CAPITOLO XCVIII.

Costumi. — Liete usanze. — Spettacoli.

Non è mestieri che chiamiamo il lettore ad avvertire come fossero

mutati i costumi. Quel lusso corruttore, che le fatiche d’intere

provincie consumava ai godimenti e alle futili vanità di un solo,

qual vedemmo al declinare del romano impero, dovette cessare sotto i

Barbari, semplicemente rozzi.

In un placito tenuto da Adalardo in Spoleto, al principio del regno

di Lodovico Pio, ci è descritto un palazzo romano: dal _proaulio_ si

passa nel salutatorio destinato al ricevimento; segue il _concistoro_,

ove trattare i segreti; poi il _tricoro_ o _triclinio_, ove i

convitati sedevano in tre ordini di tavole, tra i profumi esalanti

dall’_epicaustorio_; ivi camere estive ed invernali, ivi terme o

bagni, ginnasio per le dispute e gli esercizj, la cucina, il colombo

o piscina da cui venivano le acque, l’ippodromo per corse di cavalli.

Evidentemente è l’avanzo d’un palazzo antico, e tale costruttura si

abbandonò coi nuovi costumi.

Delle case la maggior parte non aveano che il pian piede, alcune

erano coperte di tegoli (_cupæ_ o _cupellæ_), molte di assicelle

(_scandulæ_) o di paglia. Da ciò gl’incendj frequenti, che talvolta

distruggeano mezze le città, colpa dei quali, dice Landolfo sotto il

1106, Milano quasi più nessun muro avea di pietra o di cotto, ma solo

di paglia e graticci. Scambia egli per effetto la causa; ma è vero

che ajutava gl’incendj il mancar di camini. Gli antichi poco usavano

tale comodità, accendendo il fuoco in mezzo alla stanza, e per un

foro mandando il fumo. De’ camini colla canna innestata nel muro parla

Galvano Fiamma nel XIV secolo come di trovato recente: Andrea Gattaro

vuole che Francesco Carrara il vecchio da Roma nel 1368 ne portasse

l’uso, dapprima ignoto: vent’anni di poi il Musso notava come le case

di Piacenza fossero splendide, nitide, ben guarnite a masserizie, con

armadj, stoviglie e vasellami diversi, orti, cortili, pozzi, vasti

solaj, belle camere, alcune delle quali col camino[73]. In Roma la casa

che vulgarmente chiamano di Pilato, e che appartenne a un discendente

del console Crescenzio, è una fortezza all’uso di quel tempo, rimessa

in essere da Cola di Rienzo per difendere il ponte Rotto; pesantissima

nella sua solidità, straornata di pezzi tolti di qua di là, con

bizzarri capitelli e rozza iscrizione[74].

Nella feudalità ogni signore, fatto quasi un piccolo re, avea grandi

entrate, ma dovea spendere assai nel mantenere l’estesa famiglia,

oltrechè le sue entrate consistevano in derrate piuttosto che in

denari. Il palazzo prendeva l’aspetto, sovente anche la forza di un

castello; grosse mura, poche finestre o nessuna, torri agli angoli,

merli al tetto, una fossa intorno con ponte levatojo, che metteva alla

porta principale, difesa da balestriere e feritoje e da saracinesca

caditoja. Attorno al cortile, che serviva agli esercizi soldateschi,

erano la cucina, colla dispensa per la cera e per le spezie; ampie

scuderie, cogli altri bassi servigi; una sala d’arme, ov’erano disposte

quelle da battaglia e da caccia; il tinello, bastante non solo pei

famigli ma per gli ospiti numerosi. In quello del principe d’Acaja a

Pinerolo nel 1367 mangiavano centrentanove persone, fra cui venticinque

poveri e alquanti frati[75]. La sala da pranzare il signore, illuminata

da fiaccole portate da paggi e da grandi candelabri di ferro, alla

buona stagione rimaneva aperta ai venti, alla peggiore la schermivano

impannate di tela o di fogli oliati, quali le conservava ancora nel

1400 il ducale castello di Moncalieri. A questa mancanza di comodi

facea contrasto la suntuosità della tavola, disposta con doppieri

d’argento e fin d’oro, e trionfi artistici, e coppe d’avorio, di

tartaruga, di cristallo, o anche più fine per materia e lavoro.

La sala di ricevimento era messa ad arazzi, venuti di Fiandra o di

Damasco, e che più tardi si fecero tessere sopra disegni de’ migliori

nostri artisti. Sul pavimento si stendeva paglia fresca, qualche volta

tappeti, e più tardi le stuoje di sparto o di giunco. I sedili erano di

legno, talvolta riccamente intagliato, e coperto di drappi e di pelli

stampate, ma duri e scomodi, come gli archipanchi e le casse. Qui e qua

stipi e forzieri intarsiati e ad argento e oro, ne’ cui cassettini si

distribuivano quelle cento inutilità, di cui oggi facciamo pompa sulle

cantoniere. Non mancavano lavatoj e bacili di rame o di più nobile

metallo, e una spera metallica o di cristallo, e anche l’orologio

nella primitiva sua rozzezza; un dittico o un’immagine di santo, o il

crocifisso sopra il ginocchiatojo; di rado qualche libro. Il letto era

attorniato da un balaustro, sormontato da un cielone di drappo a nastri

e merletti, con coperte di gran valuta. Il resto della famiglia dormiva

in camere disadorne. Vi è qualche castello signorile in Piemonte e

negli Appennini toscani, da cui non disparvero questa distribuzione e

questo addobbo.

Al primo accorrere della gente dalla servile campagna nelle redente

città, si provvide solo a far abitazioni alla spiccia, con travi

frammezzate di cannicci e creta; sovente sulla porta un motto, un santo

serviva a distinguerle, invece dei numeri moderni. Delle vie, le più

erano anguste, facendosi i trasporti a spalle di somieri; tortuose

poi nè fra sè corrispondenti, perchè si fabbricava senz’accordo o

direzione; e tutt’altro che pulite quand’erano una rarità le ciottolate

e fognate, e vi griffolavano i porci, come oggi i cani.

Il popolo redentosi fece mozzar le torri, ove il signore si riparava

dalla legale punizione. Vennero poi le fazioni, e spesso la trionfante

atterrava le case dei vinti; talvolta era questo castigo decretato

dall’autorità a sfogo dell’ira plebea: una sola parte si diroccava

quando a varj padroni spettasse la casa[76]. Quel terreno restava

infamato, sicchè più non vi si poteva murare: il Palazzo Vecchio di

Firenze nel 1298 fu piantato fuor di squadra per non occupare lo spazzo

ov’eransi distrutte le case degli Uberti, che aveano voluto tradir la

patria agli stranieri; su quelle dei Quirini, complici del Tiepolo, i

Veneziani formarono il pubblico macello.

Il lusso non tardò ai privati edifizj, e Firenze, Genova, Venezia

n’ebbero di ricchissimi e maestosi. Meno però ai comodi si pensava

che alla solidità ed alla bellezza; e per tacere d’un’antica legge

lombarda, la quale proibiva il dormire più di quattordici ogni camera,

gli otto della Signoria di Firenze giacevano tutti in una sola fino a

mezzo il Quattrocento, quando Michelozzo ne fabbricò una per ciascuno.

Eppure si trattava di quella gloriosa Repubblica, i cui cittadini,

semplici nei costumi privati e nell’abito, spendevano largamente in

quadri e sculture e biblioteche e chiese, e le cui navi, spedite ad

Alessandria e Costantinopoli coi tessuti di seta, ne riportavano

manuscritti d’Omero, di Tucidide, di Platone. Nel 1270 Venezia

pubblicava una prammatica sopra agli ostieri, vietando d’alloggiar

meretrici, tenere aperta più d’una porta, nè vendere altro vino che

quel dato loro dai tre giustizieri; inoltre non avessero meno di

quaranta letti, forniti di coltri e lenzuoli: provvedimento notevole

in tempo che in Inghilterra appena si poneva paglia sopra i panconi ove

dormiva il re. Frà Buonvicino da Riva, che nel 1288 fece la statistica

di Milano, vi dà tredicimila case e seimila pozzi, quattrocento

forni, mille taverne da vino, più di cinquanta osterie ed alberghi,

sessanta coperti o loggie dinanzi alle case. Questi atrj, i chiostri

dei conventi, il palazzo pubblico, l’_arengo_, il _broletto_ servivano

per adunarsi e parlamentare: e il podestà milanese nel 1272 proibì

d’ingombrar le arcate sotto al broletto, affinchè nobili e mercatanti

potessero liberamente ronzarvi; anzi vi si collocassero panche ove

sedersi e pertiche ove posar falconi e sparvieri, che si portavano

attorno allora come dappoi i cani.

Grossolano era il mangiare plebeo, e in grand’uso il lardo, e spesso

troviamo istituiti legati per distribuirlo ai poveretti[77]. Nel

1150 i canonici di Sant’Ambrogio in Milano pretendevano dall’abate,

in non so qual giorno, un pranzo di tre portate: la prima di polli

rifreddi, gambe in vino e carne porcina pur fredda; l’altra di polli

ripieni, carne vaccina con peperata e torta di laveggiuolo; infine

polli arrosto, lombetti con _panizio_ e porcellini ripieni[78]. Il

molto uso delle carni facea che di pepe si consumasse, quanto di caffè

o zuccaro oggi. Il pan bianco serbavasi per casi d’invito, e ancora

nel 1355 Milano non n’aveva che un forno; il resto faceasi di mescolo

o di segale. Il _panatone_, le _focaccie_, le _pizze_, il _panforte_,

le _crostate_ ed altre varietà, che a Natale o a Pasqua si mangiano

ancora, sono vestigia del tempo quando ciascuno coceva il pane in casa,

di rado e massime all’avvicinare delle maggiori solennità. Generalmente

il principe o signore ne’ castelli feudali dava a mangiare a tutti i

suoi dipendenti, donde gl’immensi banchetti e le enormi pietanze, che

poi serbaronsi per lusso.

Ricobaldo Ferrarese così descriveva le usanze attorno al 1238: «Al

tempo di Federico II, rozzi erano in Italia riti e costumi; gli uomini

portavano mitre di squame di ferro; a cena marito e moglie mangiavan da

un sol piattello; non usavano coltelli da tagliare; uno o due bicchieri

erano in una casa; di notte illuminavano la mensa con una face sorretta

da un famiglio, non usando candele di sevo nè di cera. Vili erano le

portature degli uomini e delle donne, oro ed argento nessuno o poco

sul vestire, parco il vitto: i plebei tre dì per settimana pascevano

carne fresca, a pranzo erbaggi cotti colle carni, a cena carni fredde

riposte: non tutti in estate costumavano ber vino. Di poca somma

tenevansi ricchi: piccole cánove, con ampj granaj. Con esigua dote

si mandavano a marito le fanciulle, perchè assai misurato ne era

l’addobbo: le zitelle stavano contente ad una sottana di pignolato ed

una socca di lino; non fregi preziosi al capo nè da marito nè spose;

queste legavano le tempie e le guancie con larghe bende annodate sotto

il mento. Gli uomini ponevano la gloria nelle armi e ne’ cavalli, i

nobili nelle torri».

Tanta rustichezza è un’esagerazione di Ricobaldo, che volea farne

raffaccio a’ tempi suoi; come noi udiamo tuttodì esaltare dai vecchi

i costumi sobrj e schietti di loro gioventù, e che pure formavano

soggetto a beffe e rimproveri di poeti, di comici, di predicatori

d’allora. Se mai l’esiglio nostro sarà prolungato, anche noi nei

rabbuffi senili rimpiangeremo la beata semplicità e l’ingenua fede che

correva nei giovani nostri anni.

Un anonimo del secolo XIII così, ma più prolissamente che non facciam

noi, ritrae i Padovani: «Prima di Ezelino, sino ai vent’anni andavano

scoperti il capo; di poi presero a portar mitre ed elmi o cappucci co’

rostri, e tutti vestivano soprabito (_epitogia_) con drappi da oltre

venti soldi il braccio. Bella famiglia, buoni cavalli, sempre armi. I

nobili garzoni ai dì festivi imbandivano alle dame, servendo eglino

stessi, e di poi ballavano e torneavano. Splendide corti tenevano

in villa. Le donne, deposto il grosso pignolato crespo, vestivano

sottilissimo lino, cinquanta o sessanta braccia per ciascuna, a ragione

delle sue facoltà. Se ai tempi d’Ezelino alcun del popolo fosse entrato

a danza, i nobili lo schiaffeggiavano; e se un nobile amoreggiava

qualche popolana, non la conduceva senza permissione».

Ecco un avanzo delle prepotenze nobiliari; e nella _Divina Commedia_,

il più importante documento della storia nostra, troveremo un continuo

rimpiangere i tempi passati, cioè quelli dell’aristocrazia, quando

valore e cortesia si trovavano per le città d’Italia, quando nelle

Corti ogni gentilezza splendeva, nè ancora la gente nuova e i sùbiti

guadagni aveano turbato quel bello, quel riposato vivere. Lasciamo

pur dire al Boccaccio che i Fiorentini sono garruli e oziosi come

le rane[79], egli che altrove dice delle Pisane che «poche ve n’ha

che lucertole verminare non pajano»: scrivendo egli per celia, per

comando, per imitazione, da lui meno che da qualunque novelliere si

possono dedurre le costumanze del paese, giacchè molte volte non fa

che copiare, e persino nella descrizione della peste toglie da altrui

i tratti che si crederebbero caratteristici, e avventure di tutt’altri

affibbia oltraggiosamente alla regina Teodolinda o alla marchesana di

Saluzzo. Meglio la vita d’allora ci è rivelata dalle _Cento novelle

antiche_, alcune per certo scritte fin al tempo d’Ezelino, e da

quelle di Franco Sacchetti, i cui tanti aneddoti, comunque talvolta

insipidi, mostrano i costumi compagnevoli e gaj della libertà, pieni

di brigate sollazzevoli, di vivaci burle, d’allegrie, e l’amore

del novellare, i pronti ripicchi, l’arguzia a proposito, il vivere

all’aperto, la festiva comunanza tra i signori e quelli d’umile stato,

insolita nelle altre nazioni. Al tempo di Federico II di Sicilia

«uno speziale di Palermo, chiamato ser Mazzeo, avea per consuetudine

ogn’anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia,

mettersi una tovaglia in collo, e portare allo re dall’una mano in un

piattello cederni, e dall’altra mele, e lo re questo dono riceveva

graziosamente». Esso Federico e i suoi figliuoli Enrico e Manfredi

asolavano di sera per le vie di Palermo, sonando alla serena, e

cantando cobole e strambotti di loro composizione.

Sovratutto piace quella universale pubblicità, tutto al differente

da oggi, quando la gioja come il dolore si costipa fra le pareti

domestiche, o al più si comunica a quelli che chiamiamo nostri eguali.

Allora pareva contentezza di tutti quella d’un solo; e le nozze si

festeggiavano con una corte bandita, i funerali coll’intervento di

tutta la città; ballavasi sulle piazze, e con chi primo capitasse. Chi

murava, ponea vicino della sua casa una loggia per ritrovo degli amici

al cospetto di tutti[80]: chi non fosse da tanto, poneva fuor della

porta una pancaccia, ove fare la chiacchiera coi passeggieri, e dove

talora Cisti fornajo eccitava l’invidia de’ magnati col pan buffetto

e col buon vino ch’egli reputavasi beato di mescere agl’illustri

cittadini ed agli ambasciadori di grandissimo Stato[81].

L’arte di lavorar calze co’ ferri fu tardi conosciuta. Noto è che i

Romani non usavano brache, sicchè venne notato come uno straordinario

Cesare, il quale riparavasi dal freddo con certe mutande. I calzoni

usati dai Barbari furono adottati ben presto dai vinti. Comuni erano le

pelli; di volpe, d’agnello, d’ariete a’ plebei; a’ ricchi le grigie e

vaje e bianche spoglie degli zibellini, delle martore, dell’ermellino.

Il nome di _superpelliceum_ dato alla cotta testifica l’uso de’ preti

di portar pelliccie; del che avanzano traccie nelle almuzie e nella

cappamagna. I Veneziani, e forse quei dell’Esarcato, nel vestire

tennero dei Greci, coi quali erano in frequente comunicazione; e

quando i Crociati assalirono Costantinopoli, Pietro Alberti veneziano,

che primo era salito sulle mura, fu ucciso da un Francese che lo

scambiò per un Greco. Ch’essi nutrissero e pettinassero la barba alla

bisantina, appare dalla maschera che n’è tipo.

All’idea di que’ secoli poetici e pittoreschi associamo quella di

vestiti di gran valuta, a compassi d’oro e di gemme, e a pelliccie:

ma uno bastava tutta la vita, anzi tramandavasi ai figliuoli ed ai

nipoti. Ciascuna condizione e grado lo portava differente, poichè uno

dei caratteri del medioevo si è questa separazione che le opinioni,

le leggi, le usanze mettevano tra il vulgo e i nobili, tra il ricco e

l’artigiano, tra il lavoratore e lo scienziato. Vasti palazzi, di forza

più che di venustà, con pochi mobili che pareano fatti per l’eternità,

con ampie sale bastanti a raccogliere la numerosa clientela, con

portici ove soleggiare, discorrere, novellare; buffoni, che di aneddoti

e facezie esilaravano le adunanze e ai conviti; donativi di solida

importanza, come vesti, denari, vivande; turme di cani, d’avoltoj, di

falchi, di cavalli; estesissimi parchi chiusi per le caccie; grosse

famiglie di servitori, pompa d’armi, brigate di tutta la gioventù,

gualdane, comparse, discernono affatto quel lusso dall’odierno, tutto

abiti e fronzoli d’apparenza più che di prezzo, e da oggi a domani

mutati al capriccio della gran città che normeggia in Europa il modo

del vestire e del pensare.

E ciascun paese aveva un vestir proprio, e Dante si fa riconoscere

nel suo pellegrinaggio[82] tanto alla favella quanto all’abito. Gli

statuti e principalmente le leggi suntuarie di ciascun Comune, colle

minute prescrizioni fin sul taglio, le pieghe, gli ornati, la spesa de’

vestiti, ajuterebbero a particolareggiare le costumanze d’allora, chi

sel proponesse. I birri erano casacche di color rossigno, più spesso di

panno vulgare, e col cappuccio; _rauba_ o _roba_ fu nome comune delle

vesti migliori, conservatosi nella lingua nostra e nella francese;

v’è menzione del _supertotus_, e del palandrano o cappa, distinto dal

mantello perchè senza maniche e col cappuccio. Ma il dire le varie

foggie di ciascun tempo è fatica degli storici municipali.

Gli statuti di Mantova del 1327 vietano che alcuna donna di basso

stato porti abito che tocchi terra, nè abbia al collo intrecciatojo

di seta; di qual sieno grado poi, non tengano veste che strascichi

più d’un braccio, nè corone di perle o gemme al capo, nè cintura che

valga oltre dieci lire, nè borsa d’oltre quindici soldi. Nel 1330,

racconta il Villani, «fu provveduto in Firenze al lusso delle donne,

molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d’oro e

d’argento e di perle e pietre preziose e reti, e certi intrecciatoj di

perle e di altri divisati ornamenti di testa di grande costo, e simili

di vestimenti intagliati di diversi panni e di diversi drappi rilevati

di seta di più maniere, con fregi di perle e di bottoncini d’argento

e dorati, spesso a quattro e sei file accoppiati insieme; e fibbiati

di perle e di pietre preziose al petto, con segni e diverse lettere.

E per simil modo si facevano conviti disordinati di nozze, e di spese

soperchie. Fu sopra ciò provveduto, e fatto per certi ufficiali alcuni

ordini molto forti, che niuna donna potesse portar corona nè ghirlanda

d’oro nè d’argento, nè di perle, nè di pietre, nè di vetro, nè di

seta, nè di niuna similitudine di corona, nè di ghirlande, eziandio

di carta dipinta, nè rete, nè treccie di nulla spezie se non semplici;

nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse

tessuto, nè nullo adogato nè traverso se non semplice partito di due

colori, nè nulla fregiatura d’oro nè d’argento, nè di seta, nè niuna

pietra preziosa, nè eziandio smalto nè vetro, nè di poter portare più

di due anella in dito, nè nullo scheggiale, nè cintura di più di dodici

spranghe d’argento; e che nessuna potesse vestire di sciamito, e quelle

che l’aveano il dovessero marchiare acciocchè altro non ne potessino

fare. E tutti i vestimenti di drappi di seta rilevati furono tolti e

difesi, e che niuna donna potesse portar panni lunghi di dietro di più

di due braccia, nè scollato più d’un braccio e quanto il capezzale; e

per simil modo furono difese le gonnelle e robe divisate a fanciulli e

fanciulle, e tutti i fregi, eziandio gli ermellini, se non a cavalieri

e a loro donne; e agli uomini tolto ogni adornamento e cintura

d’argento, e giubbetti di zendado e di drappo e di ciambellotto. E fu

fatto ordine che nullo convito si potesse fare di più di tre vivande, e

a nozze avere più di venti taglieri, e la sposa menare seco sei donne e

non più, e a corredi dei cavalieri novelli più di cento taglieri di tre

vivande, e che a’ cortei de’ cavalieri novelli non si potesse vestire

per donare roba ai buffoni, che in prima assai se ne davano».

Sono una miniera di curiosità e d’individue notizie questi statuti

suntuarj; ma ciascuno richiederebbe un commento, che appena sul luogo

potrebbe condursi. Tanto per un saggio prendiamo quello di Lucca,

il quale al 1308 vieta ai funerali picchiarsi le mani, nè donne

scarmigliarsi e così star piangendo al cadavere, se non sia moglie,

figlia o germana. Al 1362 vuole a nozze non siano più di quaranta

invitati, oltre quattordici tra servitori, cuochi e guatteri. Non

si diano che due qualità di vivande, cioè carni e pesci, servendo

una sola per volta, e un pezzo ogni due persone; e per l’arrosto un

pollo o due pollastri, o due starne, o due tortore o quaglie, o un

quarto di capretto, o un mezzo papero. Non si tien conto de’ raviuoli,

tordelletti, torte, nè altri mangiari di pasta, o di latte, cacio,

salsiccie, carne salata, lingue investite. A cena non si tengano che

venti persone e fin a otto servitori, nè si diano che due qualità di

vivande, oltre erbe o formaggio o ricotta, come sopra. Non si ardisca

dare confetti prima del desinare o dopo, ma una sola volta la tragea a

desinare, e una a cena. Un altro capitolo prefigge il modo del secondo

giorno, dopo di che più non poteasi far convito, neppure il giorno

dell’anellamento. Vietasi di avere, in tali occasioni, alcun giocolare

o sonatore o buffone; bensì potrà il giorno della festa aversi

sonatori, che accompagnino anche la sposa per via; e il primo dì delle

nozze un sonatore in casa o fuori, purchè lo stromento non sia tromba o

trombetta o nacchera o cornamusa.

Le dónora che la moglie manda al marito, pongansi in cofani o casse,

talchè non si possano vedere per via; e i cofani non lavorati o

vistosi o dorati. E qui una serie di divieti sopra tale corredo; poi

altrettanti pel ricorteo, i parti, i battesimi. E via via crebbero,

e nel 1473 fu proibito portar oro e argento se non sia lo spino della

cintura, o fornimenti di coltellini o di libri, o agorajuoli o bottoni;

non più di sei anelli; nessun vezzo al collo o ricamo qualsiasi.

Perle, giojelli, fermagli proibisconsi alle donne se non dai dieci

anni in su fin a un anno dopo maritate; nel qual tempo possano portar

in capo fin a tre oncie di perle, da valere trenta ducati larghi; non

pianelle covertate di drappo di seta o d’oro: niuna donna abbia di più

di due vestiti di drappo di seta, un solo de’ quali sia cremesi; e per

evitare la frode, non si porti alcun abito se prima non sia notato nel

libro da ciò; e quando vogliasi mutarlo, si faccia cangiar la scritta;

e dismesso una volta, nol si ripigli: proibite le maniche aperte a

campana. I cavalieri e dottori di medicina o di legge e le donne loro

sono dispensati da questi divieti, i quali sono assai maggiori per le

contadine.

«E perchè poco varre’ far leggi saluberrime se non si provvedesse al

modo della observantia», si moltiplicavano le visite, gli spionaggi

e il restante corredo delle leggi assurde. Poi nel 1484 ecco nuove

restrizioni, tali che insomma prescrivevano il modo di vestirsi nè

più nè manco, e quanto devano costare il chiavacuore, la borsa, il

grembiule, il grembialotto. E nell’89 limitavansi le spese pei pasti,

non si dessero tragea, cialdoni, frutti, vini, nè si facesse ornati

alla camera se non di spalliere, bancali e tappeti, e sui letti e

lettucci di arazzi; e lenzuoli di lino senz’oro nè argento, e coltre di

seta. Segue un’altra filatera di proibizioni, la ragion delle quali è

impossibile riconoscere se non al momento che vengono fatte o tolte, il

che sovente succede poco dopo[83].

Per quanto inefficaci, le leggi suntuarie poteano avere opportunità

quando al Governo s’attribuiva non soltanto lo smungere denari e

spenderne, ma anche, siccome ad un padre in famiglia, cercare la

moralità de’ suoi dipendenti. E un mezzo di moralità era il non uscire

dal proprio stato; col che il ricco non contrae i vizj del povero,

nè questo i vizj di quello; e le differenze di paese e l’indole non

recavano già alla virtù, ma classificavano in certo modo le genti,

mantenendole nel proprio carattere.

Non vogliamo uscir da questo discorso senza riferire quel che i

Lucchesi nel 1346 stanziarono sul modo di trattare gli otto loro

anziani, dimoranti nel palazzo di San Michele in Foro. «Ciascuno d’essi

sia alla messa il mattino; e qual non vi sarà al vangelo paghi denari

sei, dodici qual non vi sarà al corpo di Cristo, diciotto qual non vi

sarà alla benedizione. Nessuno vada fuor di palazzo, nè risponda a chi

parli al collegio senza licenza del comandatore, a pena di soldi due.

Ciascuno venga a collegio quando sonerà la campanella maggiore, a pena

di grosso uno. Non possano andare fuori più di tre per volta, sicchè dì

e notte rimanga in palazzo il collegio; ma non vi meni o faccia menar

femmina, a pena di soldi cento; non vada a tavola nè si lavi le mani,

se prima non è posto e lavato il comandatore, il quale al collegio,

alla messa, a tavola deve sempre stare in testa, e per città andare

innanzi agli altri. Niuna parola disonesta si parli alla tavola: alla

messa e alla mensa si tenga silenzio, se il comandatore non desse

la parola: nessuno possa invitare forestiere a desinare o cena o

merenda o panebere, senza volontà del collegio; e se alcuno n’avesse

la grazia, paghi due grossi allo spenditore per volta. Nessun anziano

possa andare a corpo, se non fosse per sua famiglia e consortato, pena

soldi quaranta; non mandar fuori alcuna cosa da mangiare o da bere; non

far venire del vino da vantaggio, se non due volte il dì, e solamente

un mezzo quarto per volta pagando; e sempre si tegna la cocca pel

comandatore. Niun confetto si mangi alle spese del collegio, se non

fossero anisi confetti o tragea di po-mangiare e di po-desinare; e chi

li facesse venire, paghi del suo».

Sarebbe un ripeterci il qui delineare i costumi cavallereschi, che sono

per se medesimi una poesia. E in essi e in tutti domina la convinzione;

onde assoluti nei comandi, nelle credenze, negli odj, negli amori,

nelle persecuzioni, nelle belle e nelle sconce imprese, nel sapere e

nel volere.

Colla libertà dovettero assai migliorarsi i sentimenti, su numero

maggiore diffondendosi le cognizioni e l’operosità. Qual cosa innalza

la dignità dell’uomo meglio che l’uscire dall’angusto circolo de’

domestici affari per occuparsi de’ pubblici, sulla piazza e nel

consiglio sostenere dibattimenti da cui pende la prosperità della

patria? L’agitarsi delle fazioni, i patimenti degl’individui, la

premura di superare gli emuli, l’ambire le cariche come testimonio

della pubblica fiducia, avvezzano fin dai giovani anni ad avere una

volontà, e impediscono quella sonnolenza in cui rampollano le passioni

vigliacche. L’uomo sentiva di essere cittadino; misurava le morali

e fisiche sue forze nella lotta cogli emuli interni o coi nemici

esteriori; e nell’allevare i figliuoli, consolavasi della certezza di

lasciar loro un posto in società e una speranza.

Il compilare e applicare i varj statuti costrinse a coltivare la

politica e la giurisprudenza. I nobili, che un tempo non servivano

se non di capitani, allora andarono anche podestà, obbligati così a

qualche studio o almeno a prendere in miglior concetto i leggisti,

de’ cui consulti doveano valersi. Nelle città grosse, fin ducento

persone pei magistrati annuali venivano di fuori, lo che accomunava le

idee, cresceva la reciproca conoscenza, diffondeva tra gl’italiani la

scienza di Stato: ogni podestà era superbo di lasciare il proprio nome

a qualche novità o miglioramento: ciascuna repubblica era un centro

di attività; ciascun uomo si affaticava negl’interessi della città

propria; onde in mezzo all’Europa feudale il nostro paese compariva

come un oasi della civiltà, e ne veniva grande incremento alle forze

individuali ed energia ai caratteri. Che se pochi grand’uomini si

vedono primeggiare, non significa che mancassero, ma che tutti i

cittadini erano ad una elevatezza.

Nè però abbandoniamoci a panegirici. Era egli a sperare gentilezza

quando gl’interessi esacerbavano gli odj, e gli sfoghi della violenza

restavano impuniti per chi eludesse la legge fuggendo sul vicin

territorio, o la affrontasse appoggiato ad una fazione? Se nei

castelli duravano la prepotenza e la lascivia, se il clero prorompeva

a splendidezze e lussi meno a lui convenienti, neppure i Comuni

offrivano esempj di castigatezza. A migliaja contavansi le meretrici,

o dietro agli eserciti anche dei Crociati, o nelle città dove talora

esponeansi alle corse nelle solennità pubbliche. Nell’archivio di Massa

Marittima è un contratto del 3 gennajo 1384, ove il Comune vende un

postribolo ad Anna Tedesca col canone d’annue lire otto, e l’obbligo di

tenerlo provvisto. In un altro del 19 novembre 1370, nel diplomatico

di Firenze, il Comune di Montepulciano l’appigiona per un anno a

Franceschina di Martino milanese per quaranta lire, oltre la tassa

solita delle femmine di conio. Francesco da Carrara, trovate molte di

queste sciagurate nel campo degli sconfitti Veronesi, le collocò al

ponte dei Mulini di Padova, imponendo sui loro proventi una tassa a

vantaggio dell’università.

Due colonne portate da un’isola dell’Arcipelago, stettero per terra a

Venezia, nessuno sapendole rizzare, sinchè un barattiere lombardo vi si

provò: legatele, bagnava le corde, pel cui accorciamento sollevandosi,

le puntellava, e ripeteva il fatto sinchè le ebbe erette. In gente che

avea San Marco sotto gli occhi, non so che mi credere di sì grossolano

ripiego; ma quel che qui importa è il compenso da lui domandato, che i

giuochi di zara fossero permessi in quell’intercolunnio, come seguitò

per quattrocento anni, sinchè non venne infamato facendone il luogo del

supplizio. A Genova, a Firenze, a Bologna esercitavansi pubblicamente

quei giuochi, altrove ripetutamente, cioè inefficacemente proibiti.

Le leggi municipali rivelano le abitudini del popolo, il lusso con

tutte le sue corruzioni, le speculazioni sul cambio e sui fondi

pubblici. A Lucca la donna libera che peccasse, era abbandonata ai

parenti, che poteano infliggerle qual volessero castigo, eccetto la

morte: altrove era bruciata, severità che avrà impedito le accuse. Lo

statuto di Genova del 1143 a chi ammazza la moglie non commina che

l’esiglio. Quello di Nizza punisce di multa e bando l’adultero dopo

scomunicato; e lo stupratore col marchio rovente in fronte, se pur non

si redima con cinquanta soldi: e fino gl’incendiarj poteano riscattarsi

a prezzo[84]. Quello di Mantova al bestemmiatore imponeva cento soldi:

e se non li pagasse fra quindici giorni, fosse messo in una corba e

affogato nel lago: se un uomo parli con una donna in chiesa, paghi

venti soldi, metà de’ quali tocchi al denunziatore[85]. A Susa i

ghiottoni e le bagascie erano menati nudi per la città.

Da tutti i racconti traspare grossolanità di costumi, non mascherata

licenza nelle relazioni col sesso gentile, un rozzo compiacersi delle

buffonerie, abusi di forza, masnadieri sfacciati, clero scostumato,

avaro, simoniaco, eccessi di gola anche in persone ragguardevoli,

scarso quel pudore pubblico che è fiore del delicato sentire, e fino

ne’ potenti sfacciato libertinaggio e il concubinato. Dante non esita

a relegare nell’inferno uomini di gran conto: il padre del suo dolce

Cavalcanti e il sommo Farinata degli Uberti fra gli Epicurei, cioè fra

quelli che badavano a godere la vita presente senza un pensiero della

postuma; e fra gli oltraggiatori della natura «la cara buona immagine

paterna» di quel Brunetto Latini, che gli aveva insegnato «come l’uom

si eterna».

In tutti però gli attori che Dante conduce ad operare in quel gran

dramma di tante catastrofi, appare un desiderio di fama, che li fa

per un istante dimenticare i tormenti, dimenticar l’onta che possono

ricevere dall’essere saputa la loro dannazione, tanto solo che la

memoria di essi riviva fra gli uomini; desiderio appena soffocato in

coloro che si tuffarono in bassa ed egoistica scelleratezza, traditori,

spioni e simili lordure. Tal desiderio Dante trasportò nell’altro dal

mondo che avea sott’occhio, dove, tra la barbarie non bene spenta e

la civiltà non bene risorta, le passioni non avevano nulla perduto del

loro vigore, operando per impulso anzichè per calcolo.

Aggiungete una devozione irrazionale, che vedeva un miracolo in ogni

evento, premj e castighi immediati in ogni contingenza, attribuiva un

santo ad ogni passione, ad ogni speranza, e santi e apparizioni faceva

intervenire dappertutto, e moltiplicava voti quasi un patto col cielo

per cansare i pericoli, e fin anco per riuscire ad una ribalderia.

Seriamente s’attribuivano alla statua di Marte, qualora fosse mossa

di posto, le calamità di Firenze. I Milanesi hanno in Sant’Ambrogio un

serpente di bronzo, che credevano, ad onta d’ogni storia, lo stesso che

Mosè inalberò nel deserto, e che al fine del mondo sibilerà. A salvarsi

da grandine, fulmine ed altre meteore, tendevano festoni di rose e

d’erbe olezzanti nelle chiese, col che premunivansi pure dal maligno

sguardo delle vecchie (DECEMBRIO). Per impetrare la pioggia, faceano

un gran fuoco all’aperto, e vi metteano un pentolone o una conca a

bollire, in onore di san Giovanni, empiendola di carni salate e legumi,

che i monelli ciuffavano e si godeano là intorno. Alle Rogazioni,

donne e fanciulle formavano di pasta figure di bambini, sperando così

ottenerne; ed ornavano le vie con focaccie, ova e ogni abbondanza di

verdure, e ampolle pensili di latte, vino, olio, mele. Di rimpatto mi

sa d’affettuoso quel ricordare i fasti patrj dal santo che quel giorno

correva, dicendo che a sant’Agnese fu la rotta di Desio, a san Barnaba

la battaglia di Montecatino, a san Dionigi quella di Vaprio, a san

Cosma e Damiano l’uccisione di Ezelino, e via discorrete, accoppiando

una memoria storica ad una religiosa.

Grandi virtù, grandi delitti, grandi calamità sono proprie di tempi

simili, fra cui si foggiano que’ risoluti caratteri che l’Alighieri

seppe cogliere, e dalla vita reale trasferire nella sua scena

soprumana, quasi senza bisogno d’aggiungervi o togliervi. Solo nella

raffinata civiltà le fisionomie morali si fogiano s’uno stampo comune,

alla guisa che i lineamenti esterni vengono ingentiliti e ridotti

ad uniformità maggiore nelle città, mentre nella campagna conservano

carattere distinto e pronunziato.

Fuori d’Italia pochi sapeano scrivere, mentre qui nel 1090 abbiamo

l’atto con cui Vitale Faledro doge di Venezia dona al monastero di

San Giorgio case in Costantinopoli e terre, e porta non meno di

cenquaranta persone sottoscritte col proprio nome e cognome[86].

Nella vita di sant’Ambrogio de’ Sansedoni di Siena si legge ch’esso da

fanciullo voleva sempre avere a mano l’uffizietto, talchè a sua madre

non lasciava recitar le ore, e suo padre fece fare due libriccini

d’immagini, uno de’ personaggi del secolo, l’altro di santi; e il

ragazzino ricusò quello, mentre di questo si dilettava senza fine.

Tra gli altri popoli d’Italia, negli atti e negli scritti primeggiano

i Fiorentini, sottili nel trovare spedienti, arguti nel motteggiare e

cogliere con garbo e con delicatezza il ridicolo, sollazzevoli, pieni

di gioconde idee, ed insieme d’indole ferma e di composta condotta;

nelle lettere poi accoppiavano forza di raziocinio e prontezza, facezie

e meditazione, filosofia e giovialità. Firenze «povera di terreno,

abbondante di buoni frutti, con cittadini pro’ d’armi, superbi,

discordevoli, ricca di proibiti guadagni, dottata per sua grandezza

dalle terre vicine, più che amata»[87], pensava far lieta vita e

balli per la vicinanza. All’Ognissanti era la festa del vin nuovo; a

san Giovanni correasi il palio; e a quello del 1283 un Rossi formò un

consorzio di più di mille popolani con statuti e vesti bianche, e un

_signor dell’amore_, per mettere insieme cavalcate, balli, trionfi, con

grande affluenza di gente e giocolieri e cantastorie e lieti banchetti.

E la ricchezza e insieme la serenità delle Repubbliche manifestavasi

ne’ divertimenti. Folgore da San Geminiano, vissuto attorno al 1260,

compose una corona di sonetti sopra i mesi dell’anno, diretta a una

nobile brigata di Senesi, datasi a lieto vivere, fra cani, uccelli,

ronzini, quaglie, e prodezze e cortesie. Nel gennajo le dona salottini

con fuochi accesi, camere e letti con lenzuola di seta e coperte di

vajo, poi confetti e vin razzente per difendersi dal garbino e dal

rovajo; e gli invita ad uscir fuori il giorno a scagliar neve alle

donzelle che stanno d’attorno. Di febbrajo è la caccia di cervi,

capriuoli, cinghiali; onde in gonnella corta e grossi calzari escano

per tornar la sera co’ fanti caricati di selvaggina, e quivi far trarre

del vino e fumar la cucina e stare raggianti. D’ottobre si vada in

contado a trar buon tempo e uccellare a piedi ed a cavallo; e la sera a

ballo e inebbriarsi di mosto; e la mattina, dopo lavati, medicarsi con

arrosto e vino[88].

«Nel tempo più buono di Firenze (dice Giovan Villani) ogn’anno si

facevano le compagnie e brigate e coorti di gentili uomini vestiti di

nuovo, facendo corti coperte di drappi e zandali, chiuse di legname in

più parti della città, e simili di donne e pulcelle, andando per la

terra ballando e accoppiate con ordine, e signore con più stromenti,

con ghirlande di fiori in capo stando in giuochi e sollazzo e conviti

di cene e desinari». E il Boccaccio: «Furono in Firenze molte belle

usanze che l’avarizia discacciò. Tra l’altre era una cotale, che molti

gentili uomini radunavansi e facevano loro brigate; e oggi uno, domani

l’altro, tutti mettevano tavola, onorando la brigata, ed anche qualche

forestiere; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno,

cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente in

occasioni solenni». Colà pure, nel 1333, si formarono due compagnie

d’artefici, l’una divisata a giallo che furono ben trecento, l’altra

a bianco che furono da cinquecento, e durò un mese in continui giuochi

per la città, andando due a due per la terra con trombe e più stromenti

con ghirlande in testa, danzando, col loro re molto onoratamente

incoronato, con drappi a oro sopra capo, e alla loro corte facendo

continuo convito e desinare con grandi e belle spese[89].

La gara de’ gentiluomini in menare a casa propria chi capitasse nella

terra era tanta, che quei di Brettinoro, per ovviare alle dispute

che ne nascevano, posero in mezzo del castello una colonna con molte

campanelle attorno; e il forestiere legava il cavallo a qualsifosse

l’una di esse; e quello cui era attribuita, restava il prescelto. Anche

altrove s’istituirono brigate per onorare gli ospiti, a cui correano

incontro per essere primi a levarli d’in sull’osteria.

Le sanguinose feste del circo cessarono, ma sempre ne continuarono

di devote fra il popolo, guerresche fra i signori, a cui imitazione

le fecero poi anche le città. Alla congiuntura di coronazioni, di

matrimonj o d’altri fausti successi, solevansi aprire corti bandite,

preparate con una sontuosità che supera l’immaginazione. Vi accorrevano

musici, sonatori, saltambanchi, spacciatori di rimedj, funamboli,

buffoni, che riceveano vesti, cibo, denari; imbandivansi ne’ cortili

e sui prati per chiunque capitasse; nè barone o signore lasciavasi

partire senza appropriati regali. Alle nozze di Bonifazio, padre

della gran contessa Matilde, tre mesi continuarono i banchetti, ove

convenivano (racconta Donnizone) molti duchi coi cavalli ferrati

d’argento, dai pozzi attingeasi vino per un secchio legato a catena

d’oro, e indicibili altre magnificenze.

Dante a’ suoi giorni vide più volte «gir gualdane, ferir torneamenti

e correr giostre»[90]. Le gualdane erano brigate di giovani, che

uniformemente divisati, cavalcavano per la città, armeggiando, o, come

allora diceasi, bagordando. Nella giostra combatteasi con aste broccate

e spade ottuse, sol cercando fare staffeggiare l’avversario[91].

Più solenni erano i tornei, banditi buon tempo prima, per grandiosi

avvenimenti, e sotto la direzione degli araldi, che doveano esaminare

lo scudo di qualunque campione volesse provarvisi. Tale piena di

romanzi oggi c’inonda, che nessun lettore nostro sarà senz’aver

visto qualche descrizione di torneo, e delle feste e cortesie che gli

accompagnavano. In essi, come oggi ai balli, signoreggiavano le donne,

a cui toccava incorare e ornare i campioni, decidere della prevalenza,

consegnare il premio. Non che corrersi lancie a onore di esse,

s’istituirono corti d’amore, ove si dibatteano problemi di galanteria,

e davansi decisioni in forma; e noi pure ne avemmo qualche rara volta

per imitazione dei Francesi.

Altre volte si scannavano e bruciavano bellissimi cavalli; o si

faceano cuocere le vivande a solo fuoco di torchi di cera; o si

seminava un campo con migliaja di soldi, che poi la moltitudine andava

dissotterrando. In tempi di vita isolata e scarsamente abbellita,

cercavansi con avidità simili occasioni di far pompa e acquistare

rinomanza; vi si pensava un anno, e spendevasi in un giorno quel che in

società raffinate stillasi nei piaceri abituali. Oggi un signore mette

tavole discrete tutti i giorni per otto o dieci convivi, ha il teatro

alla sera, frequenti balli, quotidiane comparse: il castellano isolato,

una volta in vita spendeva un tesoro; più apparenza e meno realtà, più

sfarzo e meno comodi.

L’usanza rimase e si ampliò nelle repubbliche e nei principati che

da queste uscirono. Nel 1252 in Milano tennero corte bandita presso

a porta Vercellina alcune compagnie di nobili e plebei, con divisa

bianca e rossa, piantando assai padiglioni e capanni di fronde, ove

ognuno fosse lautamente servito; ciascun dì uscivano a far baldoria i

cittadini di tre porte; ed affinchè i rimasti non fossero senza gioja,

per le strade e nelle piazze erano disposte tavole da mangiare e bere

chi volesse.

Occasione a feste davano la venuta dei podestà o dei principi, le

vittorie, e privatamente i matrimonj, i dottorati, i cavalierati. Nel

1260 gli Aretini ornavano della cavalleria Ildebrando Giratasca a spese

del Comune. Di gran mattino, egli nobilmente vestito, con gran comitiva

de’ suoi entrò in palazzo, e giurò fedeltà a’ signori e al santo

patrono; indi passò alla chiesa madre per ricevere la benedizione,

presenti i sei donzelli di palazzo e i sei tubatori. Pranzò a casa

del signor Ridolfoni con due frati camaldolesi, e sovra desinare vi

fu il pane, l’acqua, il sale, giusta la legge della cavalleria, e un

dei frati gli tenne un discorso sui doveri di cavaliero. Entrò poi in

camera, dove stette un’ora, indi a un frate si confessò; un barbiere

gli acconciò barba e capelli, e ogni cosa pel bagno. Quattro cavalieri,

venuti a lui con una turba di nobili donzelli, di giocolieri, di

sonatori, lo spogliarono e posero nel bagno, mentre gli esponeano i

precetti e le norme della nuova sua dignità. Statovi un’ora, fu posto

in un letto pulito con finissime lenzuola di mussola, e il celone e

tutto il resto di seta bianca. Dopo un’ora di letto, e facendosi già

notte, fu vestito di mezzalana bianca col cappuccio e con cintura di

cuojo; prese una refezione di solo pane e acqua; ito poi alla chiesa

col Ridolfoni e coi quattro cavalieri, fe la veglia tutta notte,

assistito da due sacerdoti e due cherici, e quattro donzelle nobili e

leggiadre, e quattro donne mature, pregando che tal cavalleria fosse

a onor di Dio, della Vergine e di san Donato. Sorta l’aurora, un

sacerdote benedisse la spada e tutta l’armadura dall’elmo fino alle

scarpe ferrate; celebrò messa, dove Ildebrando prese la comunione; indi

offrì all’altare un gran cero verde e una libbra d’argento, e un’altra

per le anime purganti. Allora, schiuse le porte della chiesa, tutti

tornarono alla casa del Ridolfoni, dov’era preparata una colazione

di confetti e tartare e altre delicature, con vernaccia e trebbiano.

Venuta l’ora di tornare alla chiesa, il neofito, ch’erasi alquanto

coricato, fu vestito tutto di seta bianca, con una cintura rossa a

oro, e stola simile; e fra i tubatori e i cantanti, che suonavano e

cantavano stampite in lode della cavalleria e del nuovo milite, s’andò

alla chiesa fra signori e donzelli, e fra i viva e riviva del popolo.

Qui si cantò messa solenne; durante il vangelo quattro cavalieri

tennero elevate le spade nude; poi Ildebrando giurò mantenersi

fedele ai signori del Comune di Arezzo e a san Donato, e a poter suo

difenderebbe le donne, le donzelle, i pupilli, gli orfani, i beni

delle chiese contro la forza e la prepotenza. Due cavalieri gli posero

gli sproni d’oro, una damigella la spada, e il Ridolfoni gli diede la

guanciata dicendo: — Tu sei milite della nobile cavalleria, e questa

gotata sia in memoria di colui che ti armò cavaliere sia l’ultima

ingiuria che ricevi pazientemente».

Finita la messa, tornarono fra suoni e canti alla casa del Ridolfoni,

dove innanzi alla porta stavano dodici fanciulle con ghirlande al capo,

e in mano una catena d’erbe e fiori, colla quale facendo serraglia,

gl’impedivano l’entrata. Il cavaliere le regalò di un ricco anello,

dicendo aver giurato di difendere donne e donzelle; ed esse gli

permisero l’ingresso. Al pranzo sedettero molti cavalieri e signori,

durante il quale i membri della Signoria mandarongli ricco donativo,

due intere armadure di ferro, una bianca con chiovi di argento, l’altra

verde con chiovi e fregi d’oro, due grossi cavalli tedeschi, due

ronzini, due sopravvesti nobilmente ornate. Al popolo che rumoreggiava

per istrada, si gettò spesso della tragea e mustacini e galline e

piccioni e oche, donde l’allegrezza s’avvivava.

Dopo pranzo, Ildebrando fu armato coll’armadura bianca, e con lui molti

nobili; e su cavallo bianco andò alla piazza con adorni scudieri, che

portavano le lancie e gli scudi. Colà era preparato un torneamento, e

gran gente a vedere; e si combattè corpo a corpo con lancie spuntate,

e il neofito si comportò egregiamente; poi si torneò colle spade come

fosse vera guerra, e la Dio mercè non intervenne alcun male. Cadendo

il giorno, le trombe annunziarono la fine del torneamento, e i giudici

distribuirono i premj; e uno ch’era stato scavalcato, dovette lasciarsi

portare s’una barella da scherno. Il primo premio, ch’era un palio di

drappo di seta, toccò a Ildebrando, che mandollo a quella che gli avea

cinto la spada. Poi tra fiaccole e suoni egli tornò dal Ridolfoni, cenò

cogli amici e i parenti, distribuì bei doni a tutti quelli che aveano

preso parte[92].

Nel 1307 Azzo d’Este domandò al senato di Bologna volesse ornar

cavaliere suo figlio Pietro, di quattordici anni. Gradito l’onore, si

elessero dodici sapienti per ciascuna tribù che se n’occupassero, e

stabilirono alloggiasse in vescovado, provvisto d’ogni cosa occorrente

per sè e sua famiglia; si preparasse un bel destriero riccamente

bardato, un palafreno, un mulo da donargli; una vesta di scarlatto

col cappuccio e la berretta, e tabarro per cavalcare, tutto foderato

di vajo, e un giubbetto di zendado giallo e azzurro; un letto con

due paja di lenzuola finissime, coperta di zendado a fiocchi gialla e

vermiglia, e un ricco copertojo di scarlatto; due paja calze, tre paja

scarpe di sajo, una cintura d’argento lavorata, una spada dorata col

fodero guarnito d’argento, un coltello col manico d’avorio guarnito

d’argento, un cappello col cordone di seta, un pajo guanti di camoscio

e uno di capriuolo, una cappellina foderata di vajo, una borsa, due

berrette, un pettine d’avorio, due par di pianelle. Si elessero poi

quaranta paggi de’ più nobili di città, vestiti a spese del Comune di

zendado bianco ed argento, con cavalli ed aste. E Pietro fece la sua

entrata accompagnato da quantità di gentiluomini ferraresi e bolognesi,

e incontrato dal popolo e da’ magistrati a suon di trombe e tamburi.

Il giorno di Natale, nella cattedrale splendidamente addobbata, come

il vescovo ebbe cantato la messa, colle note cerimonie Pietro fu dal

podestà vestito da cavaliere, e dal senato dichiarato figlio della

città; indi il pranzo, poi la cavalcata per la città; la sera fuochi,

trombe, campane per tutto; poi il giovane riccamente donato ritornò a

suo padre, convogliato dai nobili di Bologna.

Nei funerali privati, dinanzi alla casa del defunto coi suoi prossimani

si radunavano i vicini ed altri cittadini assai, e secondo la

qualità del morto vi veniva il chiericato. Ivi la madre e le vicine

cominciavano sopra lui il pianto, e i congiunti sedevano a terra su

stuoje. Il morto, vestito a ragguaglio della sua condizione, veniva

composto s’un feretro; e sopra gli omeri de’ suoi pari, con funerale

pompa di cera e di canto, alla chiesa da lui eletta anzi la morte

era portato. Molte croci lo precedeano, e laici convocati da un

trombetto; poi cherici e sacerdoti; seguivano le donne, quinci e quindi

sostenute[93]. Gli uccisi non si lavavano; gli altri sì, ed ungevansi

e spesso empivansi d’aromi. Era pur consueto sepellire coll’armi e

con magnificenza di vesti, d’anelli, di collane; grande eccitamento a

violare le tombe[94]. Ai medici poneasi un libro sopra il cadavere[95].

S’introdusse poi la devozione di farsi sepellire colle tonache di

battuti o di frati, come volle essere Dante.

Al mortorio di principi e cavalieri assisteva gran turba in bruno; e

cavalli sellati senza cavaliero, vessilli, scudi, insegne, sfoggio di

ceri e di strati; ed orazioni funerali, che poi ogni vulgare denaroso

volle: le pompe si rinnovavano al settimo, al trigesimo giorno, ed

all’anniversario. Con grande onore a pubbliche spese si esequiava il

podestà che morisse in signoria. Nel 1390 messer Giovanni Azzo degli

Ubaldini capitano di Siena «venne sepolto nel duomo a lato di san

Bastiano. In primo al suo corpo ebbe dugendodici doppieri, legati

nel castello di legname, dugenquattro da tre libbre l’uno ed accesi

mentre durò l’ufficio. Vestì il Comune quattro cavalli colla balzana

e colle bandiere coll’arme del popolo, ed anche vestì da sessanta

uomini a bruno. Fu portato in una bara ad alto, coperta d’un bellissimo

drappo d’oro, e sopra il corpo un padiglione di drappo d’oro foderato

d’ermellino; e il detto padiglione portavano a stagiuoli, cavalieri

e grandi cittadini di Siena. E furono vestiti venti cavalli a bruno,

colle bandiere di sue arme, tutte di sciamitello, ed un uomo armato

a cavallo di tutte sue armi e barbuta, spada ignuda e speroni ed

altre armadure, le quali tutte rimasero al duomo. E fu nel castello

di legname grande quantità di donne scapigliate, tutte di cittadini.

Furono ancora a detta sepoltura tutti i priori di palazzo, e tra preti,

frati e monaci intorno a seicento, ognuno dei quali ebbe torchietti di

due e d’una libbra, e i cherici di sei once l’uno. E per memoria fessi

la sua figura nella cappella, e attaccaronvisi tutte e ventitrè le

bandiere e sue armi»[96].

Qui pure le prammatiche intervennero a por modo; e uno statuto di

Mantova vieta di far corrotto e pianto nella casa del defunto, nè

l’accompagnino donne maggiori di sette anni. Il senato di Bologna nel

1297 ordina che alle esequie nessuno vada lamentandosi o piangendo

come si soleva; non si suonino altre campane che della chiesa ov’è il

morto; niuna donna si porti a sepellire col viso scoperto, e sopra

il cataletto non si ponga che un palio di seta; e dopo sepolto il

cadavere, non deva la gente radunarsi di nuovo alle case, eccetto

i parenti fino in quarto grado; non si vestano i morti che di

scarlatto, se non siano cavalieri e dottori in legge; non vi sia

all’accompagnamento più di dieci uomini, eccettuate le compagnie delle

arti e delle armi. Nello statuto di Torino era prefisso, ad evitare

spese e fatiche, che nelle esequie le mogli, figlie, sorelle, nipoti

fino al quarto grado non uscissero di casa per seguire il morto; non si

usassero ceri di oltre quattro libbre; non si facessero banchetti.

La caccia stette da principio riservata ai nobili, sicchè fu distintivo

di nobiltà il falco che in quella adoperavasi; andavano in volta con

questo uccello in pugno, ne ornavano i cimieri, come segno d’illustre

sangue l’innestavano nello stemma e sulle tombe; per esso giuravano,

gloriavansi dell’abilità nel porgli i getti o il cappuccio, lanciarlo,

richiamarlo, inanimirlo, avventarlo sulla preda o ritorgliela appena

ghermita; carissimo lo aveano le donne, e attestavano la loro premura

ai cavalieri colle premure usate all’augello cacciatore. Domesticati

portavansi alle adunanze ed ai viaggi; con quelli passarono i Crociati

alla liberazione del santo sepolcro; a Milano, come vedemmo, si ordinò

che nel broletto nuovo, dove adunavansi i nobili e i mercanti, si

ponessero gruccie su cui collocare falconi, astori e sparvieri; il

falconiere era persona importante; e Federico II dettò un trattato

di falconeria. Fino i preti collocavano i falchi sui balaustri o sui

bracciuoli degli stalli; e il III concilio di Laterano vietò la caccia

duranti le visite della diocesi, volendo che i vescovi non traessero

dietro più di quaranta o cinquanta palafreni.

Vietato rigorosamente ai villani di toccare la selvaggina, che perciò

impunemente devastava i seminati, e sino il timido lepre diventava

un flagello. Lamberto, arcivescovo di Milano, come speciale favore

concedette a Burcardo, generale del re Rodolfo, di rincorrere un cervo

nel suo brolo[97]. Anche negli statuti delle città son protetti con

molta cura gli animali da caccia; e quel di Milano obbliga a restituire

i falchi, vieta il rubar cani e prendere colombe o rondini o cicogne. I

quali ultimi uccelli, ora quasi affatto stranieri alle nostre plaghe,

frequenti vi comparivano, nidificando sulle torri, e purgavano da

velenosi insetti[98]. Firenze avea due compagnie, dette _i Piacevoli_

e _i Piatelli_, che a gara andavano a far caccia; e a chi meglio era

riuscita, tornava in trionfo con fuochi e carri ed ostentazione.

S’imitarono poi le caccie vere colle finte, massime del toro: il circo

di Augusto a Roma vide spesso di siffatti esercizj. Una magnifica

caccia a fanali diede Alfonso di Napoli a Federico III imperatore nel

recinto della Solfatara, dove pareano rinnovarsi i prodigi della magia.

In una tristamente memorevole, data il 1333 nel Goliseo, Cecco della

Valle, vestito mezzo bianco e mezzo nero, recava per divisa _Io sono

Enea per Lavinia_, nome della sua amata; Mezzostallo, a bruno per la

morte della moglie, portava _Così sconsolato io vivo_; un dei signori

di Polenta, abito rosso e nero, e il motto _Se annego nel sangue

ho dolce morte!_ un altro giallo, e dicea _Guardatevi della pazzia

d’amore_; uno color cinerino, e _Sotto la cenere ardo_; un Conti,

vestito di argento, aveva per divisa _Così bianca è la fede_; Cappoccio

vestiva rosa pallido, col motto _Io di Lucrezia romana son lo schiavo_;

uno, divisato a scacchi bianchi e neri, _Per una donna pazzo_; un

altro, a color marino e giallo, _Chi naviga per amore, ammattisce_; un

giovinetto Stulli, a bianco con legacci e pennacchio rossi, e il motto

_So’ mezzo placato_; uno, color celeste, con un cane legato al cimiero,

leggeva _La fede mi tiene e mantiene_; un fosco, con brache bianche e

abito nero, e una colomba all’elmo con oliva in bocca, dicendo _Sempre

porto vittoria_; un altro a verde pallido, _Ebbi speranza viva, ma già

muore_: taciamo altri motti e divise. Man mano che uscissero dall’urna,

scendevano nell’arena, e fatti inchini alle dame, impugnate le armi,

davano la caccia a tori, fra gli applausi dei riguardanti. Ma nella

lotta ne furono morti diciotto dalla furia degli animali, sicchè al

cruento spettacolo ne seguì un altro luttuoso di accorrere al Laterano

per vedere i funerali de’ trafitti[99].

Come i nobili le feste aristocratiche, così il popolo ne voleva di

proprie, motivate spesso dalla religione, anche quando alla religione

facevano contrasto. I pubblici giuochi per lo più erano simulacri

di guerra ed esercizj di forza. Nel broglio e nel circo a Milano si

congregavano in bande ad esercitarsi alla corsa o alla lotta; a Verona

in Campo Fiore, a Vicenza in Campo Marzio, a Padova nel Prato della

Valle, a Lucca nel Prato. In Pisa il giuoco di Ponte rammemorava

Cinzica, che dicevasi aver difeso la patria da una sorpresa dei

Saracini (t. v, p. 536); e le due fazioni di Borgo e di Santa Maria,

affrontatesi sul ponte d’Arno, con battocchi si davano furiosamente,

sinchè all’una rimanesse il vantaggio; troppo per un giuoco, troppo

poco per una battaglia, com’ebbe a dire Pietro Leopoldo. A Siena si

rappresentava san Giorgio armato che azzuffavasi con un drago, finchè

gli applausi annunziavano la vittoria. Quei di Prato aveano vanto nel

giuoco del calcio, i Fiorentini nel pallone a bracciale, i Senesi nel

pugilato, e alla Lizza e nel Campo frequentavano le feste delle quali

un’ombra dura tuttavia nelle corse che, di luglio e di agosto, si fanno

sopra dieci cavalli, divisati ciascuno diversamente[100]. Risalgono

a quel tempo altri giuochi popolareschi non ancora dimenticati, come

correre al villan rosso, alla pignatta, all’oca sospesa, e così la

cuccagna, e piantare il majo, e somiglianze.

La gioventù molto addestravasi nel cavalcare, preparamento alla guerra;

e a frotte correvano la gualdana, o faceano pellegrinaggi di piacere,

o numerosi incontri a principi e grandi. Frequenti ripeteansi anche le

luminare; frequenti quanto variati i balli; e le corse ora di barberi

sciolti, ora montati da un fantino; e poichè il primo premio consisteva

ordinariamente in un palio di seta o di lana, dicevasi _correre al

palio_; al quale poi andavano uniti ronzini, falchi, porci, galli,

cani da caccia, guanti ed altre gentilezze. Reputavasi fiero insulto

alle città assediate il far correre il palio sotto le loro mura; e

Castruccio, vinti i Fiorentini, pose le loro porte per meta ad una

corsa di cavalli, poi di pedoni, infine di meretrici.

Moltiplicavansi i divertimenti al carnevale, nome che alcuni deducono

dall’abbandono de’ cibi grassi, come si dicesse _vale alla carne_[101].

Pare finisse dappertutto colla prima domenica di quaresima, come si

mantiene nella diocesi di Milano, ove pure san Carlo faticò assai per

escludere le baldorie da essa domenica.

A chi non è conto il venerdì gnoccolare di Verona? Roma ha i suoi

moccoletti; e più antica la processione di carri, che l’ultima domenica

di carnevale drizzavasi a Monte Testacio. A Pavia in due piazze sotto

le mura due parti della città venivansi incontro squadra a squadra

ed uomo a uomo con elmetti di vinco imbottiti, portanti il segno

di ciascuna compagnia; la celata al volto, la criniera, e scudi e

mazze di legno. I generali precedevano colla bacchetta, accennando

all’assalto d’un monticello, d’una casa, d’un ponte, ove ciascuno

facea sue prove. Il podestà vegliava non si offendessero con armi

vere; e dopo il carnevale continuavano duelli con mazza e scudo[102].

«In Firenze (dice Benedetto Varchi) usavano nei giorni di carnevale

i giovani, massime i nobili, uscire fuori travestiti con un pallone

gonfio innanzi, e venire in Mercatovecchio e in tutti i luoghi ov’erano

le botteghe e i traffichi dei mercanti e degli artefici, e quivi dando

a quel pallone, e mescolandosi con gli altri cittadini, e traendo loro

addosso il pallone, e cercando di metterlo fra le botteghe, farle

serrare, e finire così per quei pochi giorni le faccende. Così non

facendo ad alcuno male, fuor quello di scioperarlo, in Mercatonuovo

talora si formavano in cerchio, e spartiti faceano una partita al

calcio... Degenerato poi l’uso innocente, sturbavano tutti, e gettavano

fango»[103].

In Venezia era così antico il gusto de’ divertimenti, che Pietro

Orseolo I, nel 978 abbandonando il corno ducale e il mondo pel

chiostro, dispose delle sue facoltà mille libbre d’oro a favore de’

parenti, mille pei poveri, mille pei divertimenti pubblici[104]. Già

nel 1094 erano segnalati i suoi carnevali, che fin agli ultimi tempi

trassero da ogni parte chi amasse il libero sollazzarsi. La maschera,

che sottraeva l’uomo alle indagini, permetteagli di penetrare fino nel

gran consiglio, e ravvicinava il plebeo al nobil uomo, il barnabotto

al frate, la merciaja alla dogaressa, v’era dalle leggi protetta con

punizioni più severe a chi l’ingiuriasse. Vinto Ulrico patriarca

d’Aquileja e fattolo prigione con molti nobili, i Veneziani il

gravarono di mandare al doge, ogni mercoledì grasso, dodici majali e

altrettanti grossi pani; poi al giovedì, in commemorazione faceasi la

festa di tagliare il capo ad un bue e ad alcuni porci che il popolo si

godeva. Intanto eransi eretti nella sala del Piovego piccoli castelli

di legno, che il doge e i senatori demolivano. Poi dall’antenna di una

nave tiravasi una gomona fin alla sommità del campanile di San Marco,

per la quale un marinaro ascendeva ajutato da certi ordigni, indi

calava alla loggetta per presentare al doge un mazzo di fiori.

Anche fuor del carnevale, Venezia era particolarmente rinomata per le

sue feste; balocchi che la nobiltà offeriva alla plebe onde sviarne

il pensiero dai rapitile diritti. Il ratto delle fanciulle (t. V, p.

526) diede origine all’annua festa dell’ultimo di gennajo, ove dodici

_Marie_ erano sposate con dote pubblica, portata entro arselle: ma

poichè l’allegria era degenerata in turpitudini, vi si surrogarono

dodici fantocci. Il giorno delle Palme, liberavansi alcuni uccelli e

piccioni dalla loggia di San Marco, ed era una festa il rincorrerli e

il narrar le venture. Alquanti, scampati all’attacco, si annidarono sul

campanile e moltiplicarono, fin ad oggi rispettati dalle rivoluzioni e

dal despotismo.

All’Ascensione, quando traeva un mondo di gente alla fiera, esponevasi

un fantoccio di donna, che diventava modello al vestir femminile di

quell’anno, non variato, come ora si fa, ad ogni arrivo di corriere.

Ivi pure esibivansi all’ammirazione i capi d’arte; ed in una delle

ultime, Canova preluse al risorgimento della scultura, presentando

il suo Dedalo ed Icaro. Quel giorno stesso il doge sposava il mare.

Le mense, che per santa Marta disponevansi lungo il canale della

Giudecca, servite quasi di solo pesce, porgevano occasione a stringere

o rannodare amicizie. Ai patrizj poi la Repubblica stessa imbandiva

solennemente in certi giorni, con isfoggio di cristalli e quantità di

zuccherini e canditi, che i convitati portavano a casa.

Volgendosi i divertimenti a formare buoni marinaj, si frequentavano

le regate, delle quali la prima è ricordata nel 1315; quindi il senato

decretò si facessero nel giorno di san Paolo. Una volta per settimana,

nobili e popolani doveano esercitarsi al bersaglio a Lido. Il pugilato

faceasi da settembre a Natale su ponti senza sponda. Nelle famose forze

d’Ercole gareggiavano i Castellani vestiti a rosso, e i Nicolotti a

nero, vincendo quelli che s’elevassero a maggior numero di palchi; poi

finito, traevano certe spade smussate, e paravano e ferivano come in

moresca, o ballavano la furlana. Nei boschi della badia di Sant’Ilario

fra Gambarare e la laguna, i caccianti dovevano ai monaci la testa e

un quarto d’ogni cinghiale che pigliassero; a vicenda i monaci doveano

al doge prestar cani e cavalli quando vi venisse a cacciare, e nutrirne

i falconi e i bracchi. La vigilia di Natale faceasi una gran caccia, e

il doge distribuiva a ciascun magistrato e padrefamiglia cinque capi di

selvaggina: al che, sotto Antonio Grimani, si surrogarono le _oselle_,

monete d’argento, a questo sol uso coniate; e la raccolta delle quali

oggi è una preziosità. Il giovedì santo egli riceveva il tributo del

pesce, che parimenti distribuiva.

Cinque banchetti pubblici s’imbandivano ogni anno; a san Marco,

all’Ascensione, a san Vito, a san Girolamo, a santo Stefano: per lo

più di cento coperti, il doge invitandovi antichi magistrati e persone

ragguardevoli. Nella sala del banchetto si sfoggiavano argenti del

doge e dello Stato, trionfi di cristalli colorati; i ministri poteano

parlare al doge e corteggiarlo; un popolo di curiosi vi assisteva

in bautta, fra cui spesso insigni forestieri; le donne correano da

un convitato all’altro motteggiando colla vivacità ch’è sì propria

delle veneziane; qualche volta un poeta v’improvvisava, come più

tardi fece la Cassandra Fedeli; più spesso v’avea musica e spettacoli.

Allo sparecchio, gli scudieri dogali venivano a presentare a ciascun

convitato un gran paniere di dolci, e mentre i padroni accompagnavano

il principe alla sua dorata prigione, il gondoliere di ciascuno entrava

a prendersi quel paniere, e recarlo a chi gli era stato imposto,

invidiato testimonio di predilezione.

Secondo Rolandino, nel 1214 si finse in Treviso il castello

dell’onestà, invece di spaldi e di merli, munito con pelli di vajo,

porpore, zendadi, stoffe, ermellini, e dentro le più belle donne e

donzelle, coperte non d’elmi e corazze, ma di vesti pompose. Erano

accorsi alla festa i giovani da Padova, da Venezia e dal contorno,

tutti in bell’addobbo; e divisi in drappelli sotto lo stendardo della

patria, s’accinsero ad attaccare l’amorosa fortezza. Da projetti

servivano melarancie, confetti, fiori e frutti, acque odorose, e dolci

parolette. Con armi siffatte si prolungò la scherma, finchè i Veneziani

mutaronle in zecchini; per raccorre i quali le Trevisane si diedero

vinte. E già lo stendardo di San Marco penetrava nelle porte indifese,

quando i Padovani, tenendosi soperchiati, cominciarono a forbottare,

stracciarono il gonfalone, e si diè di piglio alle armi. La rissa fu

chetata, ma Venezia pretese soddisfazione; e fu imposto che ogni anno

i Padovani spedissero alla città trenta chioccie, alle quali davasi

la libertà; ed era una ressa tra ’l popolo per raggiungere le _galline

padovane_.

Dopochè, cacciando Pagano podestà del Barbarossa, si furono vendicati

in libertà, i Padovani celebravano annualmente la festa de’ Fiori,

menando attorno il carroccio, tirato da bovi e cavalli coperti di

rosso coll’arma del Comune, e su di esso dodici fanciulle nobili

inghirlandate di fiori e spargendo fiori, mentre fiori piovevano loro

dalle finestre e davanti ai passi: ventiquattro cavalieri marciavano

di fianco al carroccio, giunto il quale nel prato della Valle,

cominciavasi una zuffa di questi con quelle a fiori, poi tra i soli

cavalieri con arme; seguivano combattimenti di campioni armati con

rotelle e mazze di legno, e di bravi inermi con sacchetti di sabbia. Le

naumachie, colà rammentate fin da Tito Livio, si continuavano lungo il

canale di Sant’Agostino, o in quello che lambiva a occidente il Campo

marzio.

Ad avventure incerte dell’età dei Comuni attacca Vicenza la festa

della Rua, per la quale, il giorno del _Corpus Domini_, strascina per

la città a tutta forza di braccia un’altissima macchina a pennoncelli

e stemmi e persone; baccano carnevalesco in giorno devoto. Quando

Bologna ebbe, nel 1281, acquistato Faenza per tradimento di Tibaldello

Zambraso, ordinò che ogni anno il giorno di san Bartolomeo si corresse

per strà maggiore un cavallo addobbato, uno sparviero, due cani

bracchi, un carniero e la baracagna, cioè la gruccia che si attacca

all’arcione quando si va a caccia col falco. Inoltre si arrostisse

una porchetta, e a mezza cotta il cuoco a cavallo la portasse sullo

spiedo per detta strada fin alla porta, tenendo nella man sinistra lo

sparviero; poi tornato la cocesse a perfezione, e, finito il corso,

fosse a suon di trombe gittata dal palazzo in piazza ai biricchini colà

famosi.

Messina, per l’Assunta, oltre le luminare e le corse, manda in volta

un finto camello, in cui la tradizione ravvisa la memoria del conte

Ruggero, allorchè, cacciati i Saracini, v’entrò alla orientale; mentre

in due statue colossali, che pur si portano attorno fra assordante

schiamazzo, indica Zancle e Rea, favolosi fondatori di essa città.

I Cremonesi, la vigilia di quel dì, celebravano una festa a cui

attaccavano le memorie di Zannino dalla Balla, che li redense dal

tributo d’una palla d’oro all’imperatore: e quelle della vittoria sopra

i Parmigiani. Cominciavasi dalla _battaglia_ fra ragazzi sulla piazza

maggiore; poi i facchini schizzavano dell’acqua, e i mugnaj della

farina sopra la folla, che ne restava tutta bianca: lasciavasi correre

un toro legato, che menavasi quindi per la città: poi nuove zuffe per

acquistare il _rigotto_, berretto listato che gettavasi tra i facchini,

e chi se ne impadronisse toccava sei zecchini: le statue di Zannino e

di Berta vestivansi di panni adogati bianco e rosso, ogn’anno rinnovati

a spese dei fornaj.

A Verona, il 26 dicembre, esponeansi le maschere: poi il lunedi e

martedì del carnevale si andava nell’Arena a festeggiare: dopo le

ventiquattro ore poteva chicchessia levare le insegne di qualsifosse

bottega, e sopra di essa, per quanto minima di valore, farsi dare

dall’oste fino a sei lire e quattro soldi in vitto; il quale oste

faceasene rimborsare dal padrone dell’insegna. Due vedovi che si

sposassero doveano contribuire ciascuno l’un per cento della dote ai

ragazzi della contrada ove abitavano, altrimenti venivano derisi con un

baccano fatto sotto le loro finestre (le bacinelle): del denaro avuto

si facea gozzoviglia o limosina o qualche festa sacra.

Tali feste continuarono a lungo fra gl’Italiani, e valsero a renderne

lieti e arguti i caratteri, quali li vediamo personificati nelle nostre

maschere da scena. I tiranni ne preparavano di più frequenti, sapendo

quanto facilmente si conduca un popolo che ama divertirsi; e nel secolo

XVI le vedremo abbellirsi di tutto lo splendore delle arti.

I buffoni erano arnese necessario non solo nelle Corti ma e nei palazzi

del Comune, sì lautamente trattati da patirne gli erarj[105]: alcuni

nobilitaronsi col nome di minestrelli. Spesso eran nani, che coi

frizzi vendicavansi degli scherzi cui la loro deformità gli esponeva.

Talvolta usarono del privilegio della pazzìa per dire ai principi

verità che altrimenti non v’avrebbero trovato accesso: per questa via

alcuni ottennero l’immortalità, negata agli scopritori delle più utili

arti, come il Gonnella del duca di Modena, Ponzino della Torre fra i

Cremonesi, altri altrove.

Alle varie solennità ecclesiastiche dell’anno erano affisse certe

costumanze, in parte derivate dall’antichità, in parte introdotte di

fresco, e che non ancora furono dimentiche. Per l’Epifania a Firenze

si portava attorno un fantoccio di cenci in mezzo ai lumi, ed altri

si esponeano alle finestre, onde le tante baje sulla befana. Meglio

a Milano una comitiva figurante il corteo de’ re magi moveva da

Sant’Eustorgio preceduta da una stella; alle colonne di San Lorenzo

incontrava re Erode, e gli domandava del nato Messia; poi tirando

innanzi giungeva al duomo, e quivi trovato un magnifico presepio,

offriva i doni; indi dall’angelo avvisata, volgevasi al ritorno per

porta Romana. Più affettuosa era la domestica gioja del dì di Natale,

quando il capocasa levavasi sulle spalle un ceppo, ornato di rami e

fronde sempreverdi, e recatolo per la casa, il ponea sul focolare,

attorno al quale esultava la riunita famiglia.

Quando a Pavia, la vigilia di san Siro, offrivansi al tempio ceri

enormi, precedeano la processione i tavernaj, recando sopra una tavola

un castello; dietro a loro i cacciatori con un albero, a’ cui rami

erano legati di ogni razza uccelli, che portati in chiesa liberavansi:

poi venivano le corse degli scudieri al gallo vivo e alla porchetta

arrostita, e quella delle meretrici a’ salcicciotti; e finalmente

gozzoviglie[106]. A Firenze pel san Giovanni faceasi un carro altissimo

pien di santi e figure simboliche; e sulla piazza de’ Signori fin

cento torri dorate, con entro uomini; e dappertutto palj, e gonfaloni,

e macchine cariche di ceri e d’altri doni; infine fuochi d’artifizio,

di cui i migliori artisti non isdegnavano dare le invenzioni variate.

In alcuni luoghi, a Pentecoste davasi il volo in chiesa a piccioni

bianchi, tra fiori e lingue di fuoco e frastuono popolare. Quando

Firenze fu signora di molte città, ciascuna dovea quel giorno mandarvi

il suo cero, e fin ventotto se n’ebbero, alti sei o otto braccia, con

bambocci di carta, e quello di Pescia e San Miniato quaranta persone

ci voleva a portarlo. Qualcosa di simile praticavasi nelle altre città,

a Milano per la Madonna nascente, a Bologna per san Petronio, a Modena

per san Geminiano, e così discorrete.

Qual v’è città o borgata che non festeggiasse con modi drammatici il

santo tutelare? Alcuna fiata poi se ne celebrava qualche maggiore,

come i Fiorentini nel 1304 mandarono un bando che «chi volesse

sapere novelle dell’altro mondo, dovesse andare il dì di calen di

maggio in sul ponte alla Carraja e d’intorno all’Arno»; e su quel

fiume ordinarono palchi, ove figurarono l’inferno coi tormenti e i

tormentati. La soverchia folla cagionò che il ponte cadesse, e molti

ne guastarono la persona, sicchè il giuoco da beffe tornò a vero,

e «com’era ito il bando, molti per morte andarono a sapere novelle

dell’altro mondo».

E come presso gli antichi gli spettacoli dovevano invigorire il

coraggio ed eccitare sentimenti patriotici, così nel medioevo sentivano

l’ispirazione comune, l’ecclesiastica, e insinuavano devozione. Per ciò

facevansi il più spesso in chiesa, e da diaconi o preti; donde abusi

che rivelano più sempre la mistura di serio e beffardo, di compunzione

e d’allegria, che ricorre in tutte le opere di quell’età. A certe

feste, tutti dovevano comparire in figura di volpi, e in qualunque

abito fossero, magistrati o prelati, usciva loro di dietro la lunga

coda. In commemorazione della fuga in Egitto celebravasi la festa degli

Asini, ove al canto affettuoso s’intercalavano ridicoli ragli. Queste

cose facevansi sul serio, e noi stessi in fanciullezza potemmo vedere

processioni e feste, che, come oggi a riso, così allora ci movevano a

devozione.

Men ridicoli apparecchi atteggiavano i fatti che la Chiesa rammemorava

in quel giorno. A tali _misteri_ tutte le arti prestavano servigio,

e davansi, non nelle angustie mefitiche d’un teatro a scapito della

salute e della fermezza del cuore, ma al gran sole, nelle piazze,

talvolta trasportandosi da paese a paese. Ne crebbe l’uso colle

crociate, quando i pellegrini reduci voleano al vivo riprodurre

gli atti su cui avevano meditato in Palestina; e scelte situazioni

analoghe al Calvario, a Betlem, a Gerusalemme, vestivano sè ed altri

cogli abiti che aveano veduto agli Orientali. A Roma nel 1264 era

istituita la società _del gonfalone_ per rappresentare la passione

di Gesù. Alla compagnia _de’ battuti_ a Treviso i canonici doveano

annualmente somministrare due cherici, bene istruiti a cantare, per far

Maria e l’Angelo nella festa dell’Annunziata[107]. Rolandino al 1244

riferisce come, nel prato della Valle a Padova, si figurò la passione

di Cristo: ivi stesso il 1331 si ordinò di rappresentare ogn’anno

nell’anfiteatro il mistero dell’Annunziazione. La cronaca del Friuli

di Giuliano Canonico ricorda che, il 1298, alla corte del patriarca

si rappresentarono dal clero la passione e la risurrezione di Cristo,

la venuta dello Spirito Santo, il giudizio finale; e nel 1304, dal

capitolo di Cividale, la creazione, l’annunziazione, il parto, la

passione, l’anticristo. Chi tra’ miei lettori è così giovane da non

averne visto gli avanzi in contado?

Sono queste le origini del teatro, che ritoccheremo quando il troveremo

cresciuto.

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 8 / 32 题