Nella lunga corsa per la vecchia Palermo abbiam dovuto lasciare
argomenti di molta importanza economica, civile, ecclesiastica: lo
scarso commercio e le ingegnose manifatture, il movimento del porto ed i
pubblici mercati, il sentimento religioso ed il culto esteriore, le
opere di carità e gl'istituti di beneficenza. Ragione di particolare
attenzione apparivano agli occhi nostri le condizioni della Chiesa, le
quali trovammo descritte in una ardita lettera fin qui inedita dell'Ab.
Cannella. Se non che, preoccupati del faticoso cammino fatto e della
possibile stanchezza del lettore, non meno che delle esigenze
tipografiche, dovemmo rinunziare anche a questo, così come ai banditi
del tipo classico, risorgenti, come la mitica fenice, dalle loro ceneri
anche dopo la cattura e la impiccagione del famigerato Testalonga.
Eppure codesti argomenti, non poco utili alla conoscenza del sec. XVIII,
ci offrivano materia curiosa e, nella sua curiosità, istruttiva.
La incerta morale del Clero avea le sue radici nella fiacca disciplina
che la moderava; le velleità profane dei preti e dei frati ritraevano
dal libero costume dell'alto ceto. Il sentimento religioso, vivo,
intenso, benchè nelle sue manifestazioni alle volte scomposto,
dell'umile gente, intiepidiva nei chierici, si offuscava in alcuni del
ceto medio più intelligente, e pompeggiava con funzioni solenni nel
superiore. Qualche idea volteriana, che in questo mai o quasi mai osava
entrare, a quando a quando incontrava timide simpatie tra i civili, ed
affacciavasi alle celle dei frati non tutti inchinevoli ad ascetiche
contemplazioni e a devoti ragionari.
Mentre nella sola chiesa di Casa Professa, in un solo giorno, si
comunicavano (stupefacente, ma vero!) ben trentamila persone, e per
un'aurora boreale si correva all'impazzata in cerca di confessori, i
letterati si bisticciavano sonettando chi pro, chi contro Voltaire[448].
Le anime timorate spendevano per l'acquisto dell'annuale Bolla della SS.
Crociata; ma nessuna di esse stava a guardare chi mangiasse carne in
giorni non permessi dalla Chiesa: ed alla mensa di due Arcivescovi
(Lopez e Adami), proprio nei giorni di magro, venivano servite anguille
di Messina e vitella di Sorrento. Attiva la caccia ai libri proibiti, ma
frustrata dalle inclinazioni di molti, sì che ad un forestiere,
commensale dei due prelati, offerivasi la celebre _Lettre de Trasibule_
e _l'Examen important_[449]; ed in quella che ogni luogo echeggiava di
severe censure alle nuove fogge di vestire, molti sacerdoti, quasi
frustini sfaccendati, andavano bighellonando per la città in abiti
borghesi a colore, stivaloni e capelli incipriati[450].
[448] Vedi sonetto siciliano inedito nel ms. segnato 2 Qq D 30 della
Biblioteca Comunale di Palermo, e _Villabianca_, _Diario_, in
_Bibl._, v. XXVII, p. 4, e v. XXVI, pp. 198-200.
[449] _Hager_, _Gemälde_, p. 192.
[450] Avviso a stampa in data del 18 marzo 1796, a firma del Vicario
generale della Diocesi di Palermo.
Gli è che alla santità della fede talora riusciva inefficace la
disciplina ecclesiastica; e sommamente dannosa fu la gestione
dell'ultimo Arcivescovo del secolo (Lopez y Royo), più delle apparenze
curante che della sostanza, più dei suoi personali interessi che di
quelli ben più gravi della religione. Non uno slancio da mente
illuminata in costui, non un impeto che rivelasse la genialità di
sentimenti generosi ond'egli primo avrebbe dovuto farsi banditore. La
mondanità delle forme era in esso pari alla mal celata ambizione; e se
Palermo non degradò dal culto sincero delle cose divine, si dovette alle
convinzioni profondamente radicate nelle coscienze, e neppure sfiorate
dal soffio degli enciclopedisti.
Ma fra tanti e sì stridenti contrasti la carità non difettava mai.
Numerose opere pie componevano il tesoro dei poveri e dei derelitti. Se
a tutte le miserie non riuscivano a provvedere, perchè immense quanto il
mare son le sventure, a molte recavan sollievo, e più ancora ne
avrebbero recato se alcuni beneficî fossero stati informati a principî
diversi da quelli dominanti nel tempo in cui nacquero.
La Società moderna rimane impassibile o sorpresa a certi scopi di legati
d'allora; ma ha torto nel giudicarli coi criterî che si son venuti
formando da mezzo secolo in qua. Bisogna ricordarsi che una delle grandi
preoccupazioni, se non la più grande, era l'anima, nella cui salute si
erogavano sostanze, la legittimità delle quali nessuno metteva in
discussione. Quindi i legati a favore di ordini religiosi e di cappelle,
dove come in propria casa i confrati si adunavano. Le cosiddette
_congregazioni_ o compagnie erano un completamento della famiglia;
famiglia più larga, intesa a considerazioni sull'ultimo fine; e tra i
legati ve ne avea così per esse come per le chiese, tanto per
consanguinei poveri quante per orfane estranee. Nel solo anno 1790 si
ebbero fino a nove istituzioni di cosiffatti legati.
La ricerca del nuovo patrimonio dovuto alla divozione ed alla carità
nelle ultime decadi del settecento a confronto del patrimonio dei secoli
precedenti darebbe oggi sorprese confortevoli alle anime bennate; ma,
checchè ne sia, mentre in codeste maniere si affermavano le supreme
volontà dei benefattori, centinaia di beneficî vigoreggiavano.
La lista delle opere pie palermitane parla dolcemente al cuore, e
conferma come nulla si trascurasse per venire in soccorso degli
infelici: donne traviate, fanciulle pericolanti, infermi mancanti di
cure, bambini senza sostegno, carcerati privi di pane, condannati laceri
e scalzi. Carità sublime quella, alla quale nessun giornale profondeva
lodi smaccate a scapito della verecondia dei benefattori. La bramosia di
rumore intorno al proprio nome poteva forse, perchè umana, affacciarsi
all'animo loro; ma non lasciava svaporare la fragranza del fiore gentile
della carità, olezzante perenne e benedetto. Non si sognava la
teatralità delle opere buone, non il compenso materiale del bene
spontaneamente concepito e santamente condotto; unico movente, unico
compenso del bene, il bene stesso.
E frattanto, per lunga inerzia, sonnacchioso il paese trascinava la vita
alla quale era stato abituato da Vicerè stranieri, avidi di pompe e di
danaro, e da ministri, ciechi o avveduti strumenti di quei Vicerè.
Tra molli ozii intorpidivano i ricchi, d'altro non curanti se non di ciò
che meglio assicurasse il quieto lor vivere col godimento, per chi ne
avesse, di titoli e di fasti. Carezzavali il Governo e, come per
compenso, ne ricavava forza, che alla sua volta su di essi rispecchiava
e profondeva. Del ceto civile, gl'impiegati sbarcavano placidamente il
lunario guardandosi dal far cosa che potesse dispiacere ai superiori o
compromettere l'ordine interno; ed i professionisti grossi e piccini
dalle dovizie delle case nobili, dai piati dei litiganti e dalle
amministrazioni delle comunità religiose ritraevano chi sussistenza, chi
agiatezza.
La innata passione di gareggiare in lusso con la classe elevata imponeva
loro spese che consumavano le ordinarie entrate: gara che per imitazione
ne tirava dietro un'altra: quella degli operai.
La grande massa del popolo, purchè il pane costasse poco (ed il Senato
lo dava a buon mercato, anche a scapito dell'erario del Comune) e le
feste non mancassero, si sfamava e restava contenta.
Potente come la Nobiltà il Clero secolare e regolare, rispettato se alto
e dotto, tollerato se basso; ma pur sempre tenuto di conto, se non altro
pel numero.
Non una parola di fuoco che accendesse gli spiriti; non un atto che
sorreggesse le fedi vacillanti, che sollevasse alla visione d'una
Sicilia forte, libera e indipendente. Il tentativo del Di Blasi fu
un'allucinazione generosa al miraggio della libertà francese, tirannide
di folle boccheggianti attorno agli alberi della libertà, in Italia
grottescamente parodiati.
Qualche anno dell'ottocento dovea passare perchè si uscisse dall'eterno
torpore. La Società incominciava una lenta, insensibile evoluzione. La
forza di volontà dei maggiorenni, già viva e gagliarda in tutte le sue
esteriorità, svigorita pel prolungato consumo dell'organismo sociale e
pei continui ritagli di privilegi e preminenze operati dagli ultimi
Vicerè, volgeva a completo esaurimento.
Il patriziato era caduto in istanchezza: e quando con l'atto memorando
del 20 luglio 1812 il Braccio baronale del Parlamento siciliano faceva
spontaneo sacrificio di quei privilegi e di quelle preminenze, esso
compieva sì un nobile atto di patriottismo, ma rinunziava ufficialmente
al resto di ciò che avea parte perduto, parte dimenticato. Le energie
d'una volta, spossate, si trasformavano in nuove energie come per
prepararsi a combattere il dominio del passato ed a sostenere le lotte
dell'avvenire.
Nei primi sessant'anni del secolo XIX, in mezzo a turbinose vicende, la
storica Capitale seguì una via ascendente di progresso: debole
progresso, è vero, ma reale e palpabile. Tra giuramenti di principi
fedifraghi ed aspirazioni e sommosse di popoli, tra violente repressioni
di governanti e fremiti sdegnosi di vittime, tra concessioni
coraggiosamente reclamate e riforme ineluttabilmente imposte dal fatale
incalzare degli eventi, il paese con la coscienza dell'esser suo e con
la forza della sua storia acquistava dignità novella.
L'asservimento forzato al Governo di Napoli, l'antigeografico titolo di
_Regno delle due Sicilie_ al quale l'Isola dovette sottostare, non
impedirono il rinnovamento della Città.
Il 1860 trovò Palermo pronta ad immolare sull'altare della Unità
d'Italia la sua autonomia. Pur di conseguire la libertà, che, ben intesa
e mantenuta, è base e guarentigia di civile floridezza, unì
incondizionatamente le sue sorti a quella degli altri Stati della
Penisola e diventò provincia del nuovo Regno.
Abolite da mezzo secolo ma non dimenticate le antonomastiche
_Costituzioni_, la storia di Palermo, che è storia di Sicilia, si
confuse e si perdette nella storia d'Italia; ma Palermo si fece più
grande, più bella, degna in tutto e per tutto delle principali città
sorelle di Terraferma.
Le sue mura di città crollarono; i suoi bastioni di giorno in giorno
cedettero il posto ad infinite abitazioni private e pubbliche; le sue
porte restarono solo di nome. L'antica Capitale si triplicò fuori di se
stessa: e le quattro miglia di suo circuito divennero tre volte tanto, e
sulla immensa pianura di orti, giardini, oliveti e spiagge gli abitanti
si riversarono in cerca di aria, di luce, di verde, di cielo, di mare.
Ogni giorno che passa è una casa, un edificio che cade sotto il piccone
inesorabile del muratore, e con esso un ricordo che si dilegua dalla
memoria di chi resta. E non pure il passato, ma anche il presente cade a
brandelli. I fatti avvenuti ieri s'involano agli occhi nostri
precipitando nel baratro delle memorie irrevocabili. Nel tempo che fugge
s'incalzano con rapidità fulminea uomini e cose. Solo resta immutato,
vecchio e perennemente giovane, il popolo; sul quale due, tre secoli non
son per altro passati che per modificare vestiti non più compatibili col
continuo rinnovamento della moda. I suoi _catodî_, minacciati da
periodiche velleità di trasformazioni edilizie, son sempre lì, per
naturale inclinazione della genterella che li abita, uniformi, puliti,
ma angusti, sovente scarsi più sovente privi di luce; e si legano e
stringono, o si dividono e discostano per formare vicoli tortuosi,
gradinate sostituite a rampe di antichi dislivelli, piazzuole
irregolari, cortili ciechi, reconditi, sinistri, ignoti perfino ai
popolani del quartiere. Quivi formicolano parecchie centinaia di
migliaia di uomini, donne, fanciulli con tradizionali usanze e leggende
che richiamano a consuetudini scomparse.
Ma il ceto medio e l'alto, non del tutto smorbati dal tradizionale
spagnolesimo, con mirabile prontezza si sono assimilati quanto di nuovo
offre la vita moderna del continente: il grande, il bello, che non può
sfuggire agli ammiratori delle cose grandi e belle.
Possa tu, o Palermo, vanto della Sicilia, con l'Italia forte, avanzare
in prosperità! Possano le più miti aure carezzarti di dolci baci, ed il
cielo giocondarti di perenne sorriso! Possano i tuoi figli renderti
beata di domestiche e civili virtù!
Ecco l'augurio, che l'ultimo dei tuoi devoti fa per te, vecchia Palermo
ringiovanita,
Patria, diva, santa genitrice!