Gli storici del medioevo.
Dei tempi che fin qua descrivemmo «non solamente son venute meno le
storie, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime
ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci
avesse salvata la _Storia longobardica_ di Paolo Diacono sino all’anno
774, resterebbe in un gran bujo allora la storia d’Italia. Continua
nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi
fin dopo il Mille, che qualora fosse perita la cronaca di Liutprando,
e non ci recassero ajuto quelle de’ Franchi e de’ Tedeschi, noi ci
troveremmo ora, per così dire, in un deserto pel corso di quasi tre
secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all’essersi perduta la memoria
di moltissimi avvenimenti d’allora, quelli che restano, sì mal disposti
bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnar gli anni
via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è
forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni».
Tali disadorne parole del padre della storia italiana valgano, se
non ad ottenere scusa, a dar ragione dell’esitanza che il lettore
avrà notato alcuna volta nel nostro racconto, della scarsità di
fatti, dell’ignoranza delle cause. E sì che non ci credemmo tenuti
ad accertare ciascun anno come il cronologo, nè dissertar sulle date
se non quando esse mutano natura e significazione agli avvenimenti; e
risparmiando le discussioni, abbiamo esibito le convinzioni prodotte in
noi da indagini, delle quali velammo ai lettori l’ingratissimo tessuto.
Man mano abbiamo accennato i poveri cronisti da cui attingemmo, e oltre
Paolo Diacono, intorno ai primi Carolingi ci sussidiarono Erchemperto
che va dal 774 all’889, e la cronichetta d’un prete Andrea bergamasco,
tutt’altro che spregevole nè per le cose nè per la forma nè per quella
dote che, rarissima ne’ cronisti, non è comune negli storici, il
sapere quali eventi importi riferire, quali trasandare. Giovan Diacono
tessè la vita di Gregorio Magno; Agnello prete, grossolano ne’ fatti
e nell’esposizione, quella dei vescovi di Ravenna, in tempi che era
città importantissima; alquanto meglio quella dei papi il bibliotecario
Anastasio, o piuttosto i varj autori del _Libro pontificale_,
interrotto all’889, al 1050 ripigliato dal cardinale d’Aragona, sempre
in sentimento encomiastico; aggiunta la vita di Alessandro III, viva
pittura del tempo della Lega Lombarda.
All’uscita dell’XI secolo, Gregorio monaco di Farfa ebbe pel primo la
buona ispirazione di raccogliere i diplomi attinenti al suo monastero,
e sulla scorta loro compilò una cronaca, proseguita da altri e imitata
da molti, e deh fosse stata da tutti i monasteri, ch’erano il centro
dell’attività non solo intellettuale ma sociale. Delle più importanti
è quella di Montecassino, cominciata da Leone Marsiccino, condotta sino
all’abate Desiderio che fu poi Vittore III, indi seguitata rimessamente
da un diacono Pietro.
Nel tradurre alla lingua e alle fogge nostre le tradizioni de’ popoli
invasori, i cronisti le alteravano, al tempo stesso che divenivano
causa od occasione che si perdessero gli originali, come avvenne dei
Goti pel Jornandes, e dei Longobardi per Paolo Diacono. Usando una
lingua che più non parlavano, nelle parole, non nate a un parto col
pensiero, esprimevano più o meno del concetto, quand’anche non vi
attribuivano un senso arbitrario; avendo letto gli antichi, ne traevano
le frasi ben o male a rappresentare tutt’altre cose, tutt’altra
condizione di società. Della quale società aveano sott’occhio
l’andamento, sicchè non gittano più che un cenno per descrivere una
complicazione che a noi riesce inestricabile, una rivoluzione, che per
essi era evidente, mentre noi fatichiamo invano a spiegarcela; toccano
di volo un fatto rilevantissimo alla posterità, mentre si distendono
sopra un’inondazione o una cometa, che turbava l’immaginazione o
gl’interessi dei contemporanei. Per chi non voglia rimanersi alle
generalità convenzionali e sistematiche, quanta fatica ad annodare in
una catena probabile le confessioni sorprese, i monumenti sconnessi, le
congetture sopra notizie mal determinate, incerte, sovratutto scarse!
Di mezzo a questa inopia si discerne Liutprando di Pavia, adoprato
in gravi affari, segretario, poi nemico dell’imperatore Berengario
II, esigliato in Germania, e di là ricondotto da Ottone il Grande,
e posto vescovo di Cremona. Le vicende contemporanee, dalla presa
di Frassinetto nell’891 fino al concilio Romano del 963, espose con
istile colto e con un’arguzia che spesso degenera in frivolezza, e una
passione che neppur rifugge dalla calunnia. Nelle ambascerie sue, con
uno spirito ostico e negativo, affatto discordante dalla bonarietà de’
cronisti, egli critica, ride, esagera i vizj e i difetti della Corte
bisantina per adulare la tedesca, e vagheggiando la puerile o senile
affettazione, e raccogliendo senza discernimento, piacesi sfogare la
sua parzialità fin a costo del pudore.
Ciò ne spiega quella sua frase, ripetuta poi a sazietà e quasi
oracolo storico, che, quando si volesse dinotare il colmo d’ogni
vizio, si diceva _romano_. Spedito dall’imperatore tedesco a
quel di Costantinopoli, che vantandosi del titolo di romano, come
tale pretendeva primazia sopra l’occidentale, Liutprando toglie a
cuculiarlo, trasmodando nel lodare i Tedeschi, e asserendo che romano
non è più che titolo di contumelie e compendio d’ogni improperio. È
dunque bassa adulazione questa contumelia, la quale, del resto, il
complesso del suo racconto convince ch’egli non la diceva alla Corte
bisantina, ma la inseriva solo nella sua relazione per ingrazianire gli
Ottoni.
Di buoni storici furono fortunati i Normanni. Gaufrido Malaterra,
comandato da Roberto Guiscardo di conservar memoria delle sue imprese,
le dedicò al successore di esso. Guglielmo Apulo cantò in cinque
libri le azioni de’ Normanni, cominciando magnifico, seguendo rimesso,
terminando con orgogliosa bassezza[228]. Ad Ugo Falcando di Benevento
la dipintura del regno di Guglielmo il Malvagio acquistò il titolo
di Tacito della Sicilia; poi passato a Guglielmo il Buono, non ha
parole bastanti ad esaltare la felicità della nazione: il quale rapido
tragitto non meno che la retorica eleganza ne rendono sospette le
asserzioni. Coraggioso e sensato, previde le sciagure che sull’isola
trarrebbe il passare in signoria de’ Tedeschi; e come altri Siciliani
anche di tempi più civili, non dissimulava l’odio e lo sprezzo verso i
Pugliesi, gente, al dir suo, «di suprema incostanza, avidi sempre del
nuovo, agognanti libertà senza saper conservarla; sul campo attendono
appena il segno dell’attacco per fuggire; inabili alla guerra, non
sanno requiar nella pace»[229].
Matteo Bonello, ricco prelato, scrisse con sentimento la storia di
Guglielmo I, di cui fu ministro. Goffredo da Viterbo tirò un _Panteon_
dal principio del mondo fino alle nozze dell’imperatrice Costanza,
«avendo (dice egli) per quattro anni, di qua e di là dai mari rovistato
tutti gli armadj latini, barbari, greci, giudaici, caldei». Romoaldo
arcivescovo di Salerno, ministro di Guglielmo II, avvivò la sua cronaca
con preziose particolarità; un’altra di Amato monaco di Montecassino,
conosciamo dalla versione francese[230]. Pietro d’Ebulo verseggiò
i moti della Sicilia, avverso a re Tancredi: Ricardo da San Germano
notajo, testimonio oculare e sincero per quanto ghibellino, delinea
i tempi di Federico II. Dalla morte di questo alla coronazione di
Manfredi prosegue Nicola di Jamsilla, con parzialità ghibellina, ma
con ingenuità carissima. Matteo Spinelli di Giovenazzo dal 1247 fino
alla battaglia di Tagliacozzo, ove morì, stendeva un giornale ch’è il
più antico in vulgar nostro. Saba Malaspina, l’anonimo Salernitano,
Alessandro di Telesa, Nicola Speciale, la cronaca del tempo di regina
Giovanna di Domenico Gravina, son robusti ajuti alla storia del Reame,
de’ cui scrittori diede il catalogo Francesco Soria.
Ma già colla libertà era cresciuta la coltura, alla cronaca del
monastero sottentrava quella del Comune, e l’importanza delle cose
esposte rialzava la narrazione e l’associava alla politica, in modo
di istruire e allettare, mostrando e sufficienza di cognizioni, e
arguta stima degli avvenimenti, e caratteristiche particolarità, e
quel movimento che deriva da sentimenti veri. Nella grande agitazione
comunale, nessuna città può dirsi mancasse del suo cronista, tanto
più che molte nel XII e XIII secolo fecero ridurre in registro tutti
gli atti per assicurarli dalle eventualità; e molti se ne valsero per
la storia. Arnolfo e Landolfo il vecchio, milanesi vissuti poco dopo
il Mille, e primi laici che stendessero civile storia, per quanto
difettino d’esattezza, piace udirli esporre l’origine delle contese fra
nobili e popolani, fra cherici e secolari, donde restò mutata non solo
la costituzione civile, ma la sociale. Il primo mostra la feudalità
trafitta dal popolo guidato dai preti, i quali danno le prime libertà.
Landolfo mostra gli arcivescovi vincitori dei nobili; poi Landolfo
juniore dirà come devoti tribuni vincessero gli arcivescovi imposti
dall’imperatore, e facessero trionfare la libera elezione.
Nei tempi del Barbarossa giova correggere il genio repubblicano di
sire Raul o Rodolfo milanese (_De gestis Frederici_) colle inclinazioni
imperiali di Ottone Morena magistrato lodigiano (_Rerum Laudensium_),
il quale fu seguitato in tono più generoso e liberale dal figlio
Acerbo, che militò col Barbarossa, e morì nella spedizione contro
Roma il 1167. Entrambi cedono la mano a Ottone vescovo di Frisinga
e Radevico suo canonico, che, l’uno in continuazione dell’altro,
tratteggiarono le guerre di cui erano testimonj e parte, non
contentandosi più, come i cronisti, d’una sola città e ignorando le
vicine, ma abbracciando l’Italia tutta, e osservando alla legalità
nell’organica lotta dei due poteri.
Galvano Fiamma (_Manipulus florum_), dopo ingombrati di baje i primordj
della storia milanese, migliora di senno e di colorito accostandosi
ai proprj tempi. Pietro Azario narra i fatti dei Visconti con limpida
prosa e gustosissima ingenuità, e con un’imparzialità insolita nelle
precedenti fazioni. Gherardo Maurisio vicentino scrisse di Ezelino III
quando ancora non s’era mostrato ribaldo; onde gli cammina parziale,
quanto avversissimi i cronisti di tutte le vicine città, fra cui
primeggia Rolandino di Padova. Costui, come maestro di grammatica
e retorica, fece opera più ordinata e chiara delle contemporanee,
e la lesse davanti ai professori e scolari di quell’università, che
l’approvarono, od almeno l’applaudirono.
Albertino Mussato, magistrato padovano, da cui abbiamo le prime
tragedie moderne nell’_Achille_ e nello _Ezelino_, in sedici libri di
_Storia Augusta_ magnificò l’infelice tentativo d’Enrico VII contro
i tirannelli, in altri otto i successi fino al 1317, poi in tre canti
l’assedio posto da Can Grande della Scala a Padova, da ultimo i dissidj
che questa sottomisero ai signori di Verona. La continuazione dei due
Cortusj nel narrare la laboriosa ribellione di Padova è ben lontana
dall’eguagliarne il merito. I due Gattari vedono l’uno il dechino,
l’altro la perdita della patria indipendenza, deplorandone le cause,
e stendendo le scene della guerra civile anche al resto d’Italia;
perocchè già i cronisti volgevano l’occhio anche fuor della terra
natale.
Cristoforo da Soldo bresciano va sino al 1468; ma destituito di critica
e ineducato, si appoggia alle dicerie, e rozzamente espone ciò che
rimessamente pensa. Il Malvezzi trova ne’ disastri nuovi la spiegazione
degli antichi. Castel da Castello bergamasco con grossolana verità
descrive le miserie a cui la sua patria ridussero le guerre civili fino
al 1407. Ricobaldo da Ferrara[231] tuffato tra guelfi e ghibellini,
Ferreto da Vicenza favorevole ai tiranni che trionfano, altri ed
altri noi giudicammo servendocene. Basti dire che la collezione del
Muratori dà le cronache di ben sessantotto città fra il V e il XV
secolo, e che la sola _Bibliografia storica delle città e luoghi dello
Stato Pontifizio_ empie un grosso volume in-4º con null’altro che il
nome degli storici di settantuna città ancora esistenti e di sedici
distrutte in quel paese.
Una ignorante gelosia, che i posteri redimono splendidamente, negò
al Muratori le cronache piemontesi; fra le quali son prime quelle
che sovra le precedenti compilava un Ogerio Alfieri, a torto creduto
monaco, finendo al 1294, cui succedette Guglielmo Ventura al 1325, e
poco poi Secondino Ventura. Frà Jacopo d’Acqui empì di sogni le origini
de’ marchesi di Monferrato nel _Chronicon imaginis mundi_, ove le molte
letture stivò senz’ordine nè discernimento[232].
Alcuni peggiorarono la storia col voler verseggiarla, all’inettezza del
narrare aggiungendo la difficoltà del metro. Lorenzo Diacono di Pisa
non incoltamente cantò la spedizione de’ suoi contro le isole Baleari:
Donnizone, vescovo di Canossa, rimò le azioni della contessa Matilde;
un innominato le lodi di Berengario; il Cumano la guerra decenne de’
Lombardi contro Como; Moisè del Brolo i fasti di Bergamo circa il 1120;
Gaetano degli Stefaneschi i tempi di Bonifazio VIII; maestro Pietro
d’Eboli espose in elegi le guerre fra Enrico VI e Tancredi; Antonio
d’Asti le lotte guelfe e ghibelline nella Storia elegiaca della sua
patria fino al 1341; frà Stefenardo di Vimercate, ne’ migliori versi
della sua età, i fasti milanesi dal 1262 al 95. Poi in italiano Boezio
Poppleto e Anton di Boezio cantarono le cose d’Aquila dal 1252 al 1382,
la cronaca aretina ser Gorello de’ Sinigardi, la mantovana Buonamente
Aliprando, la perugina Bonifazio veronese nell’_Eulistea_.
A Genova presentavasi in pien consiglio la cronaca di ciascun anno, ed
approvata riponeasi negli archivj. Di qui il Caffaro, che fu console e
capitanò le patrie flotte contro i Pisani e i Saracini, desunse la sua
storia, che per morte lasciò in tronco al 1163. Per pubblico decreto
proseguita da Ottobono, da Ogerio Pane, da Marchisio, da Bartolomeo,
cancellieri della Repubblica fino al 1264, fu poi commessa a personaggi
illustri e consolari, Marino Usodimare, Jacopo Doria, Guglielmo
Multedo, Arrigo Guasco marchese di Gavi, Oberto Spinola ed altri che
arrivano al 1294: dopo l’intervallo di quattro anni, Giorgio Stella
ed altri di sua famiglia e dei Senarega ripigliano fino al 1514; da
ultimo Filippo Casoni fa punto al 1700. Sono essi le fonti della storia
genovese, parziale sì, ma preziosissima continuità di contemporanei,
quale niun’altra città può vantare. Anche Giovanni Bracelli da Sarzana,
in buon latino senza ostentazioni retoriche, riandò i fatti dal 1412
al 44, ben informato come cancelliere che era della Repubblica. Altri
scrittori indipendenti riempiono l’ufficiale orditura, ma frà Jacopo da
Varagine, noto per la leggenda dei santi, nella lunga cronaca di Genova
dal trojano Giano fin al 1297 insacca pedantescamente senza vagliare, e
v’innesta della morale scolorita.
Giovanni Diacono, vulgarmente fin qui cognominato il Sagornino, buon
dicitore mentre dogava Pietro Orseolo II, è il meglio accreditato
fra i molti cronisti dei tempi oscuri e congetturali di Venezia, i
quali furono eclissati da Andrea Dandolo. Istrutto in leggi e belle
lettere, tutto decoro, gravità, amor patrio, e prudenza qual si addice
al guidatore di grande repubblica, costui spiegò in latino una storia
dall’êra vulgare 1342, esangue e senza critica pei tempi vecchi, pei
successivi ricco di documenti, e meno parziale che non aspetteremmo da
nobile e repubblicano. Lo continuarono Benintendi de’ Ravegnani, poi
Rafaelle Caresini. Pur testè videro la luce la cronaca Altinate, che è
piuttosto un nodo di cronache di differente merito; e, più allettativa
a leggere se non più feconda di notizie, la cronaca scritta in francese
o in francese tradotta dal Da Canale nel 1267. Furono poi nel 1516
assegnati ducento zecchini annui a uno storiografo e bibliotecario di
San Marco, che registrasse i fasti patrj; e il primo fu Marcantonio
Coccio detto il Sabellico, ma abborracciò; Bernardo Giustiniani erasi
appigliato a buoni documenti per indagare l’evo primo, ma si arrestò
all’809. E in generale Venezia non fu guari fortunata di storici; nè
i suoi mostrano prepotente il bisogno dell’esattezza, e adulando la
patria, guastano il conoscerla quanto i moderni romanzisti.
Non vuolsi dimenticare il partito preso in essa fin dal 1296, che gli
ambasciadori esponessero al magistrato un ragguaglio della condizione
fisica e morale del paese a cui erano spediti; poi nel 1425 fu ordinato
di ridurli in iscritto[233], e si conservavano nell’archivio pubblico,
donde, forse illegalmente, se ne trassero le copie oggi possedute da
privati; e per pienezza dei ragguagli, e per l’opportunità che aveano
di conoscere i grandi dappresso, sono preziosissimi fondamenti a quella
scienza, che poi fu prostituita col nome di statistica.
Anche Bologna ebbe una cronaca di quasi quattrocent’anni. La napoletana
di Matteo Spinelli credesi una contraffazione, e certo il suo italiano
è più sciolto che quello posteriore del Malespini. Ma Firenze ci dà le
migliori per dettatura insieme e per buon senso e accorta ingenuità.
Ricordàno Malespini scrisse nel patrio dialetto quanto «trovò nelle
storie degli antichi libri de’ maestri dottori»; e poichè allora erano
sinonimi scritto e vero, vi trae il nome di Pisa dal _pesare_ che i
negozianti vi fanno le merci, di Lucca dalla _luce_ del cristianesimo
ivi portata, di Pistoja dalla _pistolenza_; fa la chiesa di San Pietro
in Roma fondata ai tempi di Augusto, al tempo di Catilina celebrar
messa nella canonica di Fiesole, Firenze devastata da Attila[234];
ma con miglior senno e con mirabile pacatezza, quantunque propenso a’
Guelfi, espone gli accidenti di cui fu testimonio egli stesso fino al
1280.
Lo continuò fin al 1312 Dino Compagni, volendo «scrivere il vero delle
cose certe che vide e udì; e quelle che chiaramente non vide, scrivere
secondo udienza; e perchè molti, secondo le loro volontà corrotte,
trascorrono nel dire e corrompono il vero, propose di scrivere secondo
la maggior fama». Strani canoni della credibilità, che ci attestano
come fosse ancora in fasce la vera storia, uffizio della quale non è
soltanto il raccorre fatti, ma cernirli, ordinarli, esporli. Come nelle
frequenti magistrature della patria procurava insinuar pace, così nelle
scritture; e da tale sentimento trae non di rado veemenza il suo stile,
e — Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il
ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie,
palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non
penate più, andate, e mettete in ruina le bellezze della vostra città,
spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello
amore, nieghi l’uno all’altro ajuto e servizio, seminate le vostre
menzogne, le quali empieranno i granaj de’ vostri figliuoli; fate come
fe Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci
anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio
sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate ai
vostri antichi se ricevettono merito nelle loro discordie; barattate
gli onori che eglino acquistarono. Non v’indugiate, miseri; chè più si
consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e
piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno». Con sì
nobili intendimenti e retto giudizio e gran probità reca nel suo lavoro
brevità, precisione, vigore, qual può desiderarsi in istoria semplice
e veritiera: eppure rimase ignoto al Villani suo contemporaneo e ai
posteri fin quasi al Muratori: oggi s’affollano ragioni per dimostrarlo
apocrifo.
Giovan Villani, mercante e magistrato, si condusse a Roma pel giubileo
del 1300, e «trovandosi in quello benedetto pellegrinaggio della
santa città», la vista di tanti monumenti e la lettura di Sallustio,
Livio, Valerio, Paolo Orosio, Virgilio, Lucano _ed altri maestri di
storie_ l’ispirarono a narrare gli eventi della sua patria, «per dare
memoria ed esempio a quelli che sono a venire, ed a reverenzia di
Dio e del beato santo Joanni, e a commendazione della sua città di
Firenze». Il che fece in dodici libri, senza pretese di dottrina o
prevenzione di sistema, beendo alla grossa le favole antiche; anche
lunghi tratti togliendo di peso dal Malespini senza pur indicarlo,
non parendo allora plagio ma abilità il giovarsi di chiunque avea
preceduto: giunto poi al tempo suo, con gran rettitudine di sentire e
ragionare espone i fatti, e non soltanto della patria, coll’efficacia
di chi può dire — Io scrittore ho veduto, io sono stato». Pende a
parte guelfa senza dissimularlo[235], ma schietto esprime gli schietti
sentimenti, incalorendosi nel ragionare della sua patria, raccontando
con evidenza affettuosa e talora pittoresca, e distendendosi nelle
particolarità, senza dubitare riesca indifferente o nojoso ad altri
quel che a lui fu d’interesse. Da mercante che era, si bada sulle cose
positive che i contemporanei stranieri negligono; e mentre questi non
ci danno che le personali loro impressioni, il Villani procede esatto e
intelligente, esamina, paragona, giudica, e alla gravità degli antichi,
che non di solo nome conosceva, accoppia la sperienza personale.
Tanto positivo nol distoglie dal credere a miracoli e astrologie,
debolezza che facilmente gli si perdona. Scarco d’apparato letterario,
incondito di grammatica[236], nella legatura delle voci è naturale e
analitico; nulla di soverchio, nulla di studiato riempitivo, di forzata
trasposizione, di reggimento artifiziato, ma sempre una famigliarità
semplice e gioconda. Vero modo, pel quale l’Italia avrebbe potuto
elevarsi alla storia originale, se non avesse anche in ciò voluto
crogiolarsi nell’imitazione.
Morto dalla terribile peste del 1348, lo continuò il fratello Matteo,
in undici libri abbracciando appena sedici anni: evidente ritrattista
de’ costumi e degli avvenimenti, pratico del cuore umano e dei viluppi
della politica, s’indispettisce al vizio, s’infervora alla libertà,
la riverenza religiosa nol rattiene dal rivelare anzi esagerare i
traviamenti dei papi, talchè si concilia confidenza e amore. La nuova
peste del 1362 lo rapì, e Filippo suo figliuolo filò il racconto di
lui sino al 65: uom di studj e chiamato a leggere Dante in cattedra,
ha più adornezza e meno ingenuità del padre e dello zio, e nelle
_Vite d’illustri fiorentini_ lascia desiderare quel colorito e quel
particolareggiare, che formano l’anima delle biografie.
Anche Marchione da Coppo Stefani, pensando «quant’è a grado agli uomini
trovare cosa che riduca a memoria le cose antiche, e specialmente
i principj delle città e schiatte, si pose in cuore di durar fatica
e mettere tempo e sollecitudine in trovar libri ed ogni scrittura,
per ricordare a chi n’avesse vaghezza» la storia patria. Fattosi
dalla creazione, tirò il racconto dei Villani sino al 1385, narrando
le discordie dei Ricci e degli Albizzi che Matteo avea dissimulate.
Piero Minerbetti fece una coda troppo inferiore ai Villani che voleva
imitare; nè hanno valore i Morelli. I _Commentarj_ di Neri di Gino
Capponi fino alla pace di Lodi col vigore e l’evidenza attestano il
limpido ingegno di quel destro politico e buon militare, a cui la
repubblica affidava da stendere i dispacci più importanti. Giovan
Cambi fino al 1480 copiò «da uno libro antico e da darvi buona fede» e
riscontrandolo con altri: poi di là segue il suo _Memoriale_ «semplice
e puramente senza adornezza di parole», come un mercante che nota
dì per dì quel che vede e ode, da tutto traendo riflessioni morali
sulla giustizia di Dio, sulla depravazione de’ costumi, sul nulla
delle grandezze umane, e, come tutti i Fiorentini, rimpiangendo il
buono stato repubblicano, che vedeva andare a rotta. Filippo di Cino
Rinuccini dettò _Ricordi storici_ dal 1282 al 1460, donde fino al 1506
li continuarono i figli Alamanno e Neri. E fu abituale fra quegli
Ateniesi d’Italia il tenere certi libri che chiamavano _Prioristi_
perchè vi notavano i priori di ciascun anno, e insieme gli avvenimenti
principali del loro paese e de’ forestieri, domestica tradizione;
carissimi sempre, perchè non lo scrittore, ma l’uomo vi appare; e
confortanti quanto il conversare con un vecchio dabbene e ricordevole.
Gli altri innumerevoli cronisti di Toscana si esprimono colla
nitidezza e precisione dei popolani, non guasti dalla scuola e dalla
pretensione[237]. Le _Storie pistolesi_, d’ispirazione soverchiamente
municipale, danno rilievo alla larga prospettiva de’ Villani. Perugia
nel 1366 ordinava si scrivesse «in un libro giallo tutti i fatti della
città». Il boccheggiare di Pisa sotto i colpi di Firenze è disegnato
da Palmerio; da Guarniero Berni la ruina d’Agobbio; da Manetto le
inesauribili fazioni di Pistoja. Di Siena non ci restano storici nel
tempo ch’essa teneasi in bilico con Firenze e Pisa; e solo Andrea Dei
ne espose i fatti cominciando dal 1186, trasvolando ai tempi antichi
e giungendo fino al 1348; di là prosegue Angelo Tura: dal 1352 all’81
servono gli _Annali_ di Neri di Donato. Degli storici di Lucca il più
antico è Tolomeo Fiadoni, che narra alla fuggiasca le sorti anche di
tutta Toscana dal 1063 al 1303, valendosi del _Registro_ e degli _Atti
lucensi_ ora perduti. Succede Giovanni Sercambi, che sentenzioso e
compassato tirò una cronaca dall’origine della repubblica fino alla
tirannia di Paolo Guinigi, e un’altra sul costui principato, ma con
molti errori sul tempo passato, e slealtà sul suo[238]. La storia di
Lucca, conservatasi repubblica perchè soccombette la sua gran nemica
Pisa, è piuttosto a raccogliersi ne’ suoi archivj, i più preziosi
d’Italia dopo quelli di Roma.
Nelle cronache l’autore nè scevera il falso dal vero, nè studia ad
esposizione colta e ordinata, ma nota con inconsciente ingenuità quanto
vede o sente, riferisce tritamente le vicende delle stagioni, il prezzo
delle derrate, le dicerie di piazza; talora l’ingenuità arriva a tal
punto che il cronista racconta la propria morte[239]: l’aneddoto la
vince sulla storia, si va da frammento a frammento; notizie individue,
frivole talvolta, sconnesse sempre. Pure, a tacer che talvolta
l’unicità li fa rappresentanti d’un paese o d’un’età, cattivano gli
animi come rivelazione dei tempi, e come schietta espressione de’
sentimenti popoleschi e delle passioni accentuate: al loro cessare si
esaurisce una fonte di pruriginoso sapore.
E cessar doveano, perchè essi vedono dappertutto l’immediato governo
della Provvidenza, castighi e premj in ogni evento, predizioni
ed augurj; mentre da poi estendendosi la coltura e complicandosi
la politica, i fatti terminavano d’essere istintivi e impetuosi,
preparavansi a disegno, si consideravano la concatenazione dei fatti,
le remote origini e conseguenze, il che costituisce la storia, la
quale è ricordo, avviamento, esame. Ma il sentimento vigoroso che
si richiede per riprodurre i fatti, la critica per abburattarli, la
ragione austera per giudicarli, l’estesa comprensione per coordinarli,
mal si combinano nè coll’entusiasmo de’ cronisti, nè coll’erudizione di
quei che vi sottentrano. I quali presero a compilare storie in latino,
da contemporanei ancora, ma già mirando all’effetto, e spesso guasti
da reminiscenze classiche, per le quali rimangono talora svisati i
fatti, più spesso i sentimenti. Il letterato sottentra dunque all’uomo,
la penna al battito del cuore, aspettando che arrivi la vergognosa
êra delle gazzette: han luoghi comuni e frasi stereotipe, per cui
ogni mediocre riesce a raccontare _bene_, ma a raccontar nulla, con
chiacchericcio insulso, colla polemica, colla inintelligenza (anche
i più arguti) del gran fatto che arresta il sublime lancio italiano,
perchè tutto vedono traverso al prisma romano.
Poggio Bracciolini di Firenze cerca soltanto le vicende guerresche,
non dandosi per inteso de’ cambiamenti civili, nè facendoci conversare
coi grandi contemporanei, ma riconosce il posto che compete alla bella
città, che rigenerata dal magnifico Lorenzo, non vacilla dietro a
partiti interni, ma osserva la generale politica, e cerca soluzioni
generali alle particolari evenienze. Anche Bartolomeo della Scala tessè
una storia di quella città fino alla calata di Carlo VIII. Leonardo
Bruno d’Arezzo, stando a Roma segretario apostolico, vide e tratteggiò
i miseri subugli di questa metropoli; eletto cancelliere di Firenze,
ne distese la storia fino al 1404: scrittore accurato della frase e
del periodo, richiesto da principi, visitato da forestieri, lasciò pure
versioni dal greco, e vite e lettere, da cui noi razzoleremo la storia
letteraria del suo tempo. Con maggior arte è stilato l’episodio della
congiura de’ Pazzi, con cui Agnolo Poliziano ripagava i Medici della
concedutagli protezione.
Giovanni Cavalcanti narrò le cose toscane dal 1420 al 52, guelfo
di persuasione, idolatro di Cosmo de’ Medici; il Machiavelli se ne
prevalse senza indicarlo. Pedante benchè toscano, non possiede nè
l’ingenuità del Trecento, nè la meditata purezza del Cinquecento;
guasta la cara favella materna con crudi latinismi, manierati
aggettivi, frasi attorcigliate, concioni retoriche; e di mezzo a ciò
modi plebei più rilevati dal tono cattedratico. Dirà _latino_ per
italiano, _queriti_ i cittadini; e descrivendo gli orrori della presa
di Brescia, si trastulla sulle parole.
Vespasiano de’ Bisticci, erudito librajo, lasciò vite di suoi
contemporanei, neglette per lo stile, buone per le cose, talvolta care
per naturalezza, sempre di virtuosi sentimenti. Oltre il _Libro dei
detti e fatti di re Alfonso_ per Antonio Bocadelli detto il Panormita,
di quel re ci diede la storia Bartolomeo Fazio della Spezia, più
sollecito della elegante latinità che di cercare il vero, benchè fosse
testimonio dei fatti. Lucio Marineo siculo, per incarico di Fernando
il Cattolico, scrisse in latino le imprese di questo e di suo padre
adulando. Pandolfo Colenuccio da Pesaro compendiò la storia napoletana
fino a’ suoi giorni: Pier Paolo Vergerio dettò quella dei Carraresi con
eleganza; Daniele Chinazzo da Treviso in italiano la guerra di Venezia
con Genova: il Plátina la storia di Mantova e dei papi, fondandosi
sopra documenti; e se la passione troppo spesso il traviò, ben era raro
al suo tempo questo dubitare delle asserzioni antiche. Giorgio Stella
racconta la Genova dei dogi, desiderando che, pel bene dell’umanità, i
nomi de’ Guelfi e Ghibellini fosser dispersi dalle memorie: quasi non
fossero il necessario nodo della storia d’allora.
La prima cattedra di storia che si ricordi, fu eretta a Milano per
Giulio Emilio Ferrario novarese; poi Andrea Biglia agostiniano raccontò
fedele e non inelegante i fasti di quella città dal 1402 al 31. Pier
Candido Decembrio, vissuto alla corte di Filippo Maria Visconti, poi
caldo della Repubblica ambrosiana, al cadere di questa passò a Roma
e altrove in servizio di segretario; ripatriato, scrisse le vite di
esso Filippo Maria, dello Sforza, di Nicolò Piccinino, e una cronaca
de’ Visconti, piena d’ingenue particolarità al modo di Svetonio, ma
senza la costui purezza. Giovanni, fratello del famoso segretario
Cicco Simonetta, celebrò Francesco Sforza, al quale era stato sempre a
fianco, adulando ma non smaccato, sempre chiaro, spesso elegante, ma
senza la vivacità che impreziosisce i contemporanei. Tristano Calco
seguì la storia dei Visconti di Giorgio Merula; poi vistola fracida
di favole dello scrigno di Annio da Viterbo, la rimpastò traendola
sino al 1323, con critica delle fonti e buono stile. Contemporaneo
suo Bernardino Corio, cameriere di Lodovico il Moro, compiva la più
divulgata storia milanese, in un vulgare barcollante; parabolano nelle
cose vecchie, particolareggiato e ricco nelle contemporanee, sebbene
poco intelligente, e copiando, quasi traducendo il Simonetta.
Questi autori ci conducono fin valico il medioevo, e fin a quelli
che meritano il titolo di storici. A chiarire e interpretare essi
autori, massime pei secoli più muti di luce, a supplirne le mancanze,
ad accertarne i tempi, soccorrono le lapidi e le monete, come per la
storia antica; ma vi si aggiunge una dovizia di documenti. Sono la più
parte scritture pagensi, cioè d’affari privati: per entro le quali lo
statista aguzza l’occhio a scovare le traccie del popolo e il carattere
delle società nella natura de’ possessi e de’ contratti; il cronologo
se n’ajuta a disporre i successi per anni, primo passo a connetterli
e intenderli; la storia ne ricava le tinte onde incarnare gli aridi
contorni de’ cronisti.
Di che scabrezza sia un tale lavoro, non può valutarlo se non
chi v’abbia steso le mani; onde si trova più facile, e perciò è
più consueto il deriderlo come erudita pedanteria. E di beffardi,
sturbatori della scienza e martirio degli operosi, non fu penuria in
verun tempo; ma neppure di rassegnati, che rinvergarono con pazienza,
interpellarono con sincerità questi testimonj del passato, pur
ignorando che cosa deporrebbero. Già nel Cinquecento (secolo che per
farnetico dell’antichità classica recavasi a schifo come barbarie e
ignoranza tutto ciò che avesse attacco al medioevo) v’ebbe cronisti
e storici che nei loro racconti intarsiarono documenti. Su questi
elaborò la sua _Storia del regno italico_ dal 281 al 1200 Carlo
Sigonio, il primo che penetrasse in quell’inesplorata boscaglia. Sfiorò
esso gli archivj tutti d’Italia e singolarmente della Lombardia,
per sè o per mezzo d’amici esaminò i _Monumenti_; e il catalogo
di questi, pubblicato il 1576, desta meraviglia, per quanto le
cresciute cognizioni l’abbiano convinto di molti errori e di ben più
mancanze[240].
Dei documenti si valsero il Sabellico e il Giustiniani per la storia
di Venezia, il Borghini ne’ _Discorsi storici sopra Firenze_, il Corio
ora detto, il San Giorgio di Biandrate nella cronaca del Monferrato
sino al 1490, Gioffredo della Chiesa in quella di Saluzzo fin al
1419, primo che de’ paesi subalpini scrivesse in italiano; Benedetto
Giovio nella _Storia di Como_; e più tardi il Tatti negli Annali
ecclesiastici della stessa città, quando anche il Campi nella storia
di Cremona, il Martorelli in quella di Osimo, il Pellini in quella di
Perugia[241], l’Ughelli nell’_Italia sacra_, il Cinonio nelle _Vite
dei pontefici_, il Puccinelli nell’_Ugo il Grande_, il Gallarati
nei _Monumenti novaresi_, il Guichenon nella _Casa di Savoja_, il
Compagnoni nella _Reggia picena_. Uno de’ migliori il Ghirardacci nella
_Storia di Bologna_ (di cui non s’ha alla stampa che fino al 1425)
mancò dell’arte di disporre, e narrò quasi sempre incolto; ma offre tal
suppellettile di notizie e documenti, che pur beati se tutte le città
ne apprestassero tanti.
Conosciutane l’utilità, si fecero raccolte sia de’ cronisti, sia de’
documenti, e prima da forestieri, giacchè ci vennero da Francoforte gli
_Scriptores Rerum Sicularum_ e i _Rerum Italicarum Scriptores varii_;
da Parigi Ugo Falcando, e le _Cronache Cassinensi_ di Leone d’Ostia
e di Pietro Diacono; da Rouen Guglielmo Apulo; da Spagna la _Cronaca
di Gaufrido Malaterra_; da Augusta il _Ligurino_ del Guntero sulle
imprese del Barbarossa; da Lione il _Codice Longobardo_, e gli _Annali
Toscani_ di Tolomeo Fiadoni; da Magonza _Anastasio Bibliotecario_.
Gilberto Cognato nella _Sylva variarum narrationum_ ci dava l’_Origine
de’ Guelfi e Ghibellini_ di Benvenuto da San Giorgio; il Menkenio
nelle _Cose germaniche_ stampava la cronaca di prete Andrea da Bergamo;
Eckardt nel _Corpus historicum medii ævi_ quella del Jamsilla dal 1210
al 1258; Bongarsio ad Annover il _Liber secretorum fidelium crucis_
di Marin Sanuto; i Bollandisti molti atti dei nostri santi; altre
novità la _Bibliotheca Patrum_, e il Baluzio nelle _Vite dei papi
avignonesi_ e nella _Miscellanea di vecchi monumenti_; e Rymer negli
_Atti_ editi a cura del Governo inglese; e Grevio e Burmann nel _Tesoro
delle antichità d’Italia_ a Leida. Altre apparvero ne’ _Glossarj_ del
Ducange, del Carpentier, dell’Adelung, nelle _Centurie_ di Magdeburgo,
nella _Biblioteca_ del Fabrizio, nelle _Raccolte diplomatiche_ di
Dumont, Martène, Durand, nel _Tesoro novissimo_ di Pertz, negli
_Scrittori di cose brunsvicesi_ del Leibniz, nel _Diarium italicum_ del
Montfaucon, nelle _Raccolte_ del Goldast, del Mabillon, del Wadding,
del Tillemont, e principalmente nel _Codice diplomatico d’Italia_ del
Lünig.
Fra noi erano già comparse le raccolte del _Bullario Romano_ per ordine
di Sisto V[242], il _Bullario Cassinese_ del Margarini, e il _Tesoro
Politico_ contenente relazioni d’ambasciadori veneti; poi nel secolo
passato crebbe tale sollecitudine. Una Società Palatina di nobili
milanesi stampava opere di patria erudizione, e principalmente i _Rerum
Italicarum Scriptores_ del Muratori, disposti con ordine e con savie
note e prefazioni[243]. Vi servono di complemento gli _Italicæ Historiæ
Scriptores_ dell’Assemani, i _Rerum Italicarum Scriptores ex florentinæ
bibliothecæ codicibus_ del Tartini, la _Collectio anecdotorum medii ævi
ex archivis pistorensibus_ del Zaccaria, la rarissima del Mittarelli
_Ad Scriptores Rerum Italicarum accessiones historiæ faventinæ_, la
raccolta delle più rinomate storie e delle cronache di Napoli.
Alla cognizione del medioevo recavano sussidj nuovi Giorgio Giulini con
dodici volumi di _Memorie spettanti al Governo e alla descrizione della
città e campagna di Milano ne’ secoli bassi_, paziente alle ricerche
se inetto alle induzioni; l’abate Fumagalli e i suoi Cistercesi
colle _Antichità Longobardiche Milanesi_, col _Codice Diplomatico
Santambrosiano_, ricco di ben centrentacinque documenti dal 721
all’897, e colle _Istituzioni Diplomatiche_. L’Argelati, scarso di
critica e discernimento, ragionava delle monete italiche, e catalogava
gli scrittori milanesi; l’Allegranza, il Sassi, l’Oltrocchi, il Bona
illustravano i riti e le antichità ecclesiastiche: Gian Rinaldo Carli,
oltre le _Antichità Italiche_, discorreva delle monete e zecche
d’Italia, disaminate pure da Vincenzo Bellini e da Guid’Antonio
Zanetti[244]. Il canonico Lupo, raccolse nel _Codice Diplomatico
Bergomense_ preziosi documenti dal 740 al 1190, nel prodromo molti
punti della nostra costituzione politica ravvisava con un acume che
verun contemporaneo uguagliò. Centinaja di diplomi erano dati dal
Corner nei diciotto volumi de’ _Monumenti della Chiesa veneta_, dal
Rossi in quelli della Chiesa d’Aquileja, dal Brunacci e dal Gennari
in quelli di Padova, dal Vairani in quelli di Cremona, dal Moriondi in
quelli d’Acqui, da Jacopo Durandi nelle _Notizie dell’antico Piemonte_,
delle cui leggi e della pratica legale trattavano il Galli e il Duboin;
dal Fiorentini e dal Mansi nelle _Memorie della gran contessa Matilde_,
dal Pellegrini nella _Storia dei principi longobardi_, dal Carlini
nella _Pace di Costanza_, da Placido Troilo nella _Istoria generale
del regno di Napoli_, da Giovanni de Vita nel _Thesaurus Antiquitatum
Beneventanarum medii ævi_. Il gesuita Zaccaria, negli _Excursus
Litterarii per Italiam ab anno_ 1742 _ad_ 1752, molti monumenti
produsse di civile ed ecclesiastica erudizione. Giambattista Verci si
mostrò infaticabile a cercar documenti, generosissimo a pubblicarli,
buon cristiano a esaminarli, e arguto a trarne cognizioni nuove o
emenda di vecchie nel _Codice Ecceliniano_ e nella _Storia della
Marca Trivigiana_ in venti volumi, di ciascun de’ quali due terzi sono
documenti.
Intanto dal maronita Assemani era data fuori a Roma la _Bibliotheca
Orientalis Clementina Vaticana_; dal Cenni il _Codex Carolinus_, che
chiarì la donazione di Carlo Magno ai papi; dal Mansi la collezione più
compiuta de’ concilj, oltre migliorare le opere del Baronio e del Pagi.
Marco Fantuzzi ne’ _Monumenti Ravennati_ stampava ottocensessantacinque
fra documenti ed estratti, dal VII secolo ove finisce la preziosa
raccolta dei papiri del Marini, fino al XVI. Scipione Maffei nella
_Storia Diplomatica_ chiariva e combatteva il Mabillon, e nella _Verona
Illustrata_ mostravasi modello non solo dell’attento raccogliere, ma
del savio argomentare. Di monsignor Giusto Fontanini, il quale, più
ricco di vanità che d’ingegno, erudizione e buona fede, pedantescamente
miope e sofistico senz’acume, trattò molti punti, massime
ecclesiastici, e diè la storia dell’Eloquenza italiana, i moltissimi
errori e le infinite omissioni riparò Apostolo Zeno, dal quale son
pure a domandare i giudizj intorno agli _storici italiani che hanno
scritto latinamente_. Aggiungiamo le _Delizie degli eruditi toscani_,
pedantesca compilazione del padre Idelfonso, del Mansi, del Lami, senza
scelta nè confronto di codici, nè fedeltà di lezione, sicchè non si
può valersene a fidanza. Dal Lami furono aggiunti i monumenti della
Chiesa di Firenze; i duchi e marchesi di Toscana dal Della Rena e dal
Camici; i _Sigilli Antichi_ dal Manni; i _Scelti diplomi pisani_ e le
dissertazioni sulla storia di Pisa dai Dal Borgo, su quella Chiesa dal
Mattei, su quegli statuti dal Valsecchi; gli _Aneddoti pistojesi_ dal
Zaccaria: oltre i documenti, comunque disordinati e per tutt’altro
intento, che accumularono esso Lami nell’_Odeporico_, e il Targioni
Tozzetti ne’ _Viaggi_, opportunamente adoprati e cresciuti dal Repetti
nel _Dizionario geografico_.
Molte storie municipali furono appoggiate ai documenti. Tale la
comasca di Giuseppe Rovelli, che ne’ discorsi preliminari poneva savie
riflessioni sullo stato d’Italia alle varie epoche, supplendo col
buon senso e colla dottrina legale alla scarsezza d’erudizione. Pel
Friuli avemmo le notizie del Liruti, e la dissertazione sui servi del
medio evo, oltre la _Patria del Friuli descritta_ da Franco Berretta;
per la Valtellina le dissertazioni del Quadrio sulla _Rezia di qua
dall’Alpi_, guaste da un falso amor di patria; per la marca Trevisana
monsignor dell’Orologio; per Ferrara il Frizzi; per Reggio la storia
fin al 1264 dall’Affaroso, per Parma e Guastalla dall’Affò, per
Brescia dal Biemmi, per Monza dal Frisi, per Rimini da Battaglini e
Zanetti, per l’Agro Piceno dal Colucci, per Bologna dal Savioli, per
Pistoja dal Fioravanti, per la Garfagnana dal Pacchi, per Mantova
dal Visi, per Perugia dal Mariotti. Le chiese veronesi ricevevano
illustrazione dal Biancolini, il diritto e le costituzioni di Milano da
Gabriele Verri[245], e la sua Chiesa dal Puricelli, dall’Allegranza,
dal Sassi[246], dall’Oltrocchi[247]: i senatori di Roma da Vitale
e Vendettini, da Galletti il primicerio, le sue arti dal Minutoli,
dal Coronelli, dal Ficoroni, dal Bosio, dall’Aringhi. Il Tiraboschi,
oltre il Codice diplomatico di Modena, porgeva la storia della badia
di Nonantola, e i monumenti degli Umiliati; quelli de’ Cistercensi
il Tromby, de’ Camaldolesi il Costadoni e il Mittarelli, de’ frati
Gaudenti il Federici, poi de’ Domenicani il Razzi ed ora il Marchese.
Le genealogie d’alcune case porsero occasione a rivendicare in luce
nuovi rogiti e diplomi, come la famiglia Carafa e diverse altre nobili
per Biagio Aldimari, la Sforza e i duchi d’Urbino per Rinaldo Reposati,
i conti Guido pel padre Idelfonso[248] e per Scipione Ammirato, la
famiglia Conti per Andrea Salici, de’ Monaldeschi pel Ceccarelli, le
bolognesi pel Leandro Alberti, le vicentine pel Castellini e, a tacer
altri, le estensi pel Muratori, modello di ampia erudizione e di savia
se non disinteressata critica[249]. Aggiungi molte biografie, come
l’_Ambrogio camaldolese_ del Mehus, il _Marsilio Ficino_ del Brandini,
il Trivulzio e il _Filelfo_ del Rosmini, la _contessa Matilde_ del
Fiorentini.
Nelle contese di supremazia della curia romana coll’Impero e con altri
Stati bisognò appoggiarsi a carte[250], e principalmente nella famosa
disputa della chinea, tributata a Roma nel regno delle Due Sicilie.
Al qual paese fu apprestata larghissima messe nella _Biblioteca
Napoletana_ del Toppi colle _Copiose addizioni_ del Nicodemo, nel
_Delectus scriptorum rerum neapolitanarum_ del Giordani, nel _Corpus
scriptorum_ e dei cronisti e scrittori sincroni della dominazione
normanna (1845) di Del Re, nella _Bibliotheca Sicula_ e nelle _Bullæ
et instrumenta panormitanæ ecclesiæ_ del Mongitore, negli atti di
Federico II del Carcani, _Codex diplomaticus_ del De Giovanni, nella
_Biblioteca_ degli scrittori siculi sotto gli Aragonesi di Rosario De
Gregorio, da cui pure la _Collezione delle cose arabe spettanti alla
storia siciliana_, ove la famosa _Chronica saracenica sicula_ avuta
d’Inghilterra dal Gobbart; dalle quali raccolte esso De Gregorio trasse
eccellenti _considerazioni_. Si aggiungano il _Codice Diplomatico
arabo-siculo_ dell’Airoldi; le _Memorie_ e la _Biblioteca_ storica del
Caruso con monumenti dal VII secolo fino al 1282; la incompiuta della
badia di Montecassino del Gattola; la storia ecclesiastica di Nola
del Remondini, di Monreale del Grassi, che diè pure i monumenti per
la Sicilia; la storia de’ principi longobardi del canonico Pratillo;
quella delle leggi e magistrati del Regno del Grimaldi; la _Sicilia
sacra_ del Pirro.
Sul commercio e le finanze portarono lume il Filiasi, il Marini,
il Fanucci, il Marsigli, il Pagnini[251]. Il Mansi trattava degli
spettacoli e del lusso: Pier Luigi Galetti pubblicava iscrizioni,
disposte secondo i paesi, cioè Venezia, Bologna, Roma, marca d’Ancona,
Piemonte. Nelle _Barbarorum leges antiquæ_ il Canciani per ordine e
critica rimase troppo inferiore alle raccolte fattesi dappoi. Contende
egli che il diritto romano persistette nel medio evo[252]; tesi già
sostenuta da Donato Antonio d’Asti napoletano[253], e che pure come
nuova di zecca hanno ammirata i nostri quando ce la presentò il tedesco
Savigny, allora appunto che più severi eruditi mostravano con quante
riserve la si dovesse accettare.
In gran conto erano allora tenute le immunità, fossero le
ecclesiastiche, o de’ Comuni, o de’ corpi civici, salvaguardie potenti
d’una libertà, che i principi ammodernatori conculcarono, e gli
statisti ammodernatori tentano invano supplire: laonde si raccoglieva
solertemente che che vi si connettesse, dibattevasi a lungo se sul
tal possedimento avesse l’alto imperio un re o un abate o il papa,
se il tal parlamento o senato potesse negar l’imposta o interinare un
decreto; quistioni antiquate dacchè il libero nostro secolo derise le
franchigie particolari, e affastellate le offerse in olocausto ad un
potere unico, centrale, non rattenuto dalle tradizionali consuetudini,
ma al più da qualche carta improvvisata o ricalcata e senza garanzia di
stabilità.
Ma non basta adunare ricca suppellettile di notizie, perocchè, come
ogni altra scienza, la storia non è una raccolta ma un’interpretazione
di fatti; sicchè alla ricerca deve farsi seguire la discussione, saper
interrogarli con quell’acume che trasforma in verità ciò che altri
riferisce senza pure intenderlo, distribuirli con accorgimento, esporre
con candidezza, darvi significato, carattere, alito di vita. In questo
campo non mietè abbastanza l’Italia. Chi potrebbe oggi più leggere
nell’Aretino la guerra Gotica, nel Fino e in Tommaso d’Aquileja la
guerra d’Attila, quella di Federico Barbarossa in Cosimo Bartoli, la
vita di Carlo Magno nell’Acciajuoli o nell’Ubaldini, il regno d’Italia
sotto i Barbari nel Tesauro o in Ericio Puteano, le storie longobarde
nel Rota, la italiana in Girolamo Briano o in frà Umberto Locato[254]
e in altrettali, meri esercizj di penna o inette compilazioni?
L’elegantissimo descrittore Carlo Botta nel ricco suo frasario non
trovava epiteti abbastanza ingiuriosi pel medioevo; egli declamatore
perenne, e compilatore di libri già pubblicati, nè paziente a cercar la
verità, nè severo ad esporla. Seco s’aduna la caterva de’ servili alla
moderna accentrazione, e de’ ligi alla scuola enciclopedista, che tutti
futile dispregio o cieca idolatria, non descrissero il medioevo se non
per astrazioni e luoghi comuni, cioè tenebre condensate, universale
ignoranza, regresso d’ogni civiltà, conculcamento d’ogni dignità umana,
trapotenza di preti, ghiotta infingardaggine di frati, concatenata
usurpazione di pontefici, eccidj fraterni, repubblichette. L’età il cui
grido era _Dio lo vuole_, poteva essere intesa da quella che ripeteva
solo _Il re lo vuole_? E noi ribattiamo questo chiodo perchè crediamo
che la peggiore qualità d’un tempo o d’un uomo sia la debolezza, e
tanto più quando si vanti di forza.
In altra sfera vanno collocati il Machiavello e il Vico, precursori
di quella che poi dagli stranieri comprammo col nome di filosofia
della storia. Il primo, nel quadro del medioevo che antepose alle
sue _Storie fiorentine_, sotto la minutezza dei fatti investiga le
idee generali: ma quel caos inaspa il suo sguardo, la ancora scarsa
erudizione non bastava ad avviarlo, e di raccorre tutti i frutti
gl’impediva la preoccupazione politica, la quale era tanta, che di
lettere e d’arti non fa quasi cenno, egli vissuto nella città più colta
de’ mezzi tempi. Affatto pagano poi di sentire, la società civile non
misura che sul modello antico, separata dalla giustizia e svolgentesi
nella libertà; e sempre iroso a que’ pontefici, che pur erano a capo
dell’incivilimento[255].
Giambattista Vico considerò il genere umano come un uomo solo che
procede sotto la mano di Dio, ma rinchiuso entro un circolo fatale,
dove avanzato che sia, dee retrocedere per corsi e ricorsi inevitabili.
Il medioevo non parvegli dunque che una ristampa dell’evo eroico: che
se ciò lo rimoveva dal vilipendere questa evoluzione provvidenziale
dell’umanità, gli toglieva di valutare il compimento e l’attuazione
del cristianesimo in esso avvenuti, e che devono impedire per sempre il
ritorno della barbarie.
Solo un’indagine improba eppure amorevole, una meditazione estesa
eppur profonda, una critica severa eppure non dispettosa potevano
condurre a intendere tempi, in cui dell’antica società tanti sfasciumi
ancor sussistevano, mentre la nuova non era per anco costruita; tempi
coordinati in maniera, che la storia loro era storia della Chiesa, e
di questa formava parte primaria la storia d’Italia, in grazia dei
papi. Perciò torrenti di luce vi addusse il cardinale Baronio, che
nello stendere gli _Annali della Chiesa_ profittò dell’archivio più
ricco, qual è il vaticano, pubblicando un profluvio di documenti,
e principalmente di lettere, fonte opportunissima[256], vagliandoli
con dottrina multiforme, e traendone la verità con metodo, chiarezza,
precisione, e con una lealtà, nè tampoco contrastatagli dagli avversarj
più risoluti[257]. Fra tanta farragine, era impossibile non inciampasse
in falso, e ne lo corressero il Pagi e il Mansi, per nominar solo
i nostri. Dal 1198 fino al 1565, tempi di più copiosi materiali, lo
continuò Oderico Rainaldi critico non altrettanto assennato: ma questi
due rimarranno sempre il repertorio più dovizioso e la storia più
pregevole de’ mezzi tempi[258].
Lodovico Muratori, immenso dotto che non lasciò intentata veruna parte
del campo dell’erudizione, e per giudicare del quale bisognerebbe
sapere quanto egli seppe, in sei grossi volumi latini pubblicò le
_Antichità Italiche del medioevo_, sotto distinti titoli riunendo quel
che dalla sua raccolta degli Scrittori di cose italiane gli risultava
intorno al regno d’Italia, ai consoli, alle monete, al vestire,
a mangiari, giuochi, riti, investiture, feudi, sigilli, arimanni,
repubbliche, tiranni, lingua, guerra, e così via. Siffatta segregazione
di parti distrae da quell’unità di veduta, dalla quale soltanto deriva
un giusto concetto del medio evo. Pure egli seppe ricorrere a fonti
variatissime che ad altro occhio sfuggirebbero, e ne dedusse varietà
e punti d’aspetto, che se oggi compajono o scarsi o comuni, erano
maravigliosi per allora; un’infinità di quistioni snodò, altre ne
propose chiaramente, il che è già un avviamento a risolverle; molte
baje rimosse, molte dubbiezze ripianò, molte verità pose in sodo; col
buon senso supplì più volte a ciò che non dava l’erudizione, sicchè di
rado riesce fallace se anche spesso è riconosciuto incompleto. Peccato
ch’egli siasi dispensato dall’esaminare e paragonare le istituzioni
germaniche, delle quali tanto ritraevano le italiche!
Poi, con una celerità che somiglia a portento, compilò gli _Annali
d’Italia_, ove per anni dispose gli avvenimenti della nostra patria
dall’êra volgare fino all’età sua. Le date controverse si trovano
in lui discusse, e il più spesso noi lo seguiamo: ove non colse,
scegliemmo quella che ci risultò migliore da indagini, delle quali
risparmiamo la noja al lettore. La forma prescelta il costringeva a
separare i fatti dalle cause loro e dalle conseguenze, e quindi gli
toglieva ogni spaziosa prospettiva; espose poi con una vulgarità che
disabbellisce fino il vero[259]: pure gli durerà perenne il titolo di
padre della storia italiana, e da lui è forza pigliar le mosse non solo
per trattare dell’Italia, ma dell’età media in generale.
Per gli Estensi, al cui soldo viveva, più volte egli ebbe a combattere
le pretensioni della Corte romana; e, debolezza della nostra natura,
l’uomo nelle quistioni suole incalorirsi in modo da perdere il senso
del vero, se anche sulle prima l’avea. Il Muratori serbò sempre
rispetto verso i papi; non ne dissimula le taccie, ma non le esagera,
critico sì ma riverente. Udito che a Roma i falsi zelanti, che sogliono
peggiorar le cause anche migliori, armeggiavano per far proibire
l’opera di lui, ne scrisse al pontefice; e Benedetto XIV gli rispose,
aver bensì trovato nelle opere di lui qualche passo riprensibile
intorno alla dominazione temporale, non essere però mai venuto
nell’intenzione di sottoporle a censure, persuaso che un uom d’onore
non devasi conturbare per materie non concernenti il dogma nè la
disciplina.
Tutt’al contrario, Pietro Giannone, nella _Storia civile del regno
di Napoli_, a modo di avvocato affastellò quanto venisse opportuno
alla sua tesi, copiando a man salva altri autori, senza accennarli nè
curare tampoco di unificarli, purchè garrissero le usurpazioni della
Corte romana, tanto ardita da voler vincolare la onnipotenza dei re
siciliani, contro della quale più tardi non restarono che le diátribe
e le insurrezioni: confondendo tempi e costumanze, restringendo la
vista al suo territorio, invece di paragonare cogli altri paesi, dà
aria di prepotenza e d’intrigo a ciò ch’era piana conseguenza di dogmi
generalmente accettati.
Il _Risorgimento d’Italia_ di Saverio Bettinelli per un certo calore,
che, se non porge, lascia intravvedere la verità, si discerne tra le
futili produzioni del secolo passato. Le _Rivoluzioni d’Italia_ di
Carlo Denina, di sufficiente imparzialità e di viste non profonde
ma estese, possono ancora raccomandarsi come libro elementare. Il
difendere le istituzioni ecclesiastiche come egli fece, trovasi
comune a tutti gli storici leali[260]; eppure la lealtà era merito
raro, quando la storia si facea facilmente mediante le sentenze, la
dissertazione e la declamazione, e veniva riducendosi in una gran
congiura contro la verità. Della quale era campione Voltaire, che anche
troppo si occupò delle cose italiche, principalmente nel _Saggio_; e
pedissequo di lui con maggiori studj l’inglese Gibbon, la cui _Storia
della decadenza e caduta dell’impero romano_ abbraccia tutto il
medioevo italiano. Di amplissima erudizione, ma freddo schernitore,
non conosce entusiasmo, non crede ad eroismo o a sagrifizj, sieno
a vantaggio della Chiesa, della patria o della scienza; travolge
le intenzioni dove non osa i fatti, e con una celia o con qualche
lubricità sverta le fame più intemerate. Idoli entrambi dell’età
passata, si trovò chi ardì affrontare gli scherni e i soprannomi per
combattere i loro pregiudizj, e strappare il manto porporino che ne
copriva l’inumano egoismo.
Meglio di qualunque nostro i materiali adunati compaginò un
ginevrino, che gloriavasi d’origine italiana, e che fra noi lungamente
dimorò, e le cose nostre affezionò sempre, Sismondo de’ Sismondi.
Quell’esposizione sua famigliare; l’attenzione allargata ai fatti
contemporanei di tutta Europa; l’evitare i trabalzi, cercando la
connessione degli avvenimenti parziali col punto di azione comune
d’un dato tempo; la felice scelta di quelle particolarità, le quali
presentano l’allettativo d’una storia municipale, mentre egli sa
intarsiare ciascuna colle vicine, e indicarne le cause e lo spirito; la
costanza nelle vedute che al suo tempo pareano liberali, e che prima
di morire egli si udì rinfacciare come aristocratiche; un invariabile
rispetto per la dignità dell’uomo, un interesse continuo per la classe
più numerosa, una predilezione decisa per la forma di governo che nel
medioevo prevaleva in Italia, senza quella cieca deferenza pei re che
da un secolo era l’alito degli storici, fanno che non v’abbia colta
persona che non voglia averlo letto, e a lui attinge le cognizioni e i
sentimenti la gioventù.
Ma prima di tutto egli difetta d’ordine. — L’Italia ne’ tempi di mezzo
offre tale un labirinto di Stati uguali e indipendenti, che a ragione
si teme smarrirvi il filo. Noi non ci dissimuliamo quest’essenziale
difetto dell’argomento assuntoci; ma quand’anche i nostri sforzi
fallissero, il lettore vorrà saperci grado di quel che femmo per
raggiungere l’intento». Queste parole della sua prefazione adduciamo
più a nostra scusa che a sua incriminazione, troppo noi sapendo quanto
lo sminuzzamento dell’Italia tolga che o la rarità de’ fatti renda
spedito il racconto, o la loro importanza gli rechi interesse: ma in
quel labirinto egli non cercò orientarsi col filo delle idee; ravvicina
e aggruppa gli eventi e li drammatizza, ma nulla più; e alla giusta
intelligenza di secoli eminentemente cattolici gli metteva ostacolo non
tanto l’arida negazione calvinica, quanto la filosofistica disistima
per le istituzioni vitali di quel tempo. In conseguenza muove da
convenzionali assiomi per giudicare le specialità d’un tempo; nelle
controversie tra i principi e i preti parteggia sempre coi primi, egli
che pur sentenzia sempre pei popoli contro i principi; trova ridicole
quelle quistioni, sotto la cui forma si producevano i capitali problemi
economici e governativi; non vede che una trica da sacristia in quella
guerra de’ preti a Milano, che diede occasione all’emancipazione
comunale; pretenderebbe che Gregorio VII, Innocenzo III, Tommaso
d’Aquino, non solo avessero le idee, ma usassero il linguaggio di De
l’Olme o di Rousseau.
D’altra parte egli, intitolando _Storia delle repubbliche_ la sua,
saltò di piè pari la fasi più problematica del nostro medioevo, vale
a dire l’invasione dei Barbari, lo stato di conquista, la feudalità.
Soltanto dallo studio di questi può raccogliersi la trasformazione
del mondo romano nel nuovo; laonde egli il cardinale problema della
formazione de’ Comuni non isnoda, ma recide, facendone una concessione,
da re Ottone prodigata onde umiliare i contumaci vassalli; di maniera
che ad un re straniero dovrebbe attribuirsi il merito d’un ordine
di cose, al cui svolgimento i re stranieri furono sempre l’ostacolo
maggiore. Poi in Italia fino al Mille s’era chiamato _regno_ la metà
superiore; dappoi questo nome passò a indicare il paese meridionale;
estese porzioni della penisola durarono costantemente a dominio
di dinasti: ond’egli, prefiggendosi di descrivere le repubbliche,
avrebbe dovuto decomporre la storia nostra, se fortunatamente non
avesse rotto le barriere che improvvidamente si era poste, e non si
fosse affezionato agli ultimi Svevi e avversato agli Angioini, quanto
già per amore dei Milanesi e de’ Veneziani riprovava il Barbarossa e
Massimiliano[261].
Parte vitale nella storia d’Italia sono le arti e le lettere. Saverio
Quadrio e Mario Crescimbeni aveano già diretto pazienti ricerche
sulla letteratura, ma soffogando fatti vitali sotto insignificanti
particolarità: e di ciò ha peccato pure Girolamo Tiraboschi. Con
solerzia disseppellì nomi, accertò date e titoli di libri in modo da
ben poco lasciar da correggere e supplire; ma nulla più; non seppe
esaminare l’intento degli autori, non assimilarsi ai tempi, non
connettere l’andamento letterario colle grandi quistioni, sotto la
cui varietà ad ogni suo passo l’umanità riproduce i problemi sociali;
non presentare insomma la letteratura come espressione della civiltà.
Invece di giudizj proprj, appoggia o riprova gli altrui, limitandosi
a metterli a fronte, e pretendendo conciliarli anche dove è men
possibile; pronto sempre a ridirsi quando altri, fosse pure il ciclico
Andres, gli oppongano argomenti o anche soltanto asserzioni[262]. Del
resto, non grazia di linguaggio, non scelta d’immagini, non cura di
rendersi piacevole, non costante elevazione del pensiero; nè si accorse
quanti fatti letterarj sfuggano inavvertiti, a segno che per iscriverne
la storia bisogna, collo studiare l’immaginazione e la natural legge
de’ suoi sviluppi, compiere i documenti che ci pervennero mutilati, e
domandarne alla scienza dello spirito umano.
Alle dispute cronologiche sostituite l’analisi de’ libri, siano pur
inconcludenti da non meritarla, o così capitali da non bastarvi;
moltiplicate que’ ravvicinamenti di altre letterature, di cui
difetta il nostro; animate la vita degli autori cogli aneddoti,
pei quali si dimentichi la fisionomia generale del tempo; il tutto
spolverate coi frizzi irreligiosi e cogli epigrammi disumani della
bottega di Voltaire, e avrete travestito il gesuita Tiraboschi
nell’enciclopedistico Ginguené. La sciagurata inclinazione a
raccogliere e tracannare tutto ciò che ne piove di Francia, od è
pensato e scritto alla francese, fece raccomandato alla gioventù
anche questo libro; per modo che la storia del paese che è centro del
cattolicismo s’impara sopra un autore calvinista ed uno incredulo. Ma
come osare di muoverne lamento se non sappiamo apprestar nulla di più
piacevole a chi legge, di più ragionevole a chi pensa?
Uno straniero venne in Italia, come usano gli oltramontani, per farvi
una passeggiata, lodarne il sole e le donne, dare un’occhiata, e
oracolare sentenze, tutte sapienza di sensi: ma albergatosi a Roma,
prese vaghezza delle arti, e cominciò a studiarle; e sempre colla
valigia disposta al ripartire, vi rimase trent’anni. Dei suoi studj
fu frutto la _Storia delle arti_, dove esso D’Agincourt, sebbene non
guarito dallo sprezzo filosofico, raccolse o indicò tanti lavori del
medioevo, che neppure dall’aspetto del bello fu più lecito chiamarlo
barbaro. Viemeno poi dacchè l’attenzione si diresse sulla maestà
delle cattedrali, e smettendo d’idolatrare le sole forme, si riconobbe
la ispirazione sublime nell’esecuzione, per quanto scorretta, delle
miniature, dei sepolcri, delle vetriate.
Sicuramente a migliorarci contribuirono non poco gli stranieri, sia
pel modo nuovo con cui osservarono la storia del proprio paese, sia per
quel che dissero intorno al nostro, scarchi d’ire e d’amore per vicende
che non li concernono, e di quella boria che noi scambiamo per amor di
patria, e che si fa più viva quando una nazione sentesi più conculcata
e impotente a un risorgimento, di cui vorrebbe mostrarsi meritevole.
Però ci sia permesso credere che troppo facilmente si condiscenda a
sistemi venutici d’oltremonte, sino a contorcere i fatti acciocchè
capiscano in quelle cornici. Ad alcuni Tedeschi principalmente dobbiamo
senza fine chiamarci obbligati dell’avere esaminato dal proprio punto
d’aspetto i casi nostri in un’età nella quale le istituzioni tenevano
tanto del germanico; e se anche, per esaltare le proprie, han talora
depresso le cose nostre, a loro dobbiamo, non foss’altro, una più retta
conoscenza di quella civiltà germanica, che si combinò colla romana per
formare la moderna, e che valse a restituire all’individuo l’importanza
che prima era riservata al cittadino e allo Stato. Ma sminuiremo
per questo il sommo pregio delle reliquie romane e reputeremo che a
poco valesse una civiltà indigena, che pur tanto operò là dove non
era che importata? Questo annichilamento del popolo italiano, questa
trasfusione del sangue nordico, necessaria perchè il latin seme
disbarbarisse[263], come crederle, se, a tacer Roma, vediamo Venezia,
incontaminata da conquiste, rifarsi tanto magnifica coi soli corrotti
elementi dell’Impero declinante, ma colla libertà?
Ricerche più sagaci, esami più complessi; più meditati giudizj,
opinioni meno pregiudicate chi può negare alla nostra età? Arrivammo
a questa traverso una rivoluzione, di lunga mano preparata nel
campo delle idee, prima che fosse violentemente attuata nel campo
dei fatti; e cui carattere principale fu demolire il passato per
riformare radicalmente la società civile, scatenarsi sopratutto
contro il medioevo, perchè è il meno intelligibile a chi rifiuti le
evoluzioni storiche, e giudichi non dal complesso ma da frammenti.
Settant’anni[264] passarono da quella prima scossa, eppure non è tempo
ancora di giudicarla, perchè durano tuttavia, non che gli effetti,
i movimenti; essa divertì le menti dalle placide ricerche, dissipò
quelle società monastiche dove la fatica era alleggerita e completata
dall’affratellamento; e quasi si volesse far guerra al passato non
solo nelle sue conseguenze ma fin nelle sue memorie, parte si sperdeva,
parte si spostava de’ documenti. Pure tra il frastuono susseguito non
mancò fra noi chi continuasse le indagini erudite: Brunetti cominciava
in qualche modo il _Codice Diplomatico toscano_[265]; Meo gli Annali
critico-diplomatici del Regno di Napoli; la principessa Elisa Baciocchi
faceva compilare le _Memorie e documenti per servire all’istoria
del principato lucchese_, opera che, con più elevata intelligenza
proseguita sinora, è una delle più copiose fonti alla storia civile
italiana.
Quando poi lo strepito della guerra si tacque, cessate le paure d’un
passato irremeabile e la rabbia del distruggere, la scienza potè le
accumulate ruine contemplare senza beffa e senz’odio. Il crollo delle
istituzioni denigrate lasciò un tal vuoto, da convincere quanto bene
poteano aver fatto in altri tempi: si conobbe che la civiltà e la
verità non entrano nel mondo di sbalzo, non per decreti di re, non
per insurrezioni di plebe, ma progressive, e pigliando le mosse dalle
istituzioni anteriori, sicchè rannodata la catena de’ fatti e dei
concetti, e considerata l’umanità come un uomo solo che progredisce
sempre e non muore mai, nulla dovea considerarsi con disprezzo, perchè
tutto era acconcio coi tempi, e perchè scala al ben presente, il quale
pure non è che un avviamento a progressi futuri. Sarebbe ragionevole
chi uscisse colle maschere ne’ giorni di Passione? o chi l’albero
maledicesse di primavera perchè mostra soltanto i fiori e non ancora le
poma?
Allora anche fra noi si tornò a studiare il passato senza iracondia nè
vilipendio, con intendimenti più acuti e meno declamazioni; e a tacere
per ora gli storici, abbondarono i raccoglitori, preziosi anche quando
manchino d’intelligenza, come il Daverio, il Ronchetti, il Marsand
e qualche vivente[266]. Cognizioni non ordinarie cumulò il Cicogna
nella _Raccolta delle iscrizioni venete_: altre sono sparpagliate ne’
giornali e in opuscoli di circostanza. Ma a due pubblicazioni vuolsi
retribuire lode speciale. L’_Archivio Storico_ del Vieusseux, con una
erudizione scevra di pedanteria e conscia dei più recenti problemi
storici, che sono anche problemi sociali, se più abbonda in memorie
moderne, non poche ne apprestò intorno al medio evo. Di queste poi fu
generosissima la Deputazione di storia patria, istituita a Torino, e
che coi nove volumi finora pubblicati[267], di materie in gran parte
inedite o almeno rimigliorate, ajuta i cercatori delle patrie storie,
tanto più che de’ collaboratori alcuni sono insigni essi medesimi in
questi studj.
Di potente sussidio ci vennero anche pubblicazioni forestiere, fra cui
principalmente i monumenti storici della Germania dal 476 al 1500, dal
Pertz ideati sul modello del Muratori; i _Regesta_ degl’imperatori di
Böhmer, di Döniges, d’altri; quelli dei pontefici di Jaffe[268]; le
vite di Gregorio VII, d’Innocenzo III, d’altri papi, concepite in senso
diverso dal vulgare.
Ed ora che la storia è divenuta l’arsenale donde assumono armi la
teologia, la politica, la statistica, la morale, quella d’Italia fu
un tema di moda, e non solo tra i confini delle Alpi: ma se degli
illustri contemporanei io devo farmi scolaro anzichè erigermi giudice,
da chi è competente odo asserire che i nostri non parvero avanzarsi a
paro coi passi del secolo; che ci mostriamo piuttosto dilettanti che
studiosi; che l’opera più estesa in tal fatto, la _Storia d’Italia_ del
Bossi, è compilazione indigesta, scompleta, avventata e cosparsa delle
stizze d’un levita apostato; nel che le somigliano quella del Levati
in continuazione alla _Storia Universale_ del Ségur, e d’alcuni altri
che si permisero di esser frivoli in materia sì grave, di pensare come
Voltaire quando Voltaire più non avrebbe pensato così, di avere pel
proprio soggetto un dispregio ancor più di pigrizia che di riflessione,
o d’isterilirsi nel pedantesco sussiego, nelle frasi generiche, ne’
sentimenti convenzionali e preconcetti.
Nuovo guasto le recò l’epidemia politica, travisandola perchè
rappresentasse, o almeno alludesse al presente, e ad umbratili
dispute sovraponendo l’incubo dell’onor nazionale; e gli strapazzi
e le denunzie contro chi dipingeva al vero Teodorico, Carlo Magno,
Federico II, Innocenzo III, non erano ispirati da zelo del vero o da
intolleranza coscienziosa, bensì da avversioni e da amori per fatti e
persone odierne.
L’antipatia al dominio temporale dei papi, antica quanto esso, ed
incalorita oggidì dall’opposizione a chiunque governa, quand’anche
non governasse male, alterò sempre i giudizj su tempi ove i pontefici
supremavano; e come alcuni tessevano impavide apologie degli atti
meno scusabili, così altri divisarono un’ambizione tradizionale,
una cospirazione a danno del pensiero e della libertà, continuata
per quindici secoli fra ingegni e volontà così disparate; e mentre
un imperatore cancellava dai calendarj il nome di Gregorio VII, i
sofisti divinizzavano Crescenzio e Arnaldo da Brescia. Che dirò dei
sentimentali, che dappertutto mettono qualche frase di carità, di
fratellanza e, quel che più fu abusato a’ nostri giorni, di nazionalità
e d’odio agli stranieri? idee sconosciute al tempo che descrivono,
quanto quelle di barche a vapore o di telegrafi elettrici.
Di questi luoghi comuni si stomacarono alcuni; ma proponendosi
d’evitarli, fransero nel paradosso, inneggiando sol perchè vilipeso,
conculcando sol perchè venerato; solite eccedenze delle riazioni.
Non mancarono però scrutatori pazienti ed assennati estimatori, che
esercitando la critica su fatti d’erudizione e sentendo l’importanza
di opporre la realità al vago e all’incompleto, trovarono da cambiare
intere serie di fatti, convenzionalmente ricevuti per istorici, e più
spesso il modo di valutare qualche avvenimento che, messo in relazione
coi precessi e coi successivi, acquistava un color nuovo, dava un nuovo
significato ad un uomo o ad un’età.
Sebbene qui, all’opposto dei troppo imitati Francesi, si deprima, non
foss’altro col silenzio, ogni opera compaesana, adorando l’Italia e
conculcando ciascun Italiano, e, come Sansone, si adoperi la mascella
del giumento morto per uccidere i vivi, pure corrono al labbro di
ciascuno i nomi di que’ nostri che operarono a raddrizzare i concetti
scolastici sia intorno al medioevo in complesso, sia specialmente
intorno alla storia italiana, e massime all’età longobarda, alla
condizione delle plebi, all’origine dei Comuni: e forse non manca se
non una robusta sintesi che tutti quegli sforzi particolari assuma in
una potente unità, che ne sia insieme il frutto e la riprova, seguendo
quella catena di cognizioni, di sentimenti, di atti, di libertà che,
non mai interrotta, collega noi moderni con tutti gli antepassati
nella grand’opera del propagare la dottrina, e così elevare le classi
inferiori, estendere la libertà, proteggere la dignità, consacrare
l’eguaglianza sotto la disciplina della coscienza, anzichè sotto la
violenza ufficiale.