Belle arti.
Fu di mezzo a tale prosperità che risorsero fra noi le lettere e le
arti belle, serena gloria d’Italia.
Caduto l’impero d’Occidente, coi resti della civiltà le arti si
erano rifuggite a Costantinopoli, onde venne intitolato bisantino
il modo che allora ebbe corso. L’arco e la volta, immenso progresso
portato dai Romani, si continuarono abbandonando l’architrave, e
voltando direttamente l’arco sopra colonne, le quali non erano fatte
di nuovo, ma tolte da edifizj anteriori: mancavano i capitelli? se ne
surrogavano di rozzi, con qualche fogliame grossolano e poco rilevato,
o incrociamenti di linee, o qualche testa disavvenente. Gli archi,
acciocchè impostassero su colonne di diversa altezza, furono talvolta
allungati in basso; in alcuni meno appariscenti si deviò dal perfetto
semicircolo, ora schiacciandolo verso il sesto acuto, ora prolungandolo
a ferro di cavallo, ora dandogli forma d’un frontone; talvolta
nello sfogo d’un arco se ne chiusero altri minori, appoggiati sopra
colonnine[108].
Ravenna, che conservò meglio il carattere dell’Oriente, ha maggiori
esempj di stile bisantino, sempre ad archi e volte. San Vitale, che
san Massimiano eresse imperante Giustiniano, all’esterno è informe
costruzione di cotto, ma, come entri, ti sorride in un regolare
ottagono del diametro di quaranta metri, con cupola emisferica e due
ambulacri, de’ quali l’inferiore imposta su otto pilastri, vestiti di
marmo greco venato; ogni cosa poi adorna senza discrezione con avanzi
antichi, massime dell’anfiteatro, e con bei musaici. La quale pittura
di marmo fregia e contorna le porte, le finestre, gli altari in tutti
gli edifizj di quello stile.
Il vicino mausoleo di Galla Placidia, sacro ai santi Nazaro e Celso,
forma croce latina senza anditi laterali nè tribuna, avente al centro
l’altare di tre grandi tavole d’alabastro orientale. Quadrilungo a tre
navi è pure Sant’Apollinare nuovo, eretto da Teodorico, con musaici,
tombe, iscrizioni, e lavori di alabastro, di porfido, di cipollino,
di marmo pario e serpentino; comunque guasto dai Barbari, e forse più
dai correttori. Ivi stesso, fin dal 417 era finita Sant’Agata, a tre
navi sorrette da venti colonne, ma ogni cosa fu mutata, eccetto la
pianta; e così la gran basilica di Sant’Apollinare in Classe con tre
ampie navate e tre tribune, ed archivolti robustamente profilati. Al
duomo, fabbricato da sant’Orso nel 540, è annesso un battistero forse
dell’età medesima, formato di due circoli da otto arcate, che portano
la cupola. V’è chi reca al IX secolo il battistero d’Asti, a quattro
angoli fuori e otto dentro, e il palazzo delle Torri a Torino, facciata
di cotto[109].
La parola _edificare_, trasferita a senso morale, accenna come
la scienza architettonica accoppiasse idea di devozione e lode di
esemplari costumi. In fatto i vescovi erano talvolta gli architetti,
più spesso i promotori di nuovi edifizj; per cura del vescovo Epifanio
si fabbricò il duomo di Pavia; pel vescovo Eufrasio la basilica di
Parenzo in Istria, ricca di musaici; per altri il monastero e il
tempio di Montecassino, le chiese di Sant’Evasio a Casal Monferrato,
di Napoli, di Siponto, di Firenze, di Lucca. L’atrio della basilica
di Sant’Ambrogio a Milano, comandato dall’arcivescovo Ansperto, con
archi semicircolari sorgenti dai pilastri, tiene della maestà se non
dell’eleganza romana. Le tante dispute sull’età delle chiese presunte
d’età longobarda ci tolgono di valerci degli esempj del San Michele e
San Pietro di Pavia, della Santa Giulia di Brescia, del San Fridiano di
Lucca; sol bastando che non vi si vede uno stile nuovo, ma variazioni
dell’antico.
Nessun papa forse passò senza d’alcun lavoro giovare le chiese della
sua metropoli, decoro al culto e alimento alle belle arti quando
ogn’altro mancava. Leone III, oltre fabbriche assai, profuse lavori
di metallo fino, fece rivestire la Confessione di San Pietro con
453 libbre d’oro, e sotto all’arco trionfale collocare un balaustro
d’argento di 1573 libbre, coll’effigie del Salvatore, e un leggìo al
pulpito, e un ciborio, tutti di argento; riedificò il battistero di
Sant’Andrea, rotondo colla fonte nel mezzo, circondata da colonne di
porfido, in cui versava linfe un agnello d’argento stante sovra una
colonnina; e pose alla basilica di Laterano vetri dipinti, che sono i
primi mentovati. San Giorgio in Velàbro, Santa Prassede, Santa Maria
in Dominica, Santa Cecilia in Trastevere, San Nereo e Achilleo, Santa
Sabina, San Giovanni a Porta Latina, San Martino ai Monti, San Michele
in Sassia, San Pietro in Vincoli, Santa Maria in Cosmedin, altre chiese
di Roma furono in quelle età adorne colle spoglie di tempj antichi.
Nè di pitture manca menzione. Gregorio Magno vide espresso un
sacrifizio di Abramo sì al vivo (_tam efficaciter_), da commoverlo
al pianto; le geste de’ Longobardi fece ritrarre Teodolinda a Monza;
una madonna a Gravedona sul lago di Como, regnante Lodovico Pio,
pianse miracolosamente; altre di poco posteriori sono rammentate nelle
chiese della Cava, di Casuaria, di Subiaco, di Montecassino. Alcune
ancora sopravanzano, principalmente ne’ musaici, nelle miniature, ne’
sigilli, nelle monete; e sono inamene figure, con occhi spiritati, mani
assiderate, piedi in punta. Il tesoro di Monza convince che neppure
il lavoro de’ metalli nobili era dismesso sotto i Longobardi; eppure
le costoro monete non potrebbero essere più rozze. Insigni sono la
pala d’oro di San Marco a Venezia, tutta a smalti; e il paliotto di
Sant’Ambrogio a Milano, già menzionato a pag. 436 del tomo V, su cui
sono a continuo parallelismo le azioni del santo e quelle di Cristo:
l’Annunziazione della Vergine, e le api che fanno il favo nella bocca
del neonato Ambrogio: l’Ascensione del Salvatore, e l’entrare del santo
nella gloria; e così via[110]. In molte chiese, ma più nelle romane,
si conservano lampade, turiboli, evangeliarj di quel tempo; e in San
Pietro la dalmatica di cui si rivestivano gl’imperatori, con soggetti
sacri a ricamo d’oro e argento riccamente composti.
Niuna età fu dunque diseredata d’arti fra noi, ma attorno al Mille
crebbe l’operosità, sia per la devozione alle reliquie, cresciuta
allora, come narrammo; sia che gli uomini si sentissero rassicurati
sulle terre che dapprima erano percorse da orde o da nazioni intere
predatrici; sia che si manifestassero anche in ciò la risurrezione
delle città annichilate dal feudalismo, e il prosperare del commercio e
della libertà comincianti. San Ciriaco di Ancona, alzato allo spirare
del X secolo, architondo a croce greca con cupola, è bisantino, come
Santa Maria Rotonda fuor di Ravenna, e le sette badie che il marchese
Ugo fece in Toscana. Nel 1014 il duomo vecchio di Arezzo modellavasi
sul San Vitale di Ravenna, a otto faccie, e l’architetto Mainardo
lo compiva nel 1022, servendosi delle spoglie del teatro e d’altri
edifizj vetusti. A Firenze, verso il 1013, Ildebrando vescovo edificò
San Miniato al Monte, dov’è un musaico che mostra indirizzo al bello;
San Lorenzo fu ingrandito nel 1059; nel 1085 fabbricata Sant’Agata.
Nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro avea fondato San Pietro e Romolo,
cattedrale di Fiesole, a tre navate, con colonne e capitelli romani,
dicono tolti da un vicino tempio. Pistoja nel 1032 avea cominciato il
suo San Paolo: il Sant’Andrea, colla facciata a marmi bianchi e neri,
è del 1166 a disegno di Gruamonte e Adeodato fratelli, che fecero a
bassorilievo l’Adorazione de’ magi. Dal 1060 al 70 si compì San Martino
di Lucca, e Anselmo da Bagio vescovo vi collocava il voltosanto,
coperto poi dal vago tempietto di Matteo Cividale: dal 1043 al 78 San
Zeno di Verona, ove la torre di piazza è del 1172. Sulla facciata del
duomo d’Empoli si legge il 1093[111]. Anteriore certo al 1118 è la
magnifica chiesa di Sant’Antimo in val d’Orcia, a tre navi arcuate
a tutto sesto sopra colonne. Nel 1099 Modena da un Lanfranco facea
rinnovare la sua cattedrale, ove dopo sette anni trasferivansi le
reliquie di san Geminiano; ancora di stile longobardo a tre navate a
pieno centro, col santuario elevato sopra la confessione, e con molte
sculture d’un Wiligelmo, che argomenterebbesi germanico dall’avervi
raffigurato i fiordalisi e la storia di re Arturo. Il duomo di Borgo
San Donnino fu consacrato nel 1106, coperto poi di ricche sculture,
e l’anno 1190 i collegati lombardi vi si adunavano a giurare i patti
della pace di Costanza. Nel 1107 Adamo Ognibene e Ossolaro Tiberio
disegnavano il duomo di Cremona; e Teodosio Orlandino il battistero nel
1167. Nel 1166 Gruamonte e Adeodato fratelli faceano la facciata del
duomo di Pistoja, scolpendovi l’adorazione de’ Magi. Del battistero di
Parma, disegno di Benedetto Antelami ricchissimo di sculture, fu messa
la prima pietra nel 1196, l’ultima nel 1270. Seguono il Piscopio di
Napoli, San Pietro e San Petronio di Bologna, Santa Maria di Sarzana,
con colonne di marmo portanti arcate arditissime e non legate di ferro.
Altre chiese del Valdarno superiore a questo modo, che ora denominano
lombardo, meritano attenzione, e singolarmente quella di San Pietro a
Grossina.
Le repubbliche marittime si proposero d’emulare i monumenti antichi che
vedeano in Levante. San Marco di Venezia, cominciato nel 977, dicono
nel 1071 fosse terminato, press’a poco quale oggi si vede, disposto
a croce greca col centro coronato da gran cupola, e ciascun braccio
da una minore, non emisferiche, ma oblunghe, e con forami arcuati.
Le colonne con capitelli quadrati sono congiunte per archetti tondi,
che attorno alla nave e ai bracci sorreggono gallerie; sopra un’altra
serie di archi piantasi il tetto; e un velo copre il santuario, alla
orientale. La facciata, larga quanto l’edifizio, ha cinque porte in
sghembo: finissimi i marmi, e gli archivolti di curva variata. La
Signoria stanziò che nessuna nave tornasse di Levante senza prendere
fra ’l suo carico statue, colonne, bassorilievi, marmi, bronzi,
altri materiali di prezzo, che uniti ai musaici, formarono il più bel
tipo d’architettura bisantina in Italia, regolare nel piano quanto
capriccioso ne’ particolari. Avanti al 1008 da Orso Orseolo vescovo
era edificata Santa Maria di Torcello, non alla orientale, ma sulle
basiliche romane, col coro elevato, e sovra alla cripta l’altare; e più
lungi l’abside semicircolare, con magnifico presbiterio. Contemporanea
ma di modo bisantino è Santa Fosca nell’isola stessa.
Di questo tempo pure la regina del mar ligure fabbricava San Lorenzo,
della cui facciata la parte migliore si terminò nel 1100. Già vi
esistea la chiesa dei Santi Vittore e Sabina: Santo Stefano si cominciò
nel 960, le Vigne nel 991. Nel 994 sorse la nuova cattedrale di Savona,
dove un dipinto serba la data del 1101.
I Pisani già possedeano San Pietro in Grado con colonne e capitelli
greci e romani, dov’erano dipinti i papi fin a Giovanni XIII
del 965: ora colle spoglie dei Saracini vollero fabbricare la
primaziale, maestosamente elevata sopra un terrazzo. Il Buschetto, che
l’architettò, avea combinato una macchina, per cui dieci fanciulle
sollevavano un peso, cui sarieno appena bastati mille bovi od una
nave[112]. Ch’egli avesse studiato sulle opere de’ primi tempi
cristiani lo palesa la disposizione di quattrocencinquanta colonne,
recate da Levante e tolte da anteriori monumenti o tagliate allora,
forse nell’isola d’Elba, e perciò di proporzione e merito diverso. Nel
1100 l’opera era compita, e diciott’anni appresso papa Gelasio II la
dedicava a Maria. Capi d’arte raccattati di lontano l’arricchirono,
e cimase ed epigrafi antiche e spezzate e capovolte, e tritamente
collocate alla rinfusa con altre nuove ricordanti i fasti pisani,
confondendo statue grandi e piccole, lavori squisiti con goffi.
Servì d’esempio ad altri edifizj fra lo stile greco e il romano, de’
quali un de’ migliori fu il battistero, che porta la data del 1153
ed il nome di Diotisalvi. Rotondeggia sovra tre gradini, ornato da
tre schiere di colonne corintie affisse al muro, e da infiniti fregi
di maniera gotica; per tre gradini si scende nell’interno, dove
sta il vaso ottagono pel battesimo: otto colonne e quattro pilastri
sopportano le arcate, sopra cui corre un secondo ordine, che regge la
cupola allungata a pera. Qui pure l’architetto si dovette adattare ai
materiali che aveva alla mano, e supplire come seppe alla variante
misura delle colonne e de’ capitelli, alcuni dei quali furono ben
imitati sopra gli antichi.
Terza meraviglia di quell’incantevole piazza, nel 1174 vi si alzava
il campanile; gran cilindro, rivestito a profusione di bassorilievi
e statue, con ducentosette colonnine, varie di forma e di materia, e
con capitelli, alcuni di greca eleganza, altri a fogliami grossieri
e teste d’uomini e d’animali. È opera di Buonanno da Pisa, cui si
aggiunsero Guglielmo e Giovanni d’Innspruk: e sembra che, già sorto
a certa altezza, il terreno cedesse da una parte, e l’architetto
s’accorgesse di poter proseguire senza pericolo l’innalzamento; talchè
ora strapiomba di tre metri sopra quarantacinque d’altezza: bizzarria
derivata dall’accidente, e altrove imitata di proposito.
Perchè potessero entro terra santa riposare quelli cui non era dato
passare in Soria, cinquanta galee pisane, ite alla crociata con
Federico Barbarossa, riportarono terra di colà, e se ne formò il
Camposanto, finito il 1283. Giovanni da Pisa lo foggiò a chiostro, con
portico ad archi tondi, ma a frastagli e archetti gotici, tutto marmo
bianco; e dentro si adunarono sarcofagi, iscrizioni, anticaglie, quasi
in un museo; abbellito poi dai pennelli migliori delle età successive,
tanto che vi si può seguitare la serie degli artisti italiani. Il
campanile di San Nicola è opera alquanto più tarda di Nicola pisano; e
fors’anche quello della badia di Settimo, rotondo al piede, ottagona la
canna, piramidale la cuspide.
Procedeano dunque contemporanei due sistemi d’architettura: l’uno
conforme alla basilica romana con linee rette e coperture angolari;
l’altro alla bisantina con curve e con cupole, le quali, da emisferiche
sopra un cilindro come le facea Roma, sorsero a più vaste proporzioni,
e svilupparono i pennacchi, per appoggiarsi su quadrato o ottagono.
La cupola di San Vitale a Ravenna è formata con doppio ordine di vasi
a spira: quella di San Michele a Pavia posa su piano ottagono che
s’innesta al quadrato mediante pennacchi, prima idea dei timpani:
al domo di Pisa e di Corneto sono ellittiche; oblunghe quelle di San
Marco, senza intermezzo fra la calotta e i pennacchi.
Gli edifizj che su mentovammo, e i duomi di Piacenza, di Verona, di
Terracina, di San Leo di Ancona, passavano dal romano bisantino allo
stile lombardo o romano: in alcuni appare l’arco acuto, se non altro
nell’incrociarsi dei costoloni della volta. La nazionale vanità sarebbe
blandita dal credere che da questa derivasse l’architettura gotica; ma
non ce n’ajuta la storia.
L’arco acuto, suggerito naturalmente dalle grotte, fu imitato in
sostruzioni e acquedotti; e senza uscire d’Italia, l’abbiamo nella
porta Sanguinaria ad Alatri nel Lazio, città fondata da Saturno forse
duemila anni avanti Cristo, e nella porta Acuminata pur nel Lazio, di
costruzione ciclopica[113], e in alcune fogne di Roma. Quelli delle
cento canterelle di Nerone a Miseno, e di qualche forno di Pompei, sono
piuttosto capriccio e accidente che sistema.
Da noi l’arco acuto dapprima apparve unito col tondo. A Subiaco,
deliziosa solitudine a cinquanta miglia da Roma presso le fonti
dell’Anio, attorno alla grotta di San Benedetto si fabbricarono
chiesuole e celle, dinotate col nome di Sacro Speco: distrutte o guaste
da Longobardi e Saracini, vennero riedificate nell’847 dall’abate
Pietro, che particolarmente restaurò la cappella da Leone IV consacrata
a San Silvestro, scarpellata nella roccia, a volta acuta, come altre
escavazioni di colà. Sopra le quali nel 1053 l’abate Umberto cominciò
una chiesa, e dopo tredici anni l’abate Giovanni la fece servire di
confessione al tempio che vi eresse: e fosse per rispetto ai venti ed
alle nevi, o per imitazione d’essi sotterranei, fu disposto a volte
acute, come anche il monastero di Santa Scolastica che ne dipende.
È arcacuta la chiesa di Chiaravalle tra Ancona e Sinigaglia del 1172:
nel qual modo l’anno seguente fu restaurata parte della cattedrale di
San Leo nell’Urbinate. Tali appajono alcuni portici di Rimini nel 1204,
e si mescolano agli emisferici nel San Flaviano presso Montefiascone,
rifabbricata da Urbano IV. Così timidamente s’insinuava quella novità,
spesso non occupando che gli spazj ove non poteva tondeggiarsi la
volta. Nella Porziuncola, cameretta di san Francesco or rinchiusa
in Santa Maria degli Angeli d’Assisi, l’arco acuto della porticina è
inserito in uno a pieno centro.
Buon pezzo prima che l’arco acuto divenisse comune, l’ampiezza delle
cattedrali, l’elevazione delle guglie, il girar delle navi attorno
al coro, ed altri caratteri del gotico si trovano nelle tante chiese
erette verso il Mille, avanti che si vedessero nelle crociate le
asiatiche, da cui alcuno vorrebbe l’imparassimo.
Non escludiamo però l’influenza orientale; e dagli Arabi furono
probabilmente erette la Zisa e la Cuba a Palermo, e certo la fortezza
e i bagni d’Àlcamo sul monte Bonifato, le une e gli altri aventi
l’arco retto. Altre fabbriche mostra il Mongibello presso Siracusa, le
città di Polemi e Lonama due secoli fa serbavano ancora pregevolissimi
avanzi; e così il porto di Marsala. Prima del 1132 Ruggero normanno
faceva nel suo palazzo di Palermo la cappella di San Pietro, dove,
sopra colonne corintie di preziosi marmi orientali, voltano in punta
tutti gli archi e il trionfale; ed ergeva l’ampia cattedrale di
Cefalù, con capricciosi intrecci d’archi acuminati d’ogni grandezza
o sfogo: dorature, musaici, iscrizioni servono d’ornamento. Al
1174 rapidissimamente si finiva il più splendido monumento d’arte
siculo-normanna, il duomo di Monreale, ad archi acuti, con profusione
di musaici e con un mirabile chiostro, tutto, fin le colonne, a
scolture e musaici. Contemporaneamente s’innalzavano la Martorana,
Santa Maria dell’Ammiraglio, San Cataldo, la Matrice e Santo Spirito
a Palermo, la cattedrale a Messina, di cui il tremuoto non risparmiò
che una porta, Santa Maria di Randazzo; e sempre col sesto acuto, quale
pure nella cappella di San Cataldo a Palermo, anteriore al 1160[114].
Colà dominavano e Arabi e Normanni, sicchè ne traggono prove e quei
che derivano il gotico dall’Oriente e quei che dal Settentrione. Però
la pianta ritrae ordinariamente dalla romana-cristiana, la cupola ha
del bisantino, mentre l’arco si allunga alla musulmana, e i fregi e
ghirigori arabeschi s’alternano con pezzi tolti da edifizj classici.
Le fabbriche normanne e sveve dell’Italia meridionale sono simili, pur
non eguali a quelle di Sicilia; e primeggia il duomo di Salerno, eretto
il 1080 da Roberto Guiscardo. Il portico quadrilatero che precede,
ha colonne corintie, levate dalle ruine di Pesto, sormontate da archi
tondi: la porta maggiore è fregiata con gusto classico: bisantini sono
il coro e le tre tribune: squisito il musaico al coro, all’ambone e
alla cantoria. Archi acuti sopra colonne antiche sono nel duomo di
Amalfi, e archi moreschi nell’attiguo chiostro; siccome pure in quel
di Ravello, legantisi con fantastica varietà. I duomi di Troja, di
Trani, di Bitonto, San Nicolò di Bari, hanno parti che si rivelano di
quell’età; e il Castel del Monte, palazzo di Federico II, quadrangolare
con torre simile, abbellisce le forme germaniche con cornici e frontoni
antichi.
Destatasi poi in quel tempo portentosa attività di fabbricare e
restaurare, si moltiplicarono le opere arcacute. Nel sacro convento
d’Assisi poco dopo il 1226 frate Elia eresse a san Francesco il famoso
tempio, o piuttosto tre tempj un sovrapposto all’altro. Nell’inferiore
prevale ancora l’arco tondo; ma nel superiore appajono regolarmente gli
archi in punta, impostati sovra piloni, da cui sorgono le colonne del
corpo superiore a fasci, e il cui costolone principale s’incrocia con
quello del pilastro vicino per formare il colmo. Divenuta modello delle
altre chiese innalzatesi al nuovo santo, questa contribuì non poco a
diffondere il gotico. Sull’architetto non s’accordano, ed il Vasari
nomina a sproposito un tedesco, padre di Arnolfo di Lapo: altri opina
che e Lapo ed Arnolfo imparassero da Nicola pisano, al quale darebbero
lode di quel disegno[115], del resto troppo somigliante ai tedeschi.
Del vedere a un tratto gli edifizj assumere il sistema gotico, non
si può per avventura dare più conveniente spiegazione che l’influenza
delle loggie massoniche. Come le altre arti, così i maestri di fabbrica
erano stretti in corporazioni, e fin le leggi longobarde ripetutamente
parlano de’ _magistri comacini_ (t. V, p. 144). Intende de’ capomastri,
i quali dai laghi di Como e di Lugano andavano già, come vanno ancora,
per tutto il mondo in uffizio di fabbricare: e forse per opera loro
le corporazioni muratorie furono connesse ne’ varj paesi con riti
solenni d’ammissione, e riconosciuta giurisdizione particolare, cioè
franca; onde il loro nome di Franchi muratori o Franchimassoni. Essi
trasmettevansi tradizioni arcane intorno ai metodi del costruire; il
che fece progredire la meccanica, conoscere a punto la spinta delle
volte, la forza degli archi, la forma meglio conveniente, ed altre
norme che dipoi andarono perdute in grazia del segreto con cui erano
custodite.
Ma per quel misto di regola e d’indipendenza che riscontrammo sì spesso
negli istituti del medioevo, gli accessorj abbandonavansi al genio
inventivo di ciascuno, poichè i Franchi muratori erano fratelli, non
manovali; donde una varietà inesauribile, fino a nuocere all’armonia
del tutto, e non congiungere alla grandezza di concetto e all’ardimento
meditato la ragionevolezza de’ particolari.
Non v’è bello fuor del classico, diceano fin a jeri gl’idolatri
dell’antichità, e perciò consideravano il gotico un erramento
d’ignoranti, tutto insania e capricci; alla bella quantunque uniforme
colonna ne surroga di isolate, or tozze, or gracilissime, or a
fasci, ora attortigliate, spirali, poligone, striate; ad alcune
s’avviticchiano pampini, su altre arrampicano animali; spesso portano
iscrizioni; sovrappongonsi fila a fila senza interposto cornicione;
alla voluta e al grazioso acanto succedono ne’ capitelli le grasse
foglie del cavolo e del fico; spesso costoloni sgarbati, membri
incoerenti senza riposo nè armonia, sicchè il debole sostiene il
robusto; piloni di rinforzo ingombrano l’arco; facciate fuor di
proporzione, con gugliette e tabernacolini e frastagli e sporti
d’enormi acquarj; finestre altissime finite a lancetta, o divise da
colonnine, e spesso sormontate da un altro foro a trifoglio o a rosa;
boni che portano colonne o pile dell’acqua benedetta, nanerottoli e
mostri, ed altri delirj di fantasie ineducate.
Eppure chi guarda senza prevenzioni di scuola, s’accorge che un
pensiero armonico coordina le parti a un concetto comune e vivo,
sicchè, vedendo un edifizio, si dice _È gotico_. A differenza delle
regole odierne prestabilite, tutto era libero, tutto si sperimentava,
nè un genere escludeva l’altro; e come nella letteratura era
un misto delle tradizioni antiche colle ispirazioni nuove, così
nell’architettura si accordarono concezioni indigene, ricordanze
greche e romane, gusto orientale. Era un grande progresso l’ottenere
con minori mezzi eguale effetto, un dato spazio coprendo con
numero e volume minore di sostegni e con più facili materiali. Se
poi i monumenti sono la scrittura de’ popoli, talchè il cambiare
d’architettura esprime cambiamento di civiltà, e non avrà originalità
in essa chi non l’abbia nelle idee; confessiamo che quei così detti
rozzi ottennero ciò che fu impossibile ai secoli di Leon X, di Luigi
XIV e di Napoleone, creare una novità, ergersi ad un bello più elevato
e spirituale.
In questa nuova sua fasi come nella primitiva, l’architettura
era sacra, ed esercitavasi specialmente nelle case di Dio,
immagini imperfette e finite del modello infinito della creazione
progressiva[116]. Pertanto la gotica adottò quanto avea di forme
simboliche e di mistiche proporzioni la basilica de’ primi Cristiani;
arcano massonico. Tutto era allegorico, tutto traeva i fedeli verso
l’origine del vero culto e la superna destinazione del tempio, tutto
dovea rammentare che la Chiesa non è compagine di sassi, ma edifizio
vivente, di cui Gesù Cristo è pietra angolare, e membri i fedeli. Il
numero tre e la figura triangolare dirige l’elevazione, non meno che le
costruzioni secondarie; a croce la pianta, a croce le areste sovra il
capo del pregante, e lo stromento della redenzione messo in ogni dove,
ricorda la rigenerazione per via del patimento; sgomento e fiducia,
vita e morte ne spirano d’ogni dove con un misto indefinibile; e Dio lo
riempie tutto, come l’universo di cui è immagine. L’arco in punta, le
smerlature, le piramidette, le guglie elevate al cielo, pare invitino
il pensiero a staccarsi dalle basse cose, o rappresentino i voti dei
mille credenti che s’elevano concordi a Dio. Il bujo delle navate, la
nudità delle pareti, le sfogate volte echeggianti, gli enormi pilastri
dietro a cui nascondersi a piangere l’uom penitente, le tombe di
persone addormentate nella speranza della risurrezione, tutto infonde
una pietà austera insieme e consolante. Poi il suono degli organi
(istrumento per eccellenza, che le mille voci accorda in una sola
sublime), e i moti e le pose de’ cherici, e la piena de’ cori popolari,
rappresentano la vita, che riceve spiegazione dalla morte.
Solito abbellimento n’erano le vetriate a colori. Già trovatisi in
chiese greche e latine, come in Santa Maria Maggiore di Roma; nel XII
secolo poi si cominciò a divisarvi storie sacre, ripetendo all’occhio
ciò che all’orecchio avevano detto i sacerdoti, e così pei sensi e per
l’immaginazione giungendo al cuore e all’intelletto. Vi ebbero lode
molti Gesuati, ed anche varj Domenicani.
Le cattedrali ornavansi pure col culto de’ sepolcri, seconda religione
dei popoli e delle famiglie; e stesi sovra la propria tomba si
figuravano cavalieri, dame, prelati, anch’essi con un’espressione
determinata, sicchè poteasi leggere in quella generazione di statue
la storia de’ tempi. Qui il re in trono con diadema e scettro, o
il doge col suo corno; colà la sposa di Cristo, con allacciati alla
cintura i capelli che recise il giorno che si consacrò a Dio; l’amor
conjugale era indicato dal riposare costa a costa i due sposi colle
mani intrecciate; l’angelo della morte sospendeva le corone sopra il
bambolo che portò seco tutte le speranze de’ genitori; una nuda pietra
col nome, e colla parola _De profundis_ o _Miserere mei_ indicava
il requietorio d’un frate, che forse aveva regolato i consigli dei
principi e le sorti d’un regno. Le basiliche dei Frari e di San
Giovanni e Paolo a Venezia danno nei sepolcri la storia delle arti
dal 1300 in poi: di più antichi se ne riscontrano in tutte le nostre
cattedrali e chiese, che sfuggirono alle vandaliche restaurazioni.
Ben è scarso di sentimento chi non ammira la fratellanza di popoli che
potevano sollevare opere tali senz’altri sussidj che della spontanea
carità; la fede che gittava le fondamenta d’edifizj, a cui solo i più
tardi nepoti porrebbero il fastigio; la religione d’uomini che empivano
quelle vaste navate per ringraziare il Signore d’aver loro dato una
patria!
Perocchè, un altro dei caratteri per cui piaciono le cattedrali
gotiche, si è l’essere alzate per concorso di tutto il popolo, per
limosine e spontanei servigi di corpo. I Crociati al ritorno fondavano
un monastero od una chiesa per voto o per memoria o colle spoglie
degl’infedeli; la predicazione di un frate animava a farvi ciascuno
oblazioni secondo sua possa; talvolta la tassa per la dispensa dalle
astinenze quaresimali volgevasi a quest’uso, o il ricavo d’alcune
indulgenze; a chiunque testava, ricordavasi la fabbrica del duomo; i
Comuni contribuivano a questi edifizj le somme che poi furono obbligati
tributare al fasto di principi; il San Lorenzo di Genova percepiva il
decimo di tutte le eredità e un tanto per cento sulle gabelle, ebbe
donazioni molte in Terrasanta, e a vantaggio suo si stipulavano tributi
e omaggi cogl’imperatori.
L’essere le costruzioni dirette per pubblico consiglio, anzichè
impacciare il genio degli artisti, faceva che il gusto si estendesse.
Ma, come accade, l’impeto veniva meno, laonde rimasero incompiute
la più parte delle opere gotiche[117]. Fosse poi in essi sentimento
di devota abnegazione, o ignorante incuria ne lasciasse perir la
memoria, ben pochi conosciamo degli architetti; neppur si trovano i
primi disegni o piani, o si volessero ravvolgere nel mistero, o si
mandassero alle loggie massoniche di Germania, da’ cui archivj di fatto
ne uscì alcuno recentemente. A Bono lombardo sono attribuiti diversi
lavori in Napoli, Ravenna e altrove, e specialmente il campanile di
San Marco in Venezia, costruzione inconcussa benchè appoggiata sopra
palafitte. Al San Martino e al San Michele di Lucca pose la facciata
un Guidetto nel 1200, a più ordini di colonnette e che man mano si
restringe, come in altre fra le poche chiese dì Toscana finite. A mezzo
quel secolo contava Siena sessantun maestri di pietra, e probabilmente
siffatte compagnie costituivansi dovunque si fabbricasse. Il suo duomo,
cominciato forse nel 1089, coperto e consacrato nel 1180, non s’ammira
tanto per grandiosità quanto per la bellezza e la profusione di marmi e
bronzi.
La cattedrale di Ferrara è del 1135, opera d’un Guglielmo, e colle
sculture d’un Nicolao, che lavorò pure la facciata di San Zeno a
Verona nel 1138, ov’è scolpito, come su quella di Ferrara, _artificem
gnarum qui sculpserit hæc Nicolaum_ ecc. Su entrambi v’erano
ghirigori, animali simbolici, porta coll’arco sporgente, sostenuto
da colonne intrecciate, e queste da leoni; e sulle porte laterali
erano rappresentati i dodici mesi. Ma il duomo ferrarese è d’arte più
avanzata, con più grandiosi concetti, più ricco ornamento, potendo la
facciata di questo considerarsi come il punto più elevato dell’arte
lombarda, e forse il primo in Italia dove l’arco acuto si mescolasse
al tondo. Sciaguratamente l’interno fu tutto rinnovato, parte nel 1498,
parte nel 1637 e finalmente nel 1711[118].
Duccio di Buoninsegna senese inventò i pavimenti di marmo bianco,
con incavi riempiti di pece, a modo di giganteschi nielli: e n’è
l’esempio più insigne nel duomo della sua patria, colla sacristia
ricca di preziosi codici miniati, e abbellita poi dagli affreschi del
Pinturicchio sopra disegni di Raffaello. Macchione d’Arezzo servì
di molte fabbriche Innocenzo III, e nel 1216 alzò la pieve della
sua patria ed il campanile con tre ordini sovrapposti di colonne
variatissime ne’ fusti, ne’ capitelli, nelle combinazioni, e con
istrane fantasie d’uomini e belve che sopportano le moli. Arnolfo di
Cambio di Colle, che falsamente chiamano di Lapo, diresse in Firenze la
loggia in piazza de’ Priori, l’ultima mura, Santa Croce, e il palazzo
vecchio della Signoria, di vigorosa semplicità e grandezza.
L’impeto medesimo che portava sì innanzi gl’Italiani sulle vie della
civiltà, li traeva pure ad ornarsi colle arti belle; nè fu favore di
principe che queste allattasse, ma l’entusiasmo popolare. Margaritone
non credea compensar meglio il magnanimo Farinata, che col regalargli
un suo crocifisso; i Veneziani a Gentile da Fabriano assegnano un
ducato al giorno e il privilegio di portar toga da senatore; i Pisani
aveano ceduto qualche città dell’Asia all’imperatore Calojanni perchè
sovvenisse a fabbricare il loro arcivescovado e la cattedrale di
Palermo. I Perugini mandarono a supplicare Carlo d’Angiò di conceder
loro Giovanni da Pisa onde ornare di sculture la loro città: quando poi
esso Carlo giunse a Firenze, il Comune l’invitò a vedere il quadro che
allora Cimabue stava terminando; ed egli vi andò col suo corteggio, e
dietrogli i magistrati e tutto il popolo; e tanta fu la contentezza,
tanto l’applauso, che quella strada ne conserva ancora il nome di Borgo
Allegri: e poichè il quadro fu compito, venne recato alla chiesa con
solennissima processione, e all’autore lauti premj ed onori.
Quando Andrea pisano ebbe fuso le porte di San Giovanni a Firenze, alla
Signoria fu concesso uscire dal palazzo ove dovea stare rinchiusa,
per venire a vederle cogli ambasciadori di Napoli e Sicilia. Poi
esso Comune emanava questo memorabile decreto: — Atteso che la somma
prudenza d’un popolo di origine grande sia di procedere negli affari
suoi di modo, che dalle operazioni esteriori si riconosca non meno
il savio che magnanimo suo operare, si ordina ad Arnolfo, capomastro
del nostro Comune, che faccia il modello o disegno della rinnovazione
di Santa Reparata, con quella più alta e suntuosa magnificenza che
inventar non si possa nè maggiore nè più bella dall’industria e poter
degli uomini; secondo che da’ più savj di questa città è stato detto e
consigliato in pubblica e privata adunanza, non potersi intraprendere
le cose del Comune se il concetto non è di farle corrispondenti
ad un cuore, che vien fatto grandissimo perchè composto dell’animo
di più cittadini uniti insieme in un sol volere»[119]. Conforme a
tale decreto, Arnolfo di Cambio architettò Santa Maria del Fiore a
croce latina ed archi ottusi, sostenuti da piloni formati di quattro
pilastri, con capitelli a fogliame; e l’ampiezza degli archi dà idea di
grandissima estensione, mentre la semplicità, da altri disapprovata,
tempera l’aspettativa, talchè il riflettervi non diminuisce la prima
impressione. Quattro denari per lira, esatti sulle merci che uscissero
di città, e due soldi per testa ogn’anno, fu l’ajuto che Firenze
diede alla devozione per esigere quell’insigne monumento religioso e
nazionale.
Il vicino battistero, fabbricato forse nel VI secolo con materiali
antichi, fu da Arnolfo disposto e ornato, levando ciò che discordava
dalla sua destinazione, e rivestendolo del marmo nero di Prato. Di
bella e maestosa semplicità fece egli prova anche in Santa Croce, ove
allo scolo dell’acque provvide con tetti a frontispizio e doccie di
pietra immurate.
Di Santa Maria Novella (di cui si poser le fondamenta il 7 ottobre
1279) fanno architetti frà Jacopo Talenti da Nipozzano e due
Domenicani frà Sisto e frà Ristoro, i quali dentro, dicono per ottico
accorgimento, diminuirono a gradi lo sfogo degli archi, come si
userebbe in prospettiva. Lorenzo Maitani senese ergeva allora il duomo
d’Orvieto, che in quell’altura dovette costare ingente prezzo; e riuscì
finitissimo nelle particolarità, massime nella facciata, d’eleganti
proporzioni, e tutta a rilievi e musaici che sono una bellezza a
vedere: la varietà delle pietre che li divide a fasce, è spesso
riprodotta negli edifizj toscani. E se si pensi come piccola città
sia quella, più fa meraviglia che abbia voluto emulare le maggiori con
iscolture di Arnolfo, di frà Guglielmo, di Agostino ed Angelo da Siena,
di Mosca, e pitture di Gentile da Fabriano, del beato Angelico, di
Benozzo Gózzoli, del Signorelli e d’altri eccellenti.
Di gran sapere architettonico diede segno Nicola pisano ne’ Frati
Minori di Firenze, poi nel Santo di Padova, alla cui costruzione papa
Alessandro IV invitava tutta cristianità(1231). Suo figlio Giovanni
si sperimentò in molti luoghi, e singolarmente a Perugia nel mausoleo
di Benedetto XI, e nella ricca fontana storiata, di tre bacini
sovrapposti, elevata su dodici gradini, e tutta a ninfe e grifoni di
bronzo, costata censessantamila ducati. In patria lavorò Santa Maria
della Spina, giojello di minuto artifizio, e il famoso camposanto. Da
Carlo d’Angiò fu chiamato a fabbricare il Castelnuovo a Napoli, disegnò
le facciate del Duomo d’Orvieto, condusse un bellissimo musaico per
l’altar maggiore di Arezzo. Andrea pisano nel 1304 cominciò l’arsenale
di Venezia, il più glorioso monumento di quella città, come ora il più
compassionevole. Gattapane o Catapane fece il palazzo di Gubbio, ove si
conservano le tavole eugubine.
Da noi nel gotico prevaleva il massiccio al finestrato, non si
poneano i contrafforti, consueti in Germania, ma piuttosto molte
decorazioni di frontoni, di gugliette, di tabernacoli; e di rado
si seppe innestare i campanili al tutt’insieme. Poi non fu mai
esclusivo, e v’avea contraddizioni di stile fra le parti inferiori
e le superiori, le quadre e le puntute; la linea perpendicolare e
piramidale non lanciavasi coll’ardimento de’ nordici, e cedea spesso
alla classica orizzontale; nè l’arco acuto escludeva l’emiciclico,
che troviamo unito a quello in insigni edifizj, quali il camposanto di
Pisa, Or San Michele di Firenze, le cattedrali di Siena, di Orvieto,
di Padova, la cappella sotterranea di Montefiascone. Il Palazzaccio
dei Soderini a Corneto internamente è di marmo bianco a tre ordini di
loggie, di cui i due primi arcoacuti, l’altro di colonnette corintie
sostenenti l’architrave piano. A Roma, se ne togli Aracœli e Santa
Maria presso Minerva, ai restauri non sopravive quasi di gotico che
qualche decorazione. Tutto insomma indica che il gotico qui fu imitato,
non indigeno, e venne sovraposto all’antica forma bisantina ed alla
romano-cristiana.
Misti sono gli ordini anche nel broletto di Milano e in quello di Como
a marmi tricolori: nella qual città fu il 1396 tolta a rifabbricare
la cattedrale, ch’è tra le migliori di gusto lombardo, tutta marmi
del paese, arricchita poi con ornati d’ottimo sentimento. Pel San
Petronio di Bologna, architettato nel 1388 da Antonio di Vincenzo, uno
dei sedici riformatori e ambasciatore a Venezia, si fece un modello di
legno e carta a un dodicesimo del vero, e doveansi demolire otto chiese
circostanti; e sebbene non compiuto nella grandezza designata[120],
mirabili ne sono gli ornamenti, e maestosa l’interna disposizione. Il
Piemonte, oltre Sant’Andrea di Vercelli, fondato dal cardinale Guala
de’ Bicchieri nel 1219 quando tornava dalla nunziatura di Inghilterra,
ad archi acuti, torre a cupola, finestre rotonde, mostra un bel gotico
nella badia di Vezzolano, inosservata fra le colline del Monferrato. La
cattedrale di Asti e San Secondo hanno maniera lombarda.
Appartengono a men severi e più splendidi tempi il duomo di Milano e
la Certosa di Pavia. Il primo si cominciò, o piuttosto si ripigliò
con fervore nel 1386[121]; e l’architetto ignoto, tenendosi nella
pianta alla regolarità delle basiliche, nell’elevazione s’avvicinò
alle cattedrali nordiche, e specialmente a quelle di Strasburgo e di
Spira, che sono i più bei monumenti di Germania. Gli acutissimi archi
delle cinque navate a croce latina impiantano su cinquantadue piloni
poligoni, con capitelli adorni di ricchissima varietà; centodue guglie,
quante nessun’altra fabbrica italiana, ornate esse e tutto l’edifizio
di tremilatrecento statue di marmo. Fino a quest’oggi fu palestra agli
artisti; e nel cinquecento il Gobbo Solaro, il Vairone, il Bambaja, il
Brambilla, il Fusina ed altri lo fregiavano di sculture, gran pezza
superiori al San Bartolomeo scorticato di Marco Agrati, che gode una
fama popolare non meritata dall’esecuzione, e meno dal pensiero.
Contemporanea, ma in istile più italiano, cominciavasi la Certosa
presso Pavia. Ignoto l’architetto primitivo; l’ortografia esteriore
è ad elegantissimo disegno d’Ambrogio da Fossano, pittore detto il
Borgognone nel 1472, e potè dirsi compiuta nel 1542. Non cede che
a San Marco di Venezia in marmi e pietre preziose; ed è foggiata a
croce latina, lunga settantasei, larga cinquantatre metri, in tre
navate ad archi acuti, quattordici cappelle e due sfondi di croce.
All’incrociamento sorge il pinacolo a loggiati interni ed esterni, più
simiglianti al bisantino che al tedesco, e dove l’effetto è cresciuto
dalla policromatìa, essendovi bellamente uniti il marmo e la terra
cotta. Vi sono fusi varj ordini, e profusi gli ornati, i trofei, i
monumenti, dove singolarmente notevoli sono la porta maggiore e il
mausoleo di Gian Galeazzo. Capolavoro poi credo il cenobio, con un
cortile di cento metri il lato, a colonnine di marmo, e tutt’intorno
un fregio ornatissimo di terra cotta; e dà accesso a ventiquattro
cellette, ciascuna a due piani con giardinetto, scompartimento comodo
quanto ingegnoso.
E speciale bellezza degli edifizj sacri d’allora sono i chiostri,
derivati dal cavedio che gli antichi aprivano nel mezzo de’ loro
palazzi per dar aria e luce ed agevolare le comunicazioni interne.
Stendonsi i più in un vasto parallelogrammo, circondato da uno
stilobate, sul quale posano colonnine, che sostengono altrettanti
archetti o un continuo architrave: in mezzo sta il giardino con
un pozzo: le pareti offrono le storie dell’Ordine, o iscrizioni
sepolcrali. Il bellissimo di Santa Scolastica a Subiaco[122] è dovuto
ai Cosmati, generazione d’artisti che spesso ricompare ne’ monumenti
romani di quel tempo. Quello de’ Benedettini a Monreale di Palermo ha
le colonne binate secondo la grossezza dello stilobate, differenti una
dall’altra, rivestite di musaici, e particolarmente ricche attorno alla
fontana, per quanto risparmiarono le man ladre degli Spagnuoli. Tra i
molti di Roma basti mentovare quel di San Paolo fuor delle mura, colle
arcate divise da grossi pilastri quadrati, che sostengono le volte
della galleria; e sulla facciata da colonne doppie come a Monreale,
e sormontate da un cornicione: variatissimi i membri, non meno che
i capitelli e la cimasa; e ogni cosa a musaici, fino il gocciolatojo
della cornice. Tali esempj stavano certo sott’occhio a Michelangelo
quando condusse lo stupendo di Santa Maria degli Angeli, con cento
colonne, degno d’emulare le terme di Diocleziano, sulle cui rovine lo
piantava.
Come la Chiesa, così la patria dava lavori e ispirazioni agli artisti:
nessuna città mancò del palazzo comunale, con sale bastanti al popolo
congregato, senza fasto, e sopra di esso la campana elevava la voce
solenne per congregare tutti a discutere degl’interessi di tutti.
Fra Giovanni eremitano modellò il coperto della sala della Ragione
di Padova, la più vasta d’Italia: frà Ristoro e frà Sisto fiorentini
fecero in patria i ponti sull’Arno e varie vôlte del palazzo pubblico.
I signori poi, costretti a prendere domicilio cittadino, vi vollero
abitazioni solide quanto i castelli che abbandonavano. E tante erano,
che i Ghibellini, presa Firenze nel 1248, demolirono trentasei palazzi
con torri, fra cui quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, ornata a
colonne di marmo, alzavasi centrenta braccia; di quella di Guardamorto
tale era la solidità, che coi picconi non se ne poteva levar pietra,
onde Nicola pisano suggerì di puntellarla con travi, scalzarla da un
dei lati, poi, bruciando i sostegni, lasciare che diroccasse. Così
a Bologna, a Cremona, a Padova e altrove si obbligarono i signori
a mozzare le torri fin ad una certa misura, perchè gli uni non
soperchiassero gli altri[123].
Le città, viste da lontano, con tante torri e comignoli e cupole e
campanili, davano un aspetto differente in tutto dalle antiche: dentro
poi modificavasi l’architettura a norma del terreno o del governo. A
Genova, angusta di spazio, si fanno palazzi elevatissimi, e giardini
pensili a scaglioni: a Venezia occorrendo grandi sale e magazzini
aerati e chiari, si fa correre su tutta la fronte un finestrato: a
Bologna, per fiancheggiare di portici la strada, se n’aggiunge uno a
ciascuna casa: a Napoli e in Sicilia, non temendosi neve, si surroga
ai tetti il terrazzo ove asolare: a Firenze le diresti fortezze, con
finestre anguste, enormi bugne, porte massicce: il palazzo dei duchi
di Ferrara, cinto di fossa, palesa un uomo che fa tremare e trema;
mentre quello del doge di Venezia sta in mezzo al popolo da cui trae
il potere. A ogni passo poi si trovano in presenza chiesa, feudalità,
Comune, la cattedrale, il palazzo, le rocche, la città, i borghi, gli
spedali, i conventi; tutti gli edifizj sono un elemento della storia; e
il sentimento della loro destinazione faceva si cercassero le grandiose
proporzioni, più che l’eleganza, la grazia, la purezza, che fanno
l’eterno vanto dei Greci e Romani.
Roma imperiale avea già preso gusto ai marmi variegati, cui coloriva
anche artifizialmente e dorava, e disponevali a tarsie o a musaico.
L’arte fiorì tra i Bisantini, ma presto se ne lavorò anche altrove, e
massime fra i monaci in Italia; più che a pavimenti però adoprandola ad
ornare pareti, balaustri, sedie vescovili, con pietre dure incastrate
in marmo riccamente scolpito e talvolta ricoperto di smalto e d’oro.
A Roma v’è musaici d’ogni epoca, che basterebbero a tessere una storia
dell’arti: il più antico è forse quello di Santa Sabina, comandato il
424 da papa Celestino[124]; e il più notevole quello di Sant’Apollinare
dentro a Ravenna, con figure alte da tre metri, che coprono tutte le
pareti laterali. Non ne mancano nelle città occupate da’ Longobardi,
da essi ebbe nome San Pietro _in ciel d’auro_ a Pavia, e Liutprando ne
ornò la basilica di Sant’Anastasia a Corteolona presso il Po.
Attorno al Mille, Leone Ostiense scrive che Desiderio abate di
Montecassino trasse da Lombardia (col qual nome intendeva l’Italia
meridionale), da Amalfi e sin da Costantinopoli valenti artefici di
musaici, di marmo, d’oro, argento, ferro, legno, gesso, avorio; e
soggiunge che la maestra latinità, avendo trascurato da cinque secoli
la musivaria e la quadrataria, la ricuperò pei molti fanciulli addetti
a quel convento, che in tal magistero s’addestrarono, e che forse
eseguirono poi i tanti musaici delle chiese normanne in Sicilia. Le
storie del Testamento fatte in musaico sotto Sisto III nella Liberiana
di Roma, e già citate nel concilio Niceno II del 787, ancora vi si
vedono. Nell’arcone e nella tribuna di Santa Prassede n’ha del IX
secolo. Sotto al portico di Santa Maria in Transtevere, ove i capitelli
presentano immagini di Iside, Arpocrate, Serapide, sta un’Annunziata
del secolo XIII, molto notevole, e musaici nella tribuna del 1143,
rozzi di forma, eppur già mossi più che i bisantini.
Erano lavorati da nostrali o da Greci? Risoluzione difficile ove gli
artisti per imitazione modificavano la maniera, o si tenevano a tipi
indeclinabili. Certamente vi divennero poi abilissimi i nostri, e agli
antichi del Vaticano di nuovi ne aggiunsero Jacopo e Mino da Torrita
senesi; il qual ultimo, ajutato da fra Jacopo da Camerino, condusse
quello nella nave traversa del Laterano, compiuto poi il 1292 da Gaddo
Gaddi, con ricca simbolica. Sulla facciata del duomo di Spoleto è un
musaico del 1207, coll’iscrizione _Doctor Solsernus hac summus in arte
modernus_, con vivacità occidentale. Sei anni dappoi nasceva a Firenze
Andrea Tafi, gran maestro di questo artifizio.
Neppur l’arte del fondere metalli erasi perduta. Il lodato Desiderio
abate di Montecassino, viaggiando il 1062, vide da un Andrea compiuta
la porta di bronzo ad Amalfi; Pantaleone di Viaretta fece fare nel 1087
quella di San Salvadore in Atrani; di dieci anni la precedette quella
che alla cattedrale di Salerno pose Roberto Guiscardo, rozza per verità
e somigliante a quelle teste consunte a San Paolo di Roma, e lavorate
il 1070 da Stauracio a Costantinopoli: un’altra chiude la tomba di
Boemondo d’Antiochia a Canossa; due alla cattedrale di Troja portano
gli anni 1119 e 1127; il 1150 quelle di San Bartolomeo in Benevento.
Oltre quella di Ravello, è notevole una di quelle di Trani, perchè
non più a niello, ma a figure rilevate, e non di guisa bisantina, ma
barbara, lavorata da Barisano tranese. Quelle che Buonanno da Pisa
poneva nel 1180 alla primaziale della sua patria, guastò l’incendio del
1596[125]; ma restano quelle che, sei anni più tardi, fece pel duomo
di Monreale, con molto ragionevole disegno. Nel 1191 l’abate Gioele ne
facea porre a San Clemente, dodici miglia presso Chieti; quattr’anni
dipoi, Uberto e Pietro di Piacenza finivano quelle della cappella
orientale di San Giovanni Laterano; e poco appresso, Marchione quelle
di San Pietro in Bologna, e Nicola pisano nel 1282 quelle di San Pietro
Martire a Lucca.
Sono di quel torno le porte di bronzo dell’atrio di San Marco a
Venezia; ma anteriore, e forse levata da Santa Sofia di Costantinopoli,
è quella a destra, niellata e a tarsia di diversi metalli, con figure
e santi e caratteri greci; a cui imitazione Leone da Mojno, che fu
procuratore di San Marco il 1112, fece fondere la media: le porte di
mezzo della facciata appartengono al 1300 e ad un Bertuccio, di scarsa
maestria. Celestino II regalava un paliotto d’argento cesellato alla
cattedrale di Civita di Castello nell’Umbria; e nel 1166 Gonamene
e Adeodato operavano i bassorilievi della porta principale di
Sant’Andrea in Pistoja. Non taceremo del vescovo Pacifico di Verona,
che lavorava di metalli e di marmi, e che inventò[126] l’orologio
notturno. Tutti superò Andrea pisano facendo nel 1330 la porta
meridionale del battistero di Firenze in alto rilievo, a comparti che
formano altrettanti quadri di meravigliosa bellezza; gittata a fuoco
di fornello per maestri veneziani. Nella pala d’oro di San Marco
a Venezia, venuta da Costantinopoli il secolo XII e ricchissima di
smalti e gemme[127], trovi vigore ingenuo e maestà di pose jeratiche
in ciascun pezzo, ma stravagante la disposizione de’ gruppi, scorrette
le particolarità, secco il disegno, ignorata la prospettiva, sparuto lo
stile.
In ogni età si scolpì di bassorilievo, siano arche sepolcrali, sieno
frontoni a porte di chiesa, dove effigiavasi la divinità con attributi
diversi; Cristo in trono, con veste prolissa e la mano elevata
a benedire, e con attorno angeli e gli animali simbolici; Maria,
che sotto lo spiegato manto raccoglie i devoti: su alcune facciate
correva la serie dei segni dello zodiaco, accompagnati talora dalle
operazioni agresti convenienti al mese. Notevoli sono le quattro
colonne di pietra dell’altar maggiore in San Marco di Venezia, tutte
liberamente storiate; due lastre di marmo figuranti Cristo e Sansone,
già appartenenti all’ambone di Santa Restituta di Napoli: ed altre nel
duomo di Salerno.
Nel secolo XII appajono più diligentemente lavorate le colonne e i
capitelli; arabeschi e frastagli acquistano finezza; le statue di santi
e di persone illustri mancano ancora di vita e d’individualità, non
di ardimento ed eleganza. Di un Wiligelmo sono i rilievi del duomo di
Modena del 1099, e alcuni della facciata del San Zeno a Verona, dove
le migliori sculture appartengono a Nicola da Ficarolo (almeno a detta
del Baruffaldi) che nel 1135 ne lavorava sulla facciata del duomo di
Ferrara. Roberto, Gruamonte, Biduino scolpirono a Pistoja, a Lucca,
a San Casciano. Di Benedetto Antelmi è una Deposizione del 1170 nella
cattedrale di Parma. Avanzano a Milano un bassorilievo, che rappresenta
la riedificazione di questa città; ed un monumento a Oldrado da
Tresseno, podestà nel 1233, la prima statua equestre dopo gli antichi.
In piazza di San Domenico a Bologna è la tomba del giureconsulto
Rolandino Passaggeri, che dettò la risposta a Federico II quando
minacciosamente chiedevagli si restituisse il re Enzo; e quella dei
Foscherari, fatta il 1289, con rozzi bassorilievi: dentro poi sta la
tomba di Taddeo Pepoli, rappresentato dal veneziano Giacomo Lanfrani in
atto di rendere giustizia al popolo. Nel duomo di Sessa avvi un pulpito
grandioso, retto da sei colonne di granito con capitelli bellissimi, e
adorno di musaici, come i due di Salerno; e un candelabro stupendo, che
l’iscrizione attribuisce a un Pellegrini da nessun nominato, e fra gli
anni 1224 e 1283[128].
In generale ne’ lavori di metallo è più seguito il metodo bisantino,
in quelli di pietra predomina l’occidentale; forse perchè di
Costantinopoli venissero i maestri di fonderia, arte ivi ancora
fiorente, mentre v’era perita quella della scoltura o bassa o intera.
Di ben altra maestria lavori offre Pisa, dove Giunta avea formata
una buona scuola, e dove Nicola, studiando i bassorilievi antichi
del cimitero si propose imitarne la bontà, senza forse ignorare i
sassoni artisti, che allora abbellivano Wechselburg e Freyberg. Al
pergamo di San Giovanni egli pose figure mirabili, malgrado i molti
difetti di disegno[129], poi una Deposizione in San Martino di Lucca,
ispirata ancora dal sentimento devoto, al quale lasciò poi prevalere la
perfezione tecnica, come in un altro pulpito ottagono a Siena, di gusto
e diligenza e complicata composizione, con numerose figure e leoni bene
studiati, e tra altre cose un Giudizio universale, ch’e’ trattò per
la prima volta con larghezza, benchè non ancora ispirato da Dante. È
migliore l’arca di San Domenico in Bologna[130], sobria composizione,
ajutata o finita da scolari. Sulla facciata del duomo di Siena sono
fregi e statue di Giovanni della Quercia, del 1339. Così ornata era
quella di Bologna.
Giovanni di Nicola pisano continuò la buona scultura, operò al
magnifico duomo d’Orvieto, esercizio de’ migliori pennelli e scalpelli
di quel secolo, e donde Bonifazio VIII tolse artisti pel San Pietro di
Roma, fra i quali Agostino ed Angelo da Siena. Con questi due, Giovanni
condusse il sepolcro di Guido Tarlato, il più bello che ancor si fosse
veduto, con sedici storie di sue imprese. Ad alcuno di essi vorrebbero
attribuire la bellissima tavola in San Francesco di Bologna, tutta
istoriata, che invece è di Jacobello e Pietropaolo de’ Masigni[131]; e
chi dice anche l’arca di Sant’Agostino a Pavia, ricca di ducennovanta
figure, che in sole opere di marmo costò quattromila fiorini d’oro.
Sotto Giovanni cominciò Andrea Ugolino da Pisa; a Firenze ornò la
facciata del duomo che poi fu distrutta, non restando di lui che
qualche bassorilievo sul campanile, e le porte di San Giovanni,
eclissate poi da quelle del Ghiberti: a torto gli attribuiscono il
monumento di Cino da Pistoja e la bellissima statua sull’altare del
Bigallo, opera di Alberto Arnoldi fiorentino. Da Pisa pure veniva a
Milano Giovanni di Balduccio, che fece la meschina porta della chiesa
di Brera e il monumento di san Pietro martire a Sant’Eustorgio, marmo
di Carrara con otto bassorilievi e diverse statue simboliche, le quali
sostengono ed ornano un sarcofago, sormontato da piramide, aggiunto
un tempietto con Cristo e varj santi; opera che cede in gusto ai
pergami di Pisa e Siena e all’arca di San Domenico, ma le pareggia in
magnificenza.
Nè la pittura era morta mai; e i monaci che miniavano manoscritti, e
principalmente salterj e benedizionarj, non aveano modelli antichi a
cui sagrificare il pensiero, e studiavano il movimento e l’espressione.
Ottone III menò via d’Italia un Giovanni pittore, affinchè ornasse un
oratorio del suo palazzo in Aquisgrana; dal quale il vescovo Nolker
fece pur dipingere il chiostro della cattedrale di Liegi, e il suo
successore edificar la chiesa di Sant’Andrea[132]. Le dame di Modena
nel 1157 faceano esemplare il codice delle lettere di san Girolamo, bel
monumento d’arte, e più di civiltà. Nulla ci rimane di frate Oderisi da
Gubbio, e di Franco Bolognese, encomiati da Dante. Nell’archivio delle
riformagioni a Siena ammirano miniature della metà del XIV secolo,
massime di Nicola di Sozzo, e magnifici corali di frà Benedetto di
Matera: a Montecassino altri lavorati dalla scuola ivi esistente, che
poi produsse in Sandolio, di cui v’è un mirabile uffizietto: altri a
Ferrara: nella Laurenziana un preziosissimo, de’ molti che appartennero
a’ Camaldolesi degli Angeli, fra cui andavano distinti quelli di Giovan
del Monte e di don Silvestro fiorentino; e que’ religiosi conservarono
come reliquia la mano di frà Lorenzo degli Angeli. Gherardo e Atavante,
pur di Firenze, vennero con altri chiamati ad abbellire i codici
di Mattia Corvino re d’Ungheria. Dal 1477 al 1535 sono i corali di
Ferrara, belli quanto quelli di Siena, e ne son conosciuti gli autori.
Son lavori, ai quali lo storico dell’arte dee molta attenzione,
perocchè l’imitazione v’è minore e più vivace l’ispirazione religiosa.
Profusione d’oro, sul cui campo rilievano il Creatore o il Redentore;
crocifissi somiglianti a mummie, coi piè disgiunti, e ferite da cui
sgorga a rivi un sangue verdastro; madonne nere e torve, con dita
lunghe stecchite e occhi tondi, e un rozzo bambino in grembo; e in
generale figure lunghe, teste vulgari, niuna espressione, composizioni
sgraziate, sono i distintivi di quel dipingere anteriore al XII secolo,
che intitolarono bisantino. I Greci, non ancora invasi dai Barbari,
aveano conservato il meccanismo dell’arte; ma invece di ritrarre la
natura, atteggiavansi a certi tipi sacerdotali, indeclinabili.
Nella presa di Costantinopoli forse i nostri conobbero sostanze e
stromenti, e con migliore abilità tecnica imitarono alcune forme
greche. Del qual modo sono i severi dipinti di San Pietro in Grado
presso Pisa, e una pala d’altare nella galleria di Siena del 1215,
dalla quale città diede i primi lampi la pittura nuova. Ivi nei
Domenicani è una preziosa Madonna di Guido da Siena, che mal si
porrebbe al 1221: ma di quel tempo Bonamico, Parabuoi, Diotisalvi vi
dipingevano i libri del camerlingo: poi sul fine del secolo Duccio di
Buoninsegna faceva il gran quadro della cattedrale, dipinto sul dritto
e sul rovescio, ove dalla dignità jeratica non iscompagna la dolcezza
e la nobile grazia convenienti alle scene della passione. Si conserva
il Cristo, che i Senesi portarono alla battaglia di Monteaperti; per la
quale vittoria fecero da Simone di Martino, lor cittadino, dipingere la
Vergine, con un fare che si stacca dalla bisanlina durezza. Ispirata
dalla religione e dalla patria, quella scuola ha maggior estro della
fiorentina, e i suoi lavori non s’ammucchiano in gallerie principesche,
talchè chi visita quella città, ch’è una visione del medio evo, inclina
a darle la priorità nelle arti belle.
Giunta pisano fin dal 1202 è intitolato pittore, e di man sua non
di Margaritone sono il Cristo d’Assisi, fors’anche le pitture di
quella tribuna; e un altro Salvatore nel San Renieri di Pisa. Jacopo
francescano ornò di musaici l’altare di San Giovanni di Firenze.
D’altre opere non si accerta il tempo. A Margaritone d’Arezzo, scultore
e architetto, il Vasari attribuisce l’aver primo riparato al fendersi
delle tavole coll’incollarvi una tela e intonacarla di gesso, e
insegnato a dar di bolo, mettere l’oro in foglie e brunirlo. Molte cose
lasciò a fresco, a tempra e su tela; ma restò amareggiato dal veder
sorgere una generazione migliore. Ferrara vanta Gelasio di Nicolò della
masnada di San Giorgio, forse del 1242; Lucca il suo Buonagiunta; i
Bolognesi Guido, Ventura, Ursone, e molte pitture serbano del secolo
XII; i Cremonesi altre nel loro duomo, a contorni secchi e colorito
forte, e da Lanfranco Oldovino fecero dipingere la vittoria sui
Milanesi del 1213.
Rilevando su fondo d’oro e d’oltremare, i contorni di tali lavori
pajono rigidi; ma i lineamenti cominciano ad apparir meno burberi, e
il riposo che fin allora credeasi unicamente convenire alla santità,
inclina a qualche movenza. Al difetto d’espressione si suppliva con
liste scritte; spediente ben anteriore a Bufalmacco, al quale lo
attribuiscono[133]; e Simone di Martino o Memmi volendo esprimere che
violentemente il diavolo tentava san Renieri, dipinse quello col capo
basso e gli occhi coperti dalle mani, e di bocca gli usciva _Ohimè, non
posso più_.
Era dunque la pittura risorta prima di quel che ne proclamano
restauratore, Giovanni Cimabue. Nato il 1240 in Firenze, ammaestrato
sui Greci, bentosto se ne staccò, colorendo più sfumato e fuso, e
rendendo morbide le vesti, vive le attitudini, quantunque manchi di
prospettiva lineare ed aerea, e paja secco a causa del fondo cilestro
o verde: le madonne faceva ancora fosche e disavvenenti, per riverenza
verso i tipi; ma meglio arieggiò le altre teste, e con dignità e vita
espresse i caratteri ne’ due gran quadri di Santa Maria Novella e di
Santa Trinita a Firenze, il primo più sciolto d’imitazione e soave nei
volti, l’altro di minor grazia e più robusta maestà. I vasti dipinti
murali di San Francesco d’Assisi ingegnosamente aggruppò e svolse con
affetto e naturalezza.
Allora dappertutto germogliarono artisti: Tommaso degli Stefani
dipingeva a Napoli, e in Santa Chiara Simone da Cremona; in Perugia
il 1297 si facea la _Maestà delle volte_, cioè una madonna e alcuni
santi (or mutati in angeli) sotto al palazzo del popolo, con manto
d’oro rabescato, e con molta grazia nelle teste e nel bambino; Scipione
Maffei, nella _Verona illustrata_, cita non poche opere di questa
città; il Malvasia altre di Bologna, anteriori a Giotto; artisti
paesani coprivano il battistero di Parma con pitture imitanti il
musaico, a contorni meno angolosi, e con partiti nuovi di pieghe, e
movenze passionate fin all’esagerazione.
Ad emanciparsi dai tipi greci diè spinta il dover rappresentare cose
nuove, quali erano gli stemmi, e sovente i ritratti dei podestà[134],
le arme del Comune, le geste di san Francesco, e de’ suoi, con bontà
d’atti semplici, e fra persone e casi positivi e recenti; sicchè
mancando esemplari classici o tipi prestabiliti, si imitò il vero.
Teofilo, monaco vivente in Lombardia, che alcuni rimandano al X secolo,
ma pare piuttosto dei tempi che discorriamo[135], descrisse «tutto
quanto possiede la Grecia sulle specie e le mescolanze de’ varj colori;
tutta la scienza de’ Toscani sulle incrostazioni e sulle varietà de’
nielli; tutte le sorta d’ornamenti che l’Arabia adopera in opere fatte
colla malleabilità, la fusione, la cesellatura; tutta l’arte della
gloriosa Italia nell’applicar l’oro e l’argento alla decorazione delle
differenti maniere di vasi, o al lavoro delle gemme e dell’avorio;
quel che la Francia ricerca nella preziosa varietà delle finestre;
i delicati lavori d’oro, d’argento, di rame, di ferro, di legno, di
pietre che onora l’industre Germania». Egli accenna chiaramente il
dipingere a olio, ignoto agli antichi, ma s’adoprava quello di linseme,
lentissimo ad essiccare, donde la difficoltà del sopradipingervi; e
forse la scoperta di cui vien gloriato Giovanni da Bruges consistette
nel surrogarvi olio di noce e di papavero, od aggiungervi un
essiccante.
A questo punto ritrovava l’arte Giotto da Bondone (-1337). Fanciullo,
mentre custodiva l’armento paterno, copiava in disegno pecore e capre,
avvezzandosi così a ritrarre dal vero. Cimabue il tolse dall’oscurità
e l’istruì nel dipingere, ove presto acquistò un colorire giocondo
e trasparente, buona disposizione de’ componimenti, giuste forme ed
espressione naturale, abbandonando i tipi arcaici e convenzionali.
Primo o de’ primi suoi lavori furono i ritratti di Dante, di ser
Brunetto, di Corso Donati e d’altri illustri fiorentini nella cappella
del Bargello; per ultimo nella sala della Mercanzia «con propria
e verosimile invenzione dipinse il Comune rubato da molti, per
mettere paura ai popoli» (VASARI). Di tali patriotici concetti doveva
ispirarlo l’amicizia di Dante, a illustrazione del quale adoperò il
pennello, e come lui vagò per Italia, quasi scuola ambulante, e in più
di venti città lasciò lavori ed esempj, e i principali in Firenze,
massime l’Incoronata in Santa Croce. Bonifazio VIII gli diede varie
commissioni, e 1200 fiorini pel disegno della nave di san Pietro,
sviluppo d’allegoria cristiana, condotto a musaico da Pietro Cavallini
sotto al portico della basilica Vaticana; frescò l’interno del vecchio
portico di San Giovanni Laterano; a Padova nella cappellina gotica
degli Scrovegno entro l’antica arena, fece la vita di Maria Vergine,
composizione carissima, oltre un Giudizio finale, e figure simboliche
de’ vizj e delle virtù, più meditate che lodevoli. A’ suoi dipinti in
Santa Chiara di Napoli un’età di barbara eleganza diè di bianco per
crescer luce alla Chiesa: quelli nel Santo d’Assisi sono rialzati dalla
pietà e dalla simbolica intelligenza.
Come gli altri contemporanei, lavorò anche d’architetto, e nessun
campanile supera quello che pose alla cattedrale di Firenze, tutto
a compasso di marmi varj, con finestre, nicchie, statue, fasce
di rappresentazioni civili, figurando la creazione e lo sviluppo
dell’umanità nel vivere domestico, ne’ viaggi, nelle arti, nelle
scienze, nelle virtù cristiane, nei sacramenti. È in cinque piani, e
intendea sovrapporvi un’alta piramide, che avrebbe dato un mirabile
vedere.
Gli scolari suoi studiarono di più le tinte, e rammorbidirono i
contorni fin a dare nello stentato: ma nel giudicare di loro, la
critica sistematica biasima o loda la medesima mano, secondo vi vede
l’imitazione della antica purezza, o l’ispirazione del sentimento
cristiano. Stefano nipote di Giotto migliorò la prospettiva e tentò gli
scorti; educò il Giottino, che per grave espressione e colorire unito
superò i precedenti, e forse solo dalla precoce morte fu impedito di
uguagliar l’avo. Taddeo Gaddi, lavorato ventiquattro anni con Giotto,
lo emulò nel cappellone di Santa Maria Novella, facendo la religione
trionfante per opera dei santi Domenico e Tommaso, con ricchezza
d’allusioni, di ritratti, di grandiose invenzioni.
Vi operò seco a concorrenza Simone di Martino o Memmi senese,
coloritore soavissimo e di composizioni ispirate ed espressive
fisionomie; immortalato dal Petrarca, pel quale ritrasse madonna Laura,
e miniò un Virgilio, serbato nell’Ambrosiana di Milano. In altre città
d’Italia dipinse egli, ed in Avignone pei papi: sicchè le due scuole
toscane, procedendo di fronte, assodavano l’onore dell’arti italiane,
con senso del bello e convenienza di rappresentazione; la fiorentina
più erudita, ingegnosa ed ampia; la senese più profonda di sentimento.
I Lorenzetti, e massime Ambrogio, alle soavi composizioni unirono forza
di colorito; il Berna ben ritrasse gli animali; Andrea di Vanni non si
distolse dall’arte per elevate magistrature; Duccio fe prove eccellenti
in quel duomo; Taddeo di Bartolo di Fredo forma passaggio tra questa
scuola e la perugina, studiando più allo spirito che all’esterna
correzione del contorno. La terribile peste vi rincalorì le idee
religiose, mantenute nell’accademia ivi formatasi.
Anche Giacomo di Casentino nell’accademia di San Luca di Firenze
riunì i principali artisti. Assisi era sempre la palestra de’
pittori, come Subiaco, Montecassino ed altri chiostri. Al cimitero
di Pisa coll’Orcagna gareggiarono Stefano Memmi, Pietro Lorenzetto,
Spinello aretino, Anton veneziano e Bufalmacco Buonamico, rinomato
per bizzarrie. Dell’apparire di Giotto nell’alta Italia danno segno
i pittori che vi sorsero. Verona si abbella di Turone e Stefano da
Zevio, e di Jacopo d’Avanzo, che stupendamente dipinsero nel Santo
di Padova e nella vicina cappella di San Giorgio: poi di Vittor
Pisanello; nella qual città si ammirano anche opere di Giovanni Miretto
e di Giovanni e Antonio Padovano. Crebbe la perdonabile vanità delle
cappelle gentilizie, ornate dai migliori pennelli e scalpelli, come
singolarmente si ammirano in Firenze quelle de’ Baroncelli e de’
Rinuccini in Santa Croce, degli Strozzi in Santa Maria Novella, de’
Brancacci nel Carmine: poi nelle case private voleansi dipinte camere,
cassapanchi, teste di letti.
Ma già siamo entrati nell’età, ove riprendea piede il gusto classico,
e principalmente in Toscana nacque e crebbe l’idea di metter tutto
sull’imitazione antica, fin al punto di rinnegare ogni originalità. A
questa teorica s’inchinarono i precettori e gli storici, e compiansero
come miseria e barbarie quant’erasi lavorato nel medio evo. A ciò li
condusse il vagheggiare soltanto la forma, anzichè elevarsi all’idea;
riporre il bello nella rappresentazione vera ed eletta della natura,
anzichè ne’ concetti da cui è ispirato, e dai sentimenti che suscita;
nel rigoglio della gioventù e della forza, anzichè nella ascetica
magrezza, nella paziente sofferenza e nella pacata devozione.
Al tempo che descriviamo, le arti, più che ritrarre al vero la vita,
pareano proporsi di spiritualizzare la materia; più che la bellezza
plastica, stavano fedeli ad un’espressione delicata e spirituale; più
che ai particolari, badavano all’effetto generale, onde tutte e tre si
teneano per mano, e l’artista potea valersi d’ogni mezzo, del simbolo,
del rilievo, della doratura, delle parole che or uscivano di bocca,
or giravano col lembo della veste, or coll’aureola al capo. A vicenda
la pittura doveva esprimere il suo concetto nel modo più semplice
ed evidente, senza distrazione di accessorj, nè tampoco nel fondo,
senza ricerca di bellezze naturali; poichè il dilettare non era che
mezzo. Insomma le arti si conservavano mistiche e religiose, benchè
dall’erigere e ornare i tempj di Dio passassero già ad abbellire le
stanze degli uomini, e credeano non si potesse raggiungere il vero
bello se non mediante l’ispirazione, nè questa ottenere se non con
cuore mondo, viva fede, orazione fervorosa.
Bufalmacco diceva che i pittori, «attendevano a far santi e sante per
le mura e per le tavole, ed a far perciò, con dispetto dei demonj, gli
uomini più devoti e migliori»: un’iscrizione a piè del quadro[136]
o l’effigie del pittore medesimo pregante, dovevano attestare la
sua devozione. Quel Teofilo che dicemmo, diresse l’opera sua alla
pittura sacra, ai vasi, ai messali, alle vetriate delle chiese; onde
non solo nella proposizione, tutta elevatezza di spirito, ma ad ogni
tratto erge l’artista a Dio _da cui emana l’arte_, e vuol consideri la
propria professione come un incarico divino; e per ricompensa della
fatica di stendere il suo libro _ut quoties labore meo usus fueris,
ores pro me ad misericordiam Dei omnipotentis_. Cennino Cennini,
che cento anni dopo Giotto esponeva i precetti e segreti da questo
tramandati ai discepoli, chiudeva il trattato della pittura col pregar
Iddio e la Madonna e san Luca primo pittore cristiano, acciocchè quei
che leggessero il facciano con frutto, e ne ritengano per sempre
gl’insegnamenti. Il beato Giovan Dominici, in tutti i conventi che
metteva o riformava, stabiliva scuole di miniare, e alle Domenicane del
_Corpus Domini_ di Venezia scriveva regole sul ben lavorare di minio,
e offrivasi a terminar egli quel ch’esse non sapessero, parendogli
arte opportuna ad elevare a casti pensieri[137]. Lippo Dalmasio non
si poneva mai a dipingere la Madonna, che non v’avesse premesso il
digiuno e la comunione. Gli statuti dell’arte dei pittori senesi del
1355 cominciano: — Noi siamo per la gratia di Dio manifestatori agli
uomini grossi che non sanno lettera de le cose miracolose, operate per
virtù et in virtù de la santa fede; et la nostra fede principalmente è
fondata in adorare et credere uno Idio in ternità, et in Idio infinita
potentia et infinita sapientia et infinito amore et clementia; et neuna
cosa, quanto sia minima, può aver cominciamento o fine senza queste tre
cose, cioè senza potere, et senza sapere, et senza con amore volere».
E per lungo tempo artisti e scienziati continuarono a considerare
l’uomo come il principale strumento, e la morale come il fine delle
discipline; laonde Leonardo da Vinci, disegnando un oriuolo, vi
scriveva a fianco: — Usa le ore in modo da vivere nella prosperità»;
Michelangelo diceva che la mano è nulla, ed obbedisce allo spirito
che sa dirigerla; il Marchi cominciava il suo trattato d’architettura
militare da capitoli sull’uomo, sull’elevare lo spirito alla
considerazione delle cose, sull’acquistar onore e gloria colle virtù; e
alle tavole di disegno apponeva detti morali: — L’uomo può tutto quando
voglia. La fatica vince ogni ostacolo».