L’Italia dopo caduti gli Hohenstaufen. I Feudatarj. Torriani e Visconti.
Abbiamo dunque veduta l’Italia andare spartita a misura delle labarde
vincitrici, fra’ capi de’ varj eserciti longobardi, franchi, tedeschi,
normanni, in quella feudalità che all’accentramento soverchio delle
società antiche surrogava un soverchio sminuzzamento, sicchè, mancata
ogni idea di nazione o di Stato, quella soltanto sopraviveva d’un
signore e d’una terra. A fianco di questa società, tutta di nobili
possessori, viene alzandosene un’altra cittadina, di artigiani, di
liberi uomini, di studiosi, e progredisce tanto da costituirsi in un
Comune, che o si associa con quello dei nobili, o gli fa contrappeso.
Ne rimaneva ancora escluso il basso popolo, e questo pure cominciò a
sentire di sè; e quantunque non avesse importanza propria, l’acquistava
coll’accostarsi ai nobili od ai Comuni, e così darvi prevalenza.
Di unità, di patria estesa non s’aveva concetto, e dire Italiani
era poco diverso dal dire oggi Europei, non avendo nè origine nè
ordinamenti comuni: le loro guerre erano funeste, non fratricide più
che quelle del Francese contro il Tedesco: la libertà rimaneva un
privilegio, giacchè se la città era de’ cittadini, l’Italia era dello
straniero, e si direbbe che i nostri preferissero essere liberi con
apparenze di servitù, che liberi di nome e servi di fatto.
Il titolo d’imperatore de’ Romani fece accettare la supremazia de’
re forestieri: ma questi, non paghi di quell’augusta sovranità sui
tanti signori scomunati, nè del patronato sui Comuni reggentisi a
popolo, aspirarono a un dominio diretto ed efficiente, quale negli
ultimi Romani. Alla pretensione posero argine i Comuni, e le due
Leghe Lombarde chiarirono come i deboli coll’unione possano resistere
ai prepotenti. La prima riuscì ad assodare repubbliche; la seconda
invece spianò il calle alle tirannidi. Dalla pace di Costanza si era
ottenuta una libertà sparpagliata, varia da città a città; ora queste
vanno raccogliendosi in grossi Stati, sovente sottomessi a un capo: da
quella pace la sovranità imperiale restava consolidata a fianco della
libertà; ora la si trasforma in tutt’altra guisa da quella che era
stata concepita al tempo di Carlo Magno e nel grande concetto della
repubblica cristiana.
Imperciocchè l’Impero altercando coi papi avea smarrita la sua impronta
di santità; altercando coi popoli cessò di sembrar tutore della libertà
de’ nuovi cittadini romani; ostinandosi nel conquistare l’Italia, non
potè raccogliere la Germania in robusta unità, ma lasciolla ridursi
ad un regno simile agli altri, ove da un lato i capi s’industriavano
a render retaggio di famiglia una dignità che per essenza era elettiva
e destinata ai migliori, dall’altro i principotti se ne disputavano i
brani, in una dipendenza sempre scemante, in una confederazione sempre
meno determinata. Discussa poi la dignità del capo durante il Grande
Interregno, rivalse in ogni dove il diritto del pugno, e la guerra di
tutti contro tutti ammaccò il glorioso scettro di Carlo Magno, e finì
coll’assicurare a un migliajo di baroni la sovranità territoriale, cioè
che ciascuno fosse indipendente con mero e misto imperio nel proprio
possesso, per quanto angusto.
Ingelositi delle eroiche famiglie che aveano dato una serie di grandi
imperatori, i Tedeschi andarono a cercarne uno nei cinquanta conti
tra cui si era spartita l’Elvezia. Un Rodolfo, conte di Habsburg
nell’Argovia, aveva menato in Italia una banda d’uomini di Uri, Schwitz
e Unterwald, coi quali mettevasi a stipendio di chi bisognasse di
braccia: servì Federico II (1240) all’assedio di Faenza, poi accettò
soldo da’ Fiorentini: chiuso in Bologna, tolse a prestito alquante lire
per tornare in patria, lasciando statichi dodici Tedeschi, studenti
su quella università[1]. Scomunicato per aver arso un monastero di
Basilea, ne fece ammenda, e trovando una volta un curato che, portando
il santo viatico, dovea guadar un torrente, gli cedette la propria
montura, nè più volle restituisse il cavallo che avea sostenuto il
Signore del mondo. L’arcivescovo di Magonza viaggiando a Roma, si
fece da lui scortare per le vie mal sicure: e quando si trattava di
eleggere un imperatore (1273), si risovvenne di Rodolfo e lo propose: —
È signore di poco Stato, perciò non potrà soperchiare; è vedovo e con
molta figliolanza, perciò gli elettori potranno seco imparentarsi».
Ebbe in fatto i voti; alla coronazione mancando lo scettro, egli
impugnò una croce, e — Ben ne terrà vece questo segno che salvò il
mondo».
Conosceva il suo tempo costui. Professandosi affatto tedesco, in altra
lingua non volea parlare, nè in altra dettar le leggi; rattoppava
egli stesso la propria casacca; mangiava rape nel campo; e tal fama
godea di onestà, che lo chiamavano la legge vivente. Ben presto diede
a conoscere di voler rispettata la corona. Vinto il suo competitore
Ottocaro II re di Boemia, che avea occupato pure i paesi tra il Danubio
e l’Italia, del ducato d’Austria a lui tolto investì il proprio
figliuolo Alberto (1282), mettendo le basi alla grandezza di sua
famiglia, alla quale trovò modo d’infeudar la Carintia, la marca dei
Vendi e Pordenone, cioè una delle porte d’Italia.
Rodolfo non riceveva un’avita tradizione di risse e puntigli coi papi,
nè, come gli Ottoni e i Federichi, smaniava per la civiltà romana
risorgente in Italia; vedea di dover assicurare il primato in Germania,
anzichè pericolosamente disputarlo in questa Italia, ch’egli paragonava
alla caverna del leone infermo, dove la volpe vedeva tutte le pedate
dirette in dentro, nessuna di ritorno. Non pensò dunque mai a venire
per la corona, pago d’intitolarsi re dei Romani, e confermò ai papi
quanto pretendeano (t. VI, p. 505), i quali così furono assodati nel
temporale dominio, ed ebbero resa l’Italia indipendente dai Tedeschi,
ponendovi anche un robusto contrappeso nella dominazione meridionale
degli Angioini. Per sessant’anni i paesi della Lega Lombarda non
sentirono calcagno d’imperatori, che, cessato d’essere conquistatori,
e perdendo l’influenza esterna perchè in paese mancavano di quiete,
negligevano il _giardin dell’Impero_, come Dante se ne lagnava[2];
nè fino ai miseri tempi di Carlo V non pensarono mai seriamente a far
conquiste di qua dai monti. Rodolfo, poco geloso di diritti nominali
in paese forestiero, vendeva privilegi e libertà a qualunque città
avesse denaro da comperarli; a Lucca per dodicimila scudi; per metà
tanti a Genova, Bologna, Firenze: bella opportunità di legalizzare e
consolidare le libere costituzioni.
Queste erano nate, non dirò dal fondersi, ma dallo accostarsi degli
elementi indigeni con quelli della conquista, e sviluppate col
sottrarre la giurisdizione dai conti e dai vescovi, poi difenderla
contro delle armi tedesche e delle indigene ambizioni. Costretti a
trionfare d’un potere guerresco, por freno ad un’autorità illimitata,
restringere le immunità del clero e i privilegi dei nobili, sbalzare
antiche famiglie dai possessi o dai dominj, emancipare gli schiavi,
costruire l’edifizio nuovo con rovine impastate di sangue, i Comuni
doveano di necessità passare per le tempeste, che sgomentano le anime
paurose, ma che offrono nobile spettacolo a chi nella storia ama vedere
gli uomini in contingenze che agitano il loro spirito, esaltano le loro
passioni.
Chi scorresse il bel paese, lo trovava diviso in una infinità di Comuni
erettisi in repubblica, e frammezzati da signorie militari. Quasi
guardiano, il conte di Savoja teneva i due pendii dell’alpi Cozie e
Graje, al meridionale de’ quali si appoggiavano i marchesi di Saluzzo e
del Monferrato. Piemonte si diceva propriamente il paese fra le Alpi,
il Sangone e il Po, cui terra principale Pinerolo. Sulla sinistra del
Po Torino, già suddita de’ proprj vescovi, che nel 1169 ebbero dal
Barbarossa l’immunità pel circuito d’un miglio[3], era superata ancora
per traffici e attività da Chieri, per potenza da Ivrea ed Asti[4].
Vercelli dominava la destra della Sesia[5]; tra il qual fiume, il
Ticino e l’Alpi che chinano al lago Maggiore prosperava il Novarese.
Nelle pingui pianure fra il Ticino, l’Adda e il lago Maggiore, Milano
primeggiava tra altre città minori eppure indipendenti, quali Como
che dominava la maggior parte del suo lago e di quel di Lugano, e
addentrava nelle valli di Chiavenna fino alla Spluga, della Leventina
fin al Sangotardo, della Valtellina fin allo Stelvio; Lodi, rinnovatasi
in riva all’Adda inferiore; Crema sul basso Serio; Pavia che dal Ticino
si allargava oltre il Po, fra i dominj di Vercelli, Novara, Tortona
e il Monferrato; Bergamo, donna delle romantiche valli da cui colano
l’Imagna, l’Oglio, il Serio, il Brembo; Brescia, estesa dall’Oglio fin
ad Asola e al lago di Garda, in pericoloso contatto colla ghibellina
Cremona, che estendevasi da Cassano a Guastalla, da Mozzànica a
Bòzzolo, sull’isola Fulcheria, sullo Stato Pelavicino fra Parma e
Piacenza, possedendo trecento ville e parrocchie.
Di là del Po, Alessandria, al confluente della Bormida e del Tànaro,
rammentava sempre le proprie origini; sulla Scrivia fioriva Tortona;
sulle due rive del Mincio e del Po da Asola fin alla Mirandola sanavasi
per via di argini e di colmate il territorio di Mantova, allora più
bella che forte. Verona fu sempre tenuta in gran conto dai dominatori
forestieri, perchè signoriando dal territorio di Roveredo fin nel
Polesine di Rovigo, schiudeva i passi dalle gole Trentine fino alla
pianura circumpadana. Allo sbocco delle valli Alpine e tra l’Adige,
il Piave, il Tagliamento[6] cresceano Bassano, Treviso, Vicenza,
Padova: a Udine il patriarca, signore del Friuli e dell’Istria, colla
sua potenza, non seconda che al papa, aveva impedito si formassero i
Comuni, stabilendo invece una feudalità ecclesiastica con parlamento,
cioè riunendo le forze sociali che altrove restavano spicciolate.
L’antica Gallia Cispadana, fra il Po, gli Appennini, la Trebbia e il
Reno, era divisa tra Piacenza sulla Trebbia, Parma, Reggio, Modena
che si spingeva fin presso al piccol Reno. A Ferrara si aggregava
gran parte de’ paesi abbracciati dai varj rami pei quali il gran
fiume pigramente scende all’Adriatico. Tante città, e l’una accosto
all’altra! eppure all’aura della legale e consentita libertà seppero
compiere imprese, cui appena basterebbero estesi principati.
Dappertutto, ma singolarmente ne’ territorj montuosi, eransi conservati
o sorti castellani, signori assoluti ciascuno nella propria terra, e
amici, nemici, alleati fra loro o colle città vicine come con Stati
indipendenti. A piè dell’alpi Cozie prepoteano i Saluzzo, i Masino,
i Balbo in mezzo alle repubbliche d’Asti e di Chieri, e una serie di
castellotti annidava i signori della val d’Aosta. Nelle Retiche, a
Trento sedeva un duca longobardo, che dominava a settentrione fin a
Mezzolombardo, segnando il confine germanico Mezzotedesco che gli sta
a fronte; a mezzogiorno abbracciava la val Lagarina, ma val Sugana
restava annessa al distretto di Feltre. Sotto i Carolingi or formò
contado distinto, or parve unito a Verona: ma gl’imperatori alemanni
procurarono toglierlo all’Italia, investendone i vescovi, e unendone
così le sorti a quelle di Bolzano, sede d’un _graf_ tedesco. I vescovi
ebbero dipendenti ma spesso contumaci i conti del castello Tirolo,
che poi diede nome a tutto il paese: e dopo che Federico II mandò a
tiranneggiar Trento il podestà Lazzaro da Lucca e l’odiato Rodegerio
da Tito, il vescovo Engone sollevò le giudicarie, e lunga guerra ne
seguì tra i guelfi di Lizzana, Madruzzo, Vigolo, Brenta, e i ghibellini
d’Arco, Pergine, Campo, Levico: Trento era sbranata fra i partiti,
e ne ingrandirono i conti di Tirolo, imparentati cogli Svevi e cogli
Absburghesi, i quali infine ne divennero signori[7].
Essi conti, che dominarono la Rezia e la val Venosta, capitanavano
i piccoli dinasti della val d’Adige contro i conti d’Eppan; ai quali
poi prevalsero i conti di Gorizia, che molti secoli padroneggiarono le
valli dell’Inn e dell’Eisack e il Tirolo settentrionale. Gli Andecks
di Merano, segnalati nelle crociate e nelle guerre degli imperatori in
Italia, fondarono Innspruck, furono duchi di Croazia e di Dalmazia, e
terminarono nel 1248. I Castelbarco, che pretendeano derivare dai re di
Boemia, tennero colla Lega Lombarda contro i vescovi di Trento, finchè
questi si pacificarono con Verona, e investirono a quella famiglia
Castel Pratalia e Castel Barco; la quale poi, parteggiando or cogli
oltramontani ora coi Milanesi e i Veneti, crebbe a insigne grandezza.
Gli emulavano i conti d’Arco, che vantavansi stirpe di re Desiderio,
e che possedettero Penede, Drena, Restoro, Spineto, Castellino, quasi
a riva del lago di Garda. Vassalli del principe vescovo di Trento, da
Federico II ebbero il mero e misto imperio; privilegio anteriore ad
ogn’altro di famiglie tirolesi, non esclusa la absburgese. Eppure si
avversarono all’imperatore, e come il resto del Tirolo italiano ebbero
a soffrire dall’invasione di Ezelino: più tardi contesero coi signori
di Madruzzo e coi Sejani di Lodrone pei possessi delle giudicarie
interiori e di gran parte delle esteriori. Anche i signori di Lodrone
riportano fin al XII secolo i dominj che li posero tra i grandi
feudatarj del vescovado di Trento sin al perire de’ governi dinastici.
Al varco delle alpi Carniche i Porcia, i Brugnera, i signori di Prata,
di Valvassone, di Spilimbergo divideansi col patriarca d’Aquileja
il dominio del Friuli. Fra i deliziosi laghi di Como e di Lugano i
Rusca estesero talvolta il dominio fin oltre il Montecenere ed alla
robusta Bellinzona, dove incontravano i signori di Sax, padroni della
retica valle Mesolcina. La consorteria dei Visconti, suddivisa in più
rami, muniva di rôcche le due sponde del lago Maggiore. I Venosta, i
Lavizzari, gli Avvocati, i Capitanei, i Quadrio di Valtellina erano
spesso alle prese coi Lambertenghi, i Vitani, i Castelli, i Malagrida
del Lario, e coi Torriani della Valsàssina, e coi Càrcano, i Vimercati,
i Mandelli, i Pirovano, i Giussani, i Perego, i Parravicini, i Sirtori,
gli Annoni, i Sacchi, i Riboldi, ed altri capitanei della Brianza.
Nelle deliziose pendici vergenti al lago d’Iseo primeggiavano i Calepj,
i Suardi, i Calini, i Martinengo, i Fenaroli: nel Pavese i Langoschi,
i Gambarana, i Lomellini, i Beccaria: nel Lodigiano i Vignati, i
Vestarini, gli Averganghi, i Sommariva: sul Milanese gli Airoldi, i
Medici, i Crivelli, i Meiosi, i Pusterla, i Bianchi, i D’Adda, i Litta,
gli Oldradi, gli Arconati, i Bossi, i Castiglioni ed altri signori
delle castellanze varesine: in quel di Parma i Rossi verso l’Appennino;
in quel di Piacenza i Pelavicini, i Landi, gli Anguissola, gli Scotti;
sul Reggiano i Correggio, i Pico, i Fogliani, i Carpineti; sul Modenese
i Montecuccoli; sul Mantovano i Bonacolsa e i Gonzaga; nel Cremonese i
Pelavicini, i Barbò e i Secchi, che s’imparentarono fin cogl’imperiali
Comneno; nel Padovano gli Estensi e i Carrara; nel Vicentino e nella
Marca Trevisana i Collalto, i Camino, i da Romano, i Camposampiero; nel
Veronese i Montecchi, gli Scaligeri, i Sanbonifazio.
Ai due corni di questa che chiameremmo Italia continentale,
sviluppavano una libertà d’origine più antica e differente Genova e
Venezia. Questa saviamente non erasi ancora dilatata sul continente
italiano; e attenta al mare, oltre le estesissime colonie di Levante,
aveva sottomesse Capodistria, Pola e le altre città di quella costa, e
in Dalmazia Salona, Sebenico, Spàlatro, Narenta, finchè gli Ungheresi
non gliele tolsero, eccetto Zara: e semicerchiava l’Adriatico, fin
a pretenderne il dominio esclusivo. Genova teneva alta signoria
sulla riviera a levante e a ponente del suo golfo, e su porzione
della Corsica e della Sardegna: ma sulla costa e fra le balze della
Liguria avevano conservato giurisdizioni feudali i Doria, gli Spínola,
i Fieschi, i Grimaldi, gli Usodimare, i Zaccarìa; i marchesi del
Carretto o del Finale prestavano omaggio all’Impero. Di là procedendo
sulla riviera di Levante negli Appennini occorrevano le signorie dei
Malaspina, poi fra le montagne lucchesi i Porcari, nella Versilia
i nobili di Corvaja e Valecchia, nel Pisano i Segalari e quei della
Gherardesca.
Lucca sulle due rive del Serchio e della Lima contendeva da libera
con Pisa, la quale dominava il litorale toscano, le vicine isole
Montecristo e Gorgona, fin dal VI secolo popolate da monaci Basiliani
venuti d’Oriente, e quelle di Giglio, Elba, Pianosa e porzione della
Sardegna; e cencinquantamila abitanti potea mantenere col prospero
commercio. Ma a scapito di essa cresceva Firenze, il cui dominio
si stendeva dalle alture che separano l’Elsa dall’Era affluenti
dell’Arno, sin alla pendice degli Appennini in Romagna, e dalla valle
superiore del Reno sin a mezzogiorno di Colle. Da colle a Montepulciano
signoreggiava Siena, e fra le tre era chiuso il territorio di
Volterra; paesi che, non ancora diffamati dalla mal’aria, fiorivano di
agricoltura, di popoli, di castelli. E Siena e Arezzo a greco di essa,
e Pistoja a maestro di Firenze, vedremo poc’a poco da questa ridursi
alleate, poi suddite; infine Pisa stessa.
Molti castellani aveva accomunati Firenze; pure gli Uberti e i Pazzi
fra le gibbosità del Valdarno superiore «non cessarono di fare contro
al Comune di Firenze» (COPPO STEFANI); gli Ubaldini dominavano il
Mugello; ad occidente i Certaldi e i Capraja; nel Sienese gli Ardenghi
a ponente, gli Scalenghi a levante, i Giulieschi a settentrione;
negli Appennini fra la Toscana e Bologna gli Ubaldini, gli Ubertini,
i Tarlati; i Cadolinghi a Fucecchio, nella Maremma i Pannochieschi,
in val di Cornia gli Orlandi, in val di Fiora gli Aldobrandeschi.
I moltissimi rami de’ conti Guido conservavano possessi in tutte
le contrade di Toscana, ma specialmente nelle montagne di Pistoja
e d’Arezzo, e i castelli d’Elci, di Gavornano, di Monterotondo ed
altri nella maremma; altri a Spoleto e nella Romagna: sicchè questi
e i tanti castellani fra cui era spicciolata la Garfagnana, tenevano
circonvallate le repubbliche toscane; ma discosti dalle città, non
pensavano o non riuscivano a formarvi partiti e ottenere preponderanza
(Cap. XCV).
La Chiesa principava sulla Romagna, sulle marche d’Ancona e Spoleto,
l’Etruria meridionale, la Sabina, il Lazio fin a Terracina e Fondi.
Incontaminate le più da dominazione di Barbari, quelle regioni aveano
molto conservato degli antichi ordini municipali, di maniera che
ogni villaggio pretendeva l’autocrazia. Le città di diretto dominio
pontifizio eleggevano i proprj magistrati, che esercitavano la
giurisdizione civile e la criminale, quando fossero approvati dal papa
e gli avessero giurato fedeltà; il qual giuramento prestavasi pure
dai cittadini ogni dieci anni. Al papa rendevansi i consueti servizj
feudali dai vassalli e le regalie; e ogni Comune gli tributava a
proporzione delle teste, eccettuandone gli ecclesiastici, i militi,
i giudici, gli avvocati, i notaj, e quelli che non avessero alcuna
proprietà tassabile. Sotto Innocenzo III questa imposta gravava di
nove denari ogni fumante; ma spesso i Comuni la traduceano in una
contribuzione fissa[8]. Il conte di Romagna era nominato dal papa, e
dipendente dal legato; ma ciò non impediva che vi crescessero i Comuni.
Però molti signori, sciorinando bandiera imperiale, si erano sottratti
alla santa Sede, e fatti tiranni delle città; altri derivavano
dall’indigena nobiltà romana o ravennate, o dalle capitanerie
forestiere, o da parentela coi papi. Così tiranneggiavano a Bologna i
Pèpoli e i Bentivoglio, a Ravenna e Cervia i Polenta, a Rimini e Cesena
i Malatesta, a Fermo i Migliorati, ad Urbino i Montefeltro, a Camerino
i Varano, ad Imola i Manfredi e gli Alidosi, a Foligno i Trinci, a
Forlì gli Ordelaffi.
Sebbene dunque, per la cessione di Rodolfo imperatore, i diritti
maestatici cessassero d’esservi divisi fra i papi e gl’imperatori o i
loro vicarj e conti, pure la pontifizia riducevasi a poco meglio di una
primazia di dignità, la quale di poco restringeva sia le repubbliche
sia le signorie comprese in quel tratto; e continuavano a condursi
come indipendenti, talvolta anche nemiche alla santa Sede, senza legame
tra loro, nè differendo dall’altre d’Italia se non pel partecipare che
faceano alle vicende della Chiesa.
Alcune famiglie tenevansi ritte in faccia al papa, come i Colonna
ad occidente di Preneste, gli Orsini tra le montagne a mattina del
Teverone, i Savelli nell’antico Lazio verso Monte Albano, i Frangipani
dalla parte di Anzio a settentrione delle paludi Pontine, i Farnesi
ad occidente del lago di Bolsena, gli Aldobrandini a scirocco della
Toscana. Che più? in Roma stessa il Governo e il suo capo trovavansi
aggirati e sovversi dalle prevalenti famiglie dei Colonna, Orsini,
Savelli; e il trionfare de’ Guelfi o dei Ghibellini nel resto d’Italia
aumentava o diminuiva la potenza dei papi, costretti sovente a cercarsi
appoggio coll’eleggere a senatori i re che venissero in Italia, od
altri caporioni; amici pericolosi. E quantunque Innocenzo III avesse
tratta al pontefice la conferma del senatore, e Nicola III stanziasse
non poter quello essere uno straniero o un potente, nè sedere oltre
un anno, pure dovettero spesso ritirarsi fuori di Roma, e massime a
Viterbo od Orvieto.
Fra l’altre repubbliche segnalavasi Bologna, ricca e ingloriata dal suo
studio. Ivi i consoli de’ mercanti sin da principio aveano entrata nel
grande e nel piccolo consiglio; poi le arti e i mestieri v’ottennero
rappresentanza nel 1228, quando pretesero, non solo esser partecipi al
governo, ma indipendenti, e che dei loro interessi decidessero capi
proprj, escludendo gli altri membri del consiglio. I macellaj a viva
forza fecero passare questo partito; onde la repubblica si compose di
due stati, il Comune e le arti, con suggello e assemblee distinte.
Il podestà della prima e il capitano delle altre venivano perciò a
continui conflitti, sinchè le arti prevalse istituirono un gonfaloniere
di giustizia che durava un mese, e doveva eleggersi per turno da
ciascun’arte, con due aggiunti dei mestieri ed uno del Comune, cioè
della nobiltà.
Bologna avea ridotte a sua giurisdizione Imola, Cervia, Faenza,
Forlì, Forlimpopoli, Bagnacavallo, mandando i suoi podestà alla più
parte della Romagna; disputava a Modena i castelli del Frignano, e
dal podestà facea giurare di recuperare il territorio fino al Panàro,
concessole (asseriva) dall’imperatore Teodosio II.
Quant’è da Ascoli sul Tronto e da Terracina sul golfo di Gaeta
fin all’estremità d’Italia formava il regno di Napoli, eccettuato
Benevento, che alla venuta degli Angioini era tornato ai papi. Le
provincie in cui era diviso, derivavano dai gastaldiati e contadi
introdotti da Longobardi, detti poi _giustizierati_ dai Normanni, sotto
dei quali pare cominciassero anche le nuove denominazioni di Terra di
Lavoro, che è quella fra il Silaro, il Garigliano, l’Appennino e il
mar Tirreno; di Principato citra e ultra, detto così da che il duca
di Benevento prese il titolo di principe sull’antico Piceno di qua e
sul Sannio di là dell’Appennino; di Basilicata, nome di greca origine,
come la Capitanata dai Catapan; di Calabria citra e ultra, al paese
che dall’Appennino scende al mar Jonio presso Strómboli, e al Tirreno
presso al golfo Ipponiate; di Terra di Bari, già Puglia Peucezia; e
d’Otranto, già Japigia, all’estremità d’una delle code dell’Appennino;
di contado di Molise; dei due Abruzzi, di qua e di là del fiume
Pescàra.
La feudalità, seminatavi dai Normanni, radicata dagli Svevi, non si
spense sotto gli Angioini, e i baroni ebbero sempre grand’entratura
nel reggimento del paese. Principali erano i Sanseverino, che tenevano
la miglior parte della Basilicata, Amalfi col ducato suo, le contee di
Sanseverino e di Marsico nel Principato, di Bassignano in Calabria, di
Matera nella provincia di Taranto; i Pipino, che dominavano su largo
tratto della Capitanata e sul montuoso del principato di Bari; i Balzi
nelle regioni occidentali del principato di Taranto, e nelle orientali
della Basilicata; i Ruffo sulla falda a greco del Bruzio; i Cantelmi
sul piovente occidentale dell’Appennino dal lago Fúcino a Venafro.
Negli Abruzzi i contadi di Tagliacozzo e Manupella erano investiti agli
Orsini di Roma, conti anche di Nola, principi di Salerno, e che poi
successero ai Sanseverino, ai Ruffo, ai Balzi; sulla costa gli Aquaviva
tenevano il contado d’Atria, gli Avalos il marchesato di Pescara;
nell’interno i Gambalesa comandavano alla contea di Montorio, i Savelli
a quella di Celano: in Terra di Lavoro i Gaetani al contado di Fondi,
i Marsano al ducato di Sessa: nel Principato i Tôcco al contado di
Marino, i Sanframondo a quel di Cerreto, i Sovrano a quel d’Aviano: in
Calabria gli Origlia a quel di Nicastro, i Caraccioli a quel di Gerace,
e così via.
Altrettante suddivisioni si novererebbero nei tre valli di Sicilia:
ma sembra che la popolazione ivi stesse ristretta in grosse città e
borgate, giacchè, mentre la sola Capitanata contava cencinquanta paesi,
altrettanti appena ne sono attribuiti all’intera isola in un diploma
del 1276[9].
Nelle repubbliche ai feudi era stata tolta la politica importanza,
restringendoli ad una forma privilegiata di possesso: ma nel Piemonte
e nelle Sicilie conservarono il mero e misto imperio, e lo attestavano
colle forche erette davanti ai castelli, nell’elevatezza delle quali si
pose tale emulazione che la legge dovette moderarla.
Il titolo di marchese non ebbe fra noi significazione dinastica come in
Germania, ma indicò nobili aventi diritti di conte sopra dominj proprj,
a differenza dei conti ch’erano funzionarj del re o dei vescovi. Di
marchese e conte di Milano è dato il titolo ad Azzo d’Este nel 1097;
e Federico I lo rinnovò ad Obizzo suo nipote il 1184, aggiungendovi
la marca di Genova[10]: il che (essendo già libere quelle città)
equivaleva a costituirnelo vicario per sostenervi i diritti imperiali.
Obizzo stesso era vassallo del vescovo di Genova; vassallo d’essa città
era suo figlio Moruello; e confederati coi signori di Lunigiana, coi
conti di Lavagna, con altri.
Principali avversarj agli Estensi erano gli Ezelini, de’ quali vedemmo
le origini, e come si facessero primarj rinfianchi alla dominazione
di Federico II (t. VI, p. 440). Col titolo di vicario di questo,
Ezelino IV consideravasi signore indipendente nel Padovano, Trevisano e
Bassanese; strozzava ogni voce che s’elevasse contro al suo sanguinario
dominio; facea colpe di morte non solo l’antichità della stirpe,
l’opulenza, il valore, la chierica, ma persino la pietà e la bellezza,
e tutto ciò che rendesse un uomo riverito e perciò temuto. Entro
orribili carceri a Padova lasciava morire e imputridire i suoi nemici,
o ne li traeva perchè, a schiere mandati al capestro, insegnassero ad
obbedire.
Uscite vane le ripetute ammonizioni, il pontefice Alessandro IV
intimò una crociata (1256) in nome di Dio contro questo nemico degli
uomini. Gran gente vi accorse; frati d’ogni colore gridavano all’armi;
Giovanni da Schio, l’apostolo della pace, uscito dall’oscurità
dov’era ricaduto dopo lo spettacoloso ma effimero trionfo di Paquara,
ricomparve a capo degli armati, che le città guelfe, spalleggiate da
Venezia, mandavano col titolo di Crociati, e preceduti dal vessillo
romano. Essi a forza ritolsero Padova ad Ezelino, gli ribellarono
altre città: ma il tiranno sbuffando vendetta, con truppe saracine e
tedesche, sostegno predisposto d’ogni tirannia, ricuperò Padova, e la
corse a viva chi vince: doppia ruina dell’insigne città. Alleato col
fratello Alberico signore di Treviso, con Buoso da Dovara cremonese,
e col marchese Oberto Pelavicino, egli trovavasi sotto mano tutte le
forze dei Ghibellini di Lombardia, e di conserva presero e guastarono
Brescia, nodo de’ Guelfi. Ma ad Ezelino non bastava la signoria divisa,
e mentre adoprava il valore contro i nemici, tesseva artifizj per
iscemare il potere del marchese e del Dovara; e quando essi credeano
avere stabilito un triumvirato, egli si pianta despoto di Brescia,
donde corre a recuperare un dopo uno i castelli toltigli dai Crociati,
sbranandoli col fuoco, col sacco, col macello.
Sempre invalse che dell’alta Italia non potesse considerarsi padrone
chi non tenesse Milano, la quale estendeva il dominio sopra alcune
città vicine, l’influenza su tutte. La lunga guerra coi Federichi ne
aveva esauste le finanze. Tentò risanguarle Beno de’ Gozzadini (1256)
bolognese, che chiamato podestà, gravò di nuove imposte l’estimo per
ispegnere un prestito ch’erasi fatto in bisogno di guerre: e vi arrivò;
ma poi suggerì di prolungare quella imposta onde finire il Naviglio
che traeva fin a Milano le acque del Ticino. La plebe, grata a chi la
liscia più che a chi la giova, sorse a furore, e trucidatolo, il buttò
in quel canale che forma la ricchezza del Milanese e la gloria di lui.
Memore di Federico Barbarossa, Milano tenevasi corifea della parte
guelfa: alla ghibellina invece propendevano i castellani del vicinato;
di che s’invelenivano le ire fra nobili e plebei, e riotte intestine,
e alterni scacciamenti e disastri della città e della campagna, e
trascuranza del pubblico bene. E già potea dirsi sciolto il Comune,
poichè i varj ordini dello Stato ne formavano altrettanti, con governo
distinto, e due o tre podestà, e consoli opposti a consoli, assemblee
ad assemblee, impaccio ad ogni buona provvisione.
Accennammo come vi allignassero gli eretici Patarini, alcuni de’ quali
fecero ammazzare frà Pietro da Verona inquisitore (t. VI, p. 351).
Il Carino, uccisore di lui, fu côlto e messo in mano del podestà; ma
presto fuggì: e il vulgo, credendo connivente il podestà, prese questo,
e ne saccheggiò il palazzo; impedì ai nobili di dare la signoria a
Leon da Perego arcivescovo, e domandò che anche plebei potessero esser
canonici della metropolitana, privilegio delle maggiori famiglie, per
modo che l’arcivescovo da loro eletto era sempre dei primi patrizj.
Sostenuti da questo, dai proprj vassalli e dipendenti, e dall’uso delle
armi, i nobili sormontavano la _motta_ popolare, sino a voler ridestare
un’antica legge de’ tempi feudali, per cui potessero dell’uccisione
d’un plebeo riscattarsi per sette lire e dodici soldi di terzuoli
(lire 114). Un popolano, scontrato il nobile Guglielmo da Landriano,
lo sollecita a pagargli un antico debito, e questi l’uccide: il popolo
insorge a furia, respinge i nobili, che con Leon da Perego alla testa
ricovrano ne’ castelli del contado del Seprio, donde, alleati con
Novaresi e Comaschi, poteano recidere il commercio e i viveri alla
città.
La plebe vedevasi costretta o a stipendiare qualche capitano forestiero
che la proteggesse anche coll’armi, o a cercare fra’ castellani un
capo cui l’aura popolare piacesse più che l’arroganza patrizia. Quando
i Milanesi ritiravansi in rotta da Cortenova (1257) abbandonando il
carroccio a Federico II, furono raccolti e pasciuti da Pagano della
Torre, signore della Valsassina, il quale perciò era divenuto idolo
dei popolani, ch’egli sosteneva a spada tratta, fosse virtù o quella
affettazione di generosità con cui i nobili demagoghi velano spesso
l’egoismo. Fatto è che il popolo, volendo un magistrato proprio che lo
schermisse dalla prepotenza de’ nobili, elesse lui a capitano (1242),
finchè si calmarono le ire. Scoppiate di nuovo, fu sortito a quel
grado il suo discendente Martino (1257), il quale represse i nobili,
diè mano a riformare gli ordini sottraendo le maestranze dal dipendere
dall’arcivescovo, e così montò in istato di vero signore. Tolto a
stipendio il marchese Manfredi Lancia con mille cavalli, trasse fuori
il carroccio, e cominciava la guerra civile contro i nobili fuorusciti;
se non che persone prudenti rabbonacciarono, e condussero la _pace di
Sant’Ambrogio_.
In essa da una parte i nobili e valvassori, dall’altra la motta,
credenza e popolo, stabilirono che ogni singolar lite, causa, discordia
e controversia tra le parti avessero a ridursi a pace perpetua:
ogni ingiuria si rimettesse, eccetto se alcuno fosse ingiustamente
possessore di qualche bene: gli elettori, il consiglio, il Governo,
i consoli del Comune o della giustizia, e tutti gli altri uffiziali
ordinarj e straordinarj, emendatori dello statuto, ambasciadori, metà
dovessero essere del Comune, e metà di valvassori e capitanei: tre
trombetti per il popolo potessero eleggere gli altri tre per la parte
de’ capitanei: tutti gli sbanditi a titolo di Stato fossero riammessi,
e i beni mobili ed immobili restituiti a loro od agli eredi. Seguivano
concessioni e convenzioni speciali per gli abitanti di Como, di Varese,
di Cantù, d’Angera e pei capitanei d’Arsago: e per riparare i danni
fatti, il podestà spenderebbe ogni anno in granaglia lire seimila del
Comune di Milano; e i Comuni, borghi, luoghi e cascine consegnerebbero
le biade a Milano, secondo il consueto: ciaschedun cittadino fosse
obbligato far condurre a Milano due moggia di mistura per ogni
centinajo di libbre del valsente suo, e chiunque non fosse in estimo
potesse condurre ed estrarre grani da Milano: in tempo di carestia
si potesse cercarne anche ne’ solaj degli ecclesiastici, e quel che
sovrabbondava al viver loro, tradurlo a Milano. Si tenessero riparate
le strade; non si riscotessero dazj o gabelle più dell’usato; i pretori
farebbero soddisfare all’offeso delle ruberie sofferte intorno a
Milano a quattro miglia. Martin della Torre e suoi agnati, e tutti
i capitanei e valvassori collegati col popolo, potessero a volontà
ritornare alla parte de’ capitanei e valvassori, senz’altro carico che
di pagare i foderi passati e presenti. I castelli di singole persone
non fossero molestati dal Comune, se non per decreto del consiglio. Ne’
borghi e nelle ville le persone maggiori di vent’anni avessero facoltà
di eleggere il proprio rettore per un anno quando non fossero per
consuetudine sottoposti al podestà di Milano[11].
Particolareggiammo questa famosa pace per mostrare come la politica
non fosse la predominante nelle transazioni d’allora, e sempre vi si
mescolassero ordinamenti civili ed economici, che poi si registravano
negli statuti. Sanciva essa l’eguaglianza civile fra nobili e plebei,
e intitolavasi perpetua: ma non seppero nè le famiglie chetarvisi, nè
i popolani usarne con dignità; e ben presto ecco i nobili costretti
a fuoruscire di nuovo, e cercare ajuto da Como, ove la loro parte
prevaleva: più volte vennero alle prese con avvicendata fortuna, e
Filippo arcivescovo di Ravenna legato pontifizio, accorso a pacare,
mandò in esiglio il Torriano e Guglielmo da Soresina, l’uno capo de’
popolani, l’altro de’ nobili. Ma quegli tornò, e prevalse: i nobili,
perduta la patria, accolsero il furioso partito di darla ad Ezelino.
Secondo la segreta pratica tenuta con loro, costui mosse in fatti
alla sorda da Brescia per sorprendere Milano, e già varcata l’Adda,
difilavasi battendo per Monza e Vimercato sopra la metropoli della
Lombardia, quando Martino, avutone spia, radunò a stormo l’esercito
plebeo, e gli girò alle spalle, sollevando i popoli. Onde non vedersi
intercetta la ritirata, Ezelino diè volta verso l’Adda; ma al ponte
di Cassano si trovò a fronte i nostri (1259), e costretto a battaglia,
cadde ferito, e poco poi spirò da disperato in Soncino. Fu una medesima
esultanza per tutta la Lombardia e la Marca; città e castella già
sue si rendettero o furono prese; suo fratello Alberico, assediato
nella rôcca di San Zenone, e costretto darsi a discrezione (1260),
fu coll’innocente famiglia mandato agli orribili strazj con cui si
manifestano le vendette popolari; e il grido di libertà sonò con
entusiasmo per tutta la valle padana.
Ma troppo spesso i popoli liberati da un padrone non hanno maggior
premura che di trovarsene un altro; e al cadere degli Ezelini supremò
la Casa d’Este. Questa, avversata da Federico II perchè stretta parente
dei Guelfi di Baviera suoi emuli, oltre il castello e la borgata da
cui traeva il titolo, possedeva il marchesato di Ancona, e come feudi
imperiali Rovigo, Calaone, Monselice, Montagnana, Adria, Aviano,
la signoria di Gavello, e un’infinità di masserie, giurisdizioni,
avocherie su quel di Padova, Vicenza, Ferrara, Brescia, Cremona, Parma,
nel Polesine meridionale, nella Lunigiana e ne’ monti toscani, poi
nel Modenese e Piacentino, spingendosi fin verso Tortona a confinare
coi marchesi di Monferrato. Alcuni erano liberi allodj, altri feudi
militari o benefizj ecclesiastici, e ne domandavano la conferma dai
papi e dagli imperatori: ma la potenza cui erano sorti, dava arbitrio
agli Estensi di considerarli come beni proprj. Ferrara, tiranneggiata
da Salinguerra, vecchione indomito e in fatti d’armi famoso, aveva
esibito il primo esempio di sottomettersi a un principe (1208),
attribuendo ad Azzo d’Este arbitrio di far e disfare il giusto e
l’ingiusto[12]. Anche Modena, straziata da discordie, elesse signore
Obizzo d’Este: sette anni dopo, Reggio la imitò, indi Comacchio,
Treviso, Feltre, Belluno obbedivano direttamente o indirettamente ai
Da Camino. I Veronesi si diedero in signoria a Mastin della Scala, che
cacciò i conti di Sanbonifazio, i quali per sessant’anni non poterono
rientrare in una città dove aveano signoreggiato. Mastino, ucciso nel
1277, trasmise il dominio al fratello, e questo ai figliuoli.
I Cremonesi, smaniosi di vendicare la sconfitta tocca nel 1248 sotto
Parma, elessero podestà il marchese Oberto Pelavicino, ghibellino
affocato; il quale, secondato da fuorusciti, li menò contro Parma
(1250), ed entratovi, ne tolse il Gajardo, carroccio cremonese, e molti
prigionieri, che furono poi spediti a casa sbracati. Da questa, che i
Parmigiani intitolarono la _Mala Giobia_, cominciò la grandezza di quel
marchese, che già signore di Cremona, nel 1252 ottenne d’essere gridato
signore perpetuo di Piacenza, e sarebbe stato anche di Parma se un _vil
sartore_ non fosse sorto a persuadere quanto valesse meglio la libertà.
La vittoria sopra Ezelino crebbe in Milano oltre misura il credito
di Martin Torriano, il quale, inseguendo i nobili che, fallito il
tradimento concertato, s’erano rifuggiti presso la famiglia Sommariva
di Lodi (1259), sottomise anche questa città. Novecento nobili,
afforzatisi nel castello di Tabiago in Brianza, vi furono presi e
tradotti a Milano (1261), con insulti d’ogni peggior maniera: però
Martino impedì fossero trucidati, e sempre si astenne dal sangue,
dicendo: — Poichè non ho potuto dar la vita a nessuno, non soffrirò di
torla a chichessia». E veramente egli seppe temperarsi nell’ambizione;
e vedendo che la milizia plebea non bastava a tener testa ai nobili,
non esitò a lasciar nominare capitano generale il Pelavicino, che così
tenne in signoria quella città, cui Ezelino aveva indarno aspirato.
Forte di tale appoggio, la fazione popolare cercò incremento col
portare arcivescovo Raimondo, parente di Martino. Si opposero con
ogni lor possa i nobili, proclamando Uberto da Settala; onde, per
riparare allo scisma, Urbano IV nominò a quella sede il canonico
Ottone Visconti, che coll’appoggio de’ nobili suoi pari tenne la
campagna, ed occupò molti castelli, massime nelle parti del lago
Maggiore, dove erano i feudi di sua famiglia. I Torriani presero
e spianarono i castelli di Arona, d’Angera, di Brebbia, occuparono
altre terre dell’arcivescovo; lo perchè essi e la città furono posti
all’interdetto, e bandita contro loro la croce.
Amareggiato da ciò, Martino moriva immaturo (1263), e Filippo suo
fratello otteneva l’autorità di esso e la tutelava coll’armi. Como,
per insinuazione de’ Vitani, davasi a lui; per forza la Valtellina,
e così Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo: ed egli dissimulava il suo
ingrandimento, tanto che della signoria fece investire Carlo d’Angiò.
Napoleone gli succedette (1265) col titolo d’anziano perpetuo,
quasi ereditario tramandandosi il dominio, benchè i Torriani non ne
cercassero il titolo.
A differenza degli altri tiranni, stavano essi coi Guelfi, onde
prosperarono per le vittorie degli Angioini. Accampava coi Ghibellini
il Pelavicino, che avea sottoposte anche Pavia e Brescia: ma questa,
all’udire la morte di Manfredi, trucidò i soldati di esso, e invocò i
Torriani, che, accolti a rami d’ulivo, vi rimpatriarono i Guelfi, e ne
furono gridati signori. Un altro Torriano era governatore di Vercelli,
ma i Ghibellini milanesi fuorusciti il sorpresero ed uccisero. Emberra
del Balzo, podestà di Milano per re Carlo, consigliò a trucidare
cinquantadue parenti degli assassini; della quale atrocità piansero
tutti i buoni, e Napoleone sclamò: — Il sangue di questi innocenti
ricadrà su’ figli miei». Quando poi, al comparire di Corradino, quei
che erano a parte d’impero rialzarono il capo, e Oberto Pelavicino e
Buoso da Dovara minacciarono rinnovare i tempi di Federico e d’Ezelino,
Milano incalorì le città, e con Vercelli, Novara, Como, Ferrara,
Mantova, Parma, Vicenza, Padova, Bergamo, Lodi, Brescia, Cremona,
Piacenza ritessè la Lega Lombarda (1267), unendosi col marchese d’Este
e con quel di Monferrato, il quale fu nominato capitano.
Allora Cremona e Piacenza, buon o malgrado, indussero il Pelavicino
ad abdicarsi della signoria, ond’egli si ritirò ne’ suoi castelli di
Gusaliggio, Busseto, Scipione, Borgo San Donnino, e morì lasciando
la sua famiglia ricca ma non sovrana. Il Dovara, di cui il legato
pontifizio erasi valso per snidare il predetto, sperava rimanere
signor di Cremona; ma ne fu egli pure cacciato, abbattute le sue case,
assediata la sua rocchetta sull’Oglio, e poichè la vide capitolare ed
essere rasa, ricoverò fra’ monti a morire senza dovizie nè potenza.
Al contrario, Napoleone continuava da signore in Milano, sostenuto
anche dal cugino Raimondo, ch’era stato fatto patriarca di Aquileja,
e che, andando alla sua sede (1274), menò seco sessanta nobili
garzoni milanesi per scudieri, riccamente divisati con arme e cavalli
bellissimi; cinquanta cavalieri aurati, ciascuno con quattro cavalli e
uno scudiere; sessanta militi con due cavalli ciascuno, e cento uomini
d’arme cremonesi (CORIO). Tanto era ricca quella casa. Napoleone,
assoldate truppe, tenne la lancia alle reni dei nobili, e più volte ne
uscì vittorioso; tutto guelfo ch’egli era, si fece costituire vicario
dall’imperatore Rodolfo d’Habsburg; e senza lasciarsi lusingare da
favori nè atterrire da scomuniche, resisteva al papa e all’arcivescovo
Ottone Visconti.
Men costante di lui, il marchese di Monferrato mutossi capitano della
parte ghibellina, con sè traendo Pavia, Asti, Como e i fuorusciti di
Milano. Questi ultimi aveano per centro Como e per capo il Visconti,
che, escluso sempre dall’arcivescovado, menava fazioni e battaglie
nelle pianure e sui laghi che fanno deliziosa l’alta Lombardia.
I nobili, disperati d’altro soccorso, riduconsi a Pavia (1276), e
inducono Gotifredo conte di Langosco a farsi loro capo e aspirare così
alla signoria del Milanese: di fatto egli campeggiò sul lago Maggiore,
e prese Arona e Angera; ma Cassone della Torre, avuto una smannata
di Tedeschi da Rodolfo, prese lo stesso conte con molti nobili, a
trentaquattro de’ quali fe’ mozzare la testa in Gallarate. Era fra
essi Teobaldo Visconti padre di Matteo; onde l’arcivescovo Ottone si
incalorì alla vendetta: da’ Canobiesi fece allestire una flottiglia,
comandata da Simone di Locarno, famoso prode, il quale, ito a Como,
resuscitò la parte de’ Visconti. Quivi attestatisi, e soccorsi da
Pavesi e Novaresi guidati da Ricardo conte di Lomello (1277), i
Visconti ripresero Lecco, Civate ed altre rôcche, e attraverso alla
Martesana procedeano sopra Milano. I Torriani stavano a malaguardia
in Desio, dove furono sorpresi e messi in isbaraglio: Napoleone co’
suoi parenti Mosca, Guido, Rocco, Lombardo, Carnevale furono chiusi in
gabbie nel castel Baradello di Como: Cassone ebbe tempo di fuggire a
Milano, ma solo per vedere il popolo saccheggiare i palazzi de’ suoi,
onde ricoverò presso Raimondo patriarca, col cui appoggio alimentò a
lungo la guerra; finchè, spintosi co’ suoi sin alle porte di Milano
(1281), a Vaprio fu interamente sconfitto.
A Ottone si fece incontro il popolo gridando _Pace, pace_, ed egli
la diede; proibì ogni persecuzione o vendetta, e tolse per capitano
Guglielmo marchese di Monferrato, al quale allora obbedivano Pavia,
Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria, Tortona, Casale.
Costui, sentendosi forte, facea da padrone; onde l’arcivescovo si
guadagnò le case Carcano, Castiglioni, Mandello, Pusterla ed altre
caporali; e côlto il destro che colui stava fuor di città, occupò
il Broletto, chiuse le porte in faccia al marchese, e restato unico
padrone, fecesi proclamare signore perpetuo. Il popolo sotto i Torriani
erasi già avvezzo a un padrone; i nobili, da questi abbattuti e spinti
in esiglio, non sentivansi forza a resistere: talchè senza molti
ostacoli la maggiore repubblica dell’antica Lega Lombarda diveniva un
principato.
L’arte e la fortuna giovarono i Visconti a renderlo ereditario ed
abbracciarvi tutta Lombardia, spodestando o ereditando de’ principotti
insignoritisi di ciascuna città.
E l’un dopo l’altro tutti i paesi che erano usciti repubblicani dalla
pace di Costanza, si restringeano a signoria di un solo, e invece di
giovarsi dell’interregno per consolidare le proprie costituzioni, si
disperdevano in superbie iraconde; invece della ragionevole soggezione
per cui gli Stati fioriscono, riottavano nell’anarchia, che fa parer
desiderabile la servitù. Tutti gli uomini si erano dati a una fazione,
e le fazioni sempre si danno a un uomo, il quale trovasi padrone di
quanti ad essa si addissero, e che non gli domandano se non di farla
trionfare; trionfato, attribuivano i poteri ad un capitano o difensore
del popolo, e glieli prorogavano per tre, cinque, dieci anni, abituando
lui a principare, sè ad obbedire. E poichè il popolo vincitore
sentivasi inetto a governare, se ne rimetteva a qualche signore,
nobile per lo più, eppure destinato a reprimere i nobili. Così nella
moderna Inghilterra si ebbe sempre bisogno di un lord, anche per far
provvedimenti contro i lord.
Consueto effetto delle rivoluzioni, non si esitava a sagrificare la
libertà ad un nome vano, alla passione del momento, diritti smisurati
commettendo ad un’assemblea o ad un magistrato. Milano nel 1301 al
capitano del popolo, al giudice della credenza di Sant’Ambrogio e al
priore degli anziani del popolo concedeva la podestà più preziosa,
quella di far leggi. I popolani fiorentini riusciti vincitori, «a ser
Lando da Gubbio puosono uno gonfalone di giustizia in mano, e diengli
imperio sopra chi attentasse contro li Guelfi e lo presente stato;
il quale bargello avea balìa niuna solennità servare, ma di fatto
senza condannazione procedere in avere e in persona». Nel 1380 fecero
riformagione che gli otto di _balìa_ potessero spendere diecimila
fiorini, senza darne conto segreto o palese, in perseguire e far morire
i ribelli del Comune in ogni forma e via e modo che a loro meglio
paresse[13]. Altrove le balìe, i _cinque dell’arbitrio_ o simili
riceveano mandati temporarj, che intepidivano la gelosa cura della
libertà e spianavano il calle alla tirannide.
Rimosso il pericolo della dominazione forestiera e cresciute le
dovizie e gli agi del vivere, i cittadini si applicarono all’industria
smettendo le armi. Ne crebbero d’importanza i nobili, i quali dalla
fanciullezza si educavano agli esercizj e a portare un’armadura di
ferro a tutta botta, sotto la quale invulnerabili dalle picche della
milizia cittadina, trionfavano quasi senza pericolo; la sicurezza
del vincere crescea baldanza di osare, e facilmente argomentavansi di
dominare sopra gente ch’era invalida a resistere. Più lo fecero quando
i capitani di ventura posero il valore a servizio di chi pagava, e
patteggiavano coi tirannelli per sostenersi, o aspiravano essi medesimi
al primo grado.
Il tempestare cittadino aveva indotto stanchezza, e sempre è il
benvenuto chi, all’estremo d’una rivoluzione, giunge a ricompor le
cose, quand’anche al tumulto sostituisca l’abjezione e il letargo.
Voi che vedeste i Romani, repubblicani affocati, acconciarsi alla
stemperata tirannia degl’imperadori, non istupirete che di nuovo i
ridesti Italiani soffrissero i duri sproni de’ tirannelli. Del cadere
sotto un signore soffrivano i grandi, impediti dai loro arbitrj e dagli
sfrenati appetiti d’una più o men ristretta oligarchia: ma la plebe si
trovava giovata del non esser più esposta alle ire di tutta una parte,
e al soperchiare d’ogni emulo e d’ogni avversario; e dell’obbedire,
anzichè a molti, ad un signore solo e lontano, il quale non avrebbe
passione d’offendere gl’individui, anzi interesse di procacciare il
fiore di tutti: e ne sperava quella giustizia e quella sicurezza che,
se non un compenso, sono un ristoro alla privazione della libertà.
Contenta della quiete interna, del freno posto agli oligarchi, degli
spettacoli e delle pompe, ne voleva bene ai principi; e contro quegli
stessi che ci sono dipinti pei peggio ribaldi, rado o non mai la
vedremo insorgere, benchè non mai cessassero quelle congiure di pochi,
che fallendo rinfiancano la potenza che aveano inteso demolire. I
letterati e i leggisti, dei quali crescevano il numero e l’importanza,
attingevano dal diritto romano canoni di servilità, e sempre aveansi
in pronto una diceria, colla quale alle assemblee popolari persuadere
i vantaggi della tirannide. I nobili, a cui danno cadeva questa
rivoluzione, ribramando il passato e invidiando gli uomini nuovi, pur
non sapevano affratellarsi nè ai Comuni nè tra sè in quell’accordo,
che in altri paesi li ridusse opportuno contrappeso alla monarchia
nascente: pertanto poneansi a corteggiare il signore onde ottenere
qualche brano di autorità, di godimenti, di arroganza; o gittavansi
a macchinazioni, che porgeano a quello buona ragione di sterminarli
o comprimerli. Insomma mancava a tutti il sentimento della legalità,
fosse per assodare le repubbliche, fosse per temperare i principati.
E le repubbliche a breve andare mutavansi in signorie senza
avvedersene, come senza avvedersene erano salite alla libertà. I
tiranni (tal nome i nostri, al modo greco[14], davano a coloro, buoni o
malvagi, che usurpavano dominio in libera terra) aveano cura di farsi
decretare solennemente, dagli anziani o dalle assemblee popolari, il
titolo e i poteri di signori generali per tempo limitato, e ricevere
l’investitura colla tradizione dello stendardo e del carroccio.
Faceasi dunque mostra di rispettare la sovranità del popolo; sicchè,
al governo monarchico innestando forme costituzionali, pareva dovesse
impedirsi il despotismo, le magistrature popolari moderare i signori,
che di rimpatto resterebbero protetti dalle leggi e dalla nazionale
garanzia. Ma come in Roma gl’imperatori dominarono assoluti perchè
rappresentavano il popolo sovrano, così questi tirannelli nessun limite
legale trovavano ad un potere che dal popolo era attribuito.
Non era dunque necessario frutto della democrazia la tirannide,
bensì conseguenza aristocratica, giacchè ogni oligarchia è gelosa ed
esclusiva, e chiede ingrandire a scapito degli altri. La tirannide
poi serviva effettivamente gl’interessi popolari, elevando gli infimi
contro i prischi prevalenti: per modo che, quand’anche fosse cacciato
il tiranno, rimaneva la gente nuova ed estrania, da lui assisa sui
beni confiscati. Allora i primi spogliati s’affacciavano alla riscossa,
cacciavano la gente nuova, faceano nuovo spartimento, e quella vicenda
irrequieta non lasciava tampoco il riposo, che erasi sperato compenso
alla servitù.
Le rivolte non erano impeti di libertà; voleasi cangiare di signoria,
ma il governo restava pur sempre militare e dispotico, giacchè
ai disuniti bisognavano capi assoluti; s’applaudiva ai giudici
che castigassero i caduti dominatori, per quanto eccedessero; i
partigiani dei nuovi pretendeano franchigie e indipendenza; i vinti
fuoruscivano, istituendo un governo tirannico perchè indipendente dalla
pubblica volontà, e che pretendeva dal di fuori governare la patria,
sovvertirla, mutarla; il nuovo padrone secondava le proprie passioni,
e conoscendosi vacillante, si reggea con politica subdola e giustizia
inumana, gettando a spalle ogni moderazione e generosità.
Il dominio che una città aveva già acquistato sopra altre, diveniva
una signoria, che gli ambiziosi attendevano ad ampliare; onde l’Italia
settentrionale, che alla pace di Costanza trovavasi sminuzzata in tante
repubbliche quante città, queste vide aggregarsi attorno ad alcuni
centri, e formare gli Stati nuovi, la cui storia così varia è ribelle
a quel procedimento sistematico che si rivela dove un signore unico
determina o almeno dirige gli avvenimenti d’un paese.