Le Repubbliche marittime. Costituzione di Venezia.
Firenze i Guelfi, Pisa capitanava i Ghibellini di Toscana. Il terreno
che, abbandonato dall’acque, formò via via quella vasta pianura ed
allontanò la città dal mare, diventava proprietà dei re d’Italia,
i quali ne faceano larghezza alla chiesa o all’arcivescovo di Pisa,
venuto perciò di ricchezza famosa e anche di estesa giurisdizione. Già
la vedemmo «in grande e nobile stato di grandi e possenti cittadini de’
più d’Italia, ed erano in accordo ed unità, e manteneano grande stato,
imperò che v’era cittadino il giudice di Gallura, il conte Ugolino, il
conte Fazio, il conte Nieri, il conte Anselmo e ’l giudice d’Arborea;
e ciascuno per sè tenea gran corte, e con molti cittadini e cavalieri
a fiate cavalcavano ciascuno per la terra; e per la loro grandezza e
gentilezza erano signori di Sardegna, di Corsica e d’Elba, onde aveano
grandissime rendite in proprio e per lo Comune, e quasi dominavano il
mare con loro legni e mercanzie» (VILLANI).
Tra le famiglie pisane che dominavano in Sardegna, prepolleva quella
de’ Visconti; agli Alberti obbediva la Capraja: altri, come i giudici
d’Arborèa e i varj consorti della famiglia Gherardesca, aveano
palazzo, corte, masnada propria nella città. Al modo poi che Genova
sulle riviere, e Venezia sulla costa illirica, Pisa teneva possessi
nella Toscana; ed Enrico VI le concesse tutti i diritti regj nella
città e un territorio ricco di sessantaquattro borgate e castelli. Con
Genova e Lucca disputava il possesso della Lunigiana, ed occupati i
feudi dei vescovi e conti di Luni, vi rinnovò le cave del marmo, già
anticamente conosciute, onde trarne per la cattedrale sua e per quella
di Carrara[34].
Costante alla fede imperiale, vantaggiò della grandezza degli Svevi,
soffrì dei loro disastri. Da Firenze obbligata a rivocare i Guelfi
esigliati, questi colle loro ricchezze la risanguarono. Avendo i Pisani
preso a protezione il giudice di Ginerca in Corsica (1282), predone
che era stato battuto dai Genovesi, si esacerbarono le ire antiche fra
le due repubbliche, agitate ne’ mari e negli scali del Levante. Nè
vuolsi tacere come le due emule, affinchè non si dicesse aver l’una
soverchiato l’altra di sorpresa, teneano un notaro ciascuna nella
nemica, che informasse i suoi di quanto vi si preparava[35].
Dopo lungo manovrare, Nicolò Spinola si presentò colla flotta
ligure alle foci dell’Arno; Rosso Buzzaccherini gli menò incontro
la pisana; e settanta vascelli genovesi, e sessantaquattro pisani
(numero portentoso!) si diedero la caccia con diversa fortuna. Pisa
si trovò esausta dalle spese, ma vi sopperirono le illustri famiglie:
i Lanfranchi armarono undici galee, sei i Gualandi, Lei, Gaetani,
tre i Sismondi, quattro gli Orlandi, cinque gli Upezzenghi, tre i
Visconti, due i Moschi; onde una flotta di centotre galee si accostò
al porto di Genova scoccandovi freccie d’argento. Centosette galee
salparono da Genova tra le benedizioni dell’arcivescovo e gli augurj
patriotici, e scontrata la nemica alla Melòria (1284 — 6 agosto), banco
rimpetto al colmato seno di Porto Pisano, la fracassò, prendendo anche
l’ammiraglio Morosini e lo stendardo e il sigillo del Comune. Diecimila
Pisani furono tenuti prigionieri a Genova sedici anni, non uccidendoli
acciocchè le donne loro non potessero, rimaritandosi, di nuova prole
risarcire la patria. Diceasi pertanto, chi voleva veder Pisa andasse
a Genova; donde essi regolavano le sorti della patria; nuovi Regoli,
la sconsigliavano dal cambiarli con Castro di Sardegna, fortezza
fabbricata dagli avi e difesa con tanto costo; e giuravano, se a questo
prezzo fossero redenti, si chiarirebbero nemici a que’ pusillanimi che
avevano sagrificato l’onor nazionale al bene privato.
Questo tracollo di Pisa lasciò in vantaggio i Guelfi di Toscana,
i quali si congiurarono contro l’unica ghibellina sino a che fosse
distrutta. Ed essa avrebbe avuto l’ultimo tuffo, se Ugolino conte
della Gherardesca (terra montana lungo il mare tra Livorno e Piombino)
non fosse colla sua abilità riuscito a scomporre la lega e riparare
e munire Porto Pisano. Conservando dieci anni il dominio della
patria, ottenne pace dai Lucchesi e Fiorentini; ma collo sbandire
le famiglie ghibelline e demolirne i palazzi si attirò acerbissimi
nemici e principalmente Nino di Gallura (1288). Rivangando antichi
fatti, costoro diedero voce che alla Meloria, dov’egli era uno de’
capitani, avesse cospirato a perdere la battaglia per indebolire la
patria; aggiungevano avesse compra la pace col tradire ai nemici le
castella, ed ora impedisse ogni accordo coi Genovesi per timore non
ripagassero i prigionieri. Anche l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini,
caldo ghibellino, gli si era avversato, pretendendo divider seco la
dominazione: ed Ugolino, cinto da nemici e malcontenti, raddoppiava
l’oppressione e cresceva l’odio. Un nipote osò dirgli quel che niun
altro, cioè l’indignazione che eccitava l’eccesso delle imposte;
e Ugolino gli s’avventò con un pugnale. Parò il colpo un nipote
dell’arcivescovo, amico dell’altro; e Ugolino si svelenì su questo
trucidandolo. Ruggeri prese accordo coi Gualandi, Sismondi, Lanfranchi,
Ripafratta, e assalito il conte, lo chiusero nella torre de’ Gualandi
alle Sette vie, con Gaddo e Uguccione figli suoi, e con Nino e
Anselmuccio, figli d’altri suoi figliuoli, e quivi li lasciarono morir
di fame. Ruggeri supremo allora in Pisa, e affidate le armi al conte
Guido di Montefeltro, la Repubblica riprese gli antichi confini.
A danno di Pisa armò novamente Genova (1290), che conquistò l’isola
d’Elba, e con ventiduemila combattenti, di cui cinquemila aveano
corazze bianche come la neve (CAFARO), distrusse Porto Pisano, ove
entrò spezzando le catene, che pendettero in quella città, sciagurato
monumento di fraterne guerre anche dopo strappati i trofei e i frutti
della libertà. Alla pace Pisa rinunziò ai diritti sopra la Corsica e a
Sassari di Sardegna.
Genova sin da’ primordj erasi regolata come una società mercantile
per via delle _compagnie_, che si costituivano all’uopo di mettere
insieme una flotta o condurre un’azienda per due, sei, venti anni; e i
consoli di queste erano spesso anche consoli del Comune. Imparaticcio
di governo, e che pure compì tante imprese quante vedemmo, acquistò le
Riviere e i possessi in Levante e prevalenza nelle vicende italiane.
Allora l’amministrazione della città non potè più confondersi con
quella d’interessi particolari, e fu affidata a capi annuali distinti,
benchè eletti ancora dalle otto Compagnie, che partecipavano del
governo in eguale porzione, e che sussistettero sempre, e divennero
quasi il mezzo per cui i cittadini potevano nello Stato. Formata una
di esse, chi si presentasse a darvi il nome fra undici giorni rimaneva
abile ad impieghi pubblici; se no, non poteva comparire in giudizio
fuorchè convenuto, nè alcun membro della Compagnia dovea servirlo
sulle galee o patrocinarlo avanti i tribunali. Di ogni Compagnia un
nobile veniva eletto a costituire il consiglio de’ Clavigeri, custodi
e amministratori del tesoro, presto saliti a grande importanza. Al
consiglio generale, che adunavasi in San Lorenzo, non sembra assistesse
tutto il popolo, bensì i meglio considerati fra le Compagnie; il
popolo era rappresentato dal cintraco o pubblico banditore, non per
deliberare, ma per persuadere. I quattro consoli eletti dal popolo
sovrano giuravano non fare guerra o pace senza consenso di questo, non
permettere merci forestiere, eccetto il legname di costruzione e le
munizioni navali, e rendere esatta giustizia. Questi consoli nel 1121
divennero annuali, e nel 30 furono distinti da quelli dei placiti,
vale a dire il potere amministrativo si separò dal giudiziale; e fra
essi consoli e il parlamento s’interpose il consiglio di Credenza
(_silentiarii_) o senato, che riceveva le ambascierie, i ricorsi de’
paesi soggetti, ponderava gli affari più rilevanti.
Dell’antica immunità vescovile rimanea vestigio nella _decima del
mare_, che l’arcivescovo riscoteva su tutte le navi che approdassero
con grano o sale; inoltre nel palazzo arcivescovile risedevano i
consoli dello Stato e quelli de’ placiti, il senato, i consigli;
i trattati si faceano in nome del vescovo e dei consoli, e molti
feudatarj prestavano il giuramento prima a lui, poi al Comune; egli poi
dominava in San Remo, sui marchesi Malaspina e su molti cittadini.
Verso il mezzo di quel secolo, anche gli altri paesi della Liguria
aspiravano ad esser detti genovesi, e i luoghi delle valli e de’ monti
vicini s’incorporavano a Genova. I feudatarj giuravano il Comune,
ed erano ascritti nel breve de’ consoli e sul libro delle famiglie
consolari; se avessero signorie lontane o titoli di conti e marchesi,
davanti al parlamento rinunziavano alla giurisdizione, chiedendo
essere ammessi in qualche compagnia; e immatricolati che fossero, erano
investiti di nuovo come vassalli dei diritti rinunziati, promettendo
tener casa aperta in città, abitarvi tre mesi, servire in guerra con
un prefisso numero di fanti, cavalli o marinaj: reciprocamente il
Comune s’obbligava a proteggerli, nei mesi d’assenza non obbligarli
a parlamenti, al trar delle navi, nè mai gravarli di maggiori
imposizioni; e consentiva che ne’ loro feudi adoprassero i calzari e il
manto purpureo.
Le comunità indipendenti promettevano assumere le guerre e le paci de’
Genovesi: non concedere asilo a verun bandito, corsaro o nemico, non
spedir navi da aprile a ottobre oltre Barcellona a ponente, nè oltre
l’isola di Sardegna a levante, senza che andata e ritorno toccassero il
porto di Genova; non molestare chi da questo o a questo veleggiasse;
contribuire in data porzione alle spese di cavalcate, o d’armamenti
navali, o di legazioni nelle parti marittime. Genova le prendeva
in protezione, ne assicurava i privilegi, e confermava i magistrati
ch’esse eleggevano[36].
Dalle guerre esterne e dal continuarsi le magistrature e le cariche
delle compagnie nelle famiglie originò una nobiltà cittadina, la quale
cagionò fazioni e brighe; e cinta di clienti, eresse torri e nutricò
battaglie interne. E poichè a reprimerle non bastavano religione nè
consoli, si ricorse qui pure ad un podestà forestiero, dandogli per
assessori otto nobili.
Attorno a Genova duravano molte piccole signorie. I Savonesi nel
1153 si resero quasi dipendenti da Genova, obbligandosi di venire
con questa agli armamenti, alle cavalcate, alle collette, osservare i
divieti posti da essa, non navigare oltre la Sardegna e Barcellona se
non movendovi dal porto genovese e tornandovi. Nel 1121 avea Genova
comprato Voltaggio dal marchese Gavi, nel 28 espugnato Montaldo,
nell’83 fondato il castello di Porto Venere. Nel 91 da Enrico VI si
fe cedere Monaco, benchè come parte della Turbìa fosse sottoposto ai
vescovi e al Comune di Nizza: ma molti glielo disputavano, e Genova
col pretendervi preparava un nido ai Grimaldi, che poi le diverrebbero
infesti.
Nizza era stata repubblica indipendente, divisa in città inferiore
e superiore, che ebbero tra sè liti e compromessi[37] finchè venne a
dominio de’ conti di Provenza, i quali altri castelli teneano in que’
dintorni. Raimondo Berengario II nel 1176 riconobbe i diritti del
comune e dei consoli di Nizza, sicchè rimanessero indipendenti, salvo
l’onore d’essi conti; e nel 1205 se ne cominciarono gli statuti[38].
Quei conti soffrivano di mal animo che Genova crescesse verso Nizza, e
impedironle sempre l’acquisto di Monaco; ma essa nel 1215 mandò Fulcone
da Castello con molti nobili sopra tre galee ed altri legni, coi quali
fondarono quattro torri, congiunte da una cortina alta trentatre palmi,
là dove poi fu il palazzo principesco. Nizza stessa in quell’anno giurò
il Comune di Genova.
Il porto che gli antichi chiamavano di Ercole Moneco, un miglio a
levante di Nizza, era stato spopolato dai Saracini, talchè non serviva
che di ricovero a pirati. Carlo II re di Provenza nel 1295 pensò
fabbricarvi un nuovo borgo, che intitolò Villafranca, trasferendovi gli
abitanti di Montolivo, colla promessa di cingerli di mura, edificarvi
una chiesa a san Michele, condurvi una fontana, tenerli franchi da’
ogni imposizione, eccetto il ripaggio e la gabella quali costumavansi
dai Nizzardi[39].
Robusti e fieri erano i conti Guerra di Ventimiglia, ne’ cui Stati San
Remo obbediva all’arcivescovo di Genova. I conti Quaranta, i signori
Casanova aveano signorie a Lingueglia e Garlenda e nel Castellani: i
marchesi Taggiaferro di Clavesana in Porto Maurizio, Diano, Andóra: i
del Carretto erano potentissimi da Capodimele ad Albissóla, e signori
di Savona[40]. Comuni distinti formavano Albenga, Savona, Noli. I
marchesi di Ponzone signoreggiavano Varazze, terra suddivisa poi tra
un’infinità di condomini. Seguivano i tenimenti dell’abbazia di San
Fruttuoso in Capodimonte. I conti di Lavagna dominavano, oltre Lavagna,
sopra Sestri, Varese, val di Taro, e fin in Pontrémoli, e a ponente
dell’Entella fino a Rapallo, e dall’altro lato fino a Brugnato e alla
Magra; confinavano coi signori di Passano, e coi Malaspina della
Lunigiana. Minori erano quei di Lagnoto e Celasco, di Rivalta, di
Vezzano, di Trebiano; infine venivano i marchesi di Massa, il Comune
di Lucca e l’emula Pisa. Più fra terra, Genova trovavasi a fianco
il Comune di Tortona, i marchesi di Parodi, di Gavi, di Bosco, che
giungeano fin al giogo di Voltri; i marchesi d’Incisa, di Ceva, di
Garessio; i signori di Pornassio, i conti di Badalucco, di Maro, di
Sospello; e più potenti quei di Monferrato e di Provenza[41].
Le due Riviere non tenevansi liete della supremazia di Genova, anzi
Savona e più spesso Ventimiglia la rinnegavano, ed appoggiavansi
all’emula Pisa. Tra la nobiltà castellana primeggiavano i Fieschi e
i Grimaldi, dediti ai Guelfi o Rampini, e i Doria e gli Spinola ai
Ghibellini o Mascherati; sommoveano la repubblica, reluttavano ai
magistrati, a vicenda portavano le loro creature a podestà, abati,
capitani della libertà; spingevano a minute guerre e spedizioni,
calando o salendo a norma degli avvenimenti generali d’Italia, pei
quali si mutava anche il governo interiore. Intanto ogni cosa andava
in baruffe intestine, che empivano di violenze e delitti la città e le
Riviere.
Talvolta sorgeva un di costoro che sanno blandire il popolo,
e a nome di esso procacciavasi suprema autorità. Allo spirare
dell’amministrazione di Filippo Torriano, il popolo levò rumore
(1257) pretendendo ch’egli avesse rubato, e che i sindacatori corrotti
l’avessero assolto; essere tempo di finire le concussioni dei nobili;
solo meritare la sua confidenza Guglielmo Boccanegra. E a spalle
portatolo sull’altare di San Siro, lo proclamano capitano del popolo;
la nobiltà cittadina è per lui, e lo vuole decenne, fin coll’arbitrio
di nominare il podestà annuale; la nobiltà feudataria gli tien testa,
ed egli la doma, eleva gente nuova, accarezza il vulgo, indi reso
ardito, abusa del potere per farsi crescere il soldo e arrogarsi nuove
prerogative, dà e toglie impieghi a capriccio, sprezza le deliberazioni
de’ consigli, cassa le sentenze de’ tribunali. Aveva ordito
d’incarcerare tutti i primani; ma questi ammutinandosi presero le porte
acciocchè non potesse chiamar la gente di campagna, e lo abbatterono,
concedendogli appena la vita per istanze dell’arcivescovo; e si tornò
all’istituzione del podestà forestiero. Però il posto del capitano del
popolo e Comune genovese fu scopo all’ambizione dei nobili, e causa di
dispute incessanti.
Parve un tratto (1262) che Roberto Spinola fosse per ciuffare il
dominio supremo; ma quello sminuzzamento di ambiziosi che cagionava
la contesa, impediva la tirannide d’un solo. Si credette ovviare le
rivalità rendendo men arbitrario il modo di formare il gran consiglio,
convenendo che ciascuna compagnia avesse ad eleggere cinquanta membri,
i quali nominassero quattro consiglieri in un’altra compagnia, e questi
trentadue destinassero i consiglieri urbani e gli otto. Le pretensioni
delle famiglie toglievano ogni accordo durevole, sinchè nel 1339 il
dominio dei nobili fu scassinato per sostituire le case popolane degli
Adorno e Fregoso: ma i nobili tennero gran parte nelle magistrature,
nell’amministrazione, sulle flotte, e collocandosi or coll’una or
coll’altra delle fazioni predominanti, producevano una instabilità che
non potea neppure risolversi in tirannia[42].
I primi stabilimenti genovesi in Corsica dimostrano piuttosto imprese
di privati o dirette alla pirateria; ma nel 1195 la Repubblica
v’acquistò San Bonifazio, riducendola a colonia con un podestà e con
larghi privilegi. Nell’isola presero piede i fuorusciti di Genova,
che poi avversavano la metropoli; tanto che il giudice Sincello di
Pisa tornò a farvi prevalere la città sua, e i Genovesi si trovarono
novamente ristretti a San Bonifazio. I vassalli pagavano una tassa
sulla cera e metà del testatico, ed esercitavano giurisdizioni
inferiori, dipendenti dal giudice: ma appoggiandosi gli uni a Pisa,
gli altri a Genova, ne derivava anarchia, fomentata dai privilegi che
quelle concedevano a gara per farseli amici.
Di maggiore importanza stabilimenti ebbe Genova nel mar Jonio e nel
Nero, e commercio estesissimo, come vedemmo e vedremo. Da cinquanta
a settanta grossi vascelli salpavano ogni anno dalle prode liguri,
portando droghe e altre merci in Sardegna, in Sicilia, in Grecia,
in Provenza; altri assai con lana e pelli: e delle lucrate dovizie
facevasi bella, comoda, forte la patria. Dal 1276 all’83 si compirono
le due darsene e la grande muraglia del molo; nel 95 il magnifico
acquedotto, traverso aspre montagne.
Venezia, a seconda dei tempi, sviluppava i germi che v’avea deposti
la sua origine. Il doge Vitale Michiel II volea reprimere la perfidia
di Manuele Comneno col portargli grossa guerra: ma il popolo, che
vedeva andarne a ruina il commercio, a tumulto l’impedì. Quando
però le navi venete tornarono trafficando in Oriente, il Comneno le
sorprese, confiscò il carico, imprigionò le ciurme. Allora il popolo
schiamazzando chiede la guerra che schiamazzando avea repulso; il doge
li seconda, ma le arti dell’imperatore rattepidiscono quell’ardore:
intanto la peste si attacca alla flotta, e periti migliaja d’uomini,
pochi legni tornano nelle lagune. Poichè nei disastri vuolsi una
vittima, viene apposta ogni colpa al doge; e la plebe, che già
n’avea veduto deposti nove, cinque accecati, altrettanti uccisi, nove
costretti abdicare, trucidò il Michiel. Sei mesi s’indugiò a dargli
un successore (1172), sentendo la necessità di porre un limite alla
potenza d’un solo.
L’estensione della città rendeva omai impossibile lo adunare tutti
i cittadini, e tanto più il sorvegliare gli atti del Governo. Si
pensò dunque a una rappresentanza, istituendo che di ciascun sestiere
ogni anno si prendessero due elettori, i quali uniti scegliessero
quattrocentottanta persone per formare un maggior consiglio, che avesse
la sovranità della repubblica e nominasse tutti gli uffizj, persino
i proprj elettori; col qual modo gli eletti riuscivano sempre delle
stesse famiglie. A mezzo il secolo XIII l’annua rinnovazione facevasi
non più da dodici elettori, ma da un collegio di quattro membri, che
annualmente nominava cento nuovi consiglieri; e da uno di tre, che
eleggeva successori a chi morisse o lasciasse altrimenti un vuoto.
Nei casi che tutti dovessero concorrere ad alcuni pesi, convocavasi
il popolo, che votava per acclamazione l’arrengo: unico resto della
primitiva sovranità.
L’elezione del doge fu attribuita a quarantun elettori con quella
complicazione di estrazioni e scrutinj che altrove esponemmo (t.
VI, p. 181); nè altra parte vi ritenne il popolo se non che egli era
presentato a’ suoi applausi, e i mastri dell’arsenale lo portavano
in sedia sulle spalle nella processione che tre volte l’anno circuiva
la piazza San Marco. Cessavano dunque i dogi d’esser eletti col voto
universale diretto; e d’allora nè essi più cospirarono per divenire
sovrani, nè il popolo li trucidò. Giuravano adempiere i loro doveri,
quali erano espressi in una _promissione_: d’obbedirli giurava il
popolo, in cui vece poi il giuramento fu prestato dal sindaco che
ciascun sestiere eleggeva ogni quattr’anni e che rispondeva dei delitti
commessi nel suo sestiere.
Il doge, personificando l’autorità tutrice della pubblica salvezza,
dovea rappresentare, non operare; veruna risoluzione prendendo senza il
concorso di sei consiglieri, annualmente scelti dal consiglio maggiore,
un per sestiere, detti poi la _signoria_. In casi pe’ quali non si
avesse esempio precedente, o concernenti il credito pubblico ed il
commercio, o qualora stimasse opportuno avere il parere o il consenso
di cittadini creduti, e farsene appoggio nell’opinione, pregava
alquanti a venire a sè: forma occasionale, che poi, dogando Jacopo
Tiepolo, divenne stabile nella costituzione coi sessanta _pregadi_ o
senatori, non più scelti dal doge, ma dal gran consiglio colle forme
consuete. In tal modo i nobili trovaronsi partecipi del governo, e
cominciò il famoso senato.
Forse dal riunire le molte corti che giudicavano a principio nelle
varie isole, venne a formarsi la corte suprema della _quarentìa_
criminale, che giudicava collegialmente, invece dell’unico podestà
adoperato dai Comuni lombardi. Essendo la quarentìa chiamata a
pronunziare negli affari di Stato, acquistò attribuzioni politiche come
collegio intermedio fra la Signoria e il maggior consiglio, e ponderava
le proposizioni di quella, prima di esporle a questo. I tre capi
della quarentìa si resero poi membri perpetui della Signoria. Preso un
partito, il maggior consiglio ne affidava l’esecuzione alla Signoria,
cioè al doge col suo consiglio di sei, ovvero ai Quaranta.
Il suggello dello Stato rimaneva presso il cancellier grande, scelto
non da case nobili ma cittadine, supremo notajo degli atti legislativi,
presente al maggior consiglio e a tutte le solennità, insigne per
onorificenze ed emolumenti, fin ottantamila ducati l’anno traendo
dalle propine; ed essendo inamovibile, restava indipendente dal doge,
al quale appena cedeva in dignità. Tre avogadori del Comune, specie
di tribuni del popolo, patrocinavano la parte pubblica nelle cause di
Stato e nelle particolari, vegliando alla legalità, alla riscossione
delle tasse, alla nomina dei magistrati, al buon ordine; tenevano i
registri di nascita dei nobili; e il loro veto sospendeva per un mese
e un giorno gli atti di qualunque magistratura, eccetto il maggior
consiglio, e tre volte potevano ripeterlo, dopo di che esponevano i
motivi della loro opposizione.
Tre volte già era stato riformato lo statuto veneto allorquando
Jacopo Tiepolo nel 1232 ne pubblicò un nuovo, detto _Promissione
del maleficio_; poi dopo dieci anni fe raccogliere le vecchie leggi,
correggerle e disporle; e furono pubblicate in cinque libri, che con
sempre nuove aggiunte formarono il codice della repubblica.
Raccontavasi che Alessandro III, quando vi venne a conferenza
col Barbarossa, donasse al doge un anello dicendo: — Il mare vi
sia sottomesso come la sposa al marito, poichè colle vittorie ne
acquistaste il dominio». Di qui la festa dell’Ascensione, quando il
doge sullo splendido bucintoro andava a sposare il mare, gettandovi un
anello, e dicendo: _Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique
dominii_. Considerandosi perciò quai signori dell’Adriatico, i
Veneziani vollero imporre una gabella a tutte le navi che ascendessero
oltre una linea tirata da Ravenna al golfo di Fiume. Era senz’esempj
questo chiudere un mare, comune ai costieri; e ne vennero guerre,
massime coi Bolognesi, che però furono ridotti a rassegnarsi. Più tardi
Giulio li pretese privarneli, e avendo detto all’ambasciadore Girolamo
Donato, mostrasse il documento che attribuiva il golfo alla repubblica,
questi rispose: — Sta scritto sul rovescio della donazione fatta da
Costantino a san Silvestro». Il qual motto accenna la franchezza che
Venezia tenne sempre a fronte della curia romana; poichè mai non lasciò
trascendere le pretensioni clericali, e conservò sempre alta mano
sopra le chiese, quantunque mostrasse spiriti religiosi, e molti dogi
abdicassero per ritirarsi in monasteri, tra’ quali Pietro Ziani lasciò
a cento chiese o luoghi pii onde facessero uffizj per l’anima sua.
Più tardi Clemente V vietò il commerciare cogl’infedeli, gravando i
trasgressori d’una multa per la camera apostolica. Non vi badavano i
Veneziani; ma molti in articolo di morte non ottenevano l’assoluzione
se non soddisfacessero a questa multa, che talora assorbiva l’intera
sostanza. Il governo però non lasciava che tal denaro uscisse, e
quando Giovanni XXII (1322) mandò due nunzj per raccorre quelle postume
penitenze, o scomunicare chi le negava, intimò loro di partire. Il papa
interdisse i contumaci, citandoli ad Avignone; ma implicato col Bàvaro,
non potè dar seguito a quest’atto, e Benedetto XII concesse dispense
per far mercato cogl’Infedeli.
Quando sorse la quistione dei Tre Capitoli, dal patriarca d’Aquileja
scismatico si staccò il patriarca di Grado, al quale obbedirono Venezia
e le terre suddite. Alla pace con Alessandro III tenne compagnia una
concordia fra i due patriarchi, rinunziando il gradense alle ragioni
sulla provincia di quello e sui tesori che avea rapiti alla sua chiesa.
Nicolò V consentì che la dignità patriarcale da Grado si trasportasse
alla cattedrale di Castello di Venezia, e san Lorenzo Giustiniani ne fu
il primo patriarca: intitolavansi anche primati della Dalmazia.
Le singole isole avevano fin dall’origine tribuni proprj, e alla greca
divideansi in iscuole di mestieri, non dipendenti una dall’altra. Dopo
che a tutte fu preposto il doge, non si alterò l’interno ordinamento, e
i tribuni, mutati in massaj o gastaldi, deliberavano ciò che convenisse
rispetto alla guerra, al commercio, all’interna amministrazione. Nelle
scuole di rado era ammesso un forestiere, sicchè restavano separati i
nuovi popolani dagli originarj, che soli avevano voce all’elezione del
doge ed al governo. Gli antichi nobili traevano vigore dall’ingerenza
loro in questi Comuni, coi quali venivano considerati identici, essendo
con essi cresciuti; e con ciò metteano forte inciampo al doge, che
perciò volgevasi piuttosto alle cose di fuori. Enrico Dandolo, robusto
d’animo e irremovibile di proposito, ampliò la potenza di Venezia,
procurando farla in Levante prevalere ai Pisani, poi acquistando
un quartiere di Costantinopoli (1204) e un quarto e mezzo del greco
impero[43]: signoria disseminata sulle coste o nelle isole, fra cui
principale era Candia.
I Veneziani accasati a Costantinopoli ricevevano dalla metropoli un
podestà, dipendente dal doge e dal maggior consiglio, ed avevano essi
pure un grande e un piccolo consiglio, sei giudici per gli affari
civili e criminali, due camerlinghi per amministrar le finanze, due
avvocati per le controversie del fisco, e un capitano della flotta,
tutti spediti da Venezia. In modo eguale o simile erano costituite le
altre colonie, e poichè i magistrati di esse dipendeano dalla Signoria,
il doge poteva esercitarvi fattività impeditagli in patria, aveva
entrate indipendenti dai cittadini, faceasi corteggiare dai nobili che
ambivano quei lucrosi impieghi, e che dai conquisti d’alcune famiglie
erano intalentati a farne di nuovi.
In effetto molte famiglie presero stanza nelle isole e sulle coste, dal
che veniva consolidamento all’aristocrazia. Ma questa non derivava,
come altrove, dalla conquista, bensì dal credersi discendenti dai
primi che dalla terraferma passarono sulle isole, e crearono il
terreno della patria; il sistema feudale e i diritti nati dal possesso
stabile ignoravansi, territorj non avendo. Altri, segnalatisi nelle
magistrature, aveano trasmesso alle famiglie il lustro personale;
altri s’erano arricchiti col commercio e con possedimenti nelle isole
e in terraferma, che non conferivano diritti politici: sicchè ne venne
una nobiltà non oziante e pericolosa, ma che poco a poco acquistava
privilegi; ben distinta da’ plebei, eppure legata a questi mediante
una specie di patronato, che contraevasi col divenirne compari, e col
prenderli in protezione quando aspirassero a far passata.
Trattando però coi cavalieri di Francia nella crociata, i nobili videro
come si potea soperchiare la plebe, spogliandola d’ogni diritto;
nei governi stranieri contraevano l’abitudine del primeggiare, onde
finivasi con prendere in dispregio gl’ignobili. Più nulla contando
il popolo nelle elezioni, il doge non dovea che blandire il maggior
consiglio, da cui era creato. D’altra parte, osservando le repubbliche
del continente straziate da fazioni e terminanti in tirannia domestica,
alcuni desideravano la sovranità si confinasse in pochi, e proposero
di non ammettere nel gran consiglio se non quelli che vi sedeano
allora, e di cui v’erano seduti il padre, l’avo e il bisavo. Il doge
Giovanni Dandolo, comunque di famiglia antichissima e insuperbita
dalle conquiste e perciò mal veduta, si oppose a tal restrizione, e
ne seguirono parteggiamenti e sangue. Lui morto, mentre i quarantun
elettori deliberavano (1289), la moltitudine, già esacerbata per un
balzello sulla macina, cominciò a gridare alle usurpazioni de’ nobili,
che del doge, magistrato del popolo, aveano formata la creatura loro, e
proclamò Jacopo Tiepolo, di cui già erano stati dogi il padre e l’avo.
Con quest’aura popolare egli avrebbe potuto divenire un tirannetto,
come gli altri d’Italia: ma o magnanimo a sagrificar l’ambizione alla
libertà della patria, o pusillanime a non affrontare i rischi d’una
rivoluzione forse da lui fomentata, andò esule volontario, e gli
oligarchi riuscirono a metter doge Pier Gradenigo, uomo ancor fresco,
incline ad umiliare il popolo e i nuovi nobili sotto una nobiltà
ereditaria, al che il tempo gli diede opportunità.
L’ingrandirsi di Venezia eccitava gelosia a Genova e a Pisa. I Genovesi
le mossero anche aperta guerra in Tolemaide, ma a loro grave costo: poi
per contrariarla favorirono i Greci, a danno degl’imperatori Franchi di
Costantinopoli; quando questa fu ripresa, molti vantaggi stipularono, e
fecero chiudere ai Veneziani le tre vie dell’Eusino, dell’Egitto, della
Siria. Ne derivò lunga nimistà, che alfine fu composta per le cure
del papa: ma scoppiata di nuovo, l’imperatore Andronico II Paleologo
ne tolse occasione di far catturare i Veneziani; e i Genovesi mossero
addosso ai prigionieri, e li trucidarono.
Per vendetta (1293) Ruggero Morosini menò sessanta galee veneziane
a saccheggiare gli stabilimenti de’ Genovesi, prese e demolì Pera,
ove teneano quartiere, ed assalse il palazzo imperiale; intanto che
un’altra flottiglia distruggeva Caffa, e per tutti i mari predava i
legni e sovvertiva le colonie di Genova. Le due flotte si scontrarono
davanti a Cùrzola (8 7bre), isola di Dalmazia; e i Genovesi, governati
da Lamba Doria, tant’erano sbaldanziti, che proposero abbandonare ai
Veneziani le navi, purchè andasse salvo l’equipaggio. Avuto il no,
assumono il coraggio della disperazione, e vincono, da diecimila nemici
uccidono, seimila fanno prigionieri, fra’ quali Marco Polo e lo stesso
Andrea Dandolo ammiraglio, che, non sapendo darsi pace della perdita
d’una battaglia attaccata contro sua voglia, diè del capo nell’antenna
nemica e finì.
Genova esultò; stabilì che ogni 8 settembre la Signoria andasse offrire
un pallio di broccato d’oro in San Matteo, dove si fabbricherebbe un
palazzo all’ammiraglio vincitore. Ma Venezia non isbigottì, anzi,
crescendo animo a misura della perdita, ebbe subito in acqua cento
altre galee, chiamò macchine e piloti da Catalogna, accolse i Guelfi
fuorusciti di Genova; e Domenico Sciavo, già illustratosi nelle guerre
di Romelìa, portò il terrore nelle flotte genovesi, entrò fin nel porto
della nemica, e su quel molo (1294) battè moneta ed eresse un monumento
di disonore. Interpostosi Matteo Visconti, fu fatta una pace perpetua,
che ciascun capitano di nave dovea giurare prima di mettere alla vela.
Questi casi diedero prevalenza all’aristocrazia.
Venezia, vascello ancorato nelle lagune, viveva tutta delle relazioni
sue coi forestieri, onde non poteva abbandonarsi alla marea popolare,
ed aveva mestieri di sguardo attento, freddo calcolo, severa e coerente
politica, di un’energia sostenuta, d’un accentramento di forze, quale
non si può ottenere dalla moltitudine. Venne dunque consolidandosi
il predominio costituzionale dell’aristocrazia, e massime in questa
guerra, di cui ad essa toccavano le spese, i comandi, la gloria; onde
con tal vento essa mandò in porto una legge tutta a suo favore. Sebbene
il maggior consiglio eleggesse i proprj membri, asserivasi che da tempo
la scelta cadeva sempre nelle stesse famiglie; onde il doge Gradenigo,
uomo fermo, superiore alle vociferazioni del popolo e avverso a questo
perchè gli negò gli applausi, propose quel che altre volte era stato
respinto: non si esaminasse più se i membri delle famiglie allora
sedenti nel gran consiglio dovessero esser rieletti, ma se meritassero
d’essere esclusi; il qual giudizio si farebbe dal primo tribunale dello
Stato. Adunque i giudici della quarentìa ballottarono un per uno quelli
che negli ultimi quattro anni avevano partecipato al consiglio; e chi
riportò dodici dei quaranta suffragi, vi era confermato per un anno;
dopo di che eleggevansi i successori alla stessa maniera; tanto per non
levare tutte le speranze, s’aggiunse una lista di supplimento con nomi
di altri cittadini (_de aliis_) da ballottare occorrendo.
L’elezione del consiglio sovrano, allora di circa cinquecento membri,
si trovò dunque trasferita dal popolo nel tribunale criminale: quando
poi si proibì di ammettervi _uomini nuovi_, restò costituita una
nobiltà privilegiata ereditaria, escludendone anche casate opulente
ed antichissime, quali i Badoero, per l’accidente che nessun di loro
sedeva in quell’anno nel consiglio. Infine fu tolta la periodica
rinnovazione di questo, ed aboliti gli elettori col deliberare che,
chi possedesse le richieste condizioni, a venticinque anni fosse dalla
quarentìa registrato, e così entrasse nel gran consiglio. Il quale,
non più riempito che di nobili, al solo vantaggio de’ nobili provvide,
senza che rimanesse nè contrappeso alla podestà loro, nè speranza
al merito: presto ammutolita anche l’opposizione degli avogadori del
Comune, l’aristocrazia restò ereditaria.
La nobiltà esclusa dal maggior consiglio si arrovellava; reclamò, e
vide i reclamanti appiccati[44]; sicchè, non avendo legittima via
d’opposizione, ricorse alle trame onde acquistare non eguaglianza
con tutti, ma privilegi con pochi. Bajamonte (1310) figlio di Jacopo
Tiepolo, personalmente avverso al doge, unito colle famiglie Querini
che pretendea discendere da Galba imperatore, Badoero che erano i
Participazj sette volte dogi, Barbaro, Maffei, Barozzi, Vendelini ed
altre, che affettarono il nome di Guelfi e la protezione della Chiesa,
congiurarono di occupare la repubblica e ripristinare l’annua elezione.
Armi molte teneva ogni casa, sì per lusso, sì per proteggere i commerci
marittimi: Padova prometteva ajuti. Ma il doge ne seppe, e li prevenne;
adunò in piazza San Marco le poche forze e gli arsenalotti; si
battagliò per le vie, e molti anche de’ principali perirono; Bajamonte,
che si sostenne alcun tempo in Rialto, ricusò il perdono offerto, e
andò a morire fra i Croati. Degli altri catturati si fece sanguinosa
giustizia; sui profughi si lanciarono taglie e sicarj; abbattuti i
palazzi e cassati i nomi dei Querini e dei Tiepolo[45]. Onde prevenire
simili attentati, s’istituì la magistratura de’ Dieci, con arbitrio
sulla vita e l’avere dei cittadini e del pubblico. Era una commissione
straordinaria; ma seppe allungare i processi e concatenare gli indizj
tanto, che fu dichiarata stabile, e «tenacissimo vincolo della pubblica
concordia».
Novità tentò pure Marin Faliero, d’una delle tre più antiche case di
Venezia. Violento uomo, stando podestà a Treviso avea schiaffeggiato
il vescovo in pubblico perchè tardava a uscire in processione; poi
fatto doge (1354), e a settantasei anni sposata una bella fanciulla,
su tal conto ricevette una beffa sanguinosa da Michele Steno, uno dei
tre capi della quarantìa; e non potendo ottenere altra soddisfazione
che di vederlo fustigato a code di volpe e sbandito per un anno, tramò.
Vecchio, arrivato al posto maggiore cui l’ambizione potesse aspirare,
per mero dispetto si collegò con persone di poco conto, con Bertuccio
Israeli ammiraglio dell’arsenale, cioè capo de’ lavoratori, e collo
scultore Filippo Calendaro, plebei molto ascoltati fra il popolo;
del quale esageravano i sofferimenti, incolpandone l’aristocrazia, ed
invogliando a scassinarla. Tutto era disposto per una sollevazione ove
trucidare tutti i nobili, quando i Dieci n’ebbero spia, e il Faliero
(1355 — 17 aprile) convinto fu decapitato là dove i dogi prestavano
il giuramento; ai complici le forche, al popolo ribadite le catene, e
stabilito che _arengo_, cioè il parlamento generale, «nè per messer lo
dose nè per altri pol esser chiamado, salvo che, creando el dose, debba
esser chiamato arengo a pubblicar la creation secondo usanza».
Era il tempo che si vedevano per tutta Italia le repubbliche soccombere
a tiranni; e questo tentativo facea temere altrettanto a Venezia. Si
moltiplicarono dunque le cautele; e al doge, da capo della Repubblica
ridotto a delegato di pochi, si legarono sempre più le mani; e
cinque _corregidor della promission dogale_ ne’ patti da imporre a
ciascun nuovo doge introduceano variazioni ed esponeano le riforme di
governo che paressero opportune; tre _inquisitori del doge morto_ ne
sindacavano gli atti a confronto del giuramento prestato. Il quale di
volta in volta restringendosi, venne ad essere una rinunzia a tutte le
antiche prerogative, e quasi anche alla personale libertà. Il consiglio
del doge non fu più scelto da lui, ma dal senato; infine lo si volle
confermato dal parlamento; i sei membri rinnovavansi metà ogni quattro
mesi, nè mai doveano esser due del cognome o del sestiere stesso;
aprivano le lettere dirette al doge, rimettendole per lo spaccio ai
diversi uffizj; facevano le proposte in senato e nel maggior consiglio,
e il doge non avea maggior voto che uno di essi.
Perchè poi la sovranità fosse invigilata dall’amministrazione, si
stanziò che i tre capi della quarantìa sedessero coi sei consiglieri
a parte de’ loro uffizj. Il doge più non potè ricevere ambascerie
o lettere da’ forestieri, nè carte da sudditi, se non presente il
suo consiglio; non rispondere tampoco sì o no senza consultato con
quello; non permettere che alcun cittadino gli piegasse il ginocchio
o baciasse la mano; non soffrire altro titolo che di _messer il
doge_; non possedere feudo, censo, livello o beni stabili fuor del
ducato, cioè delle isole e del poco litorale tra le foci del Musone
e dell’Adige; non isposare straniera, nè con stranieri ammogliare i
figli senza permissione; nessuno poteva occupare impiego finchè stesse
a’ suoi stipendj e un anno dopo. Al decorato pupillo rivedeansi ogni
mese i conti, e se dovesse ad alcuno, gli era trattenuto del soldo:
gli si prescrisse perfino di non spendere più di mille lire nel far
ricevimento di stranieri; i primi sei mesi comprasse un vestone di
broccato d’oro, nè egli nè la moglie o i figli accettassero regali.
All’elezione di Nicola Marcello (1473) fu imposto che, vivo il doge,
figli e nipoti suoi non potessero accettare uffizio, benefizio o
dignità in vita o a tempo, nè sedere in verun consiglio, salvo il
grande e i pregadi, ove pure non aveano voce; soltanto nei Dieci potea
entrare un fratello del doge.
Questa gelosia da serraglio era estesa su tutta la nobiltà, vietandole
di sposare straniere, nè coprire pubbliche funzioni fuori, o servir
principe o Stato estero in guerra o in pace, nè tampoco possedere sul
continente d’Italia: legge vissuta finchè Venezia non venne dominatrice
della terraferma. Neppure i comandi degli eserciti poteano avere; e
dopo che, nella guerra di Padova, furono affidati a Pietro de Rossi già
signore di quella città, sempre il generale fu un mercenario, vigilato
da _provedidori_ scelti fra’ patrizj.
Principalmente addosso ai nobili pesava la severità dei Dieci,
piuttosto freno all’aristocrazia che stromento di tirannide sovra il
popolo. Componevano quel consiglio il doge, sei consiglieri ducali
e i Dieci, tutti con voce deliberativa; illegale la loro adunanza
se non fosse presente un avogador del Comune. Duravano un anno, e
un anno restavano in contumacia; erano eletti pochi per volta dal
maggior consiglio, e durante quella magistratura non poteano ricevere
altro uffizio; l’accettare stipendio o premio saria costato il capo.
Le denunzie segrete v’erano ricevute, come da tutti i magistrati, ma
richiedeano esame e prove. Il 28 gennajo 1432 _andò parte_ che «se da
ora innanzi alcuno o alcuni dei nobili nostri, da sè o col mezzo di
altri, sotto alcun pretesto, colore, modo, forma o ingegno che dire
od immaginare si possa, oserà fare qualche setta, confederazione,
compagnia od altra intelligenza chiara od occulta, colle parole o
coi fatti, con giuramento o senza, per ajutarsi l’un l’altro ne’
nostri consigli, siano banditi perpetuamente; e se tornino dal bando,
condannati al carcere in vita». Simile tenore tengono le leggi dei
Dieci, tutte dirette a reprimere i nobili con procedura compendiosa:
inoltre esercitavano un’alta polizia sul popolo, sui trattati più
secreti, sui falsatori di gioje o di monete, sui giuochi, sulle
spie; qualunque affare non civile riguardasse il clero, le sei grandi
confraternite della città, le feste, i boschi, le maschere, le gondole,
era di loro competenza; ai loro decreti obbligavano il senato e fino
il gran consiglio; disponevano dell’erario, davano istruzioni ad
ambasciadori, a generali, a governatori, modificavano la promissione
ducale. In occasione del processo contro Marin Faliero chiamarono una
_giunta_ di venti gentiluomini, che poi restò permanente sino al 1582,
e fu gran rinfranco al loro potere.
Questo concentrare la direzione dello Stato e dei poteri diede estrema
autorità e forza al Governo; questa vigilanza impedì che persone
o famiglie s’arrogassero la sovranità. Ma una procedura, ove non
erano leggi conosciute nè pene prefisse, ove i testimonj non erano
confrontati nè nominati tampoco, non offriva assicurazioni alla società
o all’individuo, schiudeva il campo alla perfida delazione e al pagato
spionaggio, stabiliva il despotismo per conservare il Governo.
Non lasciamoci però sgomentare dalle declamazioni, e ricordiamo
che i Dieci dopo un anno ricadevano sotto le leggi comuni; oltre i
segretarj dell’ordine cittadino, vi assistevano da cinquanta a sessanta
persone, tolte dai principali consessi dello Stato, e l’avogador potea
sospenderne gli atti; i giudizj erano segreti, ma scritti; al convenuto
non negavasi un difensore; il gran consiglio poteva modificare quello
dei Dieci o anche spegnerlo con non rinnovare le nomine; il popolo poi
lo gradiva come salvaguardia contro i soprusi dei patrizj; questi se ne
consolavano colla speranza di arrivarvi.
Nel 1454 il consiglio dei Dieci scelse tre inquisitori di Stato, due
neri dal proprio seno, ed un rosso tra i consiglieri del doge, i quali
incoavano i processi, esercitavano un’alta polizia su qualsifosse
persona, neppur eccettuati i Dieci, e in unione con questi potevano
punire di morte secreta o pubblica, disporre della cassa senza render
conto[46].
Tale costituzione si andò sviluppando in tempi più tardi di quelli
che ora narriamo; ma noi la volemmo qui raccolta a intelligenza della
storia futura di quella grande e calunniata Repubblica. Il tempo
fe dimenticar la violenza con cui si era stabilita l’aristocrazia,
la quale consolidata, si occupava molto delle relazioni politiche,
e v’acquistava prudenza e accorgimento. Diceansi vecchie le casate
anteriori all’800, nuove le aggregate posteriormente. Sedici di queste
ultime, cioè Barbarighi, Donati, Fóscari, Grimani, Gritti, Lando,
Loredani, Malipieri, Marcelli, Mocenigo, Moro, Priúli, Trevisan, Tron,
Vendramin, Venier, nel 1450 congiurarono di non lasciar più salire doge
alcuno delle casate antiche: almeno tale opinione corse, e in realtà
nessun più ne fu eletto fin al 1612, quando inaspettatamente fu sortito
Marcantonio Memmo.
Allorchè il doge era presentato, si cessò di domandare al popolo —
Vi piace?» ma l’anziano degli elettori dicea: — So che vi piacerà»;
invece del sindaco che gli prestasse giuramento a nome del popolo,
bastò il gastaldo o, come diceasi dal vulgo, _il doge de’ Nicolotti_,
capo de’ pescatori. Pure chiunque abitava Venezia potea darsi a credere
d’aver parte alla sovranità, perchè era chiamato padrone; donde quella
riverenza verso la patria e i capi di essa, che faceva identiche la
volontà propria e la legge, e disponeva a qual si fosse sacrifizio pel
conservamento di essa.
Il popolo dapprima dividevasi in convicini e clienti, ossia ottimati
e plebei: serrato il maggior consiglio, gli esclusi formarono un
terz’ordine, detto de’ cittadini originarj, a distinzione dai cittadini
d’acquisto, i quali abitavano Venezia da meno di venticinque anni.
Ai soli originarj competeva la piena cittadinanza, e il prezioso
diritto di far commercio marittimo sotto la bandiera di San Marco, e
così l’aspirare agl’impieghi cittadineschi, il supremo dei quali era
il cancellier grande; seguivano gli altri della cancelleria dogale,
le cariche nelle maestranze e nelle numerose confraternite, alcune
legazioni ed i consolati in terra forestiera. Il commercio rimaneva
tutto a’ cittadini, escludendone i nobili perchè avrebbero potuto
soperchiare. Pura plebe restavano gli artigiani, i mercanti, i medici,
gli arsenalotti, corporazione robusta. A soli vecchi permetteasi di
fare il rivendugliolo. Nè tampoco trovavasi schiusa la via dell’armi,
giacchè queste erano affidate a mercenarj o a sudditi.
La sicurezza individuale, la prosperità assicurata al commercio,
l’adito alle magistrature, erano compensi alla nullità de’ cittadini.
Come in tutte le aristocrazie, badavasi a fare star bene il popolo;
donde quelle splendidissime istituzioni di carità, che in parte ancora
sopravivono a tante dilapidazioni; e le ricchezze dei monasteri e
delle confraternite, corpi morali che, non avendo bisogno di far
avanzi, tornavano a vantaggio della plebe. Questa tenevasi attaccata
ai patrizj, non solo col patronato della ricchezza e de’ servigi, ma
coll’avere ciascuno fra quelli il suo compare; prodigava gl’inchini
e i titoli d’eccellenza, non mettendo limiti alla sommessione nè
decoro nella riverenza; quanto l’odierna plebe di Londra, obbediva a
un semplice cenno del messer grande, bargello che, col suo berretto
segnato dallo zecchino e dalla mazza, bastava a mantener l’ordine nelle
affollatissime feste. Le quali erano nuova occasione di mescolare
ricchi e popolani, sudditi e magistrati, fosse alle sagre di Santa
Marta o del Redentore, ove si confondeano nelle cenette improvvisate,
fosse all’Assensa, dove il trionfo del gondoliere lo facea carezzare
da’ nobili, fosse quando il pescatore di Poveglia o il vetrajo
di Murano era perfino ammesso a baciare il principe. Le rivalità
fra Castellani e Nicolotti, abitanti delle due parti della città,
riduceansi il più spesso a gare di meglio valere nelle regate o alle
forze d’Ercole; e se prorompevano in risse, l’indulgenza patrizia le
perdonava, quantunque fossero costate sangue.
I sudditi d’oltremare venivano trattati come conquista, vilipesi,
immolati al monopolio della dominante; se ne fortificava il paese
quanto bastasse per tenerli in soggezione, non per garentirli dai
nemici; non vi si lasciavano tampoco le cariche municipali; e il
mandarvi il podestà e il capitano del popolo offriva un modo di
occupare i nobili, e cogl’impieghi fuori risarcirli della oppressione
che in patria cresceva. Di fatto da tali colonie venne un alteramento
alla costituzione, introducendo un’altra nobiltà, meno dipendente dalla
Signoria, e che avrebbe potuto emanciparsi se non fosse stata impedita
dalla vigilanza degli Inquisitori.
I sudditi di terraferma stipularono prerogative quando si diedero alla
repubblica; appoggiati alle quali, conservavano i prischi statuti, le
procedure, sin gli uffiziali antichi, e l’attentarvi era caso di Stato,
competente al tribunale dei Dieci. La nobiltà vi formava un corpo con
privilegio ed autorità, ma per nulla partecipe al dominio; perciò
odiava l’aristocrazia veneta, della quale trovavasi pari in grado,
suddita in diritto: e fu uno de’ maggiori sbagli del veneto Governo il
non provvedere, come Roma antica, a fondere il meglio della nobiltà
di terraferma colla imperante, col che avrebbe risanguato questa di
famiglie e di denaro, e congiunto i dominati coi dominanti.
Vi andava da Venezia un podestà, che durava sedici mesi, e a cui era
sottoposto il consiglio dei nobili, che rappresentava ciascuna città:
al capitano, pure spedito di là, era sottoposta la rappresentanza
territoriale, eletta dai diversi Comuni. Ogni città ed ogni territorio
teneva nunzj a Venezia per tutelarne gl’interessi; i luoghi minori
sovente sceglievano a patrono qualche Veneto de’ più illustri e
poderosi. Alle fortezze comandava un provveditore, dipendente dal
capitano della provincia.
Nelle città di terraferma il consiglio era composto di soli nobili: ma
alcune, come Padova, tra questi ammettevano famiglie nuove, mediante
lo sborso di cinquemila ducati; spediente finanziario che apriva un
adito alle case venute su. Generalmente ne restavano esclusi quelli
che fossero debitori verso il pubblico. A Verona il consiglio era
di cencinquantadue nobili, trenta de’ quali ogni anno restavano _in
vacanza_; dei cenventidue rimanenti, cinquanta duravano in uffizio
tutto l’anno: degli altri settantadue una muta ogni due mesi formava il
consiglio dei Dodici, che coi cinquanta interveniva al consiglio: ogni
anno i cinquanta passavano nelle mute, e quei delle mute nei cinquanta,
uscendone trenta per dar luogo a quelli in vacanza; ai morti o assenti
per carica si suppliva col trarne dei nuovi a sorte. In qualche
città ogni nobile aveva entrata al consiglio e voce negli affari di
maggior rilievo; al quale consiglio, oltre il votar le imposizioni e
amministrarle, e fare decreti pel buon ordine, competeva l’eleggere
a tutte le cariche comunali. Anche la giustizia rendeasi da collegi
paesani, e secondo statuti proprj; e lo statuto di Verona meritò venir
inserito nelle _Repubbliche_ degli Elzeviri; e vogliamo ricordare come
imponeva che le liti tra parenti fossero compromesse in arbitri, i
quali risolvessero senza strepito di giudizio e inappellabilmente.
Tenuissime le tasse, riducendosi a un lieve testatico e all’imposta
sulle macine; anzi la Dalmazia costava di gran lunga più che non
fruttasse, se non che procurava grande attività di commercio. I
magistrati erano piuttosto molli che tirannici; poteano accusarsi
di negligenza nel proteggere e punire, anzichè di prepotente
intervenzione; e qualora si dubitasse di mal governo, vi si spedivano
sindaci inquisitori.
Tutto era dunque preparato per la conservazione, e niuno Stato
sciolse più insignemente questo problema, durando per secoli senza
quasi rivoluzione, e meritando perciò le lodi de’ politici nostrali
e forestieri. Alla conservazione e all’incremento della metropoli si
dirizzavano i sentimenti e le forze, vi si sagrificava tutto, persino
la libertà; e se si ponga mente alla contentezza de’ sudditi, all’agio,
alla calma, ai soccorsi, non si potrà che lodare la Signoria. Ma è
obbligo dell’uomo e degli Stati anche il progredire, quindi non voler
infiacchire tutte le membra per sicurezza della testa, non intercidere
le vie di segnalarsi, non surrogare la ragion di Stato alla giustizia,
non volere che una classe maggioreggi a depressione delle altre, nè con
autorità violenta soffocar le passioni personali, e abbattere chiunque
si elevi dalla folla.
L’aristocrazia portava nel governo le virtù che le sono proprie, una
politica non allucinata da passione personale, una costanza che non si
frange sotto le maggiori traversie, un segreto geloso, un’economia più
savia quanto erano maggiori le ricchezze pubbliche; ma insieme mancava
degli impeti de’ popoli liberi, della generosità verso i vinti, di
quelle speranze che non si valutano a denaro: non guardò mai l’Italia
come paese fratello; e come colla Toscana si alleò per difendere
la libertà da Mastino della Scala, così si alleò coi Visconti per
acquistare signoria nella penisola.
Quando le Repubbliche perivano e fin l’indipendenza in Italia, si
compilò a Venezia il _libro d’oro_, titolo impreteribile della nobiltà;
e allora entrarono tutti i malanni dell’aristocrazia, primogeniture,
fedecommessi, esclusione de’ matrimonj men nobili; e dietro a
ciò, sprecare in lusso, in fabbriche, in ville a Murano, poi sulla
terraferma, e nel decorare la neghittosità.
Quelli che si erano assicurato la dominazione, sempre più faceano
sentire la propria superiorità ai nobili minori e alla plebe. Oltre
i nobili ricchi, ve n’avea di poveri, detti Barnabotti, non capaci di
sostenere il dispendioso onore degli impieghi; e con sovrana arroganza
reclamavano quel che oggi si chiama il diritto al lavoro, e lo Stato
dovea soddisfarvi col mantenere magistrature e cariche superflue,
de’ cui stipendj vivessero costoro. Ed erano veramente la zavorra
e il disordine della repubblica, petulanti coi popolani di cui si
ostentavano protettori, striscianti coi grandi, turcimanni d’intrighi,
di sollecitazioni e di brogli. Nel maggior consiglio, che pur rimaneva
nominalmente il vero sovrano, tutti i nobili aveano voto eguale, e
perciò vi prevaleano i poveri, che erano i più; di qui il bisogno di
carezzarli; e nobili ricchi e nobili poveri si scialacquavano inchini
sotto le procuratìe e nel brolo, dove il giovane ammesso al maggior
consiglio veniva presentato da dodici compari, e riconosciuto da quelli
nel cui novero entrava; dove chi aspirasse a dignità compariva in atto
supplichevole, togliendosi di spalla la stola per metterla sul braccio,
menandosi dietro parenti e amici nell’atto stesso, e profondendo
riverenze e baciamani.
Ripetiamo che tuttociò si riferisce a tempi posteriori; ma noi
volemmo qui ridurlo, a confronto de’ governi delle prische repubbliche
italiane, e del bene e del male che sarebbe potuto derivare dal loro
spontaneo svolgimento. Certo, per tempi nuovi d’esperienza, mirabile
era l’ordinamento di Venezia; se l’aristocrazia si fece tiranna, era
però amata dal popolo, che neppure oggi ne perdette il desiderio; si
sopracaricò di pesi, e ricordò che non lede tanto il potere, quanto il
modo ond’è esercitato. Del resto a Venezia trovavano asilo i profughi
d’ogni paese e i principi caduti; ivi maggior libertà di costumi, e poi
di stampa; e lo spionaggio, che formò l’obbrobrio della sua vecchiaja,
era piuttosto una vessazione che una tirannia, intanto che quel potere
permanente schermiva dalle popolari stravaganze e dai tumulti consueti
alle altre città.
Nelle relazioni colle repubbliche italiane Venezia tendeva ad
accaparrarsi il commercio sul Po, e trarne il grano qualvolta fosse
impedito il mar Nero o vi trovasse più favorevoli condizioni. E poichè
l’annona è di supremo rilievo in città senza terreni, nominò intendenti
a quest’uopo, e ad imitazione de’ Saraceni proibì di asportarne se non
quando fosse disceso a un dato prezzo.
Fra ciò proseguiva le conquiste, e Corfù, Modone, Corone ricevettero
conservatori da essa, la quale procurava nuove colonie coll’assegnar
feudi. Molte guerre ebbe a menare, singolarmente per tenere sottomessa
Candia, che per sessant’anni (1307-65) stette, si può dire, in uno
stato d’insurrezione, che vorrà chiamarsi o ribellione, o generosa
resistenza a un turpe mercato. Poi i Veneziani stessi ivi posti in
colonia si ammutinarono, volendo che tra essi venissero scelti venti
savj pel maggior consiglio della madre patria, non dovendo perdere
questo diritto perchè accasati altrove: ricusati, si separarono perfino
dalla Chiesa latina, e in luogo di san Marco tolsero a patrono san
Tito; uccisero chi non volesse parteggiare con loro, e ricevuti a
scherno i deputati di Venezia, si accinsero a respingerne le armi.
Luchino Dal Verme capitano di ventura portò seimila uomini su trentatre
galee contro l’isola dalle cento città, e a gran fatica la sottomise:
ma ben presto questa si rialzò, e per tenerla in soggezione furono
uccisi i capi, distrutte le città di Anapoli e Lasito e tutte le
rôcche, portatine via gli abitanti, disertato il contorno e proibito
avvicinarvisi, e tolto ogni diritto, ogni magistratura. Sono triste
pagine nella storia d’una repubblica.
Pure il Levante sarebbe dovuto essere il campo delle attività di
Venezia, che invece volle impacciarsi colle vicende d’Italia, e dopo
caduto Ezelino cominciò a porre un piede in terraferma, a suo grave
costo. Le disgrazie ed umiliazioni che essa toccò dopo serrato il gran
consiglio, non erano conseguenza di quest’atto; pure smentivano coloro
che credevano dalla concentrazione dovesse venirle robustezza.