_Usus francisca, vulgati et voce latina,_
_Instituit populos eloquio triplici._
Questa lingua vulgare in Italia tenea molta conformità col latino
letterale: talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar
latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare,
tanto a quella somigliante. Pure que’ notaj o cronisti molte volte si
tengono obbligati a spiegare la parola latina con una più conosciuta,
la quale si riscontra identica a quella che oggi usiamo; a modo
de’ vulgari italiani sono nominate alcune località indicate in esse
carte, o persone e mestieri; il vulgo poi attribuendo, come è suo
stile, soprannomi di beffa o di qualificazione, lo facea con parole
che diremmo italiane. Talvolta ancora lo storico mette voci vulgari
in bocca de’ suoi personaggi, o lasciasi per abitudine cascar dalla
penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che
ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese
ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo
dall’antico.
Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformò,
equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di
giovane adulto. E come voi oggi vi credete quel di jeri, e di giorno in
giorno, restando lo stesso, vi cambiaste pure di bambino in fanciullo,
poi in adolescente, in uomo, in vecchio; al modo stesso procede il
travaglio delle lingue. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita
una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche
a quelli d’altra favella; onde coltivarono il latino, negligendo i
vulgari. I signori avranno trattato degli affari in dialetti tedeschi;
ma quando era da ridurli in iscritto, ricorreano a _cherici_ nostrali,
che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli strumenti
stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate
leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva a svolgere le
lingue vulgari. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente
comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in
lingua tanto diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore
esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare.
Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca
d’Aquileja predicò _liberaliter et sapienter_: Gherardo vescovo di
Padova spiegò al popolo _maternaliter_, cioè tradusse in vulgare. Nel
1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per avere
aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di
molti congregati, _primo literaliter et secundo vulgariter, diligenter,
per seriem de verbo ad verbum_.
Fanciulleggiarono le lingue finchè scarse le comunicazioni e gli affari
in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù
feudale, fu chiamato a discutere de’ proprj interessi, dovettero
acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo ne’
consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo
ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi sentimenti.
Non sorgono dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro
all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto
regolatore che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. Alla parte
poetica, educatrice di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè
gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne,
poetiche e popolari di natura, acquistarono coltura sull’esempio delle
precedenti.
La separazione dei Comuni e dei feudi avea portato prodigiosa varietà
di dialetti: quando si fusero in piccoli Stati, e i piccoli in grandi,
un dialetto speciale fu tolto a raffinare di preferenza, e le nazioni
acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.
Ed anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la
Francia riducevasi a unità di dominio, e con questa veniva unità di
linguaggio; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se
n’ebbe dei parlari, e più d’uno recò innanzi pretensioni di priorità o
di coltura.
Un’opinione da scuola vorrebbe che prima in Sicilia siasi parlato
italiano. Se fosse, n’avrebbe rinfianco il nostro assunto sulla
poca influenza de’ Barbari: ma altro è parlare, altro scrivere; e
immiseriscono la quistione quelli che attribuiscono la formazione
della lingua ad alcuni, e fors’anche a tutti i letterati, mentre
solo dal popolo essa riconosce vita e sovranità. Forse che filosofi o
poeti hanno l’intelligenza che inventa, e la possanza che fa adottar
le parole? al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento
ghibellino, e per adulazione a Federico II e sua corte si asserì che in
questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla
provenzale. Ma i pochi frammenti che ce n’avanzano, non differiscono
dal toscano che contemporaneamente si usava; e per indurre col
Perticari che il buon italiano si parlasse in quell’isola prima che in
Toscana, bisognerebbe non avessimo canzoni in dialetto siculo, a gran
pezza discosto dalla lingua usata dagli scrittori.
Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde
che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama
siciliano; il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno
mutare». Ebbene, noi sfidiamo a trovare che altri mai lo dicesse; e
solo il Petrarca per condiscendenza d’erudito scrive che il genere
della lingua poetica apud _Siculos, ut fama est, non multis ante
seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit._ Ove,
del resto, s’intende di poesia, non di lingua; e potrebb’essere che
Federico, viste in Germania le canzoni che i minnesingeri ripetevano
per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana. Dante stesso,
quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi
i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova
migliore degli altri: ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi
Federico e Manfredi, e accoglievano il fiore di tutta Italia, al
contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, gli
scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si
creda (conchiude) che il siculo o il pugliese sia il più bel vulgare
d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono.
Dante pone che cose per rima vulgare in lingua d’_oc_, cioè in
provenzale, e in lingua di _sì_, cioè in italiano, non siensi dette se
non cencinquant’anni prima di lui, lo che riporterebbe al 1150; e lo
rincalza il commento di Benvenuto da Imola. Quanto al provenzale, egli
è smentito da numerosi documenti; dell’italiano nulla abbiamo di più
certa antichità, tardi sentendosi il bisogno di scriverlo, perchè già
si possedeva il latino, formato e nazionale. Una lingua che succede
ad un’antica, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo
che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne
della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia
materna nel non restringere l’_au_ in _o_, non mutare la _l_ in _i_
avanti ad _a b c f p_, nè lo _j_ in _g_, nè inserire la _i_ avanti ad
_e_.
È conforme alla natura dei vulghi che colla lingua a parola finita,
adoprata negli scritti, restasse la parlata a parola tronca. Oltre
poi il toscano, che fu elevato a lingua nazionale, io penso che
anche gli altri dialetti avessero già allora preso il carattere
proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Se
il Lombardo pronunzia l’_eu_, l’_u_ e l’_on_ e l’_an_, nasali a modo
francese, e contrae l’_au_ in _o_, forse è debito alle immigrazioni
de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località,
affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo nostro voci proferite
tal quale si fa colle antiche galliche. Anche in altri dialetti si
rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e che hanno riscontro con
provenzali; prova che sono anteriori alla separazione delle due lingue.
Già le carte venete del XII secolo mutano _g_ in _z_ (_verzene,
zorzi_); le bolognesi ci offrono _altare sanctæ Luziae, Cazzavillanus,
Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de
Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Mugnamigolo_; sull’arco alzato
dai Milanesi, quando riedificarono la patria, eran nominati _Settara,
Mastegnianega, Prevede_, idiotismi odierni; Boso Tosabò è uno de’
cinque consoli di giustizia che nel 1170 compilarono gli statuti di
Milano; frà Buonvicino da Riva, che scriveva nel secolo seguente, ha un
dialogo fra la Madonna e un villano, che comincia:
_Chi loga se lumenta lo satanas rumor_
_D’la verzene Maria matre del Salvator;_
e anch’oggi i villani dicono _chiloga_ per qua (_hoc loco_), e
_lumentà_ per ricordare, rammentare. Altre voci dei dialetti serbano
l’impronto delle dominazioni e comunicazioni forestiere, greche a
Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia,
levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre nei paesi de’
Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti, Marsi e di là dal Tevere,
maggiori reliquie sopravivono di romano rustico. Tant’era lontano
che tutte le città italiche parlassero il linguaggio stesso; fatto
repugnante a natura quand’anche non restassero prove del contrario, e
non vedessimo Dante poco di poi riprovare quattordici dialetti, cioè le
voci troppo zotiche e troppo municipali, per iscegliere le più acconce
_alla poesia_. Ben merita considerazione che que’ primi scrittori
(comunque il lor paese natìo parli trinciato, e squarti e scortichi le
parole; o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci
bazzesche e croje quale le lombarde già parevano a Dante, o accumuli
frasi sgraziate e villani costrutti), di qualunque parte fossero,
ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi al dialetto toscano.
La quale norma generale, se non si fosse voluta disconoscere da coloro
che vennero a ragionar poi sopra ciò che già si praticava, avrebbe
schivate deh! quante sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche
intere per fare avviluppato e controverso ciò che è chiaro e consentito
col fatto.
Perocchè il linguaggio è come il diritto. Una logica naturale domina
la sua prima formazione, poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel
costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae
il bello, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il
popolo non vede un tirannico comando, bensì la fedele espressione del
suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.
Ma mentre il nostro popolo conservò il titolo di toscana alla lingua,
i dotti la chiamarono dapprima vulgare, quasi non conveniente che
a vulgo; quando essi l’assunsero, vollero dirla cortigiana, come
destinata a blandire le Corti dei signorotti; vergognatine poi, la
vollero dotta e letterata, non osando rifondervi la popolare vitalità:
di modo che la lingua che, svoltasi prima ne’ paesi meno imbrattati
da Barbari e retti a Comune, potè ben presto divenire variata di
melodie, dolce di cadenze, ricchissima di passaggi, flessibile ad
esporre concetti sublimi con Dante, teneri con Petrarca, vivaci con
Ariosto, civili con Machiavelli, ci tocca sentir ancora discutere come
nominarla, e quel ch’è più tristo, a quali autorità conformarla.