Italiani letterati. Primordj della poesia nostra fino a Dante.
E già la letteratura, che è espressione delle credenze, degli
usi, delle passioni de’ popoli, col fissarsi di questi comincia a
individuarsi anch’essa: ma la nostra non fu la primogenita fra le
neolatine. Il mezzodì dell’odierna Francia, ridotto di buon’ora
provincia (_Provenza_) dai Romani, e che conservò traverso alla
barbarie la costituzione comunale, e al favore di questa fiorì di
commercio e civiltà, subito dopo il Mille intese alcuni poeti, famosi
col nome di Trovadori. Di essi sopravivono molti componimenti, ma in
generale pieni d’artifizj, di giuochi di parole, di sensi ambigui, di
amorose freddure, di dispute fin nella galanteria, di rado o non mai
quell’ispirazione che va franca e semplice, non il fervido linguaggio
del cuore, nè tampoco l’individualità, avendo e pregi e difetti
comuni; e nessuno per avventura meritò durevole lode letteraria. Noi
li accenniamo in primo luogo per un’opinione corsa secoli fa, e per
brev’ora resuscitata ai dì nostri, che la lingua italica derivasse
dalla provenzale[138]; poi perchè molti Italiani, per un precoce
spirito d’imitazione, poetarono in quella lingua, molti altri ne
imitarono i modi e i pensieri.
Folchetto di Marsiglia genovese fu il primo de’ nostri che _trovasse_
in provenzale; gli tenner dietro a Genova Bonifazio Calvi, Percivalle
e Simone Doria, Ugo di Grimaldo, Jacopo Grillo, Lanfranco Cicala; in
Piemonte Pier della Caravana, Pier della Rovere, Nicoletto da Torino
che disputò con Ugo di San Ciro, e poeticamente morì nel 1255 pel
crepacuore di non vedersi corrisposto dalla sua bella; ad Albenga
Alberto Quaglia; a Nizza Guglielmo Brievo; nel Monferrato Pier della
Mula; a Pavia un Lodovico; a Fossano un monaco; a Venezia Bartolomeo
Zorzi, che, preso in viaggio dai Genovesi e tenuto prigione sette
anni, avventò un serventese contro Genova, poi liberato, fu messo
castellano a Corone, ove morì. Aggiungiamo Siccardo lombardo, che «dà
del poltrone a tutti i vicini suoi, ma ad ogni pericolo è il primo
a fuggire; s’inorgoglia delle arie grossolane, che adatta a parole
prive di senso»[139]. I più sono dunque nell’alta Italia; però troviam
ricordati Alberto de’ Malaspina in Lunigiana, Paolo de’ Lanfranchi a
Pisa, Ruggerotto a Lucca, Migliore degli Abbati a Firenze, Lambertino
Bonarello a Bologna. Tanto comune era quel vulgare, e tanto credeasi
opportuno alla poesia più del nostro.
Va distinto Ugo Catola, perchè, in luogo di futili galanterie, elevò il
canto a fulminare la corruzione de’ signorotti. Emerico di Peguilain,
venuto in Italia verso il 1201, vi rimase oltre cinquant’anni,
festeggiato alle corti di Monferrato, d’Este, dei Malaspina,
componendo canzoni popolari anche sopra soggetti di stagione, la lotta
degl’imperatori coi papi, de’ Guelfi co’ Ghibellini. Largheggiò co’
trovadori Azzo VII d’Este signor di Ferrara; e lui e le figliuole
sue, come paragoni di cortesia e di virtù, troviamo spesso cantati
da poeti, liberali di lodi a chi era liberale di doni. Carlo d’Angiò
nella conquista d’Italia fu accompagnato da Percivalle Doria suddetto,
il quale scrisse anche la _Guerra di Carlo re di Napoli col tiranno
Manfredi_. Allorchè Corradino periva sotto la mannaja dell’Angioino,
Zorzi prorompeva: — Se il mondo cadesse in rovina per catastrofe
spaventosa, se quanto luce nell’universo si trovasse sepolto in
tenebra, non potrei farne lamento maggiore che dell’aver veduto il
giovane Corradino e il duca Federico sì perversamente posti a morte. Oh
maledetta mille volte la Sicilia che lasciò commettere tanto misfatto!
Oh, le persone dabbene che possono ormai aspettarsi, se non di vivere
nell’abjezione? ebbero giammai nemici più spietati che il conte
d’Angiò?»
In maggior nominanza rimase Sordello da Mantova, che accoppiò la palma
di guerriero, il mirto d’amante e l’alloro di poeta. Strane avventure
di lui raccontano, e degli amori suoi con Cunizza, sorella d’Ezelino
IV: ma lasciandole al romanzo[140], noi diremo come delle poesie sue
le più ricantino d’amore, e in altro modo che non ci aspetteremmo
dall’_anima lombarda altera e disdegnosa_; nè pare fosse appo i
contemporanei in quella nominanza di eroismo, in cui lo posero le
cronache mantovane e l’Alighieri. Si rivela piuttosto buontempone;
vantasi de’ trionfi sopra tutte le donne, come un don Giovanni,
senza delicatezza cavalleresca nè urbana; invitato da Carlo d’Angiò
a crociarsi, — Signor conte (risponde), non esigete da me ch’io vada
a cercar la morte. Per coteste acque salse troppo presto si guadagna
il paradiso: io non ho fretta d’ottenerlo, e il più tardi possibile
voglio arrivare all’eternità». Ameremmo credere che le prime fossero
millanterie, profonda ironia le seconde; giacchè altrove Sordello,
disdegnoso ed elevato, nè a grandezza nè a potenza riguardando,
sfolgora la viltà dovunque gli appaja. Tal è il famoso suo _serventese_
in morte di ser Blacasso, ove con ardimento ingiurioso i pezzi del
cuore di quel forte manda ai varj re, a ciascuno rinfacciando il poco
cuor suo.
Non vogliamo dimenticate alcune poesie, nelle quali i Valdesi
espressero le loro dottrine religiose, in un dialetto che ai Lombardi
s’accosta più che non facciano oggi quel di Genova o del Monferrato,
sicchè datevi la terminazione odierna e sono italiane[141]. Nè tra
noi mancò chi coltivasse il francese, e in esso dettarono Marco Polo,
Brunetto Latini, Da Canale e varj romanzieri.
Se tardi fu scritta la lingua vulgare in Italia, non ne inferite
che tardi si svolgesse; bensì, considerandosi il latino come lingua
nazionale e poco differendo dalla parlata, non v’era perchè i dotti
avessero ad affrontare le troppe difficoltà del maneggiare una favella
non mai scritta, e per conseguenza incerta e scarmigliata nelle forme,
nelle voci, nell’ortografia. Gl’Italiani, come rimpiansero sempre
l’antica grandezza di Roma, e, qualvolta poterono di sè, prescelsero
ordinamenti consoni agli antichi almen di nome, così più tenaci
conservarono la latina lingua ne’ pubblici atti fin al secolo nostro,
anche per imitazione della curia romana, cui il far così tornava
necessario perchè corrispondeva con tutto il mondo. Più dovettero
farlo i padri nostri, anche quando la crescente libertà li recava a
trattare più spesso gl’interessi proprj, benchè già il parlare avesse
assunto le forme nuove. Ma qual latino fosse, se già non bastassero
le carte addotte qua e là, potrà darcene indizio Odofredo, celebre
professore dell’università di Bologna, il quale terminando il discorso
del Digesto, così congedava gli scolari: _Dico vobis, quod in anno
sequenti intendo docere ordinarie, bene et legaliter sicut unquam
feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni
pagatores; quia volunt scire sed nolunt solvere, juxta illud, _Scire
volunt omnes, mercedem solvere nemo_. Non habeo vobis plura dicere;
eatis cum benedictione Domini_[142]. In tutte le età le epistole della
cancelleria pontifizia furono di gran lunga migliori, per le parole
come per le cose. Fra i chiostri sorse qualche scrittore nell’XI
secolo, lontano a pezza dai classici, ma più preciso e purgato che non
qualche autore della decadenza dell’Impero: molti già ne mentovammo,
e non vuolsi dimenticare Arrigo da Settimello, il quale, dal vescovo
di Firenze spogliato di un pingue benefizio e ridotto a povertà,
se ne spassionò nell’elegia _De diversitate fortunæ et philosophiæ
consolatione_, quattro libri di latinità non affatto infelice[143], e
saliti a così pronta fama, che vivo l’autore leggeansi nelle scuole.
Facilmente si potrebbe rovistarne d’altri: ma chi usa una lingua
separata dalla vita attuale, n’ha sempre scapito e al raziocinio e alla
immaginazione, forme vecchie traendosi dietro i vecchi pensieri.
Neppure il greco fu dimenticato; e i monaci Basiliani, diffusi nel
mezzodì dell’Italia, lo conservavano nell’uffiziatura: nelle crociate
poi si cominciò studiarlo anche per uso pratico, e qualche autore fu
allora portato dalla Grecia, come portavansi reliquie. Per commissione
di Eugenio III e per suffragare all’anima di suo figlio, Burgondione
giudice di Pisa mutò in latino alquante omelie del Grisostomo, le opere
di Giovanni Damasceno, e la _Natura dell’uomo_ di Gregorio di Nissa.
Crebbe allora anche la messe delle storielle sacre e de’ miracoli o
falsi o alterati, massime sulla passione di Cristo, notando di prodigi
ogni zolla della Palestina, ogni nonnulla portato di colà: e Jacopo
da Varagine pel primo, dopo gli antichi biografi degli eremiti, nella
_Leggenda dorata_ raccolse vite de’ santi, zeppe di favole[144]. In
reputazione meno rea sono quelle di frà Pietro Calo da Chioggia: ma
tra la farragine indigesta e sconcia delle leggende allora comparse,
i Protestanti menarono gran rumore del _Liber conformitatum sancti
Francisci cum domino nostro Jesu Christo_, di scempia semplicità.
Bartolomeo da Lucca, vescovo di Torcello e amico di Tommaso d’Aquino,
stese una storia ecclesiastica fino al 1313, copiando quel che trovò, e
conservandoci importanti notizie.
Guido delle Colonne, giudice messinese, fu alcun tempo in Inghilterra,
ove scrisse _De regibus et rebus Angliæ_, opera lodata, che il cronista
inglese Roberto Fabyan usurpò. Nel 1287 già vecchio, da Ditti e Darete
cretese tradusse o compilò _De rebus trojanis_, opera divulgatissima,
volta poi in tutte le lingue, e nella nostra già nel 1333 da Matteo
di ser Giovanni Bellebuoni pistojese, ed una delle prime messe a
stampa[145].
Anco furono in uso biblioteche, tesori, specchi o con altro nome
enciclopedie di tutto quel che un autore imparasse; libri di
opportunissimo soccorso in quella penuria di libri. Il _Catholicon_,
o Somma universale di Giovanni Balbi genovese, è una tavola alfabetica
e ragionata di quanto allora gli Europei sapevano, e per attestazione
dell’autore _valet ad omnes fere scientias_.
Il latino non era soltanto lingua de’ letterati, ma correva tra il
vulgo, non altrimenti che oggi il toscano ne’ paesi d’altro dialetto;
e Gaufrido Malaterra, nel proemio alla cronaca sua, adduce canzoni
da lui composte ad istanza del principe _plano sermone et facili ad
intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur patesceret_; e
quando a re Ruggero nacque Simone poco dopo la morte del primogenito,
fece questa:
_Patre orbo_
_Gravi morbo_
_Sic sublato filio,_
_Unde doleret_
_Quod careret_
_Hæreditati gaudio,_
_Ditat prole_
_Quasi flore_
_Superna prævisio._
I quali versi ci presentano la misura e la rima alla moderna, e
c’invitano a cercare se sia vero che dai Provenzali noi imparammo il
verseggiare.
Come una lingua parlata differente dalla scritta, così ci si fa
credibile che, colla poesia metrica, cioè misurata per lunghe e brevi,
tra i Romani ne vivesse una ritmica, attenta solo al numero delle
sillabe. Tale dovette essere la primitiva dei versi Saturnj e del
carme Arvale, e degli altri carmi deprecatorj, medici, magici, che
recitavansi _assa voce_, vale a dire senz’accompagnamento musicale,
ma con una danza virile, ove col piede marcavasi l’accento[146]; e
le canzoni convivali ricordate da Catone, ove al suon della tibia
recitavansi le lodi de’ maggiori. Chi abbia intelligenza dell’accento
latino, facilmente si persuaderà che ai canti mal potea servire la
misura prosodica, bensì la ritmica. E tali noi crediamo durassero
i versi Fescennini, lacchezzo del popolo; e tali i canti militari e
bacchici e da celia, di cui ci conservò taluni Svetonio, come alcune
strofe di Adriano imperatore, indocili alle conosciute misure[147].
L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia
fittizia, arbitraria, non mai connaturata colla lingua, e
preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro o di pretese
analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia; tant’è vero
che spesso il tono cadeva sulle brevi, e un gran numero di sillabe
rimanevano incerte. Questa melopea tutt’artifiziale rendeva più
corruttibile la quantità, che non negl’idiomi dove aveva un’esistenza
naturale, come sarebbero il greco e il sanscrito: e per quanto i poeti
cercassero crescere armonia ai loro versi sottomettendo a un ordine
sistematico i piedi liberi, cioè determinando la successione de’
dattili e degli spondei, e regolando il posto delle cesure e fin la
lunghezza delle parole[148], l’armonia non acquistò in Roma nè tampoco
la forza d’un’abitudine. I Barbari affluenti colà, introduceano sempre
più parole ribelli alla prosodia; e la pronunzia, men rispettosa
alle tradizioni letterarie, riconduceva le capricciose differenze di
quantità a una specie d’unità: i poeti dapprima variarono le regole
prosodiche, poi confessarono d’ignorarle[149], e sul tipo dell’antico
esametro si foggiarono versi che sistematicamente s’allontanavano da
ogni misura.
Cessata la classica squisitezza, rivalsero le forme indigene; e
ciò viepiù in grazia del cristianesimo, dove l’ispirazione era più
personale e più dominante il sentimento, talchè i poeti, invece
di subordinare le loro emozioni a una misura inanimata, vollero
appropriarla ai pensieri, e l’espressione melodica sostituirono alla
regolarità plastica. Allora dunque si neglesse la quantità delle
sillabe per curarne solo il numero, e lasciare campo alla musica; e
l’orecchio, ineducato a quella finezza, preferì essere carezzato dalla
rima. Di tal modo abbiamo versi d’autori[150], iscrizioni, inni della
Chiesa, facili al canto ma ribelli alla prosodia; e se ne variò la
misura, sempre con ragione al numero, non alla quantità delle sillabe.
La rima conobbero i classici e latini e greci, e sebbene la evitassero
come poco acconcia alla metrica, talvolta accumularono le consonanze
in modo, da non potere attribuirle a inavvertenza[151]. Questo vestire
di forma più musicale i pensieri, e rendere più sensibile l’armonia,
piacque ognor meglio al declinare del latino, e man mano che sentivasi
la necessità di dare un ritmo più libero ed espressivo a concetti,
sui quali il sentimento acquistava maggiore imperio. Da prima bastava
l’assonanza, cioè la cadenza simile della sillaba estrema o delle
due ultime nelle voci sdrucciole[152]; poi si vollero eguali tutte le
lettere che succedessero all’accento tonico. Leonini furono denominati
questi versi; forse ad indicarne la forza, o forse da Leone benedettino
di San Vittore a Parigi, fiorito verso il 1190, che (fatto non raro
tra quella nazione) se n’attribuì il merito benchè assai prima fossero
in uso[153]. E la rima passò in tutte le lingue romanze, come già
l’avevano gli Arabi e i popoli settentrionali, il cui esempio potè
forse divulgarla tra noi, certo non la insegnò.
Chi non badi alla quantità, già può nei classici latini riscontrare la
misura dei nostri versi quinarj, senarj, settenarj, ottonarj, di cui le
combinazioni crebbero e si svincolò l’andamento quando furono destinati
al canto ecclesiastico[154]. L’eroico nostro viene dagli endecasillabi
antichi, o dal saffico o dal giambo iponazio[155]: fu consueto nei
secoli bassi, e in quello i soldati confortavansi nel 900 a custodire
gli spaldi di Modena (t. V, p. 339). Del decasillabo, ignoto ai Latini
e ai Provenzali, si fa merito a ser Onesto bolognese[156]. E sempre
la poesia sottometteasi alla musica; come attestano anche i nomi di
canzone, cantilena, sonetto, aria, ballata, antifona, responsorio.
Che mestieri dunque di cercare da’ Provenzali le nostre forme
poetiche? erano evoluzione logica del progresso della versificazione,
del sottentrare le lingue antiprosodiche, e dell’associarsi più
intimamente la poesia colla musica. Bensì da loro ci vennero le canzoni
a versi disuguali e rime incrociate, chiuse con un invio, le quali
noi intitoliamo petrarchesche; e il faticoso intreccio delle sestine
antiche e delle ballate, ove ad ogni dato spazio ricorre il verso o il
vocabolo medesimo. Il loro sonetto fu ben altro dai nostri, dei quali
il più antico che ci resti attribuiscono a Pier delle Vigne[157];
determinato poi regolarmente da Guitton d’Arezzo, che vogliono
pel primo usasse gli ottonarj. Meritano al Boccaccio l’invenzione
dell’ottava[158], della quale non è che mutilazione la sestina moderna.
De’ terzetti grandemente si piacquero i primi nostri poeti. Così
via via la versificazione perfezionavasi, combinando in maniera più
melodica elementi più conformi alla natura della lingua.
La Sicilia udì verseggiare italiano Pier delle Vigne, Federico II, Enzo
e Manfredi suoi figli (pag. 122). Sembrano anteriori Ciullo d’Alcamo e
Mazzeo Ricco di Messina, e più forbito Rinaldo d’Aquino, Jacopo notajo
da Lentino, e Guido delle Colonne. Contemporanei coltivavano poesia
in Toscana due Buonagiunta da Lucca, Chiaro Davanzati, Salvino Doni,
Guido Orlandi, Noffo notajo d’Oltrarno, che si nominano solo perchè
primi. Già lodammo san Francesco e frà Pacifico, e forse sin dal 1177
poetava Folcalchiero Folcalchieri senese, parendo alludere alla pace di
Costanza quando col verso — Tutto lo mondo vive senza guerra» comincia
la più antica canzone di nostra favella. Dante da Majano, per fama
invaghitosi della Nina Sicula, ricambiò versi con essa, dove non si
riscontra differenza fra lui toscano e lei siciliana; tant’è vero che
tutti s’ingegnavano di conformarsi allo stesso tipo.
Più rozzamente, ma pure scriveasi nel settentrione d’Italia; e
i milanesi Pietro Besgapè che fece la storia del Vecchio e Nuovo
Testamento, e frà Buonvicino da Riva che insegnò le belle creanze[159],
e Guido da Sommacampagna retore veronese che nel 1360 espose _lo
tractato e la arte delli ritmi vulgari_[160], non vagliono se non ad
attestare quanto già allora fosse superiore il dialetto toscano.
Tanto basta perchè più non si ripeta quel triviale dettato, aver Dante
creato la lingua e la poesia italiana; egli che nel suo trattato _De
vulgari eloquio_ esamina e giudica gli scrittori che lo precedettero,
condannando quelli che la lingua accettarono tal quale si parlava
senza forbirla; e anche nella _Divina Commedia_ gli accusa che non
s’ispirassero al sentimento, e volessero piacere con altri ornamenti
che colla verace espressione dell’amore[161].
Severissimo egli si mostra a Guitton d’Arezzo, eppure costui, dotto
di provenzale, francese, spagnuolo, sotto forme ruvide espose alti
concetti, sì nei versi come in quaranta lettere di vario soggetto, e
le più scritte per edificazione delle anime, per incorare a virtù i
cavalieri Gaudenti, ai quali apparteneva, esortare alla pace Firenze
e l’altre città di Toscana, e per poco che siano dirugginate, appajono
tutt’altro che spregevoli.
Jacopone da Todi, letterato e dottore, intese a guadagni e voluttà sin
quando, assistendo ad uno spettacolo ed essendo caduto il palco, vi
rimase ammazzata sua moglie, alla quale scoprendo il seno, la trovò
stretta di cilicio sotto le vesti scialose. Compunto, si rese terziario
di san Francesco, e per attirarsi disprezzo, si finse mentecatto.
Eccogli addosso le baje de’ fanciulli, la persecuzione de’ suoi frati
e di papa Bonifazio VIII; e cacciato prigione, vi canta versi e sacre
laudi, grossolane e scorrette, pure a volta robuste e spontanee di
pensieri come d’espressioni. Nel primo ordine de’ Francescani non fu
voluto ricevere se non dopo avere scritto sul disprezzo del mondo; ma
passar sacerdote non volle mai.
Brunetto Latini ci lasciò in vulgare il _Tesoretto_, raccolta
di precetti morali in settenarj rimati a coppia. «Fu dittatore
(segretario) del Comune di Firenze, ma fu mondano uomo. Fu egli
cominciatore e maestro in digrossare Fiorentini, e farli scorti in
bene parlare e in sapere giudicare e reggere la repubblica secondo la
politica» (VILLANI). Perseguitato da re Manfredi, riparò in Francia
presso Luigi IX, ove scrisse il _Tesoro_, che vollero dire enciclopedia
di quel tempo, mentre non è che un affastellamento di cose desunte
dalla Bibbia, da Plinio, da Solino. E dic’egli, _le composa en français
pour ce que nous sommes en France, et par ce que la parleure en
est plus delitable et plus commune à tous gens._ L’originale rimase
inedito, ma due traduzioni italiane, contemporanee all’autore, di
idee e vocaboli molti accrebbero la nostra lingua, e dovettero a lungo
conservarsi in pregio, se all’introdursi della tipografia furono delle
prime date alla stampa[162].
Buje nella forma e tutte lambiccature mi sembrano le rime, in cui Cino
da Pistoja celebrò la bella Selvaggia: eppure il lodano di eleganza
e dolcezza, e Dante asserisce che le costui canzoni e le sue aveano
«innalzato il magistero e la potenza del dire italico, il quale
essendo di vocaboli tanto rozzi, di perplesse costruzioni, di difettosa
pronunzia, di accenti contadineschi, era stato da essi ridotto così
egregio, così districato, così perfetto e civile». Gran lode meritò
commentando il Codice, e cacciato in bando perchè ghibellino, era
chiesto a gara dalle università.
Guido Guinicelli bolognese, spatriato coi Lambertazzi, e morto in
esiglio due anni dopo, fu chiamato da Dante «nobile e massimo, e
padre suo, e de’ migliori che mai cantassero rime d’amore dolci e
leggiadre... il primo da cui la bella forma del nostro idioma fu
dolcemente colorita, la quale appena dal rozzo Guittone era stata
adombrata»[163]. Poco ce ne rimane e guasto, ma abbastanza per vedervi
elevazione e vigore, pensamenti nobili, stile dirozzato, da far
meraviglia in autore di seicento anni fa; se non avessimo anche e prose
e versi di esso Guittone, troppo superiori al concetto che vorrebbero
darcene l’Alighieri e chi gli fa eco.
Sorvolò ai precedenti il fiorentino Guido Cavalcanti, che, cantando
la Mandetta di Tolosa[164], mischiò la filosofia all’amore, e usò la
lingua con una forbitezza tutta moderna.
Insieme v’avea non pochi che adopravano la prosa sia a prediche, sia a
cronache, come già notammo, sia a traduzioni, le quali soglion essere
utilissimo esercizio delle nuove lingue. Frà Guidotto da Bologna nel
_Fior di retorica_ vulgarizzò compendiando il libro ad Erennio; e —
conoscendo te e la tua gran bontade, alto Manfredi, lancia e re di
Cicilia, siccome a diletto e caro signore nell’aspetto de’ valenti
principi del mondo, essere sovra gli altri re grazioso, ho compilato
questo Fiore, nel quale, secondo il mio parere, voi potete avere
sufficiente ed adorno ammaestramento a dire in piuvico ed in privato».
Ma forse le molte traduzioni di quel tempo non sono dal latino, bensì
dal francese; e di là i romanzi, di là molte delle Cento Novelle,
dedotte dal monaco di Montalto.
Sono questi, che, usando del popolo le parole, ma combinandole secondo
l’ingegno naturale e la coltura propria, stabilirono il primato della
lingua toscana, contrastato indarno da coloro che vollero tenere di
Dante piuttosto le mal chiarite dottrine, che non gl’immortali esempj.
Esempj così grandiosi e inaspettati, ch’egli fu salutato qual creatore
non solo della poesia ma della lingua: mentre e dell’una e dell’altra
non fece che accogliere le tradizioni, accostandovi la fiaccola del
genio; tanto più mirabile quanto men colta era la restante Europa, e
scarsamente conosciuti gli antichi modelli.
Dimenticati questi, l’immaginazione avea preso due vie, delle idee
religiose e delle cavalleresche; e dalle prime era venuta una serie
di leggende, applicate a personaggi e tempi diversissimi, e che
costituivano una mitologia cristiana, di gran lunga men bella della
gentilesca, ma più morale ed efficace, e cui forma erano l’allegoria
e la visione. La cavalleria, portata in Europa colle crociate, ed
avvivata dall’alito di queste, avea partorito tutte quelle imprese
degli eroi della Tavola Rotonda e de’ paladini di Carlo Magno,
oppure vestito alla moderna i compagni di Alessandro Macedone, e
inventato genealogie delle Case regnanti e principalmente della
francese. In questi predominavano la satira e il grottesco, fosse nel
narrare imprese ridicole, fosse nell’esagerare le eroiche ed esporle
sogghignando. Trovammo pure i poeti storici, narrazioni sprovvedute di
fantasia.
Il sentimento individuale esprimevasi nella lirica, tutta d’amore; ma
se teneva forma leggera e spensata fra Provenzali e Francesi, in Italia
ben presto la assunse colta, divenne platonico e metafisico, tanto che
fu mestieri di commenti alle canzoni amorose[165]. Il sentimento e la
bellezza ne scapitavano; ma faticando ad esprimere quelle idee o ad
analizzarle, la lingua prendeva ampiezza e vigore.
Anche i tanti _fabliaux_ e poemi e romanzi in francese, in tedesco, in
provenzale, in italiano, erano rozzi di apparenza e scempj di concetto,
istintivi piuttosto che d’arte; nè era sorto chi (uffizio de’ poemi
primitivi) raccogliesse tutte le tradizioni viventi, le combinasse
colla scienza più raffinata del suo tempo, mescolasse la satira, la
storia, l’amore, la devozione e, forme loro, la lirica, il dialogo,
il racconto, l’allegoria; e culto, dogmi positivi, istituti civili,
fatti storici, speculazioni filosofiche e teologiche unisse mediante
il proprio genio, e coll’arte che sola può eternare le opere. Ciò fece
Dante con ingegno sommo ajutato dai casi.
Discendente (1265-1321) da un Cacciaguida, che erasi meritato il
paradiso crociandosi dietro all’imperatore Corrado, a nove anni
capitato coi parenti in casa di Folco de’ Portinai quando si
festeggiava il calen di maggio, vide Bice figlia di questo, la quale
«di tempo non trapassava l’anno ottavo, era leggiadretta assai, e
ne’ suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e nelle
sue parole con più gravezza che la sua piccola età non richiedea. E
Dante così la ricevette nell’animo, che altro sopravvegnente piacere
la bella immagine di lei spegnere nè potè nè cacciare» (BOCCACCIO).
Sopra l’amata fanciulla cominciò egli a far versi, inviandoli, com’era
costume, ad altri poeti toscani, che o l’avranno dissuaso da una via
dove il prevedevano emulo, o donato di que’ compassionevoli conforti
che somigliano ad insulto. Chi si commove alla passion vera, sentirà
quant’egli e come l’amasse allorchè scriveva: — Questa gentilissima
donna venne in tanta grazia delle genti, che, quando passava per via,
le persone correano per veder lei; e quando fosse presso ad alcuno,
tanta onestà venia nel cuore di quello, che non ardìa di levare gli
occhi nè di rispondere al suo saluto. Ed ella coronata e vestita
d’umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva e
udiva. Dicevano molti, poichè passata era, _Questa non è femmina,
anzi è de’ bellissimi angeli del cielo_; ed altri dicevano, _Questa è
una meraviglia: che benedetto sia il Signore, che sì mirabilmente sa
operare!_ Io dico ch’ella si mostrava sì gentile, che quelli che la
miravano, comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che
ridire nol sapevano; nè alcuno era, lo quale potesse mirar lei, che nel
principio non gli convenisse sospirare»[166].
Bice si maritò in un de’ Bardi; ma ben presto (racconta esso poeta) «lo
Signore della giustizia chiamò questa nobile a gloriare sotto l’insegna
di quella reina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima
reverenza nelle parole di questa beata Beatrice». Dante, a cui, com’è
dell’anime passionate, parve tutto il mondo avesse a prender parte
al suo lutto, per lettera ne informò re e principi; poi, affine di
distrarsi, si affondò in solitarj studj, e promise seco stesso di «non
dir più di questa benedetta infintanto che non potesse più degnamente
trattar di lei»; e sperava dirne «quello che mai non fu detto
d’alcuna».
Gli amori suoi raccontò nella _Vita nuova_, il primo di quei libri
intimi alla moderna, dove uno analizza il sentimento e rivela le
recondite sue tribolazioni. Dettato troppo spesso con pretensione
erudita e scolastica aridità, qui e qua con semplice candore, come
di chi narra se stesso, e governata da una malinconia non arcigna,
Dante vi si mostra poeta più che in molte poesie; contempla Beatrice
nelle visioni, anche molt’anni dopo morta, e ne favella come fosse di
jeri. A tale entusiasmo voi sentite che non riuscirà uomo nè scrittor
vulgare: e se tanto soffriva per amore, che doveva essere quando vi
si unissero i patimenti politici, l’esiglio immeritato, e il cader con
indegni?[167].
Il profondo sentire lo spingeva a volersi cingere il cordone di
san Francesco, poi se ne distolse per mescolarsi ne’ parteggiamenti
cittadini: dai quali spinto fuor di patria, ideò e compì un’epopea
affatto differente dagli esempj classici, di cui aveva imperfetta
notizia. L’_Iliade_ esponeva le vicende guerresche; l’_Odissea_,
il vivere domestico de’ principotti greci; l’_Eneide_, la grandezza
di Roma. Questa Roma stessa avea Dante veduta quando, l’anno 1300,
centinaja di migliaja di pellegrini vi accorrevano al giubileo, mossi
da un unico pensiero, la salute dell’anima, eppur ciascuno portandovi
gli affetti, le passioni, le fantasie proprie. Il devoto entusiasmo
di tutta cristianità si accentrò nel poeta, il quale tolse a cantar
l’uomo, e come i suoi meriti in terra sono retribuiti nell’altro
mondo. Il dispetto verso gli uomini, l’aver toccato con mano le miserie
d’Italia, il conversare cogli artisti che allora, innovando la pittura,
gli davano esempio di nobili ardimenti, maturarono la vasta sua facoltà
poetica; e amore, politica, teologia, sdegno gli dettarono la _Divina
Commedia_, che, come l’epopea più ardita, così è l’opera più lirica di
nostra favella, giacchè nel canto egli trasfonde l’ispirazione propria,
l’entusiasmo onde ardeva per la religione, per la patria, per l’impero,
e gl’immortali suoi rancori.
Nel tempio, nel duomo eransi tutte le arti novamente congiunte,
com’erano state prima che il separarsi raffinasse le singole, a scapito
dell’universale espressione. Così Dante ripigliava l’epopea vera, che
comprendesse i tre elementi di racconto, rappresentazione, ispirazione,
i lanci dell’immaginativa e le speculazioni del raziocinio; toccasse
all’origine e alla fine del mondo; descrivesse terra e cielo, uomo,
angelo e demonio, il dogma e la leggenda, l’immenso, l’eterno,
l’infinito, colle cognizioni tutte dell’intelligenza sua e del popolo.
Laonde il suo poema riuscì teologico, morale, storico, filosofico,
allegorico, enciclopedico; pure coordinato a insegnar verità salutevoli
alla vita civile[168].
Il Boccaccio, di poco a lui posteriore, lasciò cadersi dalla penna
che scopo unico ne fosse il distribuir lodi o biasimo a coloro, di
cui la politica e i costumi reputava onorevoli o vergognosi, utili
o micidiali. Ridurre un sì vasto concetto alla misura di un libello
d’occasione! e forse era siffatta l’opinione de’ vulgari, soliti a non
veder che allusioni e attualità, perchè in fatto stanno racchiuse nelle
verità eterne, e in quella vastità dei generali che è il carattere
degl’ingegni elevati. Ma a gran torto s’appongono coloro che solo
un’allegoria politica vogliono trovare in un poema, cui poser mano
cielo e terra. Il problema cardinale, che Eschilo presentiva nel
_Prometeo_, che Shakspeare atteggiò nell’_Amleto_, che Faust cercò
risolvere colla scienza, don Giovanni colla voluttà, Werter coll’amore,
fu l’indagine di Dante come di tutti i pensatori; questo contrasto
fra il niente e l’immortalità, fra le aspirazioni a un bene supremo, e
l’avvilimento di mali incessanti.
«L’autore, in quel tempo che cominciò questo trattato, era peccatore
e vizioso, ed era quasi in una selva di vizj e d’ignoranza; ma poichè
egli pervenne al monte, cioè al conoscimento della virtù, allora la
tribolazione e le sollecitudini e le varie passioni procedenti da
quelli peccati e difetti cessarono e si chetarono »[169]. Ciò fu _nel
mezzo del cammin della vita_ del poeta, quando il giubileo lo richiamò
a coscienza.
I poeti pagani sono pieni di calate all’inferno. I Padri cristiani non
insistettero sul descriverlo, e di volo vi passa sopra anche l’estatico
di Patmos; ma cresciuta la barbarie, parve si volessero rinforzare
i ritegni col divisare a minuto que’ fieri supplizj. Divenuto unico
sentimento comune il religioso, in centinaja di leggende ricomparivano
viaggi all’altro mondo. Pel pozzo di San Patrizio in Irlanda Guerrino
il Meschino scende a laghi di fiamme, ove l’anime si purgano: e
nell’inferno, disposto in sette cerchj concentrici un sotto l’altro,
in ciascuno dei quali è punito uno de’ peccati mortali, trova molte
persone conosciute: infine Enoch ed Elia lo elevano alle delizie
del paradiso, e risolvono i dubbj suoi[170]. Le lepide composizioni
del _Sogno d’inferno_ di Rodolfo di Houdan, e del _Giocoliere che
va all’inferno_, correano per le mani come espressioni di credenze
vulgatissime, e comuni ai popoli più lontani. In Italia principalmente
dovea essere conosciuta la visione d’Alderico, monaco a Montecassino
attorno al 1127, il quale dopo lunga malattia rimane nove giorni e nove
notti privo di sentimento; nel qual tempo, portato su ali di colomba e
assistito da due angeli, va nell’inferno, poi nel purgatorio, donde è
assunto ai sette cieli e all’empireo. Da tali credenze Brunetto Latini,
maestro di Dante, avea dedotto l’idea d’un viaggio, in cui dicevasi
salvato per opera d’Ovidio da una selva diversa, dove avea smarrito il
gran cammino[171].
Ben sarebbe meschino l’imputar Dante d’imitazione. Forse la Madonna col
bambino non è la stessa, sgorbiata dall’imbianchino del villaggio, e
dipinta da Rafaello? Dante vi era portato dai tempi e dalle credenze
universali; e il libro più comune e quasi unico del medio evo gli
somministrava queste allegorie, e le visioni, e perfino le tre fiere
che l’impediscono al cominciar dell’erta[172]. E talmente la visione è
forma essenziale dell’opera di Dante, che durò anche dopo lui morto, e
si disse che otto mesi dopo la tomba foss’egli apparso a Pier Giardino
ravignano per indicargli dove stessero riposti gli ultimi tredici canti
del poema, di cui in conseguenza la terza parte fu pubblicata solo
postuma.
La predilezione di Dante pei concetti simbolici trapela da tutte le
opere sue. Conobbe Beatrice a nove anni, la rivide a diciotto alla
nona ora, la sognò nella prima delle nove ultime ore della notte, la
cantò ai diciott’anni, la perdè ai ventisette, il nono mese dell’anno
giudaico; e questo ritorno delle potenze del numero più augusto
gl’indicava alcun che di divino[173], come il nome di lei parevagli
cosa di cielo, aggiuntivo della scienza e delle idee più sublimi; onde
la divinizzò come simbolo della luce interposta fra l’intelletto e la
verità.
Adunque Dante non poeteggia per istinto, ma tutto calcola e ragiona;
compagina l’uno e trino suo poema in tre volte trentatrè canti, oltre
l’introduzione, e ciascuno in un quasi ugual numero di terzine[174]; e
gli scomparti numerici cominciati nel bel primo verso (_nel mezzo_),
lo accompagnano per le bolge, pei balzi, pei cieli, a nove a nove
coordinati. Questo rispetto per la regola, questo _fren dell’arte_
che crea egli stesso e al quale pure si tiene obbligato, non deriva da
quell’amore dell’ordine, per cui vagheggiava la monarchia universale?
La mistura del reale coll’ideale, del fatto col simbolo, della storia
coll’allegoria, comune nel medio evo[175], valse all’Alighieri per
innestare nella favola mistica l’esistenza reale e casi umani recenti;
sicchè i due mondi sono il riflesso l’uno dell’altro, e Beatrice è la
donna sua insieme e la scienza di Dio, come dalle quattro stelle vere
son figurate le virtù cardinali, e dalle tre le teologiche.
Smarrito nella selva selvaggia delle passioni e delle brighe civili,
dalla letteratura e dalla filosofia, personificate in Virgilio, vien
Dante condotto per l’esperienza fin dove può conoscere il vero positivo
della teologia, raffigurata in Beatrice, alla cui vista, prima gioja
del suo paradiso, egli arriva traverso al castigo ed all’espiamento.
Al limitare dell’inferno, incontra gli sciagurati che vissero senza
infamia e senza lode, inettissima genia, chiamata prudente dalle
età che conoscono per unica virtù quella fiacca moderazione la quale
distoglie dall’_esser vivi_. Con minore acerbità sono castigati coloro,
di cui le colpe restano nella persona; e peggior ira del cielo crucia
quelli che ingiuriarono altrui. Così nel secondo regno si purgano le
colpe con pene proporzionate al nocumento che indussero alla società;
e a questo assunto sociale si riferiscono, chi ben guardi, le quistioni
che in quel tragitto presenta e discute il poeta, le nimistanze civili,
il libero arbitrio, l’indissolubilità dei voti, la volontà assoluta o
mista, come di buon padre nasca figlio malvagio, e come nell’eleggere
uno stato non devasi andare a ritroso della natura.
Erano tempi, ove, non conoscendosi i temperamenti dell’educazione,
tutto veniva spinto all’assoluto; e Dante ce li dipinge colla
credulità, coll’ira, la morale, la vendetta. Secondo è uffizio del
poeta, s’erge consigliere delle nazioni, giudice degli avvenimenti e
degli uomini, re dell’opinione: ma la mal cristiana rabbia onde tesse
l’orditura religiosa, pregiudica non meno alla forma che all’interna
bellezza.
E bellezza sua originale è quella rapidità di procedere, per cui non
s’arresta a far pompa d’arte, di figure rettoriche, di descrizioni,
a ripetere pensieri altrove uditi; ma cammina difilato alla meta,
colpisce e passa. Insigne nel cogliere o astrarre i caratteri degli
enti su cui si fissa, egli è sempre particolare nelle dipinture; vedi
i suoi quadri, odi i suoi personaggi. Libero genio, adopera stile
proprio, tutto nerbo e semplicità, con quelle parole rattenute che
dicono men che il poeta non abbia sentito, ma fanno meglio intravvedere
l’infinito, acciocchè ne cerchiamo il senso in noi medesimi. La forza
e la concisione mai non fecero miglior prova che in questo poema,
dove ogni parola tante cose riassume, dove in un verso si compendia
un capitolo di morale[176], in una terzina un trattato di stile[177];
e in eleganti versi si risolvono le quistioni più astruse, come la
generazione umana, e l’accordo fra la preveggenza di Dio e la libertà
dell’uomo, le quali non apparivano fin là che nell’ispido involucro
dell’argomentazione scolastica[178]. Ond’è che Dante opera sul lettore
non tanto per quel che esprime quanto per quel che suggerisce; non
tanto per le idee che eccita direttamente, quanto per quelle che
in folla vengono associarsi alle prime. Capirlo è impossibile se
l’immaginazione del lettore non ajuti quella dell’autore: egli schizza,
lasciando che il lettore incarni; dà il motivo, lasciando a questo il
trovarvi l’armonia, il quale esercizio dell’attività lo fa sembrare più
grande.
Ma egli non è un autor da tavolino; _fa parere la sua nobiltà_
scrivendo ciò che vide; laonde con libero genio, non teme la critica,
pecca di gusto, manca della pulitura qual richiedono i tempi forbiti;
e intese la natura dello _stil nuovo_, che non può reggersi colla
indeclinabile dignità degli antichi: ma, come nella società, mette
accanto al terribile il ridicolo; donde quel titolo di Commedia[179].
Dell’introdurre tante questioni scolastiche nol vorrò difendere io;
ma, oltrechè è natura de’ poemi primitivi il raccorre e ripetere
tutto quanto si sa, se oggi appaiono strane a noi disusati, allora
si discuteano alla giornata, ed ogni persona colta avea parteggiato
per l’una o per l’altra, non altrimenti che oggi avvenga delle
disquisizioni politiche.
Neghi chi vuole, ma il maggior difetto di Dante resterà
l’oscurità[180]. Locuzioni stentate, improprie; voci e frasi inzeppate
per necessità di rima; parole di senso nuovo; allusioni stiracchiate,
o parziali, o troppo di fuga accennate; circostanze effimere e
municipali, poste come conosciute e perpetue, l’ingombrano sì, che
Omero e Virgilio richiedono men commenti; e tu italiano sei costretto a
studiarlo come un libro forestiere, alternando gli occhi fra il testo
e le chiose; e poi trovi concetti che, dopo volumi di discussioni,
non sanno risolversi. Vero è che quel fraseggiare talmente s’incarna
col modo suo di concepire e di poetare, da doverlo credere il più
opportuno a rivelar l’anima e i pensamenti di esso. Anzi si direbbe
che l’allettativo di Dante consista in una virtù occulta delle parole,
le quali devono essere disposte a tal modo nè più nè meno; movetele,
cambiate un aggettivo, sostituite un sinonimo, e non son più desse: ha
versi senza significato, e che pure tutti sanno a memoria: udite que’
terzetti quali stanno, ed eccovi la vanità divien persona, e presente
il passato, e figurato l’avvenire.
Con sì stupendi cominciamenti rivelavasi la nostra lingua. Dante nella
_Vita nuova_ avea riprovato coloro «che rimano sopra altra materia
che amorosa; conciossiachè cotal modo di parlare (l’italiano) fosse da
principio trovato per dire d’amore». Ma nelle trattazioni civili ebbe a
riconoscere la forza del vulgar nostro, e come «la lingua dev’essere un
servo obbediente a chi l’adopera, e il latino è piuttosto un padrone,
mentre il vulgare a piacimento artificiato si transmuta»; onde nel
_Convivio_ diceva: — Questo sarà luce nuova e sole nuovo, il quale
sorgerà ove l’usato (il latino) tramonterà, e darà luce a coloro che
son in tenebre e in oscurità per lo usato sole che loro non luce».
Frate Ilario, priore del monastero di Santa Croce del Corvo nella
diocesi di Luni, dirigendo la prima cantica a Uguccione della Faggiuola
così gli scrive: — Qui capitò Dante, o lo movesse la religione
del luogo, o altro qualsiasi affetto. Ed avendo io scorto costui,
sconosciuto a me ed a tutti i miei frati, il richiesi del suo volere
e del suo cercare. Egli non fece motto, ma seguitava silenzioso
a contemplare le colonne e le travi del chiostro. Io di nuovo il
richiedo che si voglia e chi cerchi; ed egli girando lentamente il
capo, e guardando i frati e me, risponde, _Pace!_ Acceso più e più
della volontà di conoscerlo e sapere chi mai si fosse, io lo trassi
in disparte, e fatte seco alquante parole, il conobbi: chè, quantunque
non lo avessi visto mai prima di quell’ora, pure da molto tempo erane
a me giunta la fama. Quando egli vide ch’io pendeva della sua vista,
e lo ascoltavo con raro affetto, e’ si trasse di seno un libro, con
gentilezza lo schiuse, e sì me l’offerse dicendo: _Frate, ecco parte
dell’opera mia, forse da te non vista; questo ricordo ti lascio, non
dimenticarmi_. Il portomi libro io mi strinsi gratissimo al petto,
e, lui presente, vi fissi gli occhi con grande amore. Ma vedendovi le
parole vulgari, e mostrando per l’atto della faccia la mia meraviglia,
egli me ne richiese. Risposi ch’io stupiva egli avesse cantato in
quella lingua, perchè parea cosa difficile e da non credere che quegli
altissimi intendimenti si potessero significare per parole di vulgo;
nè mi parea convenire che una tanta e sì degna scienza fosse vestita a
quel modo plebeo. Ed egli: _Hai ragione, ed io medesimo lo pensai; e
allorchè da principio i semi di queste cose, infusi forse dal cielo,
presero a germogliare, scelsi quel dire che più n’era degno; nè
solamente lo scelsi, ma in quello presi di botto a poetare così:_
_Ultima regna canam fluido contermina mundo,_
_Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt_
_Pro meritis cuicumque suis._
_Ma quando pensai la condizione dell’età presente e vidi i canti
degl’illustri poeti tenersi abjetti, laonde i generosi uomini, per
servigio de’ quali nel buon tempo scrivevansi queste cose, lasciarono
ahi dolore! le arti liberali a’ plebei; allora quella piccioletta
lira onde m’era provveduto, gittai, ed un’altra ne temprai conveniente
all’orecchio de’ moderni, vano essendo il cibo ch’è duro apprestar a
bocche di lattanti_».
Di fatto l’Alighieri osò adoprare l’italiano a descriver fondo a
tutto l’universo; e vi pose il vigore, la rapidità, la libertà d’una
lingua viva. Che se egli non la creò, la eresse al volo più sublime;
se non fissolla, la determinò, _e mostrò ciò che potea_. Togli le
voci dottrinali, o quelle ch’egli creava per bisogno o per capriccio
(avvegnachè vantavasi di non far mai servire il pensiero alla parola,
o la parola alla rima)[181], le altre sue son quasi tutte vive. Se,
come alcuno fantastica, egli fosse andato ripescandole da questo o
da quel dialetto, avrebbe formato una mescolanza assurda, pedantesca,
senza l’alito popolare che solo può dar vita. Forse le prose e i versi
de’ suoi contemporanei, quanto a parole, differiscono da’ suoi? Nato
toscano, non ebbe mestieri che di adoperare l’idioma materno; e le
voci d’altri dialetti che per comodo di verso pose qua e là, sono in
minore numero che non le latine o provenzali, a cui non per questo
pretese conferire la cittadinanza. Irato però alla sua patria, volle
predicare teoriche in perfetto contrasto colla propria pratica; e
nel libro _Della vulgare eloquenza_ (dettato in latino per una nuova
contraddizione), dopo aver ragionato dell’origine del parlare[182],
della divisione degli idiomi e di quelli usciti dal romano, che sono
la lingua d’_oc_, la lingua d’_oui_ e la lingua di _sì_, riconosce in
quest’ultima quattordici dialetti, simili a piante selvaggie, di cui
bisogna diboscare la patria. E prima svelle il romagnolo, lo spoletino,
l’anconitano, indi il ferrarese, il veneto, il bergamasco, il genovese,
il lombardo, e gli altri traspadani _irsuti ed ispidi_, e _i crudeli
accenti_ degli Istrioti; dice «il vulgare de’ Romani, o per dir
meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i vulgari
italiani, e non è meraviglia, sendo ne’ costumi o nelle deformità degli
abiti loro sopra tutti puzzolenti»; dice che Ferrara, Modena, Reggio,
Parma non possono aver poeti, in grazia della loro loquacità[183].
Insomma lascia trasparire che quel che meno gl’importa è la questione
grammaticale; ma sovratutto condanna i Toscani perchè _arrogantemente
si attribuiscono il titolo del vulgare illustre_, il quale, a dir suo,
«è quello che in ciascuna città appare ed in niuna riposa; vulgare
cardinale, aulico, il quale è di tutte le città italiane, e non pare
che sia in niuna; col quale i vulgari di tutte le città d’Italia
si hanno a misurare, ponderare e comparare». Per disservire questa
patria, ne _depompa_ il linguaggio; i dialetti disapprova quanto più
s’accostano al fiorentino; eppure insulta ai Sardi perchè dialetto
proprio non hanno, ma parlano ancora latino: loda invece il siciliano,
dicendo che così si chiama l’italiano e si chiamerà sempre; eppure
all’ultimo capitolo mette che il parlar nostro, _quod totius Italiæ
est, latinum vulgare vocatur_; e semprechè gli cade menzione del parlar
suo o del comune italiano, lo chiama vulgare, o parlar tosco, o latino,
e neppure una volta siciliano.
A rinfianco del suo sofisma reca poche voci di ciascun dialetto, prova
inconcludentissima; e versi di poeti di ciascuna regione, lodando
quelli che si applicarono a cotesta lingua aulica, riprovando quelli
che tennero la popolare, massimamente i Toscani. Nulla men giusto che
tali giudizj, e basta leggere anche solo le poesie da lui addotte,
per vedere che le toscane popolesche sono similissime alle cortigiane
d’altri paesi: donde deriva che il cortigiano d’altrove, cioè lo
studiato, era il naturale e vulgato di Firenze[184].
Malgrado i commenti di eruditissimi, o forse in grazia di quelli, io
non so se meglio di me altri sia riuscito a cogliere l’assunto preciso
di Dante in questo lavoro; tanto spesso si contraddice, tanto esce
ne’ giudizj più inattesi. Chi volesse vedervi qualcosa più che un
dispetto di fuoruscito, potrebbe supporre che i dotti avesser mostrato
poco conto della sua Commedia, perchè scritta nella lingua che egli
avea dalla balia, senza i pazienti studj che richiedeva il latino;
quindi egli tolse a mostrare che nessun dialetto è buono a scrivere,
ma da tutti vuolsi scernere il meglio. E qui v’è parte di verità: chè
chi voglia formare un mazzo, non coglie tutti i fiori d’un giardino,
ma i più belli; e quest’arte del _crivellare_ e dello scriver bene
non può impararsi se non da chi bene scrive, nè a questi è prefisso
verun paese. Ma il giardino dove trovare i fiori più abbondevoli e
genuini, qual sarà se non la Toscana? e di fatto egli confessa che
fin d’allora _non solo l’opinione dei plebei, ma molti uomini famosi_
attribuivano il titolo di vulgare illustre al fiorentino; nel che dice
_impazzivano_, egli che pur credea necessario dare per fondamento alla
lingua scritta un dialetto, benchè lo sdegno gli facesse ai Fiorentini,
_obtusi in suo turpiloquio_, preferire sino il disavvenente bolognese;
egli che asseriva il latino dovere scriversi per grammatica, ma il
_bello vulgare seguita l’uso_.
Nella scarsa metafisica d’allora, confondeva la lingua collo stile,
giacchè è affatto vero che, adottando quella dei Fiorentini, bisognava
poi aggiungervi l’ingegno e l’arte perchè divenisse colta; e poichè
a ciò serve non poco l’usare con chi ben parla e ben pensa, Bologna
per la sua Università offriva campo a migliorar lo stile, più che
non la mercantesca Firenze. L’appunteremo noi se non seppe fare una
distinzione, la cui mancanza offusca anc’oggi i tanti ragionacchianti
in siffatta quistione? Al postutto egli non argomenta della lingua in
generale, ma di quella che s’addice alle canzoni: lo che dovrebbero non
dimenticare mai coloro che vogliono di Dante fiorentino far un campione
contro quel fiorentino parlare, ch’egli pose in trono inconcusso.
Altri versi dettò, e massime canzoni amorose, delle quali poi fece un
commento nel _Convivio_, fatica mediocre, dove maturo tolse a indagar
ragioni filosofiche a sentimenti venutigli direttamente da vaghezze
giovanili, e vorrebbe che per amore s’intendesse lo studio, per donna
la filosofia, per terzo cielo di venere la retorica, terza scienza del
trivio; per gli angeli motori di questa sfera, Tullio e Boezio unici
suoi consolatori. Ivi esprime di valersi dell’italiano «per confondere
li suoi accusatori, li quali dispregiano esso, e commendano gli altri,
massimamente quello di lingua d’oc, dicendo ch’è più bello e migliore
di questo»: eppure altrove soggiunge «molte regioni e città essere più
nobili e deliziose che Toscana e Firenze, e molte nazioni e molte genti
usare più dilettevole e più utile sermone che gli Italiani». Locchè
vedasi se a que’ tempi potea dirsi con giustizia.
Quella che l’Alighieri creò veramente, è la lingua poetica, che
fin ad oggi s’adopera con più o men d’arte, ma sempre la stessa, e
per la quale sin d’allora egli era cantato fin nelle strade[185].
La sua prosa invece è povera d’artifizio, pesante, prolissa, con
clausole impaccianti, periodi complicati. Quanto più doveva essere ne’
coetanei suoi, eccetto que’ Toscani che s’accontentassero di usarla
nell’ingenuità natìa? Pure la prosa su que’ primordj va più originale
che non divenisse in man di coloro i quali di poi vollero applicarvi la
costruzione latina.
Doveva l’eloquenza ingrandire fra’ pubblici interessi: ma quel gran
sintomo dello sviluppo di un popolo, la potenza politica della parola,
il talento applicato a governar le nazioni, non ad esilarare gli
spiriti, rimase impacciato dall’inesperienza delle lingue. I pochi
discorsi riferiti dagli storici non mostrano aspetto d’autenticità;
pure sappiamo che, uniformandosi alle consuetudini scolastiche, gli
oratori di tribuna si appoggiavano a un testo, sovente plebeo, e su
quello ragionavano senz’arte. Farinata degli Uberti, quando, dopo
la battaglia dell’Arbia, si alzò a viso aperto contro la proposta di
distruggere Firenze, prese per testo due triti proverbj: — Come asino
sape, così minuzza rape. Si va la capra zoppa, se lupo non la intoppa».
E san Francesco predicando a Montefeltro, tolse un altro motto
vulgare: — Tanto è il ben che aspetto, che ogni pena m’è diletto».
Que’ predicatori che traevansi dietro le moltitudini, spingevanle alla
guerra e, ch’è più mirabile, alla pace, li trovi rozzi e inordinati
raccozzatori di scolastiche sottigliezze o di mistiche aspirazioni,
lardellati di testi scritturali e di trascinate allusioni, dividendo
e suddividendo a modo dialettico, senz’ombra di genio e rado di
sentimento. Predicavano forse in latino rustico, e a tanta folla che a
ben pochi era dato di sentirli e a meno d’intenderli, sicchè i cronisti
ricorrono al miracolo. E davvero l’efficacia portentosa va attribuita
al concetto di loro santità, e alla persuasione con cui parlavano, e
che facilmente trasfondesi in chi ascolta.