CAPITOLO XCVII.

Prosperamento delle repubbliche in popolazione, ricchezze, istituti.

Bastano già questi cenni a chiarire che gl’inconvenienti della libertà

non impedivano l’inoltrarsi della civiltà; e a chi non sa che deplorare

quell’età burrascosa, risponde la rapida floridezza delle repubbliche.

Tutte s’allestirono d’edifizj, a comodo, a difesa, ad ornamento;

rinnovaronsi di mura, estendendole ad abbracciare i borghi e le

cattedrali; acciottolarono, lastricarono, fognarono le vie; provvidero

ponti, cloache, acquedotti, strade; nei palazzi del Comune sfoggiarono

a gara solidità e magnificenza; abbellironsi di chiese, monumenti

insieme di pietà e d’amor cittadino, considerandole come la più nobile

immagine della patria: l’uomo era richiamato alle severità della

vita, metteansi in equilibrio il pensiero e l’azione, le combinazioni

astratte dell’ideale e l’inflessibil misura del possibile.

Quale giacesse la campagna italica al cadere dell’impero romano, ci

fu veduto, e la dominazione dei Barbari non potè che peggiorarla.

Epifanio vescovo di Pavia, dirigendosi a Ravenna, ebbe a serenar molte

notti sulle rive del Po, che sotto Brescello impaludava senza più

letto. Crede il Muratori che nel 734 si fabbricasse la Cittanuova,

quattro miglia da Modena, per guardare la via Emilia dagli assassini

annidati nelle foreste di colà. Il panegirista di Pavia ci dice che

vi abbondavano le stufe, per la molta legna provveduta da tante selve

circostanti. Son nominati laghi nel Lodigiano presso Casal Lupano; se

anche è favola l’altro che si stendeva a San Floriano, Santo Stefano,

Fombio, Guardamiglio. Nel Padovano conservano tuttavia il nome di

gazzo o guizza o fratta i terreni allora boscosi. Pistoja era tutta

circuita da paludi, da cui la liberò un miracolo di san Zenone vescovo

di Verona, onde Gregorio Magno vi mandò il primo vescovo nel 594; e

frequenti vi s’incontrano ancora i nomi di pantano, piscina, padule,

acqualunga. Modena nel X secolo fu spesso ingombra, talora sommersa

dall’acqua spagliante: al vescovo di Bologna trovansi donate immense

selve e valli peschereccie a occidente di quella città: quattro o

cinque laghi son menzionati presso il Bondeno, laghi e stagni attorno

a Parma: di foreste e pescagioni abbondavano i beni della contessa

Matilde. La vita di san Giovanni Gualberto, scritta l’XI secolo,

attesta scarsissimi in Toscana i ponti.

Anche più tardi, ogni tratto s’incontravano e scopeti e boschi e fitte

e marazzi, massime dove i fiumi sfociano nel Po, e dove questo, l’Adige

e l’Arno scendono alla marina; si ha memoria della selva Merlata nel

Milanese, della Lugana nel Bresciano, della Fetontea presso Altino,

della Polaresco nel Bergamasco, a tacere i vastissimi tratti torbosi

che si riconoscono quasi a fior di terra; e nelle vendite d’allora si

aggiungeva la formola ordinaria _cum sylvis, paludibus, piscationibus_.

Infesta di lupi era la Lomellina, che re Berengario mandò ordine di

uccidere[47]. Ottone il Grande al marchese Aleramo nel 967 donava tutti

i possessi del regno che si trovano nel deserto tra il fiume Tànaro,

l’Orba e il mare, detti Gobundiasco, Balangio, Scelescedo, Sassola,

Miolia, Pulcione, Gruaglia, Pruneto, Montore, Noceto, Masionte,

Arco...[48]. Dalle tante selve restava forse irrigidito il clima,

sicchè non radi ricorrevano inverni da gelare il vino nelle botti, e il

Po da Cremona a Venezia fin a sostenere i carri[49].

Il feudalismo, restituendo alla campagna la gente e l’immediata

ispezione del signore, poteva recare qualche rimedio; ma nocevano

le servitù de’ beni, e l’essere il padrone sottoposto egli stesso

a una supremazia che dava il diritto di confisca o di decadenza, e

toglieva di spezzare il possesso, trasmetterlo a femmine, alienarlo; e

laudemj, riversibilità, diritti d’investitura dimezzavano le proprietà,

disanimando dai miglioramenti. I braccianti poi od erano servi, o

liberi condizionati, tenuti a comandite; lo perchè le opere riuscivano

meno utili, quand’anche il bisogno o l’ingordigia non portasse il

barone a gravar le taglie a segno, che il censuario abbandonava il

possesso, il quale rimaneva sodo.

Tali difetti scemarono, non disparvero sotto i Comuni: e le ripetute

guerre e il modo di condurle[50]; le rappresaglie, per cui un

forestiere danneggiato in un paese poteva spingere su questo la

vendetta de’ suoi patrioti, o almeno sui beni dell’offensore e de’

suoi consorti; il condannarsi alla sterilità i terreni degli sbanditi

e dei delinquenti, non lasciavano prosperare i campi. I vantaggi del

commercio facendo meritare il denaro fino al venti, al trenta per

cento, lo sviavano dalla terra. Improvvide ordinanze or prefiggevano

una data specie di coltura, ora il prezzo delle derrate, o di

consegnarne una parte, o di non asportarle; e i vicini o per continua

gelosia o per incidente rottura negavano di più riceverle[51]. Onde

avere cavalli per le guerre, bisognava tenere sconfinate praterie, a

scapito delle biade mangerecce[52].

I primi miglioramenti anche in ciò vennero dalla Chiesa. I monaci

per istituto abbonivano i campi; e i Cistercensi, ammonastierati

intorno a Milano, teneano sui lontani poderi una colonia di conversi

per lavorarli, mentre sui vicini si esercitavano essi medesimi con sì

evidente frutto, che spesso erano invitati a risarcire in bene i campi

altrui; e non è fuori di buona congettura che ad essi vada attribuito

quel sistema d’irrigazione, che la bassa Lombardia arricchì dei pascoli

perenni, ove più tardi si cominciò a fare i caci, tanto rinomati

col nome di Parmigiani[53]. Chi avrebbe poi avuto a vile un’arte che

vedeasi esercitata dai monaci? Frà Corneto domenicano nel 1231 indusse

per devozione un popolo di gente a portar materiali, con cui interrò

uno stagno attorno al suo convento, e subito lo sementò. Per queste

e simili guise, al luogo del giunco e della ninfea comparivano man

mano il ranuncolo, il trifoglio e i graminacei, salutifero pasto di

mandre lattose. Ai beni delle chiese e de’ monasteri si avea rispetto

nelle devastazioni e nelle taglie; laonde molti donavano ad essi le

loro proprietà, ricevendole poi in prestarìa o a livello temporario o

perpetuo.

Il livello, forma di possesso allora introdotta o estesa, metteva

assai bene ad avvicinare il capitale e il lavoro, come oggi si dice.

Vasti terreni incolti e sfruttati, a qual proprietario bastavano forze

per domesticarli? Si spicciolavano dunque tra molti coltivatori, che,

assicurati per lunghi anni, li lavorassero come proprj, retribuendo al

padrone un tenue canone: questo traeva un vantaggio di là donde prima

nessuno; il lavoratore s’accostava alla condizione di possidente sopra

un terreno che lietamente adattava alla vigna e alla semente, perchè

sicuro di trasmetterlo a’ suoi figliuoli[54].

Dacchè parve liberalismo l’attribuire il rimiglioramento d’Italia ai

Musulmani per fraudarne i frati, si asserì perfino che quelli avessero

introdotto fra noi la coltura dell’ulivo, mentre indubbiamente la

troviamo anteriore[55]: come troviamo che era più estesa d’adesso,

giacchè in Lombardia, a tacere il lago di Como ove frequentissimi sono

menzionati gli uliveti, n’erano vestiti i poggi fra Bergamo e Ponte San

Pietro, quelli di Mozzo[56]: d’uno nel Borgo Canale di Bergamo è cenno

in carta del 933, e d’altri sulle colline bresciane, donde or sono

quasi scomparsi.

Emancipati e divisi i possessi, colla libertà sottratti i paesani

alla servitù personale e all’immediata oppressura dei feudatarj,

alleggeriti i servizj di corpo e le riserve di caccia, si prese

coraggio a scassare sodaglie, popolare solitudini e boschi, fognare

pantani: _correggie, dossi, polesini_ si dissero le strisce di terra

che man mano si disseccavano; _mezzani_ le tante isole fra Lodi, Pavia,

Piacenza, cedute al continente dal recedere del fiume; _novali_ i campi

restituiti all’aratro; e ogni tratto le carte accennano che un podere

_est terra novalis et fuit nemus_; villaggi e fin città conservano il

vocabolo del Rovereto, del Saliceto, dell’Albereto a cui sottentrarono.

Le campagne prosperarono, coltivate da braccia libere, cui la speranza

era stimolo all’operosità, ed ajutate da capitali cittadini; le città

intrapresero grandiosi lavori per l’irrigazione, e provvidero con

regolamenti, non sempre opportuni, ai casi di carestia[57].

I Pisani portavano grande attenzione ai fiumi della loro pianura; e

uno statuto del 1160 ingiunge al podestà che, in principio del suo

magistero, scelga persone probe, con giuramento di esaminare gli

acquedotti antichi e nuovi delle terre domestiche e dei prati, e le

foci del Serchio, perchè ne rimanga facile il deflusso. La maremma

senese era coltivata e popolosa, nei diplomi trovandosi ogni momento

castelli, corti, terreni donati o venduti: il paese dalle creste

dei monti al mare, posseduto dai Gherardeschi, era seminato di

case e chiese, con vigne, uliveti, frutti, campi di sementa[58]. Il

Cremonese, piano di tenue pendenza deposto dalle ambagi di quattro

grossi fiumi che ne segnano quasi il confine, facilmente torna in

loro balìa appena cessino le cure dell’uomo. Tanto era avvenuto già

sul cadere dell’impero romano; e parlano d’un lago Gerundio, vasto

per quarantacinque miglia, tanto che i Cremonesi vennero ad assediare

Lodi _con apparato terrestre e navale_. Se ne procurò dunque lo

scolo; il naviglio d’Isso e Barbata raccolse le acque de’ fontanoni,

utilizzandole ad irrigare; poi trovandolo insufficiente, nel 1337 si

estrasse dall’Oglio il Naviglio civico, e dallo sbocco di questo fiume

venne arginato il Po, deviando il Delmone, e sanando così larghissimo

territorio. Crebbe allora grandemente la popolazione, e non solo la

città contava fin a ottantamila anime, ma Soncino ne aveva più di

molte città, Viadana diceasi ricca di gente e d’averi, Soresina avea

quindicimila teste, Casalmaggiore ventimila, e nelle sue campagne si

coltivava lo zafferano sin nel XV secolo, e ad una piccola Venezia

l’assomigliavano le tante navi e il vivo traffico.

Già nel secolo XI i Mantovani aveano intrapreso le _sgarbate_, fossi

allo sbocco dei fiumi per immetterli in Po; ma ricorrenti inondazioni

guastavano quelle campagne, sinchè Alberto Pitentino nel 1198

affondò il lago attorno a Mantova, con argini e sfogatoj da regolarne

l’altezza, e sostegni fino a Govérnolo, ove scarica in Po; delle cadute

poi da bacino a bacino si profittò per muovere gualchiere e mulini, che

perciò rimanevano privilegio del Comune. Altri dilagamenti straordinarj

avevano cambiato in paludi i colti là intorno, onde il vescovo Jacopo

Benfatti nel 1332 investì a Luigi Gonzaga l’isola di Révere che _erat

perita, diruta, aquatica, paludosa, piscaritia cum casis palearum ac

in totum sterilia_, unico prezzo ed obbligo imponendogli di cingerla

d’argini per frenare il fiume. Seguendo il costume della Repubblica,

quel principe suddivise in livelli _ad meliorandum_ quella contrada,

che ben presto divenne delle più opime.

Di che vedasi quanta giustizia vi sia nel ripetere che la natura fe

tutto per la Lombardia, nulla gli abitanti.

Allora sparirono gli stagni e le foreste del Bolognese e del Ravennate:

Ferrara, ch’era nata come Venezia per bisogno di difendersi dai

Barbari, e dove prima non furono che due torri, congiunte con un

argine che fu poi la strada detta ancor Ripagrande, si estese intorno

a quello, sistemò arginature che servissero anche di comunicazione,

e le paludi di cui la circondava il Po convertì in ubertose campagne:

i boschi del Modenese e del Ferrarese si disselvatichirono: a Milano

furono portate migliori razze di cavalli, e cani alani e danesi di

molta forza e grossezza; e con innesti forestieri migliorato il vino e

introdotta la vernaccia. Il riso, cagione poi di spopolamento, veniva

ancora di fuori, e si vendeva dagli speziali, cui in Milano fu imposto

di non prezzarlo più di dodici soldi imperiali la libbra[59]; nè più di

otto il mele, tanto prezioso avanti che s’introducesse lo zuccaro.

Del miglioramento fanno prova l’ampliarsi e abbellirsi delle città.

Milano occupava appena una quarta parte dell’odierna superficie, eppure

internamente avea campi, viridarj (_verzèe_), pascoli (_pasquèe_), e

l’estesissimo brolo dell’arcivescovo: le case erano ad un solo piano,

salvo poche _solariate_; alcune di mattoni, le più di graticci e creta

e paglia, col tetto pure di assicelle e di paglia: fuori poi avea

boschi, come il _nemus_ di Sant’Ambrogio fuor porta Comasina, quel

degli Olmi fuor porta Vercellina, ove fu decollato san Vittore, quello

di Caminadella fuor porta Tosa. Appena rassettatosi dall’eccidio del

Barbarossa, Milano estese il suo recinto cingendosi di una mura alta

venti braccia con sei porte di marmo, fabbricò case e palazzi, nel 1228

«il broletto nel mezzo della magnanima città» (CORIO), cioè il palazzo

comunale, e cinque anni appresso il broletto nuovo, dove accogliere

i mercanti e tutti gli uffizj. Il trovarsi discosta da ogni grosso

fiume le disagevolava il commercio, massime degli oggetti di consumo;

sicchè per trarre dalle Alpi il combustibile, le pietre e altri grossi

materiali, e al tempo stesso irrigar le pianure, divisò il Naviglio

grande, primo canale artifiziale delle nazioni moderne, che per trenta

miglia conduce le acque del lago Maggiore fin alla città. Intrapreso

nel 1179, cioè tre soli anni dopo che la città era risorta dalle

ruine del Barbarossa, fu ripigliato nel 1257, e compito in modo da

portar grosse navi. Pel canale della Muzza, cavato dall’Adda, il greto

della Geradadda e del Lodigiano divenne la campagna più frumentosa di

Lombardia.

Nel 1106 Pasquale II consacrava la cattedrale nuova di Parma: i

Modenesi toglievano a rifabbricare la loro; cinquant’anni dopo

scavarono il Panarello nuovo e il canal Chiaro, eressero il campanile,

il palazzo comunale, la ringhiera, sbrattarono e selciarono le vie e

i portici. A Cremona nel 1167 fabbricavasi il battistero, nel 1206

il palazzo comunale con porte di bronzo, nell’84 il terrazzo: e la

città divisa in vecchia e nuova secondo le fazioni, allestivasi di

mura esterne e interne. Dopo la peste del 1136 Bergamo alzava la

chiesa della Beata Vergine Assunta, architetto Fredo: nella quale

faceansi le adunanze, le paci, gl’istromenti; v’era scolpita la

misura uffiziale; e la società di Santa Maria Maggiore era una milizia

per difesa del Governo[60]. Brescia ampliava la mura, fabbricava le

chiese e i monasteri di San Barnaba, San Francesco, San Domenico, San

Giovan Battista, finiva il broletto, dilatava la piazza del duomo,

conduceva tre canali dal Chiese e dal Mella per gli opifizj, a cura

dell’insigne vescovo e signore Bernardo Maggi. Pisa si circondò di

mura nel 1157, Lucca dilatò le sue nel 1260, Reggio dal 1229 al 44 per

tremila trecento braccia, e uomini e donne, piccoli e grandi, rustici e

cittadini portavano sassi, sabbia, calce, sul proprio dorso e in pelli

varie e in sandali[61].

Padova nel 1191, podestà Guglielmo dell’Osa milanese, rendette il

Brenta navigabile fino a Monselice, e vi sovrapose un ponte; nel 1195

rinnovava la mura; nel 1219 faceva il palazzo comunale con quella

meravigliosa sala della Ragione; poi, appena redentasi da Ezelino,

dava denari a tutte le chiese e conventi perchè riparassero ai guasti

della guerra, s’ingrandissero e abbellissero; fece rinforzare la mura,

ammattonare le vie interne, migliorare quelle del contado, arginare

i fiumi e regolarli con roste e canali; e molti ponti che emulassero

quelli de’ Romani ancora conservati in città; fabbricò il palazzo degli

Anziani, finì il meraviglioso tempio del Santo, eresse Castelbaldo

sull’Adige per fronteggiare gli Estensi e gli Scaligeri, allestì il

Prato della valle per la fiera e per le corse al pallio. Agl’incendiati

dava un compenso, purchè entro un anno avessero riedificata la casa:

chi aspirasse alla cittadinanza, doveva acquistar un _garbo_, tratto di

sodaglia su cui ergevasi un’abitazione: proibì perfino di trasferire

possessi e rendite o qualsifosse diritto sopra immobili in chi non

prendesse stanza nel territorio padovano[62].

Bologna vide sorgere cento torri, fra cui quella degli Asinelli e

quella de’ Garisendi, decantate la prima per l’altezza, l’altra per

l’obliquità, si cinse d’una terza mura più ampia, rassettò tutte le

vie e i ponti, coprì l’Avesa che riceveva le immondezze, dispose il

nuovo mercato a Galliera, _opera sovra l’altre bellissima, comoda e

lodevole_, e tra molte chiese la Nunziata delle Pugliole, opera di

Marco bresciano, e quella degli Alemanni fuor porta Ravennate pei

Tedeschi che pellegrinavano a Roma; del Reno introdusse un ramo in

città a movere trentadue mulini; un altro diresse fino a Corticella

perchè le navi arrivassero a Ferrara; tirò pure in città l’acqua della

Dordogna e quella della Savena per macinare il grano, e per servizio di

tinger la seta e i panni di grana e scarlatto; compita la qual opera,

si fece tridua solennità, e fu posto un ricordo al podestà Pirovano

milanese. In breve giro d’anni vi furono fabbricati il palazzo della

biada, la croce di piazza, le nuove prigioni, i granaj del Comune,

Castel San Pietro, la chiesa di Santa Tecla; fortificate e provviste le

castella del contado; oltre le grandi spese logorate negli eserciti:

e il grano valea soldi cinque la corba, soldi sette il sale, nove il

carro delle legne grosse, sei il vino alla corba[63].

Da un milanese, podestà a Firenze, ebbe nome la cittadina di

Pietrasanta; dall’altro milanese Rubaconte di Mandello, il ponte più

ampio e spazioso di Firenze, il quale pur fece lastricare molte vie:

poi nel 1277 essa città comprava le terre fra Arno e Mugnone per porvi

il borgo Ognissanti. Siena nel 1228 innalzava San Domenico, nel 58

Sant’Agostino, nell’84 il palazzo della Signoria in quella bellissima

piazza del Campo dove undici strade sboccano, e alquanto dopo la

sveltissima torre del Mangia. Volterra nel 1206 fabbricò nuove mura e

il palazzo de’ Priori, poi da Nicola Pisano faceva erigere ed ampliar

la cattedrale. Prato nel 1284 ergeva il palazzo del Popolo, e nel 92

lastricava le strade. A San Geminiano in Valdelsa ammiravansi palazzi

pubblici e privati e chiese, fra cui bellissima la collegiata, e

fontane, e quattordici torri di bellissimo finimento, e l’altissima del

Comune, per la cui fabbrica ogni podestà doveva rilasciare parte dello

stipendio, col diritto di porvi il proprio stemma.

Che serve allungarla? visitate l’Italia, e vedendo quei porti e quei

moli stupendi, e le gran torri e le cattedrali, domandate chi le

eresse, e sempre vi si risponderà: — Il popolo, quando a popolo si

reggeva».

Stando ai computi del Cibrario, le terre di Piemonte nel secolo

XIV avrebbero avuto appena un quinto della popolazione odierna;

mille Carignano, duemila censettantacinque Ciamberì, duemila

censessantacinque Rivoli, tremila ottocentrenta Moncalieri e Pinerolo,

tremila trecento Cuneo, seimila seicensessantacinque Chieri, mentre

appena quattromila ducento ne contava la odierna capitale. Le

repubbliche invece quanto fossero divenute popolose lo attestano,

se non foss’altro, le tante guerre; Bologna mise in campo contro ai

Veneziani trentamila pedoni e duemila cavalieri; Milano, ricca di

ducentomila abitanti, esibiva diecimila guerrieri a Federico II per

la crociata, venticinquemila ne armava contro Lodi, sessantamila

contro Brescia, compresi gli alleati; da Cremona la fazione trionfante

espulse centomila persone; Ezelino ne rapì diecimila da Padova; Pavia

accampava due a tremila cavalieri e quindicimila pedoni; il territorio

bresciano dava quindicimila armati dai quindici ai sessant’anni.

Genova, che nel 1345 ampliò la sua cerchia dalla torre di San

Bartolomeo dell’Olivella sin alla punta del mare verso San Tommaso,

e nel 1291 per duemilacinquecento lire comprò l’area fra San Matteo

e San Lorenzo, dove in due anni fabbricò il palazzo del Comune, nel

1293 metteva in ordine un’armata di ducento galee e quarantacinquemila

combattenti, tutti nazionali; eppure tanti ne rimasero, da provvederne

altre quaranta, senza per questo lasciare sguarnite le riviere e la

città[64]. Ivi le fazioni dei Doria e Spinola allestivano ciascuna da

dieci a sedicimila uomini d’arme: fate ragione delle altre.

Massa, che or non arriva a duemila, contava ventimila abitanti; Savona

novemila; in Pisa più di trentamila famiglie furono in grado di pagare

il fiorino imposto a ciascuna per la fabbrica del battistero. Di Siena

si dice nella peste del 1348 esser perite ottantamila persone, che

erano quattro quinti della popolazione, la quale così sommerebbe a

centomila. A Firenze nel 1336 si contavano novantamila bocche, non

computando i forestieri, i soldati, le comunità religiose, talchè

salirebbero a centomila; ma dai battesimi[65], che erano da cinquemila

ottocento in seimila l’anno, proporzionandoli al quattro per cento, si

arguirebbero cenquarantamila abitanti.

I matrimonj si favorivano con distinzioni e con feste; a Como il

vescovo mandava (nè il rito è dismesso) agli sposi più illustri di

quell’anno la palma che riceveva la festa degli ulivi. Il senato di

Bologna ai principali spediva una cappellina di panno rosato, che lo

sposo soleva portare per otto giorni[66]. Raro il celibato, e tutti

i figliuoli ammogliandosi, formavansi famiglie numerose. Il padre di

Pier degli Albizzi ebbe cinque figliuoli, e venuta una briga civile nel

1335, si trovarono trenta cugini in età sufficiente alle armi[67].

Frequente si rinnovava la peste: e a tali disgrazie non mancarono que’

funesti delirj, da cui neppure l’età nostra può vantarsi immune; si

attribuivano a unti pestiferi o a pozzi avvelenati, e se ne imputavano

principalmente gli Ebrei, perciò perseguitati fieramente. Nel 1321 si

bucinò che i lebbrosi avessero fatto una strana congiura d’infettare

tutto il mondo: il vulgo colla feroce sua credulità accettò questa

diceria, e buttandosi addosso a quest’infelici, li trucidava, li

bruciava vivi, lasciavali morir di fame.

Le quarantene erano precauzioni sconosciute, fin quando Venezia

nel 1403 tolse agli Eremitani l’isola di Santa Maria di Nazaret

per collocarvi le persone sospette e le provenienze di Levante onde

spurgarle. Un magistrato di sanità vi fu organizzato nel 1475 come

stabile e ordinario, composto di tre provveditori nobili annui, con

podestà d’infliggere multe, carcere, galera, tortura. Questo primo

esempio imitato valse non poco a preservare l’Europa, la quale non

vorrà smettere le quarantene finchè la Turchia non sia incivilita.

Gran cura della sanità pubblica si presero gli statuti, provvedendo

alla nettezza delle vie, a disperdere le acque stagnanti e procurarne

di potabili, proibir le carni malsane e la propagazione delle

epizoozie; talora spinsero la pulitezza allo scrupolo, come quei di

Casale che alle rivendugliole di pane vietarono di filare. Federico II

dettò buoni ordini salutari pel suo regno; i cadaveri si sepellissero

quattro palmi sotterra, il lino e la canapa si macerassero un miglio

distante dall’abitato, si gittassero in mare le carogne. Trovansi pure

stipendiati medici perchè gratuitamente servissero; a Bologna nel 1214

Ugo da Lucca non dovea ricevere dai privati veruna mercede, salvo che

la legna e il fieno. La legge veneta del 24 marzo 1321 proibiva di

esercitar medicina e chirurgia se non approvato in qualche università;

ordine già prevenuto da esso Federico.

Il vivere comunale faceva si gareggiasse anche in opere di beneficenza,

volendo ciascuno avere nel proprio paese e nella propria corporazione

soccorsi a tutte le miserie. La storia degli ospedali è delle più

interessanti in quella de’ nostri municipj. La carità cristiana

aveva insegnato a prender cura de’ projetti, che Atene, Sparta, Roma

abbandonavano o uccidevano. Il primo orfanotrofio fu aperto da Dateo

arciprete di Milano nel 785, stabilendo vi fossero allevati gli esposti

fino ai sei o sette anni, dopo di che rimanessero liberi, rinunziando

cioè al diritto di tenerli per proprj servi. L’ordine dello Spirito

Santo aprì case per essi a Marsiglia, a Bergamo, a Roma, ove Innocenzo

III sistemò con generosissima carità l’ospedale di Santo Spirito (t.

VI, p. 243). Firenze aveva di tali ricoveri nel 1344, Venezia nel

1380, e così altre città. A Vercelli era fin dal 1150 un ospedale

degli Scoti pei pellegrini di Scozia e d’Irlanda, e quello del canonico

Simon di Fasana pei poveri francesi e inglesi: prova della quantità di

forestieri che vi capitavano.

Gl’incendj succedevano frequenti, in grazia delle case di legno e di

paglia. Nulla più facile che attribuire a malizia questi disastri,

che nessuno vuol confessare dovuti a propria negligenza, e perciò

severe pene si comminavano agl’incendiarj: cento lire a Moncalieri;

mille soldi a Nizza di mare, e la testa se non avessero di che

pagare; a Torino erano bruciati vivi. Di miglior senno fecero prova

il Comune di Garessio stabilendo che, qualora non si scoprisse il

reo, i danneggiati fossero rifatti dal Comune; e Siena mantenendo

spegnitori del fuoco, emendando del pubblico le case e le masserizie

danneggiate[68]. All’uopo stesso Ferrara nel 1288 prescriveva le case

non si coprissero di paglia, ma di tegoli; Casale di Monferrato, non si

facesse fuoco in casa non coperta di tegoli di buona terra; si tenevano

guardie notturne; si allontanavano i pagliaj dall’abitato, si vietava

d’accender fuoco quando tirasse vento. Firenze nel 1344 istituì i

vigili, che, avvisati da una vedetta, accorrevano al primo manifestarsi

d’un incendio[69]. Il _Breve comunis pisani_ del 1236 provvede

all’illuminazione della città, e non solo nelle strade più frequentate,

ma ne’ chiassi e vicoli, con lampioni numerati e guardie notturne.

In tutto ciò voi ravvisate quel nobile e faticoso uscire da uno stato

depresso per elevarsi a un migliore; e generalmente conservavasi

molta modestia nel vivere privato, mentre voleasi che il pubblico

prosperasse. Si aveva gran mistura di male, ma progresso; e la

ricchezza pubblica era tale in quelle _repubblichette_ così derise

dagli odierni dottrinarj, da uguagliare ciascuna i floridi regni.

Firenze nella guerra contro Mastin della Scala spese seicentomila

fiorini d’oro, tre milioni e mezzo in quella contro il conte di Virtù,

undici milioni e mezzo dal 1377 al 1406.

Meglio delle guerre ne piace rammentare le pubbliche costruzioni

e il fiore delle arti belle, deve ogni nostro Comune ardiva quel

che appena l’Inghilterra o la Francia: e le città, che pur aveano

vicinissime città altrettanto floride, compirono imprese quali neppur

si videro allorchè furono centro di vasti Stati, come Firenze o

Venezia. Gran prova che sapeano e creare le ricchezze e conservarle con

quell’economia che è prima dote di governi repubblicani, non spendendo

mai di là del ritratto, o affrettandosi a spegnere i debiti, come era

naturale in paese dove i magistrati, uscendo ogni anno o poco più,

doveano render ragione dell’operato. Sol quando i principi sottentrati

furono costretti a comprare la fedeltà e la difesa, e mantenersi

con lusso, non si fecero coscienza di compromettere l’avvenire, e

coi debiti preparavano nuovo impaccio alle finanze. A repubblica

si reggevano le terre svizzere, e in paese poverissimo riuscirono a

cumular capitali, di cui fecero poi comodità ai principi, e vennero a

vantaggiare di territorj. Berna e Friburgo aveano largamente sovvenuto

i duchi Lodovico e Amedeo IX di Savoja, singolarmente per le spese

occorse a far l’antipapa Felice e a comprare il regno di Cipro. Scaduti

i termini, e non potendo soddisfare, dopo profusi doni onde guadagnarsi

i cittadini più creduti, i duchi dovettero lasciar occupare da essi il

paese di Vaud, che cessò di appartenere alla lor casa. Così vedremo

avvenire di terre del Milanese, occupate per sempre da Svizzeri e

Grigioni.

Che se le repubbliche erano costrette ricorrere a prestanze private,

seppero convertirle in un nuovo mezzo di comodo e prosperità; e i primi

tentativi nella scienza del credito sono dovuti agl’Italiani. Fin verso

il 1156, trovandosi esausto l’erario veneto, il doge Vitale Michiel

II propose un prestito forzato sovra i megliostanti, meritandoli al

quattro per centinajo. Si formò così il primo banco di deposito, non

di emissione; i contratti si faceano e i viglietti si traevano dai

mercanti, non al corso della piazza, ma in moneta di banco, cioè in

ducati effettivi del titolo più fine. Nuova forza acquistò dacchè il

Governo introdusse di fare i suoi pagamenti in viglietti siffatti;

poi vi s’aprì partita di dare e avere, talchè i fondi depositati si

giravano da un nome all’altro, come oggi nel gran libro di Napoli,

e pagavansi cambiali per conto di privati. Da principio il banco

rifiutava i capitali di forestieri; e nel prestito del 1390 un decreto

speciale vi volle per accettare trecentomila scudi da Giovanni I di

Portogallo. Tanto credito ispirava, che si potè estrarne quasi tutto

il denaro effettivo, senza incutere sfiducia. A questo _monte vecchio_

s’aggiunse il _nuovo_ nel 1580 per sostenere la guerra di Ferrara;

infine il _nuovissimo_ nel 1610 dopo la guerra coi Turchi; indi delle

loro reliquie si costituì nel 1712 il _banco del giro_, che continuò

fin all’omicidio di quella repubblica.

Matteo Villani ci descrive partitamente le operazioni del banco de’

Fiorentini, la riduzione, la liquidazione, la redenzione[70]. A Siena

il Monte de’ Paschi fu introdotto per prevenire le usure, prestando a

soli Senesi, e sodando piuttosto sulla probità individuale, garantita

da una o più persone solide. Monumento più insigne è il banco di San

Giorgio a Genova. Questa Repubblica contrasse un debito fin dal 1148

allorchè conquistò Tortosa; lo crebbe poi nelle successive vicende,

sinchè nel 1250 fu addensato sotto il nome di _Compera del capitolo_,

descrivendo in un cartulario ventottomila luoghi, sommanti a due

milioni e ottocentomila lire d’allora, quando da un’oncia d’oro

di pajuolo tagliavansi lire tre, soldi dieci, denari tre. Così fu

consolidato il debito: ma la guerra con Carlo d’Angiò portò la compra

d’altri quattrocentoventi luoghi; d’altri l’assedio de’ Ghibellini e

le guerre d’Enrico VII e le successive; quattrocento novantacinquemila

fiorini d’oro vi aggiunse quella di Chioggia; di più l’amministrazione

del Boucicault, talchè la Repubblica era in procinto di fallire se

non si fosse trovato uno spediente. Solea Genova ai creditori dello

Stato cedere i proventi di alcuni dazj indiretti: essendo però le

varie imposte destinate ad uffizj diversi, andavano in troppa parte

assorbite dalle spese; laonde per semplificazione si ridusse ogni cosa

in un collegio di otto assessori col nome di San Giorgio, nominati dai

creditori, e obbligati a render conto soltanto a cento di questi. I

debiti anteriori di variissima forma vennero consolidati al sette per

cento: _luogo_ chiamossi ogni unità di credito, consistente in cento

lire, e che si poteva trasferire; _colonne_ un certo numero di crediti,

riuniti sopra un solo _logatario_ o creditore; _compere_ o _scritte_

la somma totale dei luoghi, equivalenti ai _monti_ di Firenze, di

Roma, di Venezia. Registravansi in otto _cartularj_, secondo gli otto

quartieri della città, rilasciando ai creditori polizzine col nome di

essi e colla firma del notajo; nè dovevasi emetterne alcuna che non

vi fosse l’equivalente valore nelle sacristie o casse; e pagavansi

a vista. Gli otto protettori formavano ogn’anno un gran consiglio di

quattrocentottanta logatarj, metà a sorte, metà a palle. I magistrati

superiori della Repubblica doveano giurare di proteggere inviolato il

banco.

Lo crebbero i molti denari depostivi da privati, e i _moltiplici_, come

chiamavansi certe disposizioni fra vivi o per testamento, mercè delle

quali i proventi d’alquanti luoghi lasciavansi accumulare onde comprare

altri luoghi, fin ad un certo termine, di là dal quale si applicavano

ad istituzioni pie o ad altro uso. Luoghi sopravanzati alla quantità

richiesta per gli annuali interessi di qualche nuova prestanza,

moltiplicavansi a pro della repubblica, e costituivano le _code di

redenzione_, che oggi diremmo fondo d’ammortizzamento; e questo operava

così efficace, che, malgrado più di sessanta prestiti fatti alla

repubblica, il banco diminuì i suoi luoghi da quattrocensettantaseimila

settecento che erano nel 1407, a quattrocentrentatremila

cinquecenquaranta, che trovavansi nel 1798, e di cui una quarta parte

erano disposti a pubblica utilità. La Repubblica, non bastando a

difendere Caffa dai Turchi, e la Corsica da re Alfonso il Magnanimo,

le cedette a San Giorgio, che così fu ad un tempo banco di commercio,

monte di rendite, appalto di contribuzioni e signoria politica.

Mentre le inesorabili fazioni rendevano impossibili in Genova e la

libertà e la tirannide, quella società, meglio consigliata, tutelava

la pace e l’ordine; continuò anche dopo mutati i modi e le vie del

commercio: dal saccheggio degli Austriaci nel 1746 risorse, soccombette

a quel dei Francesi nel 1800.

Con savie regole anche la città di Chieri nel 1415 eresse un monte,

a mezzo del quale spense il debito per cui rispondeva sin il dieci

e dodici per cento. Era costituito di diecimila genovine nè più

nè meno; cioè lire centosettantottomila, assicurati capitale e

interessi sui beni del Comune, divise in luoghi che rendeano il

cinque, poteansi vendere e permutare, e chi n’acquistasse uno diveniva

borghese di Chieri. Essi luoghi non doveano perdersi nè sequestrarsi

per qualsivoglia misfatto, neppure di maestà: i principi di Savoja

nè i loro ministri non potevano acquistarne: al Comune era dato in

qualsifosse tempo redimere quel debito[71].

In tal proposito non vogliamo preterire due istituti, dimenticati dagli

storici. Dodici nobili di Pisa nel 1053 cominciarono l’Opera della

misericordia, contribuendo venticinque libbre di grossi ciascuno, i

quali si dovessero trafficare, e del guadagno dotare povere fanciulle,

riscattare schiavi, sovvenire vergognosi: bellissima alleanza della

carità cristiana coll’industria moderna. Nel 1425 s’inventò a Firenze

un _monte delle doti_, ove mettendo cento fiorini, in capo a quindici

anni se n’avea cinquecento in dote a chi si maritasse, restavano al

monte se l’assicurato morisse o andasse religioso[72]. Dove ravvisate

quelle tontine e quelle casse di mutuo soccorso e di provvidenza, che

tanto or prosperano in Francia e in Inghilterra.

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 7 / 32 题