Calata di Enrico VII.
Da Federico II in poi nessun re di Germania erasi coronato in Italia;
gli eletti assumevano il titolo di _re de’ Romani_, professavano sempre
di volere venirvi, come di volersi crociare, nè all’una adempivano nè
all’altra promessa: sicchè per sessantaquattro anni Italia non vide
principi tedeschi. Il cavalleresco Adolfo di Nassau della supremazia
imperiale diè segno col mandare qualche vicario, ma ben presto rimase
vinto ed ucciso da Alberto d’Austria.
Questo erasi ciuffato la corona (1298) col profondere privilegi agli
elettori, e al papa promettere di francheggiarne i diritti contro
qualsifosse aggressore, nè far pace o tregua coi nemici di esso; ma al
par di Rodolfo suo padre non volle pericolarsi nelle vicende d’Italia,
attento piuttosto a consolidare sua casa, meglio che non fossero
riusciti gl’imperatori sassoni e gli svevi. Se non che colle sue
tirannie disgustò i popoli, che gli si rivoltarono a Vienna, in Stiria,
e con migliore fortuna nella Svizzera, allora redentasi in libertà:
coll’avarizia esacerbò il nipote Giovanni di Svevia, che lo uccise.
Filippo il Bello re di Francia chiese allora (1308) al suo papa
un’altra grazia, che cingesse a Carlo di Valois la corona germanica;
e già aveva compro alquanti elettori, sicchè la Germania fu ad un
punto di subire uno straniero: ma il papa sollecitò perchè i voti si
concordassero sopra Enrico VII, ch’egli promise incoronare imperatore.
Costui, signore di poco più che della piccola contea di Luxemburg,
ma imparentato con molti principi, e fra altri con Amedeo V conte di
Savoja, allettando gli animi col valore e la cortesia, presto riuscì
a quel ch’era omai il primo intento degl’imperatori, aggrandire la
propria famiglia, collocando sul trono di Boemia suo figlio Giovanni
(1310).
Francesco da Garbagnate, nobile ghibellino, sturbato da Milano al
cadere dei Visconti, e come eretico condannato a portar sempre una
croce, viveva a Padova di fare il maestro, quando udita l’elezione del
nuovo cesare, vende i libri per comprare armi, e va a lui, e lo inanima
a calare in Italia per ristaurarvi la parzialità imperiale; troverebbe
ajuti non solo da questa, ma anche dai Guelfi, mal soddisfatti del
papa esulante e di chi facea per esso. All’umore cavalleresco di
Enrico talentava codesto sfoggiare in Italia un’autorità, della quale
aveva concetto meraviglioso; e senz’armi e senza ricchezze calava
in paese che un secolo e mezzo avea resistito a’ suoi predecessori
potenti. Ma nella lunga assenza degli imperatori erasi rintuzzato il
geloso sentimento repubblicano, alle ispirazioni franche della libertà
municipale sottentravano le reminiscenze romane, nè sopra Enrico pesava
l’odio giurato alla casa Sveva, nè a lui correva l’obbligo di vendette
ereditarie. Capo dei Ghibellini come imperatore, realmente professava
la grande imparzialità; a un Ghibellino che gli offriva averi e vita
purchè desse vantaggio alla sua parte, rispose: «Io venni per il tutto,
non per le parti»; anche il papa, desideroso di opporre qualcuno alla
prevalenza della Francia, mandò i suoi legati ad accompagnarlo, farlo
il ben arrivato nelle città guelfe, e imporgli la corona d’oro[269].
Ma la grande rappresentanza pontifizia, schiaffeggiata nella persona
di Bonifazio VIII, avea tagliato i proprj nervi col trasferirsi in
Avignone; senza ritegno sparlavasi contro la Babilonia d’Occidente,
la prostituta dell’Apocalissi; anche spiriti serj e pii guardavano la
supremazia del papa come distinta dalla causa della Chiesa; indignati
contro di quello, bramavano un’autorità che lo deprimesse, e al solito
ponevano grandi speranze in Enrico, «uom savio, di nobile sangue,
giusto e famoso, di gran lealtà, pro d’armi, di grande ingegno e di
grande temperanza, e che parte guelfa e ghibellina non voleva udire
ricordare» (COMPAGNI). In fatto Enrico, estranio a tali dissidj,
ammetteva e questa e quella, i tiranni e i magistrati municipali; i
Pisani, che gli spedivano sessantamila fiorini perchè avacciasse a
passare in Toscana; e i signorotti che promettevano condurlo traverso
all’Italia col falco in pugno, senza mestier di soldati.
Per la Savoja e val di Susa giunto a Torino (1310), surrogò vicarj
suoi a quelli del re di Napoli; ad Asti ebbe un incontro de’ signori
lombardi, cui promise non voler far divario tra imperiali e papalini,
ma venire a rimetter pace, a cancellare di bando i fuorusciti, e
tornar le città dalle private signorie sotto l’immediato suo dominio.
Di fatto riconciliò in Vercelli i Tizzoni cogli Avogadri, in Novara
i Brusati coi Tornielli, in Pavia i Beccaria coi Langosco; restituì i
Ghibellini a Como e a Mantova, i Guelfi a Brescia e a Piacenza; ma non
potè indurre gli Scaligeri a ricever in Verona i conti di Sanbonifazio,
esulanti da sessant’anni.
In Lombardia primeggiava sempre Milano, non dimentica dei tempi del suo
glorioso riscatto, ma dai Torriani già abituata al dominio d’un solo,
quando l’arcivescovo Ottone Visconti la acquistò (1277), e l’invigorì
coll’unire alla civile la podestà ecclesiastica (pag. 28). Fortunato
di non aver bisogno di supplizj per assodarsi, e fatto potente dalle
città ghibelline che gli si congiunsero, studiò tramandare la potestà
al nipote Matteo. Il quale fu eletto capitano dal popolo milanese, poi
da quello di Novara e Vercelli; indi vicario imperiale di Lombardia
(1295), a nome di Adolfo di Nassau; finalmente, alla morte di Ottone,
signore di Milano. Altre molte città imitarono l’esempio. A Bergamo
lottavano Colleoni e Suardi contro Bongi e Rivoli, e i primi mandarono
a chiedere Matteo, che corse in loro ajuto, e ne fu gridato signore.
In Pavia Manfredi de’ Beccaria, dopo sanguinose baruffe, soccombette a
Filippone Langosco, e Matteo carezzò costui e ne chiese la parentela;
ma egli, sospettatolo d’ambire quella città, ruppe gli accordi. Intanto
il Visconti s’imparentava colle due famiglie principali della parte
ghibellina e della guelfa, dando una figlia ad Alboino degli Scaligeri
di Verona (1293), e al suo primogenito Beatrice, sorella di Azzo
d’Este, vedova di Nino de’ Visconti di Pisa, signore d’un quarto della
Sardegna. Le feste di quell’occasione furono delle più splendide che si
vedessero, ripetute con gara di sontuosità a Modena, a Parma, a Milano.
Ma costei era già stata promessa ad Alberto Scotto signore di Piacenza,
il quale legossi al dito l’ingiuria. Vinta, non estirpata, la fazione
de’ Torriani rinforzavasi pei rancori e per le gelosie, consueti contro
un dominio nuovo. Vi soffiò lo Scotto, e strinse lega coi tiranni
Filippone Langosco predetto, Antonio Fisiraga di Lodi, Corrado Rusca
di Como, Venturino Benzone di Crema, i Cavalcabò di Cremona, i Brusati
di Novara, gli Avogadri di Vercelli, Giovanni II di Monferrato; Guido,
Mosca ed altri Torriani accorsero dal Friuli, dove s’erano rifuggiti
presso il patriarca loro zio; molti signori milanesi e fin di casa
Visconti tenner mano coi congiurati; e ben presto Milano a rumore
espelleva i Visconti (1302), il Rusca ribellava Como, benchè cognato di
Matteo, onde questi cesse alla fortuna: e un decreto dichiarò decaduti
i Visconti, un altro nominò capitano della città Guido della Torre.
Mutazioni effimere, e Matteo, che facea sua vita in quiete nella villa
di Nogarola, chiesto da alcuno come gli parea di stare, rispose: —
Bene, perchè so adattarmi al tempo»; e quando pensasse rientrare in
Milano: — Quando i peccati de’ Torriani soverchieranno quelli ch’io
aveva allorchè fui cacciato».
Per le città lombarde allora tornarono a galla quei ch’erano sommersi;
e Alberto Scotto, principale macchina di quelle vicende, ottenne
signoria su varj paesi, autorità su tutti. Ma ben presto egli s’ebbe
inimicato signori e popoli; e avendo mosso l’esercito contro i
Pavesi, trovossi di fronte Cremaschi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi,
Milanesi, Comaschi e il marchese di Monferrato, che posero anche a ruba
il Piacentino. Per lo Scotto campeggiarono i Correggio, i Visconti,
gli Alessandrini, i Tortonesi, gli Astigiani; e i nomi di Guelfi e
Ghibellini riviveano dappertutto con mutata significazione, il primo
indicando i fautori de’ Torriani, l’altro quei de’ Visconti, cui
lo Scotto offrì di rimetterli nella città d’onde poc’anzi gli avea
snidati. Sebbene non ne seguisse battaglia, i Piacentini erano sazj di
tanti guasti, e ordirono una congiura che non valse se non a portare
alcuni al patibolo: ma poi insorti popolarmente, cacciarono lo Scotto,
cacciarono Giberto Correggio che volea farsi signore, e al grido di
_Popolo_ richiamarono i Landi, i Pelavicini, gli Anguissola fuorusciti,
dai quali fu chiesto capitano della città Guido Torriano. Costui
era dunque sul montare; ma ben presto egli pure eccitò scontento nei
popoli, dissensioni nella propria famiglia, fino a dover imprigionare
l’arcivescovo Cassone suo cugino co’ fratelli, imputati di attentare
alla sua vita.
A Guido non dovea dar per lo genio il proposito di Enrico VII di trarre
a immediato suo dominio le città lombarde, contro i patti della pace
di Costanza; ma non avendo potuto opporgli una lega guelfa, si piegò al
volere del popolo, ed uscì inerme ad incontrare Enrico (1310 — 3 xbre),
che con lungo codazzo di signori entrò in Milano da dominante, e prese
la corona di ferro, presenti i deputati di tutte le città di Lombardia
e della Marca. Guido solo non aveva abbassato l’insegna quando fu ad
incontrarlo; ma i Tedeschi gliela abbatterono, ed Enrico gl’intimò:
— Riconosci il tuo re; duro è ricalcitrare contro lo stimolo»; pur
risoluto a tenersi imparziale, lo riconciliò coi Visconti. Dappertutto
intanto sostituiva vicarj imperiali ai podestà eletti dai cittadini,
rimpatriava gli esuli, e godeva sentirsi acclamato ristoratore della
pace, della giustizia, della libertà.
Sul principio era in fatto universalmente il ben venuto, ma non tardò
a scontentare i Milanesi col voler introdurre in città uomini armati,
e coll’esigere un donativo. Di questo trattossi nel consiglio, e
Guglielmo Pusterla propose cinquantamila zecchini; Matteo Visconti,
liberale colla roba altrui, soggiunse: — Vorrete almeno assegnarne
diecimila altri per la regina». Al che Guido Torriano indispettito: —
E perchè non fare addirittura il numero tondo, centomila?» e il notajo
regio protocollò centomila, e non ci fu modo di dibatterne uno.
Per questo valsente Enrico concedette un amplissimo privilegio
ai Milanesi (1311 — 20 marzo); per cinquemila ne diede un altro
ai Monzaschi[270], comminando a chi li violasse gravissime pene,
pagabili non già ad essi Comuni, ma alla sua camera. In procinto
poi di calare verso la bassa Italia, pensò tôrre degli ostaggi, e in
apparenza di onore domandò al Comune cinquanta cavalieri, fra’ quali
Matteo Visconti, Galeazzo suo figlio, Guido Torriano e Francesco suo
figlio. S’accorsero a che parava; peggiorati gli umori, tornavasi ad
esclamare contro i Barbari vecchi e nuovi; e i figli dei due capiparte,
affiatatisi, cominciarono quel grido di _Morte ai Tedeschi_, che tante
volte e prima e poi fu sinonimo di _Viva la libertà_. Il popolo prese
le armi, e faceva Dio sa quale scena se tutto davvero i Visconti
fossero stati d’accordo coi Torriani; ma questi furono assaliti ed
espulsi di città abbattendone le case; Matteo, che giocava a due mani,
col mostrarsi tranquillo ottenne dall’imperatore il comando, e titolo
di vicario per cinquantamila fiorini, oltre venticinquemila annui.
I Torriani però aveano dato il segno ai Guelfi di Lodi, Crema, Cremona,
Brescia, che cacciarono i vicarj imperiali e corsero all’arme; ed
Enrico, dissipato quel benevolo sogno di stare amico a tutti, dovè
colla forza risoggettarle; Cremona ebbe atterrate le mura, arrestati
ducento principali, imposti centomila fiorini, e i soliti arbitrj
d’un’occupazione militare. Tebaldo Brusato, che, per interposto di
Enrico, era stato ricevuto in Brescia dal ghibellino Matteo Maggi,
avea côlto il destro per vendicarsi e imprigionar questo e gli altri
capi, e farsi signore coll’ajuto de’ fuorusciti guelfi; onde Enrico
assediò quella città, che, atterrita dall’esempio di Cremona, si
difese mezz’anno: il Brusato, anche caduto prigione, continuò ad
esortare i suoi alla difesa, sicchè Enrico il fece barbaramente
uccidere. Fieramente lo vendicarono i Bresciani, che ferirono anche
il fratello del re, sinchè, consumati tra malattie e ferro tre quarti
dell’esercito, Enrico li ricevette a capitolazione, traendone denaro e
maledizioni, paga de’ conquistatori.
Enrico dunque, venuto a portar la pace, dietro lasciava nimicizie
ribollenti, sicchè quell’anno dappertutto furono abbattute, ricacciate
le varie fazioni, i vicarj imperiali, i signorotti; battaglie in
ogni città e campagna; e per aggiunta la peste, sviluppatasi in
quell’assedio, andò sempre compagna all’esercito imperiale.
Il tempo che intorno a Brescia egli consumò, avea lasciato intiepidire
gli amici suoi, rinforzarsi i nemici, principali de’ quali erano
Roberto nuovo re di Napoli, i Bolognesi e i Fiorentini. Fatto denaro
col nominare vicarj di Mantova i Bonacolsa, di Treviso i da Camino, di
Verona gli Scaligeri, Enrico si volse a Genova, la quale, stanca del
parteggiare fra gli Spinola e i Doria, la prima volta accettò dominio
forestiero (9bre), sottoponendosi per venti anni a lui, che vi costituì
vicario Uguccione della Faggiuola. E ben fu sua ventura che Genova e
Pisa il fornissero nella sua povertà quando tutti lo abbandonavano,
sicchè colle navi loro approdò in Toscana.
Firenze, Atene d’Italia, passionata delle lettere e delle arti belle,
feste ed allegrie frapponeva alla serietà degli affari; gelosa della
sua democrazia, la portava sino all’esclusione, cioè alla tirannide. Il
vederla in tanto fiore mentre era governata da magistrati mutabili ogni
due mesi, nè rieleggibili che dopo tre anni, mostra quanti possedesse
cittadini capaci di reggere la cosa pubblica; e perciò erano richiesti
anche fuori ad ambasciate e a governi[271]. Come negozianti non amavano
le armi, fidando meglio nei maneggi politici; e non avendo codice e
fissa costituzione, si sosteneano per clientele e parenti.
Fedele alla causa italiana, quale almeno s’intendeva allora, Firenze
non ismaniava di divulgare la libertà ove il pregio non ne fosse
sentito; ma persuasa che Italia dovesse la civiltà sua a quel
contrastare indipendente, guardava che tirannide straniera o natìa non
vi si consolidasse, e perciò teneva la bilancia; guelfa di solito, ma
non repugnante all’accostarsi ai Ghibellini quand’uopo le paresse.
Dentro cozzavansi ancora Bianchi e Neri; e Benedetto XI (1304), più
leale amator della pace che Bonifazio VIII, mandò fra Nicola da Prato
cardinale d’Ostia perchè vi rimpatriasse i Bianchi fuorusciti. Il
popolo ne esultò; ma i grandi della parte Nera, per tôrgli credito,
sparsero ch’egli avesse incitato i Bolognesi contro Firenze, sicchè
ad urli fu cacciato da quei che un istante prima lo aveano accolto a
plausi, ed egli pose all’interdetto la città. Subito furono in armi le
parti, e tra la baruffa s’attaccò un incendio, alcun disse per opera di
ser Neri Abbati (10 giugno); e niun provvedendo a spegnerlo, distrusse
da mille settecento case con incalcolabile perdita di masserizie e
mercanzie, spezialmente ne’ magazzini de’ Cavalcanti e de’ Gherardini,
che ne rimasero rovinati.
I Bianchi, ricoverati in Pistoja, invigorivano pe’ sussidj de’ Pisani,
Aretini, Bolognesi; sicchè i Fiorentini chiesero per capitano Roberto
figlio di Carlo il Zoppo, che con Aragonesi e Catalani gli ajutò a
stringere d’assedio Pistoja. Invano il papa spedì frati e cardinali,
lusinghe e interdetti; essi durarono finchè ebbero la città, e ne
fecero strazio (1306), la smurarono, ne spartirono il territorio fra
sè ed i Lucchesi. A’ Guelfi rimase dunque il sopravento, comunque
scomunicati: Pisa e Arezzo, sole città ghibelline, aveano dovuto
implorar pace; ma anche la taglia trionfante divideasi, colla consueta
vicenda in moderati ed esagerati. Principale autore della cacciata
de’ Bianchi, a capo de’ Guelfi Neri rimase Corso Donati «cavaliere
della somiglianza di Catilina romano, gentile di sangue, adorno di
belli costumi, sottile d’ingegno; per sua superbia fu chiamato il
barone, e quando passava per la terra molti gridavano, Viva il barone,
e parea sua la terra; la vanagloria il guidava; molti servigi facea.
Fu di corpo bellissimo fino alla sua vecchiezza; a gran cose sempre
attendea; pratico e dimestico di gran signori e di nobili uomini, e
famoso per tutta Italia; nimico dei popoli e dei popolani, amato da’
masnadieri[272], pieno di maliziosi pensieri, reo e astuto».
Trionfava egli dei Cerchi, antichi emuli suoi; ma i nobili, recatoselo
in sospetto, lo contrariavano per mezzo delle magistrature. Se non
che egli s’appoggiò a’ Bordoni e ai Medici, famiglia popolana che
cominciava a venir su, e al suocero suo Uguccione della Faggiuola,
caporione de’ Ghibellini in Romagna e Toscana; ed a forza prosciolti i
prigionieri di stato, cacciò la Signoria (1308) tacciandola di venale
e corrotta. Ma questa sparse che egli affettasse la tirannide, e diè
nelle campane; il popolo accorse armato in piazza, i priori delle arti
citarono Corso, e fra due ore lo condannarono come ribelle e traditore
del suo Comune. «Incontanente mosse dalla casa de’ priori il gonfalone
della giustizia col podestà e capitano ed esecutore, con loro famiglie
e coi gonfaloni delle compagnie, col popolo armato e colle masnade a
cavallo, a grido di popolo, per venire alle case dove abitava messer
Corso» (VILLANI). Egli si asserragliò, sperando sopragiungesse il
domandato Uguccione: ma aggravato di gotta mal si potea difendere, e
arrestato nella fuga, mentre veniva ricondotto, si precipitò da cavallo
e morì. Alquanti anni dopo, i suoi consorti uccisero Betto Brunelleschi
(13 7bre), cittadino di gran nome che credeano autore della morte di
Corso; e dissotterrato questo, gli resero esequie splendidissime, tra
mezzo alle armi d’amici e nemici. Non andò guari che Pazzino de’ Pazzi,
assassino di Betto, fu trucidato dai Brunelleschi e Cavalcanti; onde
si diceva che lo spirito di Corso andasse ancora in volta, prèndendo
vendetta di chi l’aveva contrariato.
I Fiorentini furono i soli che mandassero ambasciatori ad Enrico
VII; e quand’egli ne diresse uno a loro, risposero «che mai per
niuno signore i Fiorentini inchinarono le corna». Spedì novamente
annunziando il suo arrivo e chiedendo gli alloggi; e i Fiorentini
gli replicarono, non aver essi mai creduto degno d’approvazione un
imperatore che conduce esercito di Barbari in Italia, mentre dovere
di lui sarebbe affrancare da’ Barbari (1310) questa nobilissima
provincia[273], e si diedero piuttosto a Roberto re di Napoli. Ma i
conti Guido ed altra nobiltà castellana stettero coll’imperatore, a
questo si presentarono i fuorusciti in Genova, e fra essi probabilmente
Dante, il quale, avversissimo ai signori stranieri quando trattavasi
di Carlo di Valois, allora dettò il trattato _Della monarchia_, e a
nome proprio e de’ concittadini fuorusciti scrisse «al gloriosissimo
e felicissimo trionfatore e singolare signore messer Arrigo, per la
divina Provvidenza re de’ Romani e sempre augusto, mandando baci alla
terra dinanzi a’ suoi piedi»; e con ragioni e testi ed esempj rincorava
ad assalire al più presto Firenze, «radichevole cagione delle discordie
italiane; vipera, volta nel ventre della madre; pecora inferma, la
quale col suo appressamento contamina la greggia del suo signore: Mirra
scellerata ed empia, la quale s’infiamma nel fuoco degli abbracciamenti
del padre»: venga dunque Cesare e colpisca i Filistei, sicchè
restituita a’ fuorusciti la loro eredità, «cittadini e respiranti,
in pace ed in allegrezza le miserie della confusione rivolgeranno».
Parole; ma poi «il tenne tanto la riverenza della pátria, che venendo
l’imperatore contro a Firenze, e ponendosi a campo contro la porta,
non vi volle essere, contuttochè confortatore fosse stato di sua
venuta»[274].
I Pisani, che calavano a misura del crescere di Firenze, si lusingarono
che Enrico, il quale, scarso di possedimenti in Germania, meditava
piantarsi in Italia, vorrebbe far sede e metropoli dell’Impero la loro
patria. Coi costoro denari dunque e coi soccorsi di quanti covavano
nimicizia pei Fiorentini, Enrico move sopra di questi; ma essi tre
tanti di forze gli opposero _a onore di santa Chiesa e a morte del re
di Lamagna_ (1312). Il quale, preso tra le armi, la fame e la peste,
dovette andarsene, mettendoli al bando dell’Impero per «la sfrenata
mentecattaggine e la non domata superbia contro alla real maestà»; e si
affrettò a far una pomposa mostra nella sua coronazione a Roma.
Abbiam veduto i papi credersi di avere assicurato l’indipendenza
d’Italia coll’ottenere da Rodolfo d’Habsburg la rinunzia alle
pretensioni che gl’imperatori ostentavano su varie terre nostre: ma con
Nicola III rientrarono in una politica barcollante, che non vedea di
là dalle necessità istantanee. Nella schiavitù poi d’Avignone, in mano
al re di Francia, perdeano quella sicura libertà che la Chiesa invoca
con quotidiana preghiera. Intanto Roma rimaneva strazio delle fazioni,
combattute tra Orsini e Colonna, ingranditi dal favore dei due papi
Nicola III e IV. I primi accolsero Enrico, ma i Colonnesi e il fratello
di re Roberto armati guardavano la città; per modo ch’egli dovette
prendere a forza Ponte Milvio, il Campidoglio, il Coliseo, il Laterano,
dove serragliate le vie, si fece coronare (29 giugno) dai legati, non
senza che la festa e il banchetto fossero insultati dai nemici.
Consunto allora il tempo del servizio feudale, i baroni tedeschi
abbandonano Enrico; i Ghibellini di Lombardia sono richiamati dalla
guerra che rompono loro i Guelfi; le malattie si aggravano; onde
l’imperatore, rimasto con pochi uomini e men denaro, senza sottomettere
Roma torna verso Firenze a bandiera spiegata, e accampa dirimpetto a
San Salvi. «Firenze non era murata, ma tutta fu all’armi: il vescovo
con tutto il chericato ne venne alla porta Sant’Ambrogio, poi il
capitano e il podestà e alcun gonfaloniere, e tutti vi s’accamparono e
posero trabacche, e tolsono lettiere e tavole da mangiare e finestre,
e in meno di mezza notte infino a Pinti fu tutto steccato, e innanzi
dì molte bertesche fatte, e corritoj sopra gli steccati» (STEFANI).
V’accorse poi gente d’arme dalle città vicine, ma non vollero attaccar
l’imperatore, il quale non potendo avere Firenze, si partì da oste
sfogando il suo dispetto contro il territorio.
Firenze divenne allora caporale del partito guelfo; e stretto lega con
Bologna, Lucca, Siena e con chiunque mostrava i denti all’imperatore,
dava il cenno a tutta Italia; perseverò a difendersi, ma non assalì
l’imperatore, sia che conoscesse troppo inferiori le milizie cittadine
a guerrieri esercitati, sia che prevedesse il necessario sfasciarsi
dell’esercito imperiale.
Enrico cercò che il papa scomunicasse i Guelfi e Roberto di Napoli;
e forse il papa v’inchinava, quando ecco Filippo il Bello gli manda
quegli stessi ribaldi che aveano sfregiato Bonifazio VIII, i quali,
entrati nella cancelleria, tolgono quante bolle vi trovano, al
pontefice rinfacciano di operare contro un parente di quella casa di
Francia che tanto di lui benemeritò; si ricordasse di Bonifazio[275].
Enrico dunque solo ed assottigliato di uomini e di vettovaglie,
sarebbesi tolto dall’impresa se avesse avuto di che pagare i debiti;
e non appena Federico di Sicilia gli spedì denaro a ciò, tornossene
a Pisa[276], assai male di sè e di sua gente. Volendo almeno far
qualche scena imperatoria, v’alzò tribunale, spiegando pretensioni
superbissime. Già si conosceva una sua costituzione per «reprimere
le colpe di molti, che, sfrenatisi dalle fedeltà, e ostili al romano
impero, nella cui tranquillità consiste l’ordinamento del mondo,
violano gli umani e i divini precetti, dai quali è imposto che
ogni anima sia sottoposta al principe»[277]. Allora poi emanò una
costituzione, ove dichiaransi ribelli e sleali all’Impero tutti quei
che palesemente o in occulto facesser opera avversa all’onore e alla
fedeltà sua, o agli uffiziali suoi. Contro di essi doveva procedersi
per accusa, inquisizione o denunzia, sommariamente e semplicemente,
senza strepito o figura di giudizio.
Le città ribelli non avendo obbedito alla citazione, egli spogliò
Firenze (1313) del mero e misto imperio, d’ogni giurisdizione e di
tutte le immunità, i feudi, gli statuti, i privilegi, confiscandone i
beni e i castelli, facendo infami i magistrati suoi: a que’ cittadini
nessun dia ricovero o soccorso, ma possano essere pigliati da ciascuno
come ribelli e banditi: concedeva agli Spinola e al marchese di
Monferrato di contraffare i fiorini al conio di san Giovanni; insieme
dichiarava scaduto dal trono e condannato alla decollazione re Roberto,
e dispensati i sudditi suoi dal giuramento.
Sentendo quanto sieno ridicole le minaccie di sole parole, sollecitava
dalla dieta germanica e dai Ghibellini d’Italia un buon polso di
gente, ma poco avanzava: Clemente V ricordossi della franchezza de’
suoi antecessori, e credendo invasi i suoi diritti col deporre Roberto
suo ligio, minacciò scomunicar l’imperatore se mettesse piede sul
Napoletano, e per contraccolpo alla costituzione di lui proclamò la
santa Sede essere superiore all’Impero. Solo per gelosie particolari
Pisa e Genova provvidero di settanta galee Enrico VII, il quale, mentre
Federico di Sicilia l’assecondava invadendo Calabria, entrò in via per
Napoli con duemilacinquecento cavalieri oltramontani, millecinquecento
italiani e proporzionato numero di pedoni. Casa d’Angiò stava dunque
in gran frangente, e «preso che Arrigo avesse il regno, assai gli
era leggero di vincere tutta l’Italia e dell’altre provincie assai»
(VILLANI); quando a Buonconvento presso Siena (24 agosto) morì
improvviso[278], e lasciò l’Italia più tempestata che prima non fosse,
e l’autorità degli imperatori spoglia dell’antico prestigio, troppo
apparendo l’estrema sproporzione fra i diritti che pretendeano e le
forze con cui volevano attuarli.