Toscana.
La salda dominazione degli antichi marchesi Bonifazj aveva impedito
alla Toscana di ridursi libera come le città lombarde ma estinti quelli
colla contessa Matilde (1115), le dispute che intorno alla costei
eredità si agitarono fra i pontefici e gl’imperatori, offrirono ai
Comuni il destro d’emanciparsi, e agli uni o agli altri appoggiandosi
acquistar privilegi, o nella lotta usurparli[15]. Federico II, erede
dell’ultimo duca di Svevia fratello del Barbarossa, vi tenne de’
vicarj, ma ognora più scadenti d’autorità, e ricoverati in qualche
terra castellata, come Sanminiato, che perciò fu detto al Tedesco.
Del territorio rimanevano in dominio signori forestieri; o longobardi,
come i marchesi di Lunigiana, i conti Guido, quei della Gherardesca;
o franchi, come i marchesi Oberto, quei del Monte Santa Maria, i conti
Aldobrandeschi, gli Scialenga, i Pannochieschi, gli Alberti del Vernio,
della Bevardenga, dell’Ardenghesca, e così via.
Fiesole, avanzo delle città onde gli Etruschi aveano coronato le alture
italiche, già da Cicerone notata per gran lusso e spese d’imbandigione,
deliziosi poderi, fabbriche suntuose, mutati i tempi, avea ridotto
a battistero un bellissimo avanzo di antichità pagana; eretto il
duomo, ove nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro trasportò le reliquie
di san Romolo patrono della città; e di lassù le famiglie patrizie
minacciavano gli uomini del piano. Ma era giunto il tempo che questi
a quelle prevalessero; e Firenze, inferiore per postura a Fiesole come
a Pisa per opportunità di commercio, maturava la libertà, che a lungo
dovea poi custodire e sempre amare. La prima adunanza generale di
popolo vi si tenne il 1105 per istanza del vescovo Ranieri: la prima
impresa che se ne rammenti è la spedizione del 1113 contro Ruperto
vicario imperiale, il quale, postato a Montecáscioli, bicocca dei conti
Cadolingi, molestava i Fiorentini, finchè essi non l’ebbero scovato e
ucciso, e spianata la sua rôcca.
Trascinata da Pisa nella briga contro Lucca, Firenze conosce le proprie
forze, e le usa a sottomettere i castellani; «perocchè in tutte le
terre sono molti nobili uomini, conti e cattani, i quali l’amano più
in discordia che in pace, e ubbidisconla più per paura che per amore»
(DINO COMPAGNI); abbatte i castelli, che impacciano il traffico e
ricoverano i prepotenti; obbliga le famiglie antiche a scendere dalla
minacciosa Fiesole[16], e i popoletti ad accettare le sue leggi,
come fece coi cattani di Montorlandi e con quei di Chiavello, che,
riscattatisi dai conti Guido, s’erano collocati in un bel _prato_ sul
Bisenzio, donde prese nome la lieta città che vi fabbricarono[17].
Dai Buondelmonti, che nel castello di Montebuono esigeano pedaggi
da chiunque passasse, non potendo ottener ragione, Firenze li vinse
(1143), ed obbligò a venire in città. Dal conte Uggero volle promessa
di non far male ad alcun Fiorentino, anzi ajutarli, esser con loro
in guerra, abitare tre mesi in città, dando in pegno i castelli di
Collenuovo, Sillano, Trémali. I signori di Pogna, che non posavano di
molestare il Valdelsa, furono domi coll’arme, e demolite quella e le
torri di Certaldo e quante n’erano sin a Firenze, che che strepitasse
il Barbarossa di questa che a lui pareva lesione del potere imperiale.
Nel 1197 comprava il castello di Montegrossoli in Chianti: nel 99
squarciava quel di Frondigliano, poi con lungo assedio Semifonti e il
castello di Combiata, riottosi al Comune: nel 1220 disfece Mortenana
castello degli Squarcialupi, e in appresso quelli di Montaja, di
Tizzano, di Figline, di Poggibonzi, di Vernia, di Mangona: abbattè
le famiglie dinastiche dei Cadolinghi di Capraja, degli Ubaldini di
Mugello, degli Ubertini di Gaville, dei Buondelmonti nel Valdambria:
fabbricò una terra dove potessero rifuggire quelli di Castiglion
Alberti, della badia d’Agnano, della pieve di Prisciano, di Campannoli,
di San Leolino, di Monteluci, di Cacciano, di Cornia, ville signorili
che così restavano deserte.
Più poderosi di tutti erano gli Alberti; ma essendosi divisi per
stipiti, poterono dalla città essere sottomessi a patti o a forza. Nel
1184 il conte di Capraja di quella famiglia colla moglie e i figliuoli
si dava in accomandigia alla Repubblica fiorentina, obbligandosi
consegnare ai consoli di essa una delle torri di Capraja, da custodire
o distruggere a voglia; e subito troviamo i membri di quella famiglia
rettori e consoli nella città. Ma poi guastatisi con essa, malmenavano
i passeggieri e i villani, sicchè i Fiorentini v’andarono a oste,
e distrutto il loro castello di Malborghetto, costruirono quel di
Montelupo per tenerli in freno. Invano il conte Guido Borgognone
cercò opporsi istigando a guerra i Pistojesi, cui erasi giurato
fedele (1204): vinto, dovette co’ suoi figli e cogli uomini di Capraja
prestare omaggio al Comune di Firenze, sottoponendogli quella terra,
pagando ventisei denari per ogni focolare, e promettendo far guerra a
volontà de’ consoli contro chiunque, eccetto i Lucchesi per tre anni,
e l’imperatore per sempre: i consoli di Firenze a vicenda prometteano
difenderli dai Pistojesi e da ogni altro nemico, e non diroccare il
castello di Capraja[18]. Non però quei conti stettero così ai patti,
che Firenze non fosse costretta più volte osteggiarli: certo rimasero
potenti a segno, che molti ajuti poterono dare ai Pisani per ricuperare
l’isola di Sardegna.
Nel 1273 il consiglio generale dei Trecento e lo speciale dei Novanta
approvavano si comprasse dal conte Guido Salvatico gli uomini, le
terre, i castelli di Montemurlo, di Montevarchi, Empoli, Monterappoli,
Vinci, Cerreto, Collegonzi, Musignano, Colledipietra, pagando ottomila
fiorini piccoli; la qual somma verrebbe somministrata dai Comuni
redenti a proporzione della lira, cioè dell’estimo[19].
Alcuni signori mantennero negli aviti castelli una sovranità locale,
come i Pazzi nel Valdarno, i Ricásoli nel Chianti. Una consorteria
di Longobardi o Lambardi padroneggiava la Versilia, cioè la valle di
Seravezza. Gli Ubaldini diramavansi in tanta parentela, da dominare
quasi un principato[20]. I Pulci, i Nerli, i Gangalandi, i Giandonati,
i Della Bella avevano inquartato alle loro armi quella d’Ugo di
Brandeburgo, marchese di Toscana al tempo di Ottone III, dal quale
aveano ricevuto la nobiltà; e il giorno di san Tommaso festeggiavano
nella badìa di San Settimo il nome di quel barone[21]. Altri casati
si elevarono in città pel traffico, come i Cerchi, i Mozzi, i Bardi,
i Frescobaldi, poi gli Albizzi e i Medici; e talora vennero assaliti
nelle proprie case, come i vassalli nelle rôcche.
Aggiungansi le signorie ecclesiastiche; perocchè, siccome i monaci
Santambrosiani a Milano, così gli abati di Agnano, di Montamiata, del
Trivio, di Passignano, di Monteverde erano principi sui loro beni;
massime quelli di Sant’Àntimo in val d’Orcia, cui Lodovico Pio avea
concesso quasi tutto il territorio fra l’Ombrone, l’Orcia e l’Asso,
tanto che sopra il patrimonio d’essa badìa Lotario II assegnò mille
mansi per regalo nuziale ad Adelaide. Gli abati dell’Isola presso
Staggia nel Volterrano furono baroni su tutta l’isola e sul popolo di
Borgonuovo; e Castelnuovo dell’abate, Gello dell’abate, Vico dell’abate
e tant’altri nomi consimili ricorrenti segnano villaggi nati per opera
di questi monaci toparchi.
Eguale avviamento, chi cercasse, troverebbe in tutti i Comuni della
Toscana. Montegémoli dei conti Guido si sottoponeva al monastero di
Monteverde, da cui fu ceduto a Volterra il 1208; e così Querceto
e Castelnuovo da Montagna. Nel 1221 i conti Aldobrandeschi si
accomandavano ai Sanesi, dando in pegno i castelli di Radicóndoli
e Belforte; altrettanto i signori di Montorsajo e i Cacciaconti
di Montisi, e varie famiglie nobili di Chiusdino. Agli abati di
Sant’Antimo fu tolto Montalcino, paese cominciato s’un colle vestito di
elci, e allora cinto di mura.
Siena combattè gli Scalenghi; nel 1212 comprava le appartenenze di
Asciano; fin poi dal 1151 Palteniero Forteguerra le aveva sottomesso
le sue castella, fra cui San Giovanni d’Asso. Così le si sottomisero i
Salimbeni di Belcaro, i visconti di Campagnatico ed altri. Ma Omberto
di Campagnatico verso il 1250 aggrediva sulla strada quanti erano amici
a Siena, finchè alcuni Senesi travestiti da frati s’introdussero nel
suo cassero e l’uccisero. Anche gli Ubaldini molestarono lungamente
le valli del Santerno e della Sieve: i Pannochieschi continuavano a
dominare Montemassi, che Castruccio nel 1328 fece ribellare a’ Senesi,
i quali pertanto coll’armi e la fame lo vinsero e fecero distruggere,
e tal fatto dipingere nel palazzo del concistoro da Simone Memmi.
I Salimbeni, perchè decapitato uno e imprigionati altri di loro
consorteria, nel 1374 mossero guerra al Comune di Siena, e ripresero
Montemassi: ne nacque guerra; infine si compromise la cosa nella
Signoria di Firenze, e la rôcca rifabbricata fu resa a quel Comune[22].
I castelli del Chianti furono incentivo di guerre fra Siena e Firenze,
che ivi confinano; e Montepulciano, di cui s’ignora l’origine, ma già
si trova mentovato nel 715, si collocò a devozione de’ Fiorentini,
promettendo non imporre gabelle alle merci di questi, e offrire pel san
Giovanni un cero di cinquanta libbre, e l’annuo tributo di cinquanta
marche d’argento. I Senesi ne mossero richiamo davanti un congresso
di nobili del vicinato e di rappresentanti delle città; e dall’esame
apparve che da quaranta e più anni non apparteneva al distretto di
Siena, ma era dominato da alcuni conti teutonici. Non vi s’accontentò
Siena, e più volte ritentò sommettere colle armi Montepulciano, che fu
distrutto e rifabbricato, e dopo molte vicende si accomandò a Siena,
promettendo avere gli stessi amici e nemici, non levar dazj o gabelle
sui Senesi, offrire, il giorno di Maria Assunta, un cero fiorito di
cinquanta libbre, ad ogni richiesta mandare due cittadini al parlamento
in Siena, eleggere fra i cittadini di quella il podestà e capitano col
salario di quattrocento lire ogni semestre, i quali però governassero
secondo gli statuti di Montepulciano.
Grosseto, centro della valle del basso Ombrone senese, nacque attorno
al Mille, e fu città quando Innocenzo II nel 1138 vi trasferì la sede
vescovile di Roselle, antica città etrusca, allora caduta ed esposta
alle infestazioni dei ladri. Stette a signoria degli Aldobrandeschi
di Sovana, i quali poi s’accomandarono alla Repubblica di Siena, a
cui i Grossetani stessi giurarono sommessione, e il tributo di lire
quarantotto annue e cinquanta libbre di cera; come il vescovo tributava
venticinque lire e un cero di libbre dodici. La sommessione però fu
sempre irrequieta, e più volte scossa.
Pistoja, venuta su dopo asciugati i suoi paduli nel 500, ebbe ricche
famiglie, tra cui i progenitori dei conti Guido e anche dei Cadolingi;
fu governata dal vescovo, dal conte, dal gastaldo; e dopo morta la
contessa Matilde si emancipò. I suoi statuti sono i più antichi che
si conservino: nel 1150 già aveva podestà e consiglieri, a’ quali il
cardinale Ugo, legato pontificio e discepolo di san Bernardo, scriveva
perchè cassassero l’illecito giuramento che faceano, entrando in
carica, di non far mai bene agli Spedalinghi nè in vita nè in morte.
Quel Comune sottopose i vassalli vescovili di Lamporecchio, i conti
Guido di Montemurlo, i conti di Capraja, i conti Alberti di val
Bisenzio, i popoli di Artimino e Carmignano.
Cortona componeva il suo Comune di consoli, nobiltà (_majores
milites_), capi mestieri, con un camerlingo e cancelliere: il consiglio
di credenza constava di venti nobili; il generale di cento cittadini
e artieri. Nel 1213 gli Alfieri le cedettero il castello di Poggioni,
promettendo che almeno un di loro terrebbe famiglia in città; i
Bandinucci Montemaggio, i Balducchini Castelgherardi, i Mancini
Ruffignano, i Bostoli Cignano, i Baldelli Peciana, i Venuti Cigliolo,
i Tommasi Cintoja, i Boni Fusigliano, i Cappi Ossaja, i Pancrazj
Ronzano, i Serducci Danciano, i Melli Borghetto e Malalbergo sul lago
Trasimeno, i Passerini Montalla. Sottopose pure i marchesi di Petrella,
di Pierle, di Mercatale, gli Alticozzi, i Semini, i Rodolfini, i
Vagnucci, i Camaldolesi del priorato di Sant’Egidio, facendoli entrare
in città, sicchè nel 1219 ampliò le mura a chiuder anche il sobborgo di
San Vincenzo. Amicizie e guerre avvicendò cogli Aretini, che nel 1269
sorpresala, la saccheggiarono e smantellarono, obbligandola a prender
sempre per podestà un Aretino. Alfine v’acquistarono dominio i Casati,
fatti vicarj dell’Impero fin quando la repubblica fiorentina non la
sottomise.
Ai paesani liberati le città apprestavano nuovi borghi, e se gli
amicavano colle franchigie (t. VI, p. 53, 54). Firenze univa al proprio
_contado_ tutti quelli datisi spontanei, facendoli partecipi al diritto
di cittadinanza, e dividendoli in quartieri; mentre quelli sottoposti
a forza o acquistati a denaro formavano il _distretto_, ciascuno
con patti e condizioni particolari. Comunelli, pievi, popoli aveano
stretto leghe per difendersi dalle violenze, obbligandosi a sbrattare
il proprio territorio da malfattori e banditi, tener sicure le strade,
rifare del danno chi ne soffrisse, avendo all’uopo uffiziali e spese
comuni.
Essa Firenze, venuta a libertà più tardi de’ Comuni lombardi, ebbe men
lunga lotta e più pronto sviluppo di civiltà, d’arti, di commercio;
evitò le guerre col Barbarossa, e potè far senno dell’esperienza
altrui. La postura sua e l’indole degli abitanti contribuirono a
conservarvi que’ costumi semplici e schietti, de’ quali una descrizione
ci è data dal più immaginoso poeta e fedele cronista de’ mezzi tempi,
Dante, che canta come, a’ giorni dell’atavo suo Cacciaguida, Firenze,
ancora dentro angusto ricinto, si stesse in pace sobria e pudica; non
i soverchi ornamenti femminili più che la persona stessa attiravano lo
sguardo; non faceva ancora, sin dal nascere, paura la figlia al padre,
che pensava già al tempo immaturo e alla grossa dote dei maritaggi;
Bellincion Berti[23] ed altri illustri cittadini portavano cintura di
cuojo, e stavano contenti a veste di pelle scoverta; le loro donne non
si partivano lisciate dallo specchio, ma attendendo al fuso ed alla
conocchia, vegliavano a studio della culla, consolando i bambini con
quel mozzo parlare che trastulla da prima i genitori; e traendo la
chioma alla rocca, colla famiglia ragionavano non di vanità e fole, ma
de’ Trojani, di Fiesole, di Roma.
Ai quali versi, che tutti hanno a memoria, commenta il buon Giovanni
Villani: — In quel tempo (cioè del 1250) i cittadini di Firenze viveano
sobrj e di grosse vivande e con piccole spese, e di molti costumi
grossi e rudi; e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti
portavano pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con
usatti in piedi; e le donne della comune foggia vestivano d’un grosso
verde di cambrasio per lo simile modo; ed usavano di dar dote cento
lire la comun gente, e quelle che davano alla maggioranza, ducento; e
in trecento lire era tenuta sfolgorata; e il più delle pulzelle che
andavano a marito avevano venti anni o più. E di così fatto abito
e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale
animo e tra loro fedeli». E Benvenuto da Imola: — Le fornaje allora
non portavano perle nei calzari, come ora fanno ivi ed a Genova e
Venezia..... Semplice e parco è il vitto de’ Fiorentini, ma con mirabil
mondizia e pulitezza: le genti basse vanno alle taverne, ove sentono
si mescia buon vino, senza darsi pensiero, mentre i mercanti servano
mediocrità».
Queste descrizioni, esagerate forse, ma sopra un fondo di vero,
compiremo col rammentare come, dovendo i Pisani procedere a impresa
sopra le isole Baleari, Firenze si esibì di vegliare frattanto alla
sicurezza della loro città; poi, offertole un premio, chiese due
colonne di porfido. Il fatto e il guiderdone dicono assai di quell’età.
Così Firenze cresceva in riposato vivere di cittadini, quando la
privata nimicizia di due case l’appestò colle fazioni de’ Guelfi e
Ghibellini. Buondelmonte de’ Buondelmonti, già signori di Montebuono
nel val d’Arno, avea fidanzata una figliuola di Oderigo Giantrufetti
degli Amedei (1215). Ora cavalcando egli un giorno davanti la casa
de’ Donati, Aldruda donna di questi gli fece motto, e mostrandogli
la sua figliuola, bellissima e unica ereditiera di lauto patrimonio,
gli disse: — Io l’avevo cresciuta e serbata per te». Buondelmonte ne
restò invaghito, e ruppe le nozze coll’altra. Vivo sdegno ne concepì
Oderigo, ed affiatatosi co’ parenti suoi, Uberti, Fifanti, Lamberti,
Gangalandi, deliberarono batterlo e fargli vergogna; ma Mosca de’
Lamberti proferì la mala parola: _Cosa fatta capo ha_, quasi a dire —
Freddiamolo, chè dopo il fatto si rattoppa»; e il giorno che, vestito
nobilmente di nuovo di veste bianca in su un bianco palafreno, menava
moglie, a piè del Ponte Vecchio l’uccisero. Il popolo diede addosso
agli uccisori, e ne cominciarono gravi nimicizie fra i cittadini,
ciascuno parteggiando per questo o per quello sotto il nome di Guelfi
o di Ghibellini, sicchè la città ebbe sembianza di due campi nemici.
A San Pier Scheraggio stavano le case degli Uberti, che seguiti dai
Fifanti, Infangati, Amedei, Malespini, combattevano i Bagnesi, i Pulci,
i Guidalotti, i Gherardini, i Foraboschi, i Sacchetti, i Manieri,
i Cavalcanti, d’intenzione guelfa. Al duomo attorno alla torre dei
Lancia restringeansi Barucci, Agolanti, Brunelleschi, contendendo con
Tosinghi, Agli, Sizi, Arrigucci. A porta San Pietro i Tedaldini coi
Caponsacchi, Elisei, Abati, Galigaj contrastavano i guelfi Donati,
Visdomini, Pazzi, Adimari, Della Bella, Cerchi, Ardinghi. La torre
dello Scarafaggio de’ Soldanieri in San Pancrazio spiegava la bandiera
ghibellina, sostenuta dai Lamberti, Cipriani, Toschi, Migliorelli,
Amieri, Pigli, contro Tornaquinci, Vecchietti, Bostichi. Così ne’
restanti sestieri; e anche in Borgo i Buondelmonti guerreggiavano
gli Scolari, stando con quelli i Giandonati, Gianfigliazzi, Scali,
Gualterotti, Importuni guelfi, con questi i Guidi, Galli, Capiardi,
Soldanieri; e oltr’Arno i Gangalandi, Ubriachi, Mannelli ghibellini,
guelfi i Nerli, i Frescobaldi, i Bardi, i Mozi: ed a vicenda si
cacciavano, e chiedeano alleanza nelle altre città e dai castellani di
loro amistade.
Al tempo di Federico II i Ghibellini prevalsero, e fra essi gli Uberti
(1249) impacciavano il commercio di Firenze, e invitato uno stuolo di
Tedeschi con Federico d’Antiochia figlio dell’imperatore, snidarono
dalla città i Guelfi. Nella mischia era perito Rustico Marignolli,
caporione di questa parte; e i suoi, per non lasciarlo all’insulto de’
nemici, tornarono indietro senza curar di pericolo, e portando i ceri
e la bara da una mano, dall’altra armi ferocissime, gli fecero esequie
singolari. I Ghibellini trionfanti abbatterono le torri de’ nemici,
e tentarono fin diroccare San Giovanni dove teneano loro adunanze,
li perseguirono pel contado e ne’ castelli di Capraja, Figline,
Montevarchi, e avutine alcuni prigioni, li consegnarono a Federico II,
che gli uccise, accecò o tenne carcerati.
Rimasti senza competitori, i Ghibellini istituirono in città un governo
aristocratico, tutto in aggravio della plebe e dei liberi borghesi.
Ma questi presero riscossa, e rivendicatisi da quelle estorsioni e
prepotenze, tennero parlamento in piazza Santa Croce (1250 — 20 8bre),
e formarono una confederazione col nome di _popolo_, vie più lodevoli
perchè seppero temperarsi dalle riazioni. Abolito il podestà de’
nobili, surrogaronvi un capitano che fosse «guelfo e della parte guelfa
zelante, fedele e divoto della sacrosanta Chiesa romana, e non ligio
ad alcun re, principe, signore o barone avverso a quella»; assistito da
una signoria bimensile di dodici anziani, due per sestiere; e divisero
la cittadinanza in venti gonfaloni, che costituivano altrettante
compagnie di milizia, la campagna in novantasei pivieri. Ad un cenno
del capitano e ai rintocchi della _martinella_, la milizia doveva
raccogliersi attorno al carroccio del gonfalone bianco e vermiglio, e
in tal guisa più volte corsero addosso ai grandi. Ai quali non fu tolto
se non il poter sopraffare, mozzando delle loro torri quanto sorpassava
le cinquanta braccia, e colle pietre munendo il sestiere dell’Arno per
aver la forza che francheggia la libertà: a foggia pur di fortezza
fabbricossi il palazzo del podestà, dove risedessero i membri del
Governo.
Con questa nuova forma di stato popolare, Firenze passò dieci anni
memorabili per grandi fatti. Appena la morte dell’imperatore Federico
l’alleggerì della paura, rimpatriò i Guelfi esigliati, costrinse i
nobili delle due fazioni a segnar la pace, obbligò Pistoja, Arezzo,
Siena a mutarsi dalla bandiera imperiale alla sua: battè Poggibonzi
e Volterra, le cui mura etrusche riparavano i Ghibellini; presso
Pontedera sconfisse i Pisani[24]; e in memoria di quest’_anno delle
vittorie_ coniò la nuova moneta d’oro di ventiquattro carati e d’un
ottavo d’oncia d’oro, detta il _fiorino_ perchè portava il fiore,
simbolo parlante di essa città.
Gli anni successivi continuarono le prosperità; ma i Ghibellini fecero
trama di ricuperare il sopravvento, e citati a giustificarsi, presero
le armi ed eressero barricate. Il popolo gli attaccò, alcuno uccise,
gli altri via. Guidati da Farinata degli Uberti, essi ricoverarono
a Siena; e poichè questa avea reciproco patto con Firenze di non
accogliere i profughi, le fu intimato guerra. Firenze era stata
posta all’interdetto per aver fatto sulla pubblica piazza _segar la
gorgiera_ a un Beccaria pavese abate di Vallombrosa, imputato di trame
coi fuorusciti, sicchè la guerra vestiva anche apparenze religiose;
e i Ghibellini (1258) non si fecero coscienza di chiedere tedeschi
ajuti a re Manfredi, che già era stato gridato signore di Siena. Se
ne promettevano un esercito, ed egli mandò soli cento uomini; di che
i Ghibellini stavano sconfortati: ma l’accorto Farinata disse loro: —
Basta ch’ei mandi la sua insegna, e noi la metteremo in sì fatto luogo,
che, senz’altro pregare, egli ci darà maggiori ajuti». Ubriacati, li
spinse addosso ai Guelfi, di cui fecero strage: ma questi, rannoditisi,
li sconfissero ed uccisero fin ad uno. La bandiera dell’aquila nera
in campo d’argento fu trascinata pel fango sin a Firenze, dove furono
decretate dieci lire a chiunque avesse fatto prigione un cavaliero,
metà per un fante cittadino, e tre lire se mercenario, stabilendo
simile compenso anche per l’avvenire[25].
Come Farinata avea previsto, Manfredi conobbe impegnato l’onor suo;
e spinto anche da ventimila fiorini speditigli, inviò milleottocento
cavalieri tedeschi, comandati da suo nipote Giordano d’Anglano; coi
quali e coi Senesi e i fuorusciti mise in campo ventimila uomini. Due
bugiardi frati promisero ai Fiorentini che i Guelfi senesi aprirebbero
loro la città: laonde, per quanto i prudenti sconsigliassero
dall’impigliarsi sul territorio nemico, mentre aspettando vedrebbero i
Tedeschi ben presto sparpagliati per mancanza di paghe, prevalsero gli
esagerati che codardia chiamano l’attendere l’opportunità: un cavaliero
che suggeriva questo partito, fu multato; a un altro imposto silenzio,
pena cento lire, ed esso vi s’assoggettò per parlare; raddoppiata la
multa, esso non tacque; nè quando fu portata a quattrocento lire, e
sinchè non fu minacciato della testa.
Risoluta la spedizione (1260), non vi ebbe famiglia che non mandasse
alcuno a piedi o a cavallo. Nella marcia faceano d’antiguardo gli
arcieri e balestrieri della città e del contado; seguiva la cavalleria
e il popolo di tre sestieri della città, indi la cavalleria e i
fanti degli altri; formavano il retroguardo i confederati a piedi
o a cavallo. Con loro andavano genti di Bologna, Lucca, Pistoja,
Sanminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia, Orvieto e molti
mercenarj; in tutto più di trentamila combattenti. La battaglia datasi
ne’ colli di Monteaperti (4 7bre) sull’Arbia, a sei miglia da Siena,
è de’ fatti più celebri nell’età eroica delle nostre Repubbliche. I
Senesi vi si prepararono colle divozioni, «e quasi tutta la notte la
gente attendevano a confessarsi e a fare paci l’uno coll’altro. Chi
maggiore ingiuria avea ricevuta, quello bene andava cercando il suo
nemico per baciarlo in bocca e perdonargli. In questo si consumò la
maggior parte della notte»[26]. Avviaronsi poi le schiere: e «quelle
valenti donne, che erano rimaste in Siena insieme con messere lo
vescovo e con quelli cherici, incominciarono lo venerdì mattina per
tempo una solenne processione con tutte le reliquie che erano in duomo
e in tutte le chiese di Siena. Così andavano visitando per effetto,
sempre i cherici cantando salmi divini, litanie e orazioni: le donne
tutte scalze con assai vili vestimenti andavano pregando sempre Iddio
che rimandasse chi loro padre, chi loro figliuolo, chi loro fratelli,
chi loro mariti; e tutti con grandi lacrime e pianti andavano ad
essa processione, sempre chiamando la Vergine Maria. Così andarono
tutto il venerdì, e tutto quello dì aveano digiunato. Quando venne la
sera, la processione tornò al duomo, e ivi tutti s’inginocchiarono,
e tanto stettero fermi, che fur dette le litanie con molte orazioni.
Discendendo dal poggio si fecero al piano, e ivi si fe innanzi a tutti
il franco cavaliere maestro Arrigo d’Astimbergo, e fe riverenza al
capitano e a tutti gli altri, dicendo: _Tutti quelli di casa nostra
siamo dal sacro imperio privilegiati, che in ogni battaglia che noi ci
troviamo, doviamo essere i primi servidori. Pertanto a me tocca avere
l’onore di casa nostra; e di ciò vi prego che siate contenti._ E gli fu
conceduto, come di ragione si doveva.
«Stando così la gente de’ Senesi, fu veduto per la maggior parte della
gente (fiorentina) uno mantello bianchissimo, il quale copriva tutto
il campo de’ Senesi e la città di Siena..... Alquanti diceano che loro
parea il mantello della nostra Vergine Maria, la quale guarda e difende
il popolo di Siena..... In questo essendo veduto il mantello nel campo
de’ Senesi e sopra alla città di Siena, come alluminati da Dio si
inginocchiarono in terra con lacrime invocando la Vergine gloriosa. E
tutti dicevano: _Questo è un grande miracolo; questo è per li preghi
dello nostro vescovo e de’ santi religiosi_»[27].
I Ghibellini erano in numero inferiori, ma meglio disciplinati
e concordi; e Bocca degli Abbati ed altri, loro fautori secreti,
disertarono dai Fiorentini, che ne rimasero scompigliati: la martinella
cessò di rintoccare; i primi cavalieri fuggirono e così rimasero salvi,
ma de’ pedoni forse tremila furono morti, assaissimi prigionieri; il
carroccio preso, e con grandi feste trascinato a ritroso; e sovra
un asino e colle mani al dosso un araldo che i Fiorentini, creduli
all’intelligenza, aveano spedito a domandare le porte di Siena; e il
popolo dietro gridava: — Or venite ed occupate la città, e fabbricatevi
un forte»[28]. Il vessillo di re Manfredi sventolava innanzi ai
Tedeschi, che con frondi nell’elmo inneggiavano nella lingua del lor
paese la vittoria sul nostro. Dal carroccio senese magnificamente
addobbato sventolava il gonfalone del Comune, dietro a cui i
prigionieri, satolli d’oltraggi: de’ quali non fanno parsimonia neppure
i cronisti, che raccontano come fu permesso ai privati di ricevere
il riscatto de’ prigioni, ma i magistrati vollero s’aggiungesse un
capro per testa, col sangue de’ quali s’impastò la calce per ristorare
una fontana che conservò il nome _dei Becchi_. Anche una chiesa fu
eretta a memoria e in onore di san Giorgio, con festa anniversaria; e
Margaritone dipinse per Farinata un crocifisso al modo bisantino. Molte
famiglie di Firenze sgomentate mutaronsi a Lucca, dove anche i Guelfi
di Prato, Pistoja, Volterra, San Geminiano e di altri luoghi.
Ripresa superiorità, i Ghibellini congregati ad Empoli posero
il partito di distruggere Firenze, nido degli avversarj: solo il
magnanimo Farinata dichiarò esser venuto in quella confederazione,
non per disfare la città, sì per conservarla vincitrice[29]. Siffatta
proposizione v’accenna il furore della parte ghibellina, la quale punì,
taglieggiò e riformò lo Stato a modo imperiale, levando i privilegi
plebei e le gravezze contro gli aristocratici. Il conte Guido Novello,
fatto vicario di re Manfredi in Toscana, assalì Lucca, ricovero de’
Guelfi, la quale, invano mandato ad invitare Corradino, non potè
salvarsi se non col respingere i rifuggiti, cui non rimase più luogo in
Toscana. Malgrado la vittoria di Carlo d’Angiò, Guido potè conservare
Firenze ai Ghibellini, e a due frati Gaudenti di Bologna diede incarico
di metterli in pace co’ Guelfi, nominandoli podestà con trentasei savj
(1266). Con questi, essi distribuirono le arti in dodici corporazioni,
parte dette maggiori, parte minori; e ciascuna avea consoli, capitani,
stendardo. Di qui principia il vero governo popolare; laonde ben
dice il Villani che «d’allora innanzi non vi fu niuno grande», cioè
superiore alla legge.
L’unione è sempre funesta alla tirannide; e ben presto il popolo
insorse contro il conte Guido, che stimò bene ritirarsi; e la città
si riformò a bandiera guelfa, commettendo la signoria a Carlo d’Angiò
per dieci anni. Egli combattè i Ghibellini a Poggibonzi, che resistè
quattro mesi, e pigliò molti castelli del Pisano. Il papa avea mandato
la bandiera coll’aquila vermiglia in campo bianco e sotto un serpente
verde, la quale rimase poi sempre insegna della _massa guelfa_, come
si chiamò un magistrato stabilito per amministrare i beni confiscati
ai Ghibellini contumaci a vantaggio de’ Guelfi[30]. Indipendente
dalla Signoria, essa eleggeva da sè i proprj uffizj e consigli,
faceva ordini e leggi, riceveva e spacciava lettere ad altri Stati con
proprio suggello, e vigilava che ad onori o benefizj del Comune non si
ammettesse verun Ghibellino: perciò fu di gran peso negli avvenimenti,
e sopravissuta alla libertà come amministrazione economica, restò
abolita soltanto il 1769.
Quegli avvicendamenti moltiplicavano i rancori, le confische, i
patimenti, ma insieme la vita e l’ardimento delle grandi cose. «La
città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e sterile,
che non potrebbe con tutta la fatica dare da vivere agli abitanti...
e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare altre terre
e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi avanzare
un tempo, e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo modo per
tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto il costume
delle altre nazioni... e l’uno ha fatto venire volontà all’altro,
intanto che, chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo e veduto
le strane nazioni delle genti e tornato alla patria con avere, non è
riputato da niente... ed è tanto il numero, che vanno per lo mondo in
loro giovinezza, e guadagnano e acquistano pratica e virtù e costumi
e tesoro, che tutti insieme fanno una comunità di sì grande numero
di valenti e ricchi uomini, che non ha pari al mondo»[31]. Spesso
i mercanti si trovavano soli a sostenere le pubbliche gravezze, e
prestavano denaro ai nobili per grandeggiare, alla plebe per comprarsi
derrate. Presero dunque animo non solo a voler parte nel Governo,
ma ad escludere i possessori; e fu stabilita la _signoria_ di sei
priori, obbligati a convivere in palazzo senza uscirne pe’ due mesi
che duravano; e che uniti ai consigli delle arti maggiori, eleggevano
i successori. Doveano appartenere ad un’arte, e perciò vi si faceano
immatricolare anche i nobili e le casate di messeri che aspirassero al
Governo; onde il Comune non si considerava che di artigiani e popolo.
Ai priori presiedeva un gonfaloniere; ed erano serviti da tre grandi
uffiziali forestieri, il podestà, il capitano del popolo, l’esecutore
degli ordinamenti di giustizia.
Tratto tratto i Fiorentini armavano per far prevalere la fazione
guelfa, o si mescolavano nelle controversie di Lucca, Siena, Pistoja,
Cortona, dove aveano luogo gli stessi avvicendamenti, nelle più
prevalendo la democrazia. A Siena i Nove, difensori bimensili della
comunità e del popolo, doveano essere mercanti: e così a Pistoja gli
anziani, esclusi i nobili antichi e quelli che per alcuna colpa fossero
registrati fra i nobili. Ad Arezzo s’erano ridotti i Ghibellini da
tutta Toscana, sicchè la parte nobile erasi rialzata sotto il vescovo
Guglielmo degli Ubertini. I Guelfi di Firenze vollero reprimerli,
e avendo tutta Toscana preso parte di qua o di là, scontraronsi a
Campaldino presso Bibiena (1289 — 11 giugno). Sul venire alla mischia,
solevansi designare dodici paladini, che s’avventassero come perduti
contro i nemici a capo della cavalleria, incorandola col loro esempio.
A tale impresa il fiorentino Vieri de’ Cerchi, benchè infermiccio,
nominò se stesso, poi suo figlio, indi non volle nominar altri; ma
tanto bastò perchè a furia si volesse esser del numero, e cencinquanta
domandarono d’entrare paladini.
«Il vescovo (d’Arezzo), ch’avea corta vista, domandò: _Quelle che
mura sono?_ Fugli risposto: _I palvesi dei nemici_. Messer Barone
de’ Mangiadori da Sanminiato, franco ed esperto cavaliere in fatti
d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: _Signori, le guerre di
Toscana soleansi vincere per bene assalire, e non duravano, e pochi
uomini vi moriano, chè non era in uso l’ucciderli... Ora è mutata
moda, e vinconsi per istar bene fermi: il perchè io vi consiglio che
voi siate forti, e lasciateli assalire_. E così disposono di fare. Gli
Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che
la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e
dura. Cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra.
Messer Corso Donati colla brigata de’ Pistoiesi ferì i nemici per
costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere
era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i
ventri dei cavalli colle coltella in mano, e sbudellavangli, e de’ loro
feritori trascorsono tanto che nel mezzo della schiera furono morti
molti di ciascuna parte. Molti quel dì furono vili, ch’erano stimati di
grande prodezza; e molti di cui non si parlava, furono stimati»[32].