SCUOLE INFERIORI PUBBLICHE E PRIVATE, MASCHILI E FEMMINILI. CASTIGHI.
MONELLERIE. USANZE VECCHIE E PRATICHE NUOVE.
D'altro ordine e con espedienti diversi l'insegnamento medio e
inferiore.
Oggi si fanno distinzioni e sotto-distinzioni di scuole classiche e
tecniche, professionali e normali. Allora non se ne facevan punto.
Le scuole che si dicevano _normali_, corrispondevano alle elementari; le
altre, alle classiche. Non difficile, benchè non sempre comunemente
accetto, il potere frequentare gl'insegnamenti; i quali per vecchio e
nuovo istituto venivano, come vedremo, impartiti dai frati.
In ragione dei sessi e dei ceti, differenti fra loro erano le scuole,
tanto pei ricchi quanto pei poveri, provvedendosi alla istruzione ed al
mantenimento di esse coi beni dell'abolita Compagnia. Giammai in tempi
di libertà furono impiegate più sapientemente e provvidamente le
ricchezze: esempio che si sarebbe dovuto tener presente quando i beni
provenienti dalle soppresse corporazioni religiose andarono quasi
perduti per l'erario, non messi a profitto per centinaia di migliaia di
Siciliani bisognosi.
Un decreto reale del 1779 aveva ordinato l'apertura di scuole pubbliche
in tutte le case monastiche della Capitale. A questo decreto fu
ottemperato nei principali conventi. Vi furono ricevuti i fanciulli
della bassa gente, i quali vi imparavano a leggere, scrivere, far di
conto, grammatica latina, catechismo: tutto gratuitamente. Ogni scuola
avea due classi, l'una di lettura, scrittura e aritmetica volgare;
l'altra di elementi grammaticali latini da non potersi spingere al di là
delle prime regole di sintassi secondo l'unico _Limen grammaticum_.
Spedita si voleva la lettura, chiara e grande la calligrafia, precise le
regole, buoni gli esemplari dello scrivere; preferite le operazioni
aritmetiche «più facili e brevi e più necessarie agli usi del popolo e
degli artisti», cioè degli operai.
Con questo fu intendimento del Governo offrire ai frati i mezzi di
uscire dall'ozio degradante che li consumava e di sollevarli a dignità
di maestri.
Le lezioni duravano due ore la mattina, due ore dopo desinare. Un solo
mese le vacanze, dal 4 ottobre al 4 novembre; vacanze settimanali, il
mercoledì e tutte le feste di chiesa. Questo volevano le istruzioni di
Mons. Airoldi, che sulle fraterie aveva la giurisdizione.
Secondo la diligenza ed il merito, i gradi e gli onori tra gli scolari.
Severamente proibiti i regali dei parenti ai maestri: vietato ai maestri
il riceverne alcuno, chè menomata ne sarebbe potuta uscire la libertà
loro con parzialità verso gli alunni. Nessuna lezione doveasi
incominciare senza la invocazione del divino aiuto; nessuna finire senza
un ringraziamento a Dio[429].
[429] _Istruzioni preliminari emanate da Mons. Airoldi, il 17 gennaio
1779._ Pal. 1779.
Dieci anni dopo (1788) venivano introdotte in Palermo per opera di G. A.
De Cosmi, ch'era andato a studiarle a Napoli presso i Celestini di
Germania, le scuole normali. Le prime tre ebbero posto ai Crociferi, al
Palazzo reale ed alla parrocchia di S. Antonio. Dicevasi la nuova
istituzione di non esser proprio la tedesca; il De Cosmi avervi
apportate tali modificazioni da mutarne lo stampo originale, anzi averne
senz'altro snaturato lo scopo, ch'era quello di dirozzare ed istruire il
popolo. Malgrado queste ed altrettanti dicerie, le scuole vennero prese
d'assalto. Nei soli Crociferi si contarono fino a cento e più alunni.
Quaranta frati siciliani, che col De Cosmi erano andati ad istruirsi nel
nuovo metodo a Napoli, furono tutti collocati nell'Isola, paghi del
modico loro salario: e De Cosmi ne tenne la Direzione generale in
Palermo, così come la Deputazione superiore teneva quella
dell'insegnamento alto: due direzioni indipendenti l'una dall'altra,
dipendenti solo dal Governo[430]. Il solito leggere, scrivere, far di
conto e l'indispensabile catechismo ne era la base. Il latino, ritenuto
allora indispensabile a qualunque studente, e che per una assurdità non
altrimenti s'insegnava che in lingua latina, era bandito; ma, sicuro del
fatto suo, il De Cosmi volle fare esperimento del metodo anche con esso.
Sorprendenti ne parvero i risultati, perchè in un solo anno poterono gli
scolari spiegare le _Favole_ di Fedro e le _Vite_ di Cornelio e darne le
ragioni grammaticali.
[430] _La Favilla_, appendice al n. 21. Palermo, giugno 1858.
Si comprendono perciò i diversi pareri del momento intorno alle scuole
normali, prese dove con sincero favore, dove con manifesta antipatia. I
partigiani del vecchio, le videro come una ridicola novità, buone solo a
gettar polvere agli occhi e fare spender denaro. Tra questi fu il
Villabianca, che avendone voluto visitare una, quella del p. Caravecchia
ai Crociferi, trovò i ragazzi a far la birba (23 sett. 1789); e non ci
fu verso che si volesse ricredere, neanche dopo una visita che andò a
fargli in casa il De Cosmi (1800)[431].
[431] _Diario_ ined., a. 1799, pp. 64-65; a. 1800, p. 528.
D'altro lato gl'insegnanti privati videro per esse disertate le loro
scolette: e doveva esser così se contro le loro a pagamento, le normali
eran gratuite. La scuola d'un certo sac. Quattrocchi è l'esempio degli
immediati effetti economici della nuova istituzione.
I Baroni, obbligati dal Governo ad istituirne a proprie spese nelle loro
terre vassalle, fecero una opposizione così gagliarda, che il Re ne
mosse loro, a mezzo del Vicerè, acerbo rimprovero.
Ci si consenta di tornare un poco indietro per osservare che la
soppressione dei Gesuiti aiutò lo sviluppo dello insegnamento privato.
Tra le scuole più note d'allora ce n'era una nel quartiere di Ballarò.
Nel giorno che inaugurossi la nuova Biblioteca senatoriale (25 apr.
1775), il Vicerè volle entrare nella vicina chiesa di S. Michele
Arcangelo per ricevere la benedizione. «Quivi fecero una vaga, deliziosa
mostra li scolarelli di G. B. Romano, pedante, prete, che teneva scuola
presso la detta chiesa, quali vestiti da soldati con armi e bandiere,
formando uno squadrone di battaglia, fecero corte ed onore al Principe:
e la banda degli strumentisti di questa truppa di ragazzetti accrebbe il
brio e lo spirito di questa festa»[432]. Immaginiamo la gioia del p.
Romano a questa funzione militare, e come dev'essere stato felice quando
il Vicerè Marcantonio Colonna gli avrà sorriso e forse lo avrà ammesso a
baciargli la mano. Certo i padri degli alunni ne piansero di tenerezza.
[432] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 324.
Di grado più elevato e più serio fu un'altra scuola del rione della
Pietà, tenuta da un altro ecclesiastico e protetta dal Principe di
Villabianca. Per molti e molti anni essa chiamò a grande concorso i
fanciulli della classe civile, e fu in singolar favore della nobile. Del
profitto degli alunni era dato pubblico, solenne saggio annuale, che si
protraeva per due giorni interi. Vecchie carte di famiglia ci han
conservato i programmi di questi saggi. In un angolo della piazza
Vigliena veniva affisso un cartellone a penna corrispondente agli
attuali _placards_ a stampa. Quello dell'ottobre 1796 diceva così:
TRATTENIMENTO LETTERARIO
NELLA CASA DEL
SIG.R PRINCIPE DI
VILLAFRANCA.
Il programma invece era stampato e portava il titolo:
_Prospetto di quanto si praticherà nell'esercizio letterario solito in
ogni anno tenersi al fine degli studj dagli scolari del sacerdote D.
Michele Castiglione, che ha la scuola dirimpetto il Convento di S.
Agostino, dedicato all'Ill.mo sig. Duca Lucchesi distribuito in due
giorni_[433].
[433] In Palermo MDCCXCVI. Per le stampe del Gagliani. In fol., pp. IV.
Queste mostre erano dei veri avvenimenti pubblici. La parte più eletta
della città v'interveniva e se ne piaceva, prodigando lodi al Precettore
Castiglione, i cui alunni tanto profitto ricavavano. Interprete del
comun plauso facevasi poeticamente P. Catinella[434].
[434] _Miscellanee diverse di Sicilia_ presso il Principe di Trabia, vv.
9 e 10.
Se non che, una brutta occasione venne a togliere alla città questa tra
le migliori, se non la migliore scuola privata. Perseguitato dai timori
della recente rivoluzione di Francia e dagli effetti delle novità, Re
Ferdinando in persona proibiva in Palermo negli istituti privati lo
insegnamento delle scienze. Era per lui un partito efficace ad impedire
la introduzione di teorie pericolose in iscuole che, fino a certo punto,
si sottraevano al controllo governativo ed eran tenute, perchè
frequentate dalla classe civile, le più facilmente inchinevoli alle
fecondatrici dottrine dei novatori. P. Castiglione disubbidì: ed il
Governo ne chiuse la scuola (27 marzo 1799)[435] con sensibile danno
della gioventù, che da quella ritraeva solido profitto.
[435] _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in
Sicilia. Ripartimento amministrativo, a. 1799_, vol. 4. Nel R.
Archivio di Stato di Palermo.
L'argomento del quale ci occupiamo non è molto allettevole: e noi ci
permettiamo d'interromperlo con un aneddoto un po' ameno.
Un maestro di scuola in Palermo, gran chiacchierone, ci vien presentato
dall'ab. Antonino Galfo, siracusano, amico intimo del Metastasio, nel
seguente arguto sonetto:
Un panormita Precettor, che spesso
Il pranzo, per ciarlar, lascia e la cena,
Sfogava nel ginnastico consesso
La sua loquace, inesiccabil vena.
Il segno alfin sonò, per cui concesso
È al misero fanciullo uscir di pena,
Nè si avvedea, che da le ciarle oppresso
Chi grattavasi il capo, e chi la schiena.
Manca intanto col sol, che ormai s'invola
Al dì la luce; ma non pria, che manchi
A quello o la materia, o la parola.
I putti allor di più ascoltarlo stanchi
L'un dopo l'altro uscirono di scuola,
Ed ei fu inteso a ragionar coi banchi.
L'Ab. Galfo -- lo diciamo a proposito del suo sonetto -- non si rifiutò
di pagare un tributo all'Arcadia del tempo, ed uno di questi pagamenti
fu la descrizione della maniera onde «Nice invita Filano a bever seco la
cioccolata»[436], occasione eccellente per un'altra descrizione: la
preparazione della deliziosa bevanda, che d'inverno e nelle ore nelle
quali non era dalla moda consentito il sorbetto, veniva servita presso
le migliori famiglie.
[436] _Saggio poetico del sig._ ab. D. _Ant. Galfo_. T. I. p. 184. Roma,
MDCCLXXXIX.
Sicchè la musa del tempo avea anche delle benemerenze culinarie.
Un seminario di nobili giovanetti avea prosperato in Monreale per opera
di F. Murena. Questo seminario passò a Palermo, presso i padri Scolopi,
che però dovettero cederlo al Governo e contentarsi di trasformarlo in
istituto di ragazzi civili, ricevendo in compenso un annuo assegno di
seicent'onze (Lire 7650).
Sorse così il «Collegio Real Ferdinando», tutto di aristocrazia provata
con cent'anni almeno di nobiltà, sia di feudi, sia di nobili ufficî. Il
Governo vi volle a sua disposizione venti posti, ma più generosamente
del solito concedette sui beni gesuitici cinquemila scudi ogni anno. Se
la retta annuale pei civili era di 24 onze, qui pei nobili fu di
40[437]. La istruzione loro impartita non poteva essere più larga e
completa. Oggi stesso non si ha per la parte cavalleresca nulla di
simile. Dalla grammatica inferiore e superiore si giungeva alle umane
Lettere ed alla Rettorica: l'Aritmetica volgare si alternava con i primi
rudimenti delle scienze. Per lungo volger d'anni v'insegnò francese un
francese autentico, Mr. l'abbé Jacques Richard; disegno, Fr. Sozzi. La
scherma, impartita da un San Malato d'allora, il Maestro Trombetta, si
variava col maneggio dei cavalli, ed il violino con gli strumenti da
fiato e col ballo[438]. Fino a sessanta ragazzi fornivano così la loro
educazione: ma quanti uscivano educati a retti principî? I casati onde
provenivano, quella convivenza, giovevole ad impregnar di fumi
l'ambiente, le periodiche visite di certe famiglie, non sempre
concorrevano a preparar bene giovanotti che nella vita privata e nella
pubblica doveano portare la impronta della elevata loro origine e della
insigne cultura avuta. I buoni esempî non difettavano, nei quali la
nobiltà del sangue veniva confermata dalla nobiltà delle opere; ma non
iscarse erano le riuscite infelici: e questo libro malauguratamente ne
offre esempî dolorosi.
[437] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 331-34; v. XXI, p.
139; v. XXVI, pp. 232, 278-79.
[438] _Stato della Deputazione de' Regj Studj del Regno di Sicilia, e del
Convitto Real Ferdinando ecc. per l'a. MDCCLX-XXI._ Palermo, R.
Stamperia. Questo Stato si pubblicava ogni anno, ed era quindi un
Annuario della Pubblica Istruzione di Sicilia.
Oggi per opera di benemerite persone nostrane e forestiere prospera in
Palermo una caritatevole «Società siciliana umanitaria per la Infanzia
abbandonata». Questa istituzione non è nuova. Nell'agosto del 1781 una
«Casa d'Educazione per la gente bassa» veniva aperta proprio ai
fanciulli poveri, abbandonati dai loro genitori ed agli orfani. Quella
benemerita Casa venne in parte costruita, in parte accomodata ad
ospizio. Per provvedimento sovrano, sopra i beni dei Gesuiti non meno di
ottanta fanciulli vi furono raccolti, vestiti, nudriti, ammaestrati alla
lettura, alla scrittura, all'abaco, al disegno. Più tardi questa casa si
aprì a quanti potessero pagare vent'onze all'anno. Quando si pensi che
il piano di questa istituzione fu concepito e proposto dal Sergio, non
si ha ragione di maravigliare dei buoni risultati di esso[439].
[439] _V. E. Sergio_, _Memoria per servire ad un piano di una nuova casa
di educazione per la gente bassa_. Palermo, Bentivenga, 1779.
Frattanto, antichi istituti beneficavano i fanciulli dispersi, che,
distinti in _bianchi_ e in _turchini_, venivano ospitati ed istruiti nel
seminario di S. Rocco e in quello del Buon Pastore. Ma coi dispersi
erano anche i figli delle persone civili, che pagavano una annuale
retta.
Qualche notizia degli istituti femminili e della istruzione ed
educazione che in essi impartivasi è necessaria.
I soliti tre quarti di nobiltà si esigevano per le donzelle del recente
R. Educandario Carolino: e nei primi del sec. XIX fu grave scandalo
l'ammissione d'una fanciulla alla cui famiglia mancava uno o due di quei
quarti. Che importava che potessero pagare cinquant'onze (L. 637) e
magari il doppio della retta quando non c'era quel titolo essenziale? Nè
importava che le cinquant'onze non si potessero pagare, perchè alle
ristrette fortune provvedevano posti di regia erezione.
Completa eravi la istruzione, e tale da non restare molto addietro alla
presente. Lì erano «tutte le scuole di leggere, di ben formare il
carattere (calligrafia), di aritmetica, di lingua latina, di lingua
francese, di geografia, di storia e di musica». Lì «maestre fisse di
lavorar calzette (che scandalo ai dì nostri l'insegnar la calzetta ad
una ragazza!), di cucire alla francese, di ricamare e in bianco e in oro
o argento, ed in colorito a fiori, di travagliar merletto o di filo o di
seta o d'oro ed argento, e di tutte insomma le manifatture femminili».
Monsieur Bernard era il modello della più fine pronunzia del francese
che insegnava; pronunzia tenuta sempre di conto, e perfezionata per la
viva voce delle suore salesiane (governatrice, suora Lionetti) e di tre
cameriere francesi, addette con un'altra del paese alle venti educande
ordinarie. Severi i divieti di oggetti di lusso e di moda, chè
irresistibile era per questi la inclinazione delle fanciulle. Ma, al
contrario, non adatti alla buona educazione del corpo e dello spirito i
lauti pasti giornalieri[440]; i quali preludevano a quelli che ad
istruzione finita sarebbero esse andate a trovare nelle loro case.
[440] _Avviso ai signori nobili che vorranno collocare le loro figliuole
nel R. Educandario Carolino._ In Pal., MDCCLXXXIII. -- _Stato della
Deputazione de' Regj Studj_ ecc. (anno 1785). -- _Villabianca_,
_Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 261.
Buone le istituzioni dei collegi di Maria, intesi, secondo la Regola del
Card. Corradini, «al gratuito insegnamento delle ragazze nei lavori
donneschi, nella istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica,
nonchè nella educazione morale, nella cristiana religione», come diceva
il Iº articolo del Collegio della Sapienza (1740), modellato su quello
della Carità all'Olivella (1721).
E non si cerchi altro dopo il molto che davano questi eccellenti
seminari di educazione femminile. Ovunque si andasse per la città, in
qualsivoglia ritiro o reclusorio femminile volesse penetrarsi per
osservarvi la istruzione che vi s'impartiva -- dove se ne impartiva, --
non si sarebbe trovato se non una parte appena di quello onde i Collegi
di Maria largheggiavano.
Houel trovò caratteristica la trascuranza, sovente volontaria, della
istruzione delle fanciulle anche più elette nei piccoli paesi di
provincia, e racconta un aneddoto del quale fu testimonio in Girgenti.
«Io, dice Houel, andavo spesso in casa del Barone.... dove intervenivano
molti titolati. Un giorno sorse un dubbio circa la maniera di scrivere
una parola italiana: e poichè nessuno si trovava in grado di
scioglierlo, ne fu chiesto a due distintissime signorine della
compagnia; le quali con aria di gran soddisfazione risposero che non
sapevano leggere. E perchè? perchè altrimenti avrebbero potuto
comunicare con gli uomini. Un canonico, sopravvenuto, giustificò l'uso,
bastando solo che le donne sapessero recitare le loro preghiere col
rosario. Tutti mi parvero dell'avviso del canonico»[441].
[441] _Houel_, _Voyage_, t. IV, p. 54.
Certo non si andava tant'oltre da coloro che volevano intendere alla
educazione delle figliuole: ma chi scrive queste pagine conobbe prima
del 1860 signore egregie, le quali sapevano leggere ma non sapevano
scrivere, perchè il leggere soltanto era stato consentito dai loro
genitori: e potremmo fare i nomi di tre di esse, le quali furtivamente
avevano imparato a scribacchiare sogguardando una loro sorella destinata
ad un Collegio di Maria, nelle ore che un maestro di scuola veniva a
darle lezioni in casa.
Non sempre la istruzione andava in armonia con la educazione, la quale a
cagione dei difetti del tempo difettava anch'essa. T. Natale osservò che
tra noi non si conosceva «il vero e retto metodo di educare i nostri
figliuoli onde divenissero buoni ed utili membri della Società»: ed
attribuì il male alla insufficienza delle persone che educavano e al non
proporzionare l'educazione loro alla condizione delle persone in
particolare, e in generale a quella del paese[442].
[442] _Natale_, _Riflessioni politiche_. Palermo, 1772.
Siamo sempre alle solite recriminazioni ed ai soliti rimpianti!
Quando si guarda ai castighi che allora s'infliggevano a coloro che
venivano meno ai doveri di studio e di disciplina, non si ha diritto di
dubitare di questa osservazione.
Parecchi assiomi popolari giunti a noi fanno fede delle teorie educative
d'una volta. Si diceva che i fanciulli imparano a leggere non per il
maestro, ma per via delle sferzate[443]; e ripetevasi per sentita dire
il verso del Veneziano:
La ferla 'nsigna littri, nomi e verbi.
[443] _Pitrè_, _Proverbi siciliani_, v. I, cap. XXII.
La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa impossibile
sperar bene.
Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma nel settecento
correvano, formando, diremo così, il catechismo di certi maestri e di
certe famiglie.
Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la solita mitra di
cartone con un somaro dipintovi sopra pei fanciulli delle scuole
inferiori; un cencio rosso buttato sulle spalle ed una canna in mano per
quelli delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come al tempo dei
Gesuiti, la gridata d'un giovane di bella voce, ordinata dal maestro
perchè tutti sapessero che il tal dei tali non voleva studiare, e perchè
egli cangiasse vita. Questa gridata cominciava e finiva con
l'intercalare: _Studeat! Studeat!_ e tutte le classi facevano silenzio
per sentire di chi si parlasse.
Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal maestro, quando, per
non iscomodarsi lui, da un uomo _ad hoc_, che si diceva bidello, ed era
un vero aguzzino: due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari
alternando nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla sinistra.
C'erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso della persona, o un
aiuto del bidello, era chiamato a caricarsi addosso il gastigando, ed il
maestro, o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle sferzate,
per le quali il miserello scalciava e gridava a perdifiato (se era un
bel tomo, taceva): ed il _cavallo_ tentennava alle scosse.
Quando la colpa esigeva maggior pena, c'era il pubblico esempio: tutti
gli scolari di tutte le classi, in un atrio, messi in quadrato,
assistevano al cavallo come i soldati d'oggi alla degradazione d'un loro
camerata indegno.
Il Buon Pastore era l'istituto scolastico dove la mitezza era bandita; i
regolamenti, in tutto il significato, eran disumani. Nelle
trasgressioni, dalle palmate e dai cavalli si andava al digiuno in pane
ed acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I ceppi peraltro
erano l'argomento più comunemente usato nei seminari, negli istituti di
educazione e perfino nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse dal
Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata la pena di quindici
giorni di ergastolo e di venti sferzate al giorno; alla prima recidiva
era aggiunto il digiuno; alla seconda, l'esilio con l'imbarco sul primo
bastimento che facesse vela dal nostro porto[444].
[444] _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
dispersi di questa Capitale_, cap. XXII, pp. 44-45. In Palermo,
MDCCXLVIII.
Ed il Cielo non avea fulmini per l'inventore di pena così
scellerata?!...
Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò quelle tradizioni
tiranniche, ne rimase tanto disgustato che non volle più saperne. Diceva
egli: «Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito. Quella tinta che
si estende sul di lui volto, mostra il colore della virtù, e come questa
non può far lega col vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e
ravvedimento camminano sempre in ottima compagnia: l'impegno del Rettore
non dovrà esser quello di rendere infelice il figliuolo (del Buon
Pastore), ma di ricuperarlo dolcemente emendato»[445]. E proscrisse quei
crudeli trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora parte della
educazione cotidiana.
[445] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 482.
Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava il paese. L'Airoldi,
p. e., nell'impartire le istruzioni ai superiori dei conventi per le
scuole da aprirsi, facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse la
disciplina scolastica mantenuta meglio per via della ragione, dell'amore
e della vergogna che per quella dei castighi e delle sferzate, con che
si suole l'animo abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di
servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant'oro, sentenziava:
Lu suverchiu castigari
Fa spissu 'mpijurari (_peggiorare_).
La disciplina, com'è da credere, con questi castighi non era sempre la
migliore. Dove sono fanciulli sono anche monellerie: e le monellerie di
quelle generazioni ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese
dal Villabianca a' Crociferi, non pur le solite pallottole di carta e le
burle alle spalle del maestro; ma altresì il chiasso e gli schiamazzi.
Le scenate universitarie innanzi descritte danno una lontana idea dei
non infrequenti disordini di certe scuole o di certe classi.
Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto le cose
ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva le straordinarie. Ma gli
archivî del Governo ne serbano documento e, che è notevole, anche fuori
la Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione suprema della
Istruzione ed Educazione in Sicilia dovette occuparsi seriamente della
indisciplinatezza di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un
rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati. A capriccio
salavano la scuola (_facevanu Sicilia_), a piacere stabilivano vacanze.
Invitati a far circolo, sistema allora molto in voga per la ripetizione
che precedeva la entrata in classe, sotto la direzione d'un compagno
detto _centurione_, si rifiutavano; di esercizî letterarî non volevan
sapere; e rimbaldendosi l'un l'altro scioperavano passeggiando per
l'atrio e cantando canzoni[446].
[446] _Commissione Suprema della Pubblica Istruzione ed Educazione in
Sicilia, anno 1782-1788_, v. II, p. 31 _retro_. Nel R. Archivio di
Stato di Palermo.
Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna. Come sempre e
dappertutto, c'era chi studiava molto e chi non istudiava nè molto nè
poco; ma, indizio notevole, i _pochi_ libri da studio, anche
sciupacchiati, religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la parola
_pochi_, perchè dai molti che ora s'infliggono a scolari ed a genitori
dipende una parte dei mali dell'istruzione presente. In quei pochi
libri, nella prima e nell'ultima pagina, gli alunni si affrettavano a
scrivere di propria mano formole tradizionali che rivelavano
l'attaccamento loro alla piccola proprietà[447].
[447] Una, la più comune, diceva:
Se questo libro si perdesse
E qualcuno lo trovasse,
A mani di (_il nome del possessore_) lo portasse;
E se non lo porterà,
All'inferno se ne andrà.
_G. Pitrè_, _Una formola scolaresca, nell'Archivio delle tradiz.
pop._, v. VIII, pp. 377 e segg. Palermo, 1889.
Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose radicalmente
mutarono. Per interessi di autori e di editori, con grave danno delle
famiglie di ristretta fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno
in anno, con ingiustificabili sostituzioni.
Dove una volta si studiava per imparare, e dell'imparato dar pubbliche
prove, venuto il 1860 si cominciò a sbadigliare sulle tesi che dovean
servire agli esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati
i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano ora con pochi soldi i
libri che dovrebbero costituire i cari ricordi dell'adolescenza. Con
pochi soldi, diciamo, non perchè questi possano servire a bisogni della
vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per dispetto della
ingrata materia e per avversione alla scuola, ragione di lunghi,
angosciosi palpiti. Laonde si assiste allo scandaloso spettacolo di
botteghe di _compra-vendita_ di libri scolastici, rifiuto di stanchi
vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di bocciati, che
non sapendo fare altro, poichè ad altro non sarebbero buoni, si danno al
facile mestiere di giornalisti, insolentendo audacissimi contro
gl'insegnanti che li han riprovati.
Nè lascerò di dir, perch'altri m'oda,
che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi a scolari
indisciplinati o riottosi vengono sostituite, poco dopo una bocciatura,
con revolverate agli esaminatori, o violenti attentati alla propria
vita: manifestazione morbosa, della quale tutti debbono ritenersi
egualmente responsabili: governanti, insegnanti, famiglie e scolari. Che
per malintesa avversione al passato, tutto di quello volle mettersi in
bando, il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza più volte
secolare. Non si guardò alle condizioni speciali delle singole regioni,
nè alla storia locale; e si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a
disfare, non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi, la
osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini senza libertà
d'iniziativa, in lotta continua con la propria coscienza, agitata dalla
severità di certe leggi, dallo stato d'animo di chi le applica e dagli
effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli e giovani
presero a odiare gli studî, e nei maestri videro, non già padri
affettuosi e consiglieri sapienti, ma nemici senza cuore. Dall'esempio
cristiano dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi alle
piccole contrarietà della vita, o di levarsi a considerazioni di morale
evangelica; giacchè come non la udirono sempre dai loro educatori, così
non sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di aver sorpreso in
un loro maestro un gesto, un motto imprudente, legato ad una inconsulta
allusione religiosa, tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro
nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello, non seppero
comprendere se la ragione fosse di costoro o del maestro medesimo, il
quale, appunto perchè preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne
più dei genitori e dei nonni.
Di più direi, ma di men dir bisogna!