CAPITOLO C.

Lingua Italiana.

Avvenimento importantissimo nel medioevo è il formarsi, o, dirò meglio,

l’apparire delle lingue nuove, e della nostra specialmente, che di

buon’ora troviamo svolta a segno, da bastare ai più nobili argomenti.

Ne dedussero le voci e i modi chi dal tedesco, chi dal greco, chi dal

provenzale, chi dal celtico, e fin dall’arabo e dal persiano: e al

vederli tutti sostenere l’assunto con lauta erudizione e spesso con

lealtà, tu inclini a credere che nessuno avesse interamente ragione,

tutti n’avessero parte. Effetto dell’impicciolire la quistione

isolandola, mentre anzitutto bisogna aggruppare le lingue derivanti da

ceppo comune, le quali perciò tengono somiglianze grandissime, senza

che l’una sia figliata dall’altra.

È abbastanza conosciuto che le lingue si raccolgono sotto tre gruppi,

denominati dai tre figli di Noè. Delle giapetiche, una vasta famiglia

s’intitola indoeuropea, perchè abbraccia quasi tutte quelle della

moderna Europa, insieme col persiano e col sanscrito dell’India; lingue

aventi un organismo comune, e maggiori o minori somiglianze fra sè.

Appartiene a queste la latina, la quale assai partecipa della greca,

ma non per questo è a credernela figlia; tant’è vero che tiene della

sanscrita molto maggior numero di termini che non la greca. Espressioni

della società che le adoperava, la sanscrita era lingua sacerdotale,

popolare la greca, grave ed aristocratica la latina, avente per

carattere speciale la _maestà_, di cui persino il nome è ignoto alle

altre; lingua singolarmente opportuna ad esprimere il comando, sicchè

in essa furono dettate le più insigni legislazioni, poi i canoni del

nuovo impero incruento: lingua della civiltà, che si fuse cogli idiomi

tutti dei Barbari per redimerli dalla materialità; che fu adottata come

universale nella società cattolica, ove tutto doveva esser uno.

Il latino si formò da un fondo indiano derivatole per la Tracia,

e dai dialetti delle varie colonie stabilitesi in Italia, e delle

genti sottomesse o consociate. I più antichi monumenti lo mostrano

vago e incerto, come quello che non era scritto o poco; anzi gli uni

differiscono dagli altri talmente, che senza estrinseci argomenti non

si arriverebbe a determinarne l’età, e l’epitafio di Lucio Scipione

si direbbe più antico che quello di Barbato suo padre (Capitoli III e

XXXI, e Appendice I, dove le prove di ciò che qui si asserisce).

Regola ed affinamento ricevette mediante la letteratura greca; e mentre

appariva rauco ed inculto nel _Carme Saliare_, sonò breve e marziale

in Ennio. Via via si andò ripulendo e fissando; l’assoggettamento

del Lazio fece che, se la lingua di Roma andava corrotta da tanto

affluir di genti d’ogni favella, ne rimanesse quale tipo la lingua del

Lazio, la latinità, distinguendosi Roma soltanto per quell’urbanità,

di cui, come dice Cicerone, più si avverte la mancanza in provincia

che la presenza in città. Fomentato dal patriotismo e dalla libertà,

invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente

conciso dall’orgoglio nazionale, arricchito colle spoglie altrui,

perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della

romana repubblica aveva nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza e

maestà degna d’un popolo re.

La grandezza patria lasciava presumere che in tale eccellenza dovesse

persistere lungamente; se non che la durata di ciò ch’è artifiziale non

può essere perenne. Marco Tullio, che collocava ai tempi di Scipione e

di Lelio il miglior parlare, già all’età sua ne sentiva la decadenza, e

piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udir quella vecchia loquela

incorrotta che gli rammentava Plauto e Nevio; appunto come a noi pare

d’udire il Sacchetti o il Firenzuola sulla bocca di una pistojese

o d’una ciana. Una sterilità organica non permetteva alla latina

d’arricchirsi a modo della lingua greca, mediante la composizione;

mancava della parte metafisica e trascendente, la popolare ripudiava;

e quando, sbandita dalla tribuna, ricoverò alla Corte, dipendente dal

capriccio de’ cesari, e obbligata a saldare l’avvilimento con uffiziali

dottrine, ostentò dignità col tono declamatorio; ricorse all’arcaismo,

sintomo di decadenza come il rimbambire de’ vecchi; e insieme abusò

di voci nuove, non giustificate dal bisogno di esprimere nuove idee

o di meglio precisare le filosofiche. Già Augusto derideva il _fetore

delle parole recondite_ e i cercatori d’anticaglie; poi gli ispanici vi

insinuavano gonfi neologismi, mentre dal greco accattavansi pedantesche

affettazioni.

Il turbine divenne sempre più vorticoso quando cittadini di Roma

furono i Barbari di tutto l’orbe conosciuto, sicchè con pari diritto

introducevano le voci native quelle poche volte che al popolo od

in senato favellassero: e quando ai gradi supremi e fin al seggio

imperiale salivano capitani stranieri al Lazio e all’Italia, era egli

a pretendere purità di favella? Eppure fu allora che le conquiste

la portarono alle estremità dell’Oriente e dell’Europa, e che col

cristianesimo riformata, divenne lingua universale, e veicolo della

scienza e della civiltà, sicchè i limiti di questa sono là dove il

latino è inteso.

Chiunque abbia meditato sulla natura delle lingue, sarà convinto

che il vulgo romano doveva averne una propria, diversa da quella

che scrivevano Livio e Cicerone, più analitica, trascurante delle

desinenze, alla cui varietà suppliva colle preposizioni, cogli

ausiliarj alle inflessioni de’ verbi, e le relazioni meglio determinava

mediante gli articoli. I bei parlatori aveano forbito la lingua col

_delectus verborum_, cioè mediante l’eufonia e l’analogia rimovendo

le parole troppo usuali ed aspre, per attenersi alle dolci, tornite e

numerose. I grammatici con Fortunaziano insegnavano che _longioribus

verbis decora et lætior fit oratio_; onde si accettarono i composti

come _inaurare, aggregare, apparere, extinguere, observare, exprimere_,

non i loro semplici, i quali dovettero però restare nella lingua del

popolo. Di fatto raccogliamo che questo dicea _scopare, stopa, sufolo,

bellus, caballus_, dove gli aristocrati usavano _verrere, linum,

tibicen, pulcher, equus: anellus_ e _scutella_ abbiamo in Cicerone,

_adjutare_ in Pacuvio, _minaccias_ in Plauto, in Lucrezio _bene sæpe_,

come _bene impudentem_ in Cicerone; e negli scrittori agrarj raccolti

dal Goes, _botones_ per mucchi di terra, _brancam lupi, campicellus,

monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, planuria, quadrum_,

e ben altri vocaboli ignoti al parlar letterario. Donde ci si fa

persuaso che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e

greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini

prevalevano nella rustica, adoperata da’ plebei, la quale noi, per

annunziarci senza ambagi, crediamo sia la stessa che oggi parliamo,

colle modificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.

Le prove di tutto ciò noi le adducemmo altrove: e certamente Plauto

discerne la lingua _nobilis_ dalla _plebeja_; la prima dicevasi anche

_urbana_ o _classica_, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica

o vernacola, dal nome dei servi domestici (_vernæ_), e anche da Vegezio

_pedestris_, da Sidonio _usualis, quotidiana_ da Quintiliano, il quale

move lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridar

voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee

dirsi _due, tre, cinque, quattordice_, e geme che ormai il parlare

sia mutato del tutto. Che v’avessero maestri del bel parlare latino

l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il saper di

latino, quanto vergogna l’ignorarlo; ed esortando, giacchè s’ha il

linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non

solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume. Ovidio

raccomanda ai fanciulli romani d’imparare _linguas duas_, cioè il

latino e il greco, e di scrivere alle amanti in lingua pura e usitata:

un purista censurò il _cujum pecus_ di Virgilio, come parola di

contado. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino

una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine

alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e continuò

a seguir l’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna.

Nè le lingue prische erano spente ne’ paesi conquistati della

restante Italia. Quando Bruto veniva proconsole nelle Gallie, Cicerone

l’avvertiva che v’udrebbe parole poco usate a Roma (_parum trita_): a

Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la

fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi.

Tito Livio fu tacciato di patavinità. In lingua osca i giovani romani

rappresentavano le Atellane, e il popolo ne andava pazzo. Pompeo

Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio,

da cui avea dedotto il nome. E i così varj dialetti nostri attestano

antichissime differenze di idiomi, ben anteriori all’invasione dei

Barbari.

Viepiù doveano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e

basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano che consente di stendere i

fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica,

o di qualsiasi altra gente. Le legioni nostre che per le provincie

accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in

Italia, doveano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori.

Aggiungansi le varietà di pronunzia. Il vecchio latino era aspro,

quanto lo prova il _rozzo_ numero saturnino; e tale si conservò in

gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento

d’eufonia, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata

dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori,

teneva, cred’io, ai prischi idiomi o dialetti italici, nei quali quanto

si amasse la terminazione in o appare dalle monete della bassa e media

Italia, dal famoso senatoconsulto de’ Baccanali, e dagli epitafi degli

Scipioni. Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli

scritti, viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe

col volger de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver

conservato le parole che escono in vocale (_acqua, stella, porta_...),

mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo

l’ablativo (_fronte, ardore, arbore, libro_...). Dappertutto ci salterà

all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento,

manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: e che di più si

richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine?

Segnalate vestigia n’abbiamo nelle iscrizioni, massime in quelle de’

primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo

uso, non secondo grammatica. Per tali accidenti, sopprimevansi spesso

la _s_, la _c_, la _m_ finale, stringevasi il dittongo _au_ in _o_,

proferivasi l’_e_ per l’_o_ e per l’_i_, il _v_ pel _b_, sicchè

_mundus, fides, tres, aurum, scribere, sic_ diventavano _mondo, fede,

tre, oro, scrivere, sì_; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi

s’avvicinavano alla pronunzia, anzichè all’uso letterario.

Quando poi la gente meglio stante e la Corte si trapiantarono a

Costantinopoli, e ringhiera e senato qui ammutolirono, nè v’ebbe corpo

di scrittori o impero di tradizioni che gli conservasse l’aristocratica

castigatezza, il latino, come uno stromento complicato in mani

inesperte, doveva alterarsi viepiù perchè così sintetico, e perchè non

procede per mezzi semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma

con tanti casi e conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.

Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il

tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole

speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a cercare

d’esattamente articolar la parola o di adoprare tutti gli elementi,

lusso grammaticale. Adunque, invece della finezza di declinazioni

e conjugazioni, adoperò la generalità delle preposizioni e degli

ausiliarj, specificò gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze.

Pei quali modi la lingua latina, forbita dagli scrittori classici,

non imbarbariva, come dicono i più, ma tornava verso i principj suoi,

riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla nostra

odierna; sicchè il parlare che chiamano del ferro era un’altra fasi

della lingua, ove la scritta accolse in maggior copia voci e forme

della parlata, e modificate secondo paesi: donde quel lamento di san

Girolamo, che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di tempo.

Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non

dirigendosi a corrompere ricchi e ingrazianire letterati, ma recando

al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la lingua

eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare l’eleganza

e perfino la correzione; sant’Agostino dice che Dio intende anche

l’idiota, il quale proferisca _inter hominibus_; san Girolamo professa

voler abusare del parlare, per facilità di chi legge. Chi dunque

abbia mente alla purezza ciceroniana, dee nausearsi ai tanti modi che

si scontrano ne’ Padri, e fulminarli col nome di barbarismi: ma il

fatto era che il cristianesimo, come le altre cose, così trasformava

la lingua. Nel tradurre la Bibbia, destinata non ad aristocratico

allettamento, ma ad edificazione della plebe, si sbandirono le forme

convenzionali e l’artifizioso periodare de’ classici, il quale del

resto non s’incontra in coloro che con minore arte scrissero, come

nell’inarrivabile Cesare o nelle epistole di Cicerone e de’ suoi

amici; ma secondo il parlar comune, si tenne semplice l’andamento,

ingenua l’esposizione. I precettori, che la sentenziano di corruzione

e barbarie, dovrebbero riflettere che l’antichissima versione detta

_italica_ fu eseguita nel fiore della latina favella; e in quei

salmi l’idioma del Lazio prende un vigore inusato, e per secondare la

sublimità dei concetti ripiglia la nobile altezza che dovette avere

ne’ sacerdotali suoi primordj, un’armonia, diversa da quella che i

prosatori cercavano nel periodeggiare e i poeti nell’imitazione dei

metri greci, e che pure è tanta, da farla ai maestri di canto preferire

persino all’italiano.

Questo rifarsi della favella plebea, questo ritorno verso l’Oriente

dond’era l’origine sua, avrebbe potuto ringiovanire il latino,

infondendogli l’ispirato vigore delle belle lingue aramee e la semplice

costruzione del greco; ma troppo violenti casi sconvolsero quell’andar

di cose; e quando l’Impero cadeva a fasci, era egli a promettersi un

ristoramento della letteratura?

L’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella,

repudiando ogni altra. Temistocle fece dannare a morte l’interprete

venuto cogli ambasciadori di Persia, perchè aveva profanato il greco

coll’esporre in questa lingua l’intimata del fuoco e della terra:

ai Cartaginesi fu proibito di studiare il greco: latino parlavano i

magistrati romani anche ai Greci, nè altrimenti che in quella lingua

poteano darsi gli editti del pretore. Tra le altre servitù che Roma

imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino; e Claudio imperatore

tolse la cittadinanza ad uno di Licia, il quale non seppe così

rispondergli. Davanti al senato contendevasi se avventurare o no un tal

vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad

una circonlocuzione piuttosto che dire _monopolio_. Da ciò alle antiche

favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni

e ne’ composti; mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie,

sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più

distanti: e più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce

la forma.

Ma che a generare le lingue nostre, dette _romanze_ perchè uscite dal

romano, principal parte avessero i Barbari, a noi sembra tutt’altro

che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure non

riscontri vocabolo gotico in quell’idioma: Venezia non fu invasa da

alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più

che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o

il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto

un corso d’acque o la cresta d’un monte frapponevansi a due linguaggi

diversissimi, quanto è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i

Barbari?

Nondimeno, a sentire certuni, avrebbe a credersi che un bel giorno i

nostri d’accordo avessero dismesso il parlare romano, e assunto quello

dei Barbari. Ma a qual fine? l’Italiano non aveva nulla a chiedere

al conquistatore se non misericordia: questi invece bisognando dei

vinti per tutte le necessità della vita, era costretto modificare la

sua loquela sulle nostre, non il contrario. E che ciò sia vero, voi

trovate nella nostra rimasti ben pochi termini d’origine teutonica,

e questi significano armi e generi nuovi di oppressioni; i pochi che

si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo

il sinonimo latino; a ogni modo son meno assai che non le voci latine

accettate dai Tedeschi. Anzi alla storia dice qualche cosa il vedere

che le parole de’ vincitori adottate furono spesso tratte al peggio

senso; e _land,_ che pei Tedeschi è _terra_, per noi fu un terreno

incolto; e _ross_ non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; e

_barone_ divenne sinonimo di paltoniere e birbo; e _grosso_ significò

tutt’altro che grandezza.

Ben troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non

traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine

scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; di molte la radice

non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano

nei paesi ove i Nordici non posero mai nido, come sarebbero Toscana,

Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi

dialetti, ch’erano sopravissuti alla dominazione romana? e non n’è

altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure

si parlano due lingue differenti? Se fossero certe due carte addotte

dal Muratori, sino dal 900 i Corsi e i Sardi avrebbero usato un vulgare

assai simile al nostro; eppure non vi presero dimora le genti tedesche.

Adunque la nostra lingua (e vale a un bel circa lo stesso delle altre

romanze) non è che la parlata dagli antichi Latini, colle modificazioni

che necessariamente, in qualunque favella, introduce il volgere di

venti secoli. Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì

usiamo termini che il latino classico repudiava come vecchi o corrotti,

ma che doveano correre tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare

quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi

non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione

latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi

Latini, anzi che quello degli aurei.

Più che delle parole vuolsi tener conto delle differenze

grammaticali che dicemmo, come il supplire alla varietà di desinenze

colle preposizioni, l’anteporre ai nomi l’articolo, il formare

coll’ausiliario molti tempi della maniera attiva e tutti quelli della

passiva, l’abbandono dell’inutile genere neutro e dell’inesplicabile

verbo deponente. Ma è natura di tutte le lingue, nel loro procedere,

di farsi più chiare, più analitiche, in ragione che s’impoveriscono

di forme grammaticali; e ciò si avvera ben anche nel tedesco e nel

persiano, per accennare solo a lingue del gruppo stesso della latina,

e a paesi cui non arrivarono immigrazioni della natura delle nostre.

Già nel latino de’ migliori tempi si trovano indicate le relazioni per

via di segnacasi, non erano ignoti gli ausiliarj _avere_ e _stare_, del

qual ultimo ci sopravive il participio _stato_. L’articolo, proprio

della lingua greca e delle germaniche, non era raro fra i Latini,

sia il determinante _ille_ o l’indeterminato _unus_; e sentendosi

il vantaggio di quella precisione nel parlare ordinario, anche nello

scrivere si ammetteva l’_ipse_ e _ille_, o si surrogava l’articolo a

questi prenomi, come oggi si fa; talchè nelle litanie che cantavansi in

chiesa al tempo di Carlo Magno, il popolo rispondeva _Ora pro nos, Tu

lo adjuva_. In tal modo s’introduceva o confermava l’uso dell’articolo,

caratteristico alle lingue dell’Europa latina, differente però da

quel de’ Greci e del gotico, i quali non escludono la declinazione.

Ed esso e gli ausiliarj vennero a risarcire in chiarezza e analitica

precisione ciò che le lingue perdevano in dovizia e simmetria. Il fondo

però restava sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia

occorrono intere frasi prettamente latine, nel friulano per esempio; si

scrissero poesie bilingui, lunghe composizioni sardo-latine.

Nè le parole, dunque, nè il sistema grammaticale fa mestieri derivare

dagli invasori: ma poichè monumenti mancano onde seguire storicamente

questa trasformazione, siam ridotti cercarla a tentone in qualche

parola sfuggita a quei che usavano la lingua letteraria.

Un singolare documento ci rimane nei comandi militari dei tribuni:

_Silentio mandata implete — Non vos turbatis — Ordinem servate — Bandum

sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos seque_. Quel _bandum_ per

_vexillum_, quel _sequite_ e quel _turbatis_, imperativi insoliti,

sono i precursori delle contorsioni che in ogni parlare si fanno pel

comando delle milizie. Dell’anno trentotto di Giustiniano trovasi

un istromento sopra papiro, fatto in Ravenna e già pieno di modi

all’italiana, come _Domo quæ est ad sancta Agata; intra civitate

Ravenna; valentes solido uno; tina clusa, buticella, orciolo, scotella,

bracile, baudilos_. Ammiano Marcellino dice che i Romani del suo tempo

giacevansi _in carrucis solito altioribus_; e _carrocia_ per carrozza

dice oggi il vulgo lombardo. La _Storia miscella_ riferisce al 583,

che, mentre Commentiolo generale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò

il carico, ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella

natia, _Torna, torna fratre_; onde gli altri lo credettero un ordine

di tornare indietro e fuggirono. Ajmonino racconta che Giustiniano

ebbe prigioniero il re di certi Barbari, e fattoselo sedere a lato, gli

comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli rispose

_Non dabo_, l’imperatore replicò _Daras_; forma nostrale del verbo

_dare_ al futuro.

Così la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, sin a

formarne due diverse; siccome anche i Barbari conservavano la favella

nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il

tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Ma se in altri paesi il vinto

gloriavasi di usar la lingua del vincitore come segno d’emancipazione,

l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore

stesso che non avea letteratura, si serviva di secretarj nostri, e

perciò della lingua latina onde scrivere le leggi. In queste sovente

alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare: prova evidente

dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di

quell’età. Nel feudalismo, trovandosi i signori diffusi ne’ castelli,

in contatto cogl’indigeni e non coi nazionali, smetteano più sempre il

tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare,

il latino nello scrivere.

Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo

scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava;

e ciascuna v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in

idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti,

pei costrutti. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a

cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio il progressivo mutarsi

dell’antica nella nostra favella.

Nel musaico che papa Leone III poneva in Laterano il 798, cioè nella

città più colta del mondo e pel ristoratore degli studj, è scritto:

_Beate Petrus dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi dona_; dove

già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la congiunzione. Il

testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 908 legge: _Xenodochium

istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus humilis diaconus,

de ordine sancte mediolanensi ecclesiae nepote meo et filius b. m.

Ariberti de befana, diebus vite sue_. E quattro anni più tardi un

altro: _Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi archiepiscopi

seniori meo, animas salutem._ E altrove: _Foris porte qui Ticinensi

vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc civorio sub

tempore domno nostro_.... Strafalcioni così madornali, e fra persone

addottrinate come erano prelati roganti e notaj rogati, convincono

che il latino non parlavasi più nemmeno fra la classe elevata; giacchè

chi detta in lingua propria accorda nomi e verbi senza dare in fallo,

mentre in bizzarre sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una

differente. Di qui pure la durezza delle costruzioni, la ineleganza

degl’idiotismi, la mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi

solecismi, attesochè non provenivano da un comune modo di favellare,

ma dal capriccioso stento di ciascuno nel latinizzare il proprio

linguaggio.

Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così

romana o romanza fu detta la loro favella, non solo in Italia, ma

dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari. Nè però noi

sogniamo con quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in

tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dalla

ragione smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai

tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma venivano e leggi e

magistrati, quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari

differenti e incolti?

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 10 / 32 题