valle conservò anche sotto il

dominio della casa di Savoja. Negli stati, o come oggi diremmo, nel

parlamento, presiedeva alla nobiltà uno delle famiglie di Vallesa e

di Challant, prendendo il seggio quel che primo arrivasse: il secondo

avea diritto di sedersegli sulle ginocchia. Vi si tenevano assise

per risolvere le liti di maggior momento e promulgare le ordinanze

per esecuzione della legge, assistendovi il sovrano, il cancelliere

savojardo, i pari, gl’impari, i consuetudinarj. Pari dicevansi i nobili

di case primarie: impari i vassalli banderesi o semplici gentiluomini

e dottori in diritto; gli altri erano castellani, causidici, pratici

di legge. Il duca dovea convocarli ogni sette anni, ed egli entrava

nella valle pel piccolo Sanbernardo, e toccato il confine, spediva due

baroni ordinando ai vassalli di consegnare tutte le rôcche, le quali

rimanevano occupate da gente di lui per tutto il mese che duravano

le assise. Entrato in città dalla porta San Genesio, sull’altare

della cattedrale giurava proteggere la chiesa, il clero, gli orfani,

i privilegi e le consuetudini del ducato. L’udienza tenevasi nel

vescovado, in una sala dov’erano undici sedili di legno, tutti

senza ornamenti, anche quello del duca; in man di questo rinnovavano

l’omaggio vassalli e feudatarj, si confermavano gli statuti, poi si

procedeva a rendere giustizia.

Rompendosi guerra, la valle soleva stipulare neutralità, massime colla

Francia, per mediazione dei Vallesani e degli Svizzeri, ai quali

giovava tener da sè lontana l’invasione; onde fino al 1691 nessuno

straniero violò quella valle, che era detta perciò _la pulzella_[308].

Il 13 aprile 1360 ad Amedeo VI di Savoja si presentarono alcuni

nobili, a nome degli altri tutti del Piemonte, chiedendo rinnovasse

le concessioni ch’essi già teneano dai principi precedenti. Assentì

egli, e giurò osservar loro privilegi siffatti: potessero dare

asilo nelle loro terre ai banditi dal territorio del conte, salvo se

fossero felloni o ladri; sostenersi l’un l’altro contro ai proprj

nemici, e collegarsi all’usanza de’ nobili savojardi, purchè non

fosse a danno del conte o di casa sua; esercizio amplissimo d’ogni

maniera di giurisdizione civile e criminale, quale l’aveano nelle

lor terre, proibendo agli ufficiali del conte di penetrarvi, fuori

del caso di negata giustizia; dei castelli e delle fortezze di loro

dominio non potessero venire spogliati se non nel caso di confisca,

nel quale, non altrimenti che in ogni altra inquisizione criminale,

si doveva procedere a termini di ragione; qual si fosse lite civile

o criminale insorta fra nobili, oppure fra nobili ed altri sudditi

del conte, fosse giudicata da tribunali costituiti in terra del

conte al di qua dell’Alpi; se occorresse la confisca per misfatto

dell’investito, il conte rilascerebbe il feudo ai consorti, mediante

un equo correspettivo, per verun titolo potendo ritenerlo se non con

assenso dei consorti, senza il quale non poteva egli comprar feudi; il

conte dovesse conoscere in via sommaria sopra i vassalli ingiustamente

spogliati dei feudi; tolto ed abolito in perpetuo il malaugurato dazio

di transito, origine di recente guerra; il conte non riceverebbe tra i

borghesi delle sue terre gli uomini de’ feudi nobili se non trascorso

un anno e un giorno dacchè n’erano usciti, e il vassallo non avesseli

richiamati; i nobili sariano obbligati a far oste col signore soltanto

in occorrenza di guerra, secondo le vecchie consuetudini, ricevendone

soldo e risarcimento dei danni.

Da queste limitazioni ai governanti, da questo sentimento d’una libertà

necessaria e connaturale al popolo, il savio editore dedusse novelle

prove di quell’asserto, che ogni giorno vien confermando, cioè che

negli ordini politici d’Europa la libertà si può chiamare antica,

mentre il despotismo non è che de’ governi ammodernati, siano assoluti

o costituzionali.

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 20 / 32 题