CAPITOLO CVI.

Roberto di Napoli. — Uguccione. — Castruccio. — Lodovico il Bavaro. —

Giovanni di Luxemburg.

La morte d’Enrico VII tolse il cuore ai Ghibellini. Pisa, perduti i due

milioni spesi per lui, e trovandosi esposta alla vendetta de’ Guelfi,

credette risanguar l’erario coll’imporre un accatto su tutte le merci

che entrassero nel suo porto; ma i Fiorentini si drizzarono a quel di

Telamone, ove trasferendosi gli altri negozianti che con essi aveano

a fare, ne derivò l’ultimo crollo al commercio di Pisa. Esausta e

minacciata, ricorse al solito infelice compenso di buttarsi in braccia

altrui, eleggendo a signore Uguccione della Faggiuola, figlio di Rinier

da Corneto, famigerato masnadiero in val del Savio.

Il popolo parlava di Uguccione come suole di cotesti avventurieri,

con fole esagerate: che mangiasse straordinariamente per sostentare lo

straordinario corpo, a coprire il quale voleansi armi straordinarie;

ch’egli bastasse a sostenere l’impeto d’un esercito o ristaurare una

battaglia; nient’altro che collo sguardo volgesse in fuga i nemici;

eppure fosse gajo, ingegnoso, di arguti ripicchi, di generosa cortesia.

In realtà, confinando i suoi feudi coi Ghibellini di Toscana e di

Romagna, e sentendosi ambizione pari al coraggio, avea tentato signoria

in molte parti; in Arezzo dominò dal 1292 al 96, nimicando tra loro i

Ghibellini, sinchè ne fu respinto per chiamare Federico di Montefeltro;

allora capitanò Cesena, Forlì, Imola, Faenza, sinchè nel cacciò Matteo

d’Aquasparta. Nel 1300 sedendo podestà di Gubbio escluse i Guelfi

di colà, ma essi rientrarono con alterni guasti: tornato podestà in

Arezzo, ne fu snidato coi Verdi. Era podestà di Genova quando i Pisani

lo chiamarono signore; ed egli, assoldate le bande tedesche rimaste

sciopere alla morte d’Enrico, subito recò devastazioni al Lucchese, e

minaccie al resto di Toscana.

In questa i nobili aveano perduto la voglia di dare soccorso alla

repubblica, la quale in ogni provvedimento li sfavoriva; i popolani

aveano pei traffici disusato le armi; di guisa che Firenze, Lucca,

Prato, Pistoja credettero anch’esse opportuno cercare salvezza col

darsi un padrone. Tant’era venuto di moda questo sottomettersi a un

principe! ma i soli durevoli furono quelli dell’Italia meridionale.

Dopo la pace di Calatabellota continuarono a regnare in Sicilia

Federico I col titolo di re di Trinacria, a Napoli Carlo II col

sopranome di Giusto. Ebb’egli per moglie Maria sorella di Ladislao

IV re d’Ungheria; e morto questo in verde età senza successione

(1290), Carlo fece attribuire il titolo di quel regno al figlio Carlo

Martello. Rodolfo imperatore, sempre in occhi onde aggrandire casa

d’Austria, l’aveva prevenuto col conferire quella corona al proprio

figlio Alberto; quand’ecco fra i due alzarsi un altro pretendente.

Andrea II d’Ungheria nel 1235 avea sposato Beatrice del marchese

d’Aldrovandino d’Este. Rimasta in breve vedova e gravida, Bela, nato

da altra moglie di quel re, la cacciò in prigione e ad ogni peggior

trattamento: essendo però capitati in Ungheria ambasciadori di Federico

II, essa trovò modo di fuggire con loro, e rientrare alla casa paterna.

Quivi diede in luce un bambino, che fu detto Stefano, e che sposò

l’ereditiera della nobile famiglia Traversari di Ravenna, poi in

seconde nozze Tommasina Morosini veneziana, da cui generò un figlio.

Questo, di nome Andrea, di soprannome il Veneto, chetò gli Austriaci

collo sposarne una figlia, e regnò in Ungheria; ma morto improle

(1301), gli sottentrò Carl’Uberto o Caroberto figlio di Carlo Martello

predefunto, pel quale alle sorti di Napoli si mescolarono funestamente

anche quelle dell’Ungheria, mentre una figliuola di re Carlo di

Valois recava in dote incerti diritti sull’Impero Orientale all’altro

figliuolo Filippo.

Morto Carlo II, si disputò se dovesse succedergli il nipote Caroberto

di Ungheria (1309); ma Roberto secondogenito, affrettatosi ad Avignone,

ottenne che il papa desse a lui l’investitura del Regno, e confermasse

al nipote quella d’Ungheria; anzi il papa gli perdonò trecentomila

zecchini d’oro e cinquantamila marchi d’argento, di cui suo padre era

debitore alla Chiesa.

Qui comincia il lungo regno di Roberto, detto il Buono, dai letterati

acclamato un Salomone, perchè li favoriva, assisteva alle lezioni

dell’Università, e non preteriva occasione di far pompa di un’eloquenza

pedantesca. Spertissimo degli affari, e poco incline alla guerra,

industriavasi di metter pace nelle città; senza l’inflessibilità

che spezza gli ostacoli, avea la perseveranza che li logora; rendea

personalmente la giustizia, il che è un modo di lederla spesso, ma che

piace ai popoli; e molti in fatto si diedero spontanei in sua balìa.

Quanto visse fu considerato capo della taglia guelfa, e parve in

procinto di diventar signore di tutt’Italia; eppure nè d’un palmo di

terreno accrebbe il regno avito. Non interruppe mai guerra a Federico

di Sicilia, sostenuto dai Ghibellini e dagli imperatori; e col mandare

ogn’anno una flotta a guastarla, sperava che quell’isola per istracca

gli si butterebbe nelle braccia. Papa Clemente V, non che annullare la

sentenza di Enrico VII contro di lui «in forza dell’indubitata autorità

sua sull’Impero e pel diritto di succedere allo imperatore nella

vacanza»[279], nominò Roberto (1313) vicario imperiale di tutta Italia;

il quale fu anche chiamato senatore dai Romani, e signore da Ferrara,

Parma, Pavia, Bergamo, Alessandria, Firenze; al che aggiungendo molti

feudi in Piemonte e la contea di Provenza, veniva ad essere fra i

maggiori potenti.

A fronte a lui stava Uguccione, il quale fece trionfare Pisa, e la

indusse ad escludere dalle magistrature chi non provasse d’essere

sempre stato ghibellino egli e i suoi antenati. Perchè guelfa osteggiò

Lucca, ricca e potente quasi a par di Firenze, e fiancheggiata da una

nobiltà avvezza a lanciarsi da’ suoi castelli per far preda in terra

o sul mare; e avutala a tradimento, con soldati tedeschi manomise i

tesori dai cittadini accumulati principalmente coll’usura, e quelli

che il papa v’avea fatti venire da Roma per trasferirli in Francia;

e la tenne a dominio. Firenze, sgomentata del crescere di costui, da

re Roberto cercava generali capaci di reprimere i Ghibellini; ma alla

giornata di Montecatino (1315 — 14 giugno) questi prevalsero con grave

strage dei Guelfi, dove perirono anche i figliuoli dei due capitani

nemici, Carlo de’ reali di Napoli e Francesco d’Uguccione, che furono

sepolti in una stessa tomba nella badia di Buggiano[280]. Roberto si

diè tanto attorno, che indusse Pisa e Lucca a pace con Firenze, Siena e

Pistoja.

Uguccione intanto reggeva le due città alla militare, fiero contro

ogni sospetto; talchè esse tramarono con Castruccio Castracani

degli Interminelli. Costui esigliato dalla patria, per dieci anni

corse il mondo a venture, acquistando grido di valore col servire in

Francia, in Inghilterra, in Lombardia; avea prestato mano ad Uguccione

nell’occupare Lucca, poi cogli scontenti s’intese per abbatterlo.

N’ebbe fumo Uguccione (1316), e lo pose in carcere; ma mentre vi

aspettava il patibolo, ecco il popolo sollevato ne lo trae, e lo

solleva al dominio di Lucca, la quale si riordinò a popolo. Uguccione

accorse colla cavalleria da Pisa, ma allora anche questa si rivoltò,

ed egli sbaldanzito ritirossi alla corte di Can Grande, ove s’imbattè

con Dante, che a lui indirizzò la prima sua cantica, e che forse

alluse a lui nel _veltro_ che prometteva liberatore di _quest’umile

Italia_[281]. Castruccio per riconoscenza ottenne il titolo di capitano

e difensore del popolo di Lucca per dieci anni, poi a vita; vi munì

una cittadella, superbamente intitolata Augusta e abbellita come una

reggia; e accettata la pace offerta da re Roberto (1320), fu tolto

capitano de’ Ghibellini di Toscana. In tante guerre e viaggi aveva

imparato non meno la tattica che l’amministrazione; valoroso, perfido,

ingrato quanto si richiede per salir sublime; a torture e supplizj

mandò chiunque l’avesse contrariato o beneficato; scoperto una trama,

fe propaginare venti persone, cioè sepellirle vive col capo in giù, e

cento esigliarne; con buona economia raddoppiò le entrate, chiamossi

attorno i castellani della Versilia e dell’Appennino, e col premiare il

valore si creò un poderoso esercito.

Lucca, per quanto ricca e commerciale, era troppo angusta alle

aspirazioni di lui; e sempre fingendo operare pel suo Comune, egli

invase la Garfagnana e la Lunigiana: ma Spinetta Malaspina, che vi

possedeva sessantaquattro castelli, gli recise la marcia, sostenuto

dai Fiorentini. Addosso a questi s’avventò Castruccio, guastando le

valli di Nievole e dell’Arno inferiore, assalse Prato, sorprese Pistoja

togliendola a Ermanno de’ Tedìci abate di Pacchiano, che vi si era

fatto tiranno; e coll’esibire maggiori somme, trasse a sè le bande di

ventura che i Fiorentini aveano soldate.

Tocca d’onta, Firenze chiama a stormo i cittadini ed anche i

fuorusciti, e aduna il più grosso esercito che mai coscrivesse, e che

costava tremila fiorini d’oro il giorno, oltre mille Fiorentini che

servivano a cavallo a proprie spese; e l’affida a Raimondo Cardona,

avventuriere catalano. Ma costui pensando men tosto a vincere che

a incassar denaro col dispensare dalla milizia i ricchi mercanti,

li condusse per le insalubri maremme di Biéntina, dove uggiati o

febbricitanti, pagavano per ottenere congedo. Castruccio guata e

aspetta, poi ad Altopascio li sconfigge (1325 — 13 7bre), prende

Cardona e il carroccio, e col mandare il territorio a sacco si rifà

delle spese di guerra. Mentre avea destra l’aria, tenta sorprendere

Firenze, saccheggia le ville del piano di Peretola, ricche d’addobbi

e di capi d’arte quali non sarebbonsi trovati altrove, e fin sotto

le mura fa correre beffardamente il palio da cavalieri, da fantini

e da bagasce. Nè certo i Fiorentini sfuggivano alla servitù, se una

Frescobaldi non avesse distolto suo figlio Guido Tarlati vescovo

d’Arezzo dal congiungere le sue forze a quelle dell’ardito venturiero.

«Addì 10 novembre Castruccio si trovò in Lucca per fare la festa di san

Martino con grande trionfo e gloria, vegnendogli incontro con grande

processione tutti quelli della città, uomini e donne, siccome a un re;

e per più dispregio de’ Fiorentini, si fece andare innanzi il carro con

la campana, che i Fiorentini avieno nell’oste, coperti i buoi d’ulivo

e dell’arma di Firenze, e l’insegne del Comune a ritroso, facendo

sonare la campana, e dietro al carro i migliori prigioni di Firenze, e

monsignor Raimondo di Cardona, con torchetti accesi in mano a offerire

a san Martino. E poi a tutti diede desinare, che furono da cinquanta

dei migliori di Firenze, gravandoli d’incomparabili taglie.... E

di certo Castruccio trasse di nostri prigioni e de’ Franceschi e di

forestieri presso a fiorini cento migliaja d’oro, onde fornì la guerra»

(VILLANI).

Giacomo d’Euse caorsino fu maestro (1316) poi cancelliere d’Università;

indi con brighe e col denaro di re Roberto succeduto papa col nome

di Giovanni XXII, si era stabilmente collocato in Avignone, dominio

d’esso re, il quale perciò lo regolava a sua voglia, e preparavasi ad

annichilare i Ghibellini in Italia; e sembra veramente che il papa e il

re, prevalendosi della discordia de’ due imperatori eletti in Germania,

pensassero sottrarre a questi tutta davvero la penisola, e assodarvi

la sovranità di Roberto. Forte ostacolo vi mettevano Castruccio nella

media Italia, nella superiore Matteo Visconti, contro del quale Roberto

mosse coi tesori e colle maledizioni papali; ma quegli colle armi e più

colle negoziazioni ne disperse le minaccie.

Gran rumore levò a que’ giorni l’impresa di Genova, la quale,

prospera pel commercio di Levante, ignorava la quiete interna, nè

mai si comportava così male come quando pace godesse. I suoi ricchi

non sedevano nei fondachi aspettando i compratori, ma scorreano il

mare quai capitani di vascello, avvezzando i marinaj a rispettarli

e ubbidirli; e poichè talvolta ogni figlio di famiglia comandava un

bastimento, migliaja di persone si trovavano al soldo d’una casa

sola, obbedienti per abitudine, per bisogno, per riconoscenza.

Grosse e sanguinose faceansi dunque le battaglie fra’ Doria e

Spinola ghibellini, Grimaldi e Fieschi guelfi; convertiti i palagi

in fortezze, vi si assalivano e respingeano, e uom a uomo nemici,

ciascuno esercitava una funesta attività; a vicenda popolani e nobili

vedeansi trionfanti o cacciati; le piraterie pareano rese legali dalle

nimicizie. I Ghibellini, prevalsi al venire di Enrico VII (1318), poi

sbanditi dai Guelfi, invocarono i loro consorti d’ogni paese, e alla

patria posero assedio per mare, mentre dalle valli del Bisagno e della

Polcevera la stringeva Marco Visconti, prode figliuolo di Matteo.

Tutta Italia prese parte al fatto; e Pisa, Castruccio, Can della

Scala, il marchese di Monferrato, il re di Sicilia, fin l’imperatore

di Costantinopoli fiancheggiarono gli assedianti, mentre Fiorentini e

Bolognesi coll’armi, il papa co’ monitorj davano mano a Roberto che la

difendeva. Questi, benchè solesse lasciar le imprese ai generali, venne

in persona colla flotta, entrò nel porto, e ottenne insieme col papa la

sovranità di Genova, ch’egli meditava far centro delle operazioni de’

Guelfi nell’alta Italia; i Ghibellini, durati dieci mesi gli attacchi,

dovettero andarsene, e i Genovesi ne disfecero i palazzi e le ville,

saccheggiarono i magazzini, e portarono in processione le reliquie del

Battista in ringraziamento della vittoria. Quali danni una sì lunga

guerra recasse a città tutta commercio, ognuno può figurarlo. Il popolo

minuto, vedendosi oppresso malgrado l’abate che il rappresentava, aveva

istituito una _Motta del popolo_, dieci capitani aggregando all’abate

per costringere il vicario a far giustizia; e quando ricusasse,

toccavano a martello. Roberto sconnettè questa lega, e tenne il dominio

dodici anni, dopo i quali si crearono due capitani del popolo, con un

podestà, oltre l’abate.

Intanto i Ghibellini s’erano attestati a Soncino sul Cremonese, e

fermata una lega sotto la capitananza di Can della Scala, rinnovarono

le ostilità in varie contrade. Giovanni XXII fece processar d’eresia lo

Scaligero, Matteo Visconti, Passerino Bonacolsi, gli Estensi ed altri;

e comunque protestassero di loro fede, proclamare contro di loro la

crociata. La guidò il cardinale legato Del Poggetto, nipote del papa,

cattivo soldato e cattivo prete; ed ebbe lo svantaggio, malgrado il

valore del suo capitano Cardona predetto. Il papa, ormai implicato

a sostenere le scomuniche colle armi, mandò allora contro di noi il

guelfo Filippo di Valois, cugino del re di Francia, con sette conti,

centoventi cavalieri banderesi, e seicento uomini d’armi: giunto pien

di baldanza a Mortara, le forze maggiori e più i donativi del Visconti

lo fecero capitolare (1320). Deserto dai Francesi, Giovanni voltasi

agli Austriaci, e da Federico il Bello ottiene una spedizione comandata

da suo fratello Enrico d’Austria (1321); ma questo pure cedette

all’armi stesse.

Matteo Visconti, sorretto da quattro prodi figliuoli, Galeazzo, Marco,

Luchino, Stefano, e da tutti i Ghibellini, avea tratte a sua obbedienza

Bergamo, Pavia, Piacenza, Tortona, Alessandria, Vercelli, Cremona,

Como; riscattò per ventiseimila fiorini il tesoro della basilica di

Monza, che i Torriani aveano dato in pegno, e di propria mano ve lo

depose sull’altare; conobbe il cuore umano e i proprj tempi, e ne

profittò; dalle traversie non lasciossi fiaccare; e benchè in dominio

nuovo, risparmiò il sangue, e più che coll’eroismo preferì arrivare

a’ suoi fini colla prudenza e la simulazione. Banditagli addosso

la croce come dicemmo, imputandolo d’eresia, necromanzia ed altri

delitti, fra cui quello di aver messo impacci alle condanne della santa

Inquisizione, il cardinale Del Poggetto dannò lui, i figli, i fautori

alla confisca de’ beni e alla schiavitù della persona come fossero

Saracini; e Pagano della Torre patriarca d’Aquileja menò l’esercito

contro gli antichi emuli di casa sua.

Atterrito della scomunica, e vedendo i popoli poco disposti a soffrirla

per le ambizioni d’una famiglia, dinanzi alla gente raccolta in duomo

fa solenne professione di fede cattolica, manda a trattare col legato,

e poichè gli parvero esorbitanti le condizioni, esorta i figli a

rientrare nel grembo della Chiesa, poi si riduce nella canonica di

Crescenzago presso a Milano, ove muore (1322), lasciando nome di abile

capitano e destro politico.

Grave colpo alla causa. Galeazzo suo primogenito, malgrado le minaccie

papali e le trame degli scontenti, avea conseguito il titolo di capitan

generale; ma avendo tentato la moglie di Versuzio Lando gentiluomo

di Piacenza, questa città gli fu ribellata, e dietro le altre e fin

Milano, come a nemico della Chiesa. Principali attizzatori erano

il cugino Lodrisio Visconti e quel Francesco da Garbagnate ch’era

stato primario nel rimettere in dominio Matteo, e n’avea avuto grandi

compensi. Coll’esercito della lega, scorto dal legato pontifizio e

dal Cardona, essi batterono Marco Visconti, l’Ettore de’ Ghibellini, e

penetrarono fin sotto Milano, che tennero assediata due mesi (1323).

Marco guadagnò a denari molte bande tedesche che militavano coi

pontifizj, altre ne chiese all’imperatore Lodovico Bavaro, e così

allargò Milano; uccise di proprio pugno il Garbagnate cadutogli in

mano alla battaglia di Vaprio, fe prigioniero il Cardona. I nemici

tennero saldo alquanto in Monza, ma poi Galeazzo la ebbe, e vi fabbricò

un forte castello con ispaventevoli prigioni, chiamate _i forni_, di

pavimento convesso e di volta tanto bassa che il rinchiuso non potea

nè reggersi in piede nè coricarsi se non abbiosciato. — Fortezze e

carceri, necessarj corredi d’ogni tirannia.

Le turbolenze d’Italia erano aggravate dal non avervi più nè il

papa, assiso oltremonti, nè l’imperatore. Alla morte d’Enrico VII,

competerono la corona di Germania Federico il Bello duca d’Austria,

e suo cugino Lodovico di Baviera: divisi i voti, l’uno si pretendea

legittimo perchè coronato dall’arcivescovo di Colonia, cui sempre era

competuta questa solennità, l’altro perchè coronato a Francoforte

come i precedenti: e non avendo altre norme a chiarire il loro

diritto, ricorsero al giudizio di Dio, cioè alle battaglie, con otto

anni di guerra civile insanguinando le rive del Reno e del Danubio.

Federico, sostenuto dai nobili, mentre l’altro era dalle città libere,

a Mühldorf sull’Inn (1322 — 28 7bre) combattendo restò prigioniero:

allora Lodovico, bandita la pubblica pace in Germania, pensò venire a

ripristinare in Italia i diritti imperiali.

Papa Giovanni non aveva accettato veruno de’ due contendenti, ma quando

la vittoria diè ragione al Bavaro, si mostrò disposto a riconoscerlo;

se non che i consiglieri insinuarono a questo: — Qual bisogno ha della

sanzione papale un imperatore vittorioso?» Gli ascoltò; e dell’autorità

sua volle far assaggio mandando intimare al legato pontifizio che

non molestasse Milano: ma di quest’atto si adontò il papa, il quale

pretendeva toccasse a sè solo decidere fra i due competitori; onde

dichiarò sottratta l’Italia dall’imperiale giurisdizione, in modo che

non potesse essere incorporata o infeudata all’Impero[282]; alla chiesa

d’Avignone fece affiggere un _processo_ (1324), ove il Bavaro veniva

accusato di tutti gli atti che avea compiti nell’ingiusta qualità di

re de’ Romani, e intimandogli di deporre questo titolo. A vicenda il

Bavaro appellò ad un concilio, chiamando il pontefice con termini

indegnissimi, turbator della quiete, scandaloso, profanatore de’

sacramenti, eretico; sicchè questo lo denunziò scomunicato e deposto,

interdetti i paesi che seco avessero a fare; e cercò portare all’impero

il re di Francia.

Ecco scissa di ricapo la cristianità; le Università di Bologna

e di Parigi disapprovano il papa; giuristi e teologi, difendendo

l’imperatore, avventano dicerie scatenate contro la corte pontifizia;

le dottrine antipapali si diffondono, e le coscienze e la quiete sono

turbate in Germania e in Italia. A questa s’avviò Lodovico, ed arrivato

con pochi uomini a Trento (1327), s’affiatò coi principali Ghibellini,

Marco Visconti, Passerino Bonacolsi, Obizzo d’Este, Guido Tarlati,

Can della Scala, e cogli ambasciadori di Sicilia, di Castruccio, de’

Pisani; dai quali avuta promessa di cencinquantamila fiorini d’oro per

le spese, proseguì il viaggio per Brescia e Como, portando agli avversi

minaccie e crucci, ai fautori suoi l’interdetto papale. In Milano (30

maggio) fecesi porre la corona di ferro da Guido Tarlati e Federico

Maggi vescovi interdetti d’Arezzo e di Brescia: benchè sospettasse

Galeazzo Visconti d’intelligenze col papa, gli mostrò volto d’amico,

e lo confermò vicario; poi di botto lo fece arrestare coi fratelli

Luchino e Giovanni (quest’era prete; Stefano morì il giorno stesso) e

col figlio maggiore Azzone, e gittare nei forni di Monza. Le viltà sono

più stomachevoli nel forte: il mondo credette false le corrispondenze

che diceva sorprese a Galeazzo, e colle quali tentò giustificare questo

primo tradimento, a cui molti n’accompagnò, tenendo egli l’Italia

come un paese da manomettere e ingannare. Se n’avvidero i nostri, e lo

guardarono con diffidenza anche quando il favorirono per ispirito di

parte.

Posti a Milano un podestà tedesco (agosto), e un governo di

ventiquattro cittadini preseduti da un tedesco, i quali gli decretarono

cinquantamila fiorini pel viaggio, seguitava innanzi cavando denaro dai

Ghibellini, e fiancheggiato da Marco Visconti nimicato ai fratelli, e

da Castruccio, a’ cui consigli s’abbandonava con una confidenza che non

fa onore al suo discernimento, perchè Castruccio non volea che crescere

la propria autorità col traversar l’Italia a fianco dell’imperatore.

Pisa, sazia di favorire la parte ghibellina, che le attirava ingenti

spese, scomuniche dal papa, e infedeltà dagl’imperatori, offrì

sessantamila fiorini a Lodovico se non v’entrasse: ma Castruccio,

che si struggeva di possederla, persuase Lodovico ad assalirla, dopo

tenutone per ostaggi gli ambasciadori. Durato un mese l’assedio,

le urla del popolaccio costrinsero la città ad arrendersi, pagando

cencinquantamila fiorini; e l’imperatore ne conferì la sovranità a

sua moglie, ed eresse in ducato (1328) Lucca, Pistoja, Volterra e la

Lunigiana a favore di Castruccio.

I Fiorentini sentendosi minacciati, chiesero a signore Carlo

di Calabria unico figlio di re Roberto, il quale vi venne con

bell’esercito di Provenzali e Catalani, e col fiore de’ signori del

Reame e ducento cavalieri armati. Parendo quindi malagevole per allora

l’aggredir Firenze e sfidare il duca di Calabria, Lodovico per la

maremma grossetana[283] battè la marciata sopra Roma (gennajo). La

trovò tutto sossopra; malgrado la supremazia di Roberto che n’era stato

fatto senatore perpetuo, tutto guastavano gli oligarchi, i Colonna, i

Porcello, gli Orsini, i Savelli, i Frangipani; e gli animi erano sempre

peggio inaspriti contro il papa, che lasciava vedova la sposa. Sciarra

Colonna, che all’annunzio della calata di Lodovico aveva espulsi i

nobili e i Guelfi, ed erasi fatto eleggere capitano del popolo con

cinquantadue delegati de’ cittadini e degli agricoltori, avendo di

nuovo sollecitato invano il pontefice al ritorno, presentò al Bavaro

un’accusa contro di Giovanni; e il Bavaro, sempre ispirato da una turba

di eretici e di frati contumaci che a lui era accorsa, il fe citare

dai sindaci di Roma, accusare d’eresia e di molteplici delitti, e in

contumacia dichiarare decaduto, sostituendogli antipapa frà Pietro

Rainalduccio da Corvara col nome di Nicola V; e da questo si fece

incoronare (12 maggio).

«L’imperatore e la moglie, con tutta sua gente armata, si partirono la

mattina di Santa Maria Maggiore vegnendo a Santo Pietro, armeggiandoli

innanzi quattro Romani per rione, con bandiere, coverti di zendado i

loro cavalli, e molta altra gente forestiera, essendo le vie tutte

spazzate, e piene di mortella e d’alloro, e di sopra ciascuna casa

tese e parate le più belle gioje e drappi e ornamenti ch’avessono in

casa. Chi ’l coronò furono Sciarra della Colonna ch’era stato capitano

di popolo, Buccio di Porcello e Orsino degli Orsini stati senatori, e

Pietro da Montenero cavaliere di Roma, tutti vestiti a drappi a oro:

e coi detti a coronarlo furono cinquantadue del popolo e il prefetto

di Roma sempre andandogli innanzi, come dice il titolo suo; ed era

addestrato dai sopradetti quattro capitani senatori e cavalieri, e

da Jacopo Savelli e Tibaldo di Sant’Eustazio e molti altri baroni di

Roma; e tutt’ora si faceva andare innanzi uno giudice di legge, il

quale avea per istratto l’ordine dello imperio, e col detto ordine

si guidò infino alla coronazione; e non trovando niuno difetto fuori

la benedizione e confirmazione del papa che non v’era, e del conte

di palazzo di Laterano il quale s’era cessato di Roma, che secondo

l’ordine dell’imperio il doveva tenere quando prende la cresima

all’altare maggiore di Santo Pietro, e ricevere la corona quando la

si trae, si provvide innanzi di fare conte del detto Castruccio duca

di Lucca. E prima con grandissima sollecitudine il fece cavaliere,

cingendogli la spada con le sue mani e dandogli la collana; e molti

altri ne fece poi cavalieri pur toccandoli con la bacchetta dell’oro;

e Castruccio ne fece in sua compagnia sette. Ciò fatto, si fece

consecrare il detto Bavaro come imperadore da scismatici; e per simile

modo fu coronata la sua donna come imperadrice. E come fu coronato,

fece leggere tre decreti imperiali, primo della cattolica fede, secondo

d’onorare e riverire i cherici, terzo di conservare la ragion delle

vedove e de’ pupilli: la quale ipocrita dissimulazione piacque molto a’

Romani. E ciò fatto, fece dire la messa; e compiuta la solennitade si

partirono da San Pietro, e vennero nella piazza di Santa Maria Araceli,

dove era apparecchiato il mangiare; e per la molto lunga solennità,

fu sera innanzi che si mangiasse, e la notte rimasono a dormire in

Campidoglio»[284]. Lodovico sentenziò che i pontefici non potessero

rimanere due giorni fuori di Roma senza l’assenso del popolo romano: e

il popolo applaudiva a decreti che non aveano nè senso nè forza.

Allora meditava cavalcare sopra Napoli a punire quel re, e sostenere

Federico di Sicilia: ma i Ghibellini, o stanchi di tanti pesi e

dell’interdetto, o per naturale mobilità, gli venivano meno. Galeazzo

Visconti, per le istanze di Marco, il quale l’aveva tradito per

dividerne il potere, non per vedere umiliata la propria casa, avea

colla spesa di venticinquemila fiorini recuperata la libertà, e

passando a chiusi occhi le offese, veniva nel seguito di Lodovico,

sinchè morì a Pescia, scomunicato e a servizio altrui. Castruccio,

udito che i Fiorentini, mentr’egli pompeggiava a Roma, invadevano i

suoi dominj, volò a salvarli, ripigliò con orribile saccheggio Pistoja

e Pisa che tenne senza badare ai diritti imperiali, sicchè «trovossi

in sul colmo d’essere temuto e ridottato, e bene avventuroso di sue

imprese più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano; signore

di esse città e di Lunigiana, e di gran parte della riviera di Levante,

e di più di trecento castella murate» (VILLANI). Quand’ecco nel meglio

del fare morì (1328), e Firenze e Toscana rimbaldirono d’allegrezza,

come cansate dal maggior pericolo che avessero mai corso.

Privo di questa sua mandritta e di denaro, privo per morte di Marsiglio

da Padova teologo, suo ispiratore nella sciagurata controversia

col papa, Lodovico, che non avea saputo se non farsi ridicolo e

vituperevole colle pompe e coi processi, e con que’ fastosi improperj

ai pontefici che alternava con abjette sommissioni, invece della

promessa flotta di Federico di Sicilia sentendo arrivar le truppe di

re Roberto, levossi di Roma più che di passo, inseguito a sassate dal

popolo cui aveva imposto trentamila fiorini, e che adesso gridava

— Viva santa Chiesa, giù Pier di Corvara, morte ai Tedeschi», dei

quali dissotterrò perfino i morti in quel frattempo, e buttolli nel

Tevere come scomunicati. Egli tornato a Pisa, e fattevi nuove scene

di congressi e deposizioni, vi si trovò fin nelle mura insultato dai

Fiorentini: le perfidie e le violenze con cui smungea denaro fin da’

suoi più devoti finirono di diffamarlo. Immemore de’ servigi ricevuti

da Castruccio, dopo aver fatto pagare a’ costui figli la conferma del

dominio, vendette Lucca a Francesco Castracani, parente e nemico di

quelli, che così trovaronsi ridotti al mestiero di condottieri. Molti

Sassoni suoi soldati non ricevendo le paghe, ruppero l’obbedienza, e

tentato invano sorprender Lucca, s’aggomitolarono sulla montagna del

Ceruglio che divide il paludoso pian di Fucecchio dal lago di Bientina,

donde signoreggiando il val di Nievole e il val d’Arno, interrompeano

le comunicazioni tra Lucca e Pisa, e viveano di rapine. Speditovi Marco

Visconti per chetarli, essi il tolsero a capo, ed occupata Lucca, la

esibirono al miglior offerente per risarcirsi delle paghe.

Quando Azzone Visconti succedette al padre, tant’era bassa la sua

famiglia che dovette a denaro comprar dal governatore la facoltà

d’entrare in Milano; ma quivi s’affrettò a recuperare l’autorità,

dall’imperatore comprò il vicariato per dodicimila fiorini alla mano

e mille al mese finchè restasse in Italia, poi presto ne cacciò

il governatore; e conoscendo Lodovico sullo sdrucciolo, e volendo

fraudargli il resto del pagamento, si buttò colla Chiesa, chiamandosi

vicario pontifizio. Anche i signori d’Este s’erano rappattumati col

papa; Brescia, datasi a re Roberto, snidava i Ghibellini a cui segno

era governata. L’imperatore, i cui soldati disertavano a chi più li

pagasse, a Lodi si vide chiuse le porte in faccia: accampò sotto

Milano, ma chetato a denaro, se n’andò oltr’Alpi, maledetto dagli

Italiani che, in grazia sua, lungo tempo erano dovuti stare senza

sacramenti, e lasciando svilita l’autorità imperiale, che egli avea

venduta a ritaglio, e pregiudicati gli amici più che i nemici suoi. Il

suo antipapa fuggì tra le maremme, ma scoperto nel suo nascondiglio,

abjurò al cospetto di tutta Pisa: spedito ad Avignone, vi fu assolto,

e finì la vita sotto custodia nel palazzo papale. E tutte le città

s’affrettarono a domandar la ribenedizione del pontefice: Lodovico

stesso propose più volte di venire all’obbedienza, purchè gli fosse

conservata la dignità imperiale; ma Giovanni negò sempre, guardandolo

come scaduto, e volendo una nuova elezione.

Sormontano allora in Lombardia la parte guelfa e Roberto; in Romagna le

città, profittando dell’assenza de’ pontefici, agitano una burrascosa

indipendenza; i Polenta assodano il loro dominio a Ravenna, a Rimini

i Malatesta, a Urbino i Montefeltro, i Varano a Camerino; da venti

altre signorie s’erano costituite fra l’Appennino, l’Adriatico e il

principato di Benevento, appena frenate d’ora in ora da qualche legato

pontifizio, che colle alleanze, colle armi, cogl’interdetti cercava

rintegrare l’autorità papale. Bologna, posta nel cuor d’Italia,

popolosa, trafficante, altera della sua Università, disputava con

Firenze la capitananza dei Guelfi, e conservavasi libera, benchè in

gran setta fosse e divisione. I signori ghibellini, vincitori de’

Guelfi toscani ad Altopascio, diedero ai Bolognesi una memorabile

sconfitta a Monteveglio (1328), uccidendo il podestà Malatestino da

Rimini e il fiore de’ cittadini: sicchè la città sgomentata si diede al

cardinale Del Poggetto, che quivi piantatosi in aspetto di proteggere

gl’interessi papali, mirava a formare per sè un principato: e già erasi

ridotte a devozione Parma, Reggio, Modena, altre città di Romagna.

Intanto Carlo di Calabria, senza riguardo a’ patti con cui Firenze

avea garantita la propria libertà, ne smungeva quattrocencinquantamila

fiorini d’oro annui invece dei ducentomila stabiliti; volle diritto

di guerra e pace, sorretto dai nobili cui il principato talentava

meglio che la democrazia; indulgeva ogni licenza a suoi parziali; e

coll’abolire le leggi che reprimevano il lusso delle donne, aggiunse ai

pubblici guaj le querele domestiche. La morte che avea salvato Firenze

da Enrico VII e da Castruccio, la campò anche da Carlo. Libera allora

di sè (1329), si diede a riformare di nuovi ordini la riavuta libertà,

tali che il popolo non governasse direttamente e universalmente, pure

nessuno ne fosse escluso con legge generale. Gli eleggibili erano

sinceramente riconosciuti da cinque magistrature, che rappresentavano

interessi diversi: i priori quei del Governo, i gonfalonieri quei della

milizia, i capitani di parte quelli dei Guelfi, i giudici di commercio

quelli de’ mercanti, i consoli delle arti que’ degli artieri. I quattro

consigli furono ristretti a due, uno di trecento guelfi e popolani

sotto il capitano del popolo, l’altro di cenventi plebei e cenventi

nobili sotto al podestà, rinnovabili ogni quattro mesi.

Allora prese nuovo fiore e preminenza. Pistoja, redenta dai Tedìci

e dai Castracani, si unì ad essa in perpetua amicizia, saldata con

reciproche cortesie, e così i castelli del ridente val di Nievole

già confederati tra loro. Marco Visconti le esibì Lucca, ed essa

improvvidamente la ricusò, nè lasciò l’accettasse una compagnia di

mercanti; onde la comprò Gherardino Spinola genovese. Esso Marco, privo

di quella fermezza per la quale soltanto il valore può riuscire ad

alcun fine, falliva alla causa ghibellina col trattare coi Fiorentini;

e forse al legato pontifizio offrì di tradirgli Milano; poi tornato

a questa città, cominciò a maggioreggiare, tanto che i suoi parenti,

tra per vendetta delle offese avutene, tra per sospetto di nuove, lo

invitano a un banchetto, e la mattina è trovato con una soga al collo

nella fossa.

Morti erano i caporioni tutti de’ Ghibellini, Castruccio, Gian

Galeazzo, Can Grande di malattia, Marco Visconti e Passerino

d’assassinio; Azzone Visconti, riconciliato col pontefice, otteneva

per lo zio Giovanni, fatto cardinale dall’antipapa, l’assoluzione e il

vescovado di Novara; insomma la bandiera ghibellina era dappertutto in

travaglio. Ma neppur la pontifizia stava in onore: i nomi di Guelfi e

Ghibellini non significavano più affezione all’uno e all’altro dei due

luminari del mondo, ma odio all’avverso; e sotto di quelli continuavano

a mutarsi le effimere signorie: unica aspirazione omai, al perdersi

della libertà.

Trovavasi di quel tempo nel Tirolo Giovanni di Luxemburg re di

Boemia, figlio d’Enrico VII, cavalleresco quanto il padre, e che

male acconciandosi ai costumi slavi, andava randagio, guatando ove

fossero litigi da accomodare o nozze da concludere; riconciliò il

Bavaro con casa d’Austria, cercò rappattumarlo anche col papa, ma

questo ricusò ogn’altra condizione se non che Lodovico scendesse dal

trono. A questo re della pace i Bresciani mandarono offrire la loro

città (1331), purchè li soccorresse contro i fuorusciti ghibellini,

che Mastin della Scala voleva rimettere in città. «Povero di moneta

e cupido di signoria», egli vi accorse, quietò le fazioni, indusse

Mastino a desistere; e la fama di sue romanzesche imprese, il nobile

aspetto, l’eloquenza, la generosità, il fare aperto e amichevole

affascinarono gli animi, meno sospettosi perchè egli non armava

diritti, ma dovea tutto alla libera elezione. Per quel solito farnetico

d’imitazione, i Bergamaschi l’invitarono a signore; e così Crema,

Cremona, Pavia, Vercelli, Novara, Parma, Reggio, Modena; anche Lucca,

senza rincrescimento abbandonata dallo Spinola che mai non avea potuto

godervi pace; perfin Milano, ove Azzone si rassegnò ad intitolarsi

vicario di lui, aspettando senza gelosia il tramonto d’un regno che

prevedeva effimero. Dappertutto egli ripatriava gli sbanditi, toglieva

via le guarnigioni lasciate dal Bavaro, le quali non poteano vivere che

di saccheggio. Ma lavorava egli pel papa o per l’imperatore? nessuno

lo sapeva, giacchè facendo bel viso a Guelfi e a Ghibellini, tutti

del pari sommetteva, pur professando non accettare le signorie che per

rimettere l’ordine e la concordia.

Pel quale desiderio di tener buoni tutti, pontifizj o imperiali,

Giovanni s’abboccò col legato. Bastò sì poco perchè gl’Italiani lo

prendessero in sospetto d’intendersi con costui onde spartirsi l’Italia

e tutti ridurre in servitù. Prima Firenze, che, più calcolatrice e men

passionata delle altre città, avea resistito alla moda, si restrinse

col re di Napoli; il papa indispettì del vederlo trattare da padrone

col suo legato, e gli avversò i Guelfi; i Ghibellini ne insusurrarono

il Bavaro, il quale si alleò coi duchi d’Austria e con altri signori

suoi avversarj per invadere gli Stati di quel che gli si era mostrato

intrinseco amico: sicchè il re della pace, divenuto causa di guerra

universale (1332), fu costretto tornare in Germania, lasciando i

dominj d’Italia a Carlo suo figlio, raccomandato ai duchi di Savoja.

Ma questi ben presto l’ebbero abbandonato; Ghibellini lombardi e

Guelfi toscani s’accordarono per ritorgli le città, e ad Orzinovi fu

tessuta una lega fra’ signori ghibellini, la repubblica di Firenze e re

Roberto, assicurandosi a vicenda i possedimenti. Carlo non oppose gran

resistenza, bastandogli cavar denaro, ed aver campo ad altre imprese.

Giovanni in Germania avea dissipato i sospetti, salvato i proprj

dominj, disperso Austriaci e Ungheresi; poi tornò per rimettere

in accordo il papa coll’imperatore, e se il suo fare fu indarno,

almeno riportò onore di molti tornei, e combinò nozze; e ottenuti

da Filippo IV di Francia centomila fiorini, soldò milleseicento

cavalieri (1333), e con questi ricomparve in Italia, ove tutti pareano

intenti a cancellare ogni ricordo della dominazione di lui, o a

farne lor profitto. Il papa, che voleva umiliare i Fiorentini avversi

al cardinale legato, lo favorì: ma scarso di denaro ed avvedendosi

di eccitar gelosie d’ogni parte, quanto a principio aveva ispirato

confidenza, provvide a far denaro; vendette Parma e Lucca ai Rossi per

trentacinquemila fiorini, Reggio ai Fogliano, Modena ai Pio, Cremona

a Ponzino Ponzone, la riviera di Garda ai Castelbarco, e se n’andò in

Francia a ferir torneamenti, conciliare parentele e paci; finchè nella

battaglia di Crécy (1346), vecchio e cieco, combattendo gl’Inglesi

che invaso aveano quel regno, obbligò molti cavalieri a legare i loro

cavalli col suo e spingersi avanti a corpo perduto, menando a caso,

finchè cadde nel fitto della mischia.

Poveri re e imperatori, che senza soldati nè denaro comparivano un

tratto fra questi signori e questi repubblicani ben forniti degli uni

e dell’altro; e non mostrando altro intento che di riguarnire alquanto

la borsa, mietevano odio e vilipendio. Che se conseguivano lode in

Germania, essi che nè tampoco sapeano leggere[285], fra la civiltà e la

finezza italiana pareano barbari, fra le costituzioni nostre tiranni.

Lodovico il Bavaro vendette ogni cosa e perfidiò; Giovanni di Luxemburg

fu più leale, ma altrettanto vendereccio; Carlo di Boemia vendeva

e impegnava: onde io non so che si volesse Dante quando invocava la

vendetta di Dio sopra Rodolfo d’Habsburg e Alberto suo figlio perchè

lasciavano deserto questo giardin dell’Impero, e non venivano a

ricomporre il freno di questa fiera indomita; o il Petrarca allorchè ad

esso Carlo dirigeva retorici inviti. Qual bene aveano mai gl’Italiani a

sperare dagli imperatori? quali mai dai papi? eppure di loro lontananza

continuavano a piagnucolare; e intanto si valevano del nome degli

uni e degli altri per parteggiare, ammantar le proprie ambizioni,

e tempestare in una libertà che nè sapeano stabilire nè voleano

rinunziare, e che soccombeva or alla tirannia delle moltitudini, or

alla tirannia d’un solo.

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 18 / 32 题