Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non ebbe quel
rinnovamento che era da impromettersi. Come suole avvenire nelle
improvvise rivoluzioni d'ordine politico civile, morale o religioso, non
si era preparati al da fare, e si credette di aver provveduto alle prime
e più urgenti bisogne abbattendo in fretta e in furia gli emblemi della
espulsa Compagnia e supplendo alla meglio qualche istituzione buona alla
gioventù maschile e femminile.
Dieci e più anni passarono senza un piano prestabilito di riforme, senza
un concetto sicuro di ciò che convenisse sostituir proficuamente
all'insegnamento che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era
lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere.
Discipline neglette per le condizioni d'allora, impotenti aspirazioni al
progresso si trascinavano in mezzo a fiacche velleità di riforme.
Nelle mani dei Gesuiti erano state le scuole che ora si direbbero
classiche secondarie e le superiori. Nel loro Collegio Massimo si erano
conferite lauree in alcune facoltà. Col loro allontanamento quel
privilegio era venuto meno; quindi non più dottorato in Teologia, meta
suprema degli studî ecclesiastici; non più laurea in Filosofia, materia
comune alla Giurisprudenza ed alla Medicina.
Eppure ben altri erano stati i voti della Città nei secoli passati!
Quando nella rivoluzione del 1647 il popolo palermitano, adunato nella
chiesa di S. Giuseppe, avea presentato i Capitoli che per opera del
Senato voleva concessi dal Vicerè, non avea dimenticato quello a favore
della istruzione, inteso ad ottenere che «studi pubblici di tutte le
professioni in loco ben visto alla città» si aprissero, e la città ne
scegliesse i maestri[423].
[423] _La Lumia_, _Giuseppe d'Alesi e la Rivoluzione di Palermo del
1647_, Documenti, n. 3. -- _I. Carini_, _L'Università di Palermo
nell'a. primo del corrente secolo_, in _Arch. stor. sicil._, a. II,
p 235. Pal. 1874.
Ora il Senato, vigile custode del decoro della Capitale, implorò dal Re
il privilegio dei Gesuiti; ed al suo voto si unì più tardi, dissenziente
il Braccio militare, il Parlamento. S'invocò a favore del Diritto Civile
e Canonico e della Medicina e Chirurgia il privilegio per secolari
concessioni goduto, a scapito di Palermo, dalla città di Catania. Lunghi
i tentennamenti: ripetute le ripulse, dovute a difficoltà di erario ed a
malinteso rispetto a vieti diritti e, che è più, ad apatia del Governo
di Napoli. Si temeva che una concessione in questo senso a Palermo
potesse nuocere a Catania, facendo nascere in essa malumori contro i
ministri: e frattanto alla istruzione di Catania nocevasi, come vedremo,
assai più che concedendo il chiesto privilegio.
Imperciocchè è da sapere che se Catania aveva la prerogativa
dell'insegnamento superiore e delle lauree, Palermo avea l'incarico dei
concorsi alle cattedre di quella città: e di questo le sue commissioni
esaminatrici con sottile astuzia si giovavano per regalare alla
privilegiata Università i men degni maestri. La notizia è nuova, ma ci
viene da un uomo degno di fede, indispettito del brutto giuoco a danno
della città a lui cara.
«Palermo, dice il De Cosmi, ha riguardato sempre con gelosia questa
Università, e sempre e per tutte le vie ha procurato di fiaccarla
coll'erezione di nuove scuole, con dispense dal triennio, col procurare
che i professori di Catania fossero sempre persone di poco sapere, come
si vede dagli attuali (1801) professori interinarj provveduti dal
Ministero di Palermo, che, senza esagerazione, furono la spazzatura di
tutta la gente inutile di Palermo: sordi, vecchi decrepiti, attratti,
per non parlare delle qualità dello spirito e del costume, e che in otto
anni hanno finito di discreditare le scuole di quella infelice
Università»[424].
[424] _G. Di Giovanni_, _La vita e le opere di G. A. De Cosmi_, pp.
152-53.
Fatta la legge, del resto, è trovato l'inganno: e molti giovani
dell'Accademia degli studî in Palermo maliziosamente si sottraevano al
triennio di Catania mercè dispense che con futili pretesti facilmente
ottenevano.
Pure i tempi maturavano.
L'ultimo ventennio del secolo si svolgeva a vantaggio della cultura
scientifica della maggiore città dell'Isola. Sotto l'impulso di eletti
ingegni, con un po' di buona volontà del Governo locale, alle aure di un
rinnovamento intellettivo da tutti sentito, si cominciava a respirare in
campi meno angusti di quelli nei quali era stata o si era trincerata la
istruzione superiore. Un piano venne presentato per raddoppiarne le
materie; nuove discipline vennero ad assorellarsi con le antiche
rafforzandone la efficacia. Il modesto titolo di «Accademia degli Studî»
prese a rappresentare una vera e propria Università, che poi, nel 1805,
potè sorgere incontrastata a fronte di quella di Catania. Trenta
cattedre avea proposte (1779) la Deputazione degli Studî, e solo venti
ne ottenne: tre per la Teologia, quattro pel Giure, sei per la Medicina,
sette per la Filosofia: concessione irrisoria, se si guardi ai tempi
nostri; non priva d'importanza allora, che poco o punto si era riusciti
ad avere.
Alla laurea teologica si potè aspirare frequentando per cinque anni (era
il corso più lungo) le lezioni di Storia ecclesiastica, Teologia
Dommatica e Morale non tomistica; alla legale, quelle di Istituzioni
canoniche e civili, di Diritto naturale e pubblico, di Economia,
Agricoltura, Commercio. Si conseguiva la laurea in Medicina per corsi di
Anatomia, dissezioni anatomiche, Chirurgia pratica, Chirurgia ed
Ostetricia, Chimica e Farmaceutica, Medicina teoretica e pratica. Questi
corsi superava la laurea filosofica, la quale in un amalgama che oggi
deve parere indigesto componeva Logica e Metafisica con Botanica e
Storia naturale, Fisica sperimentale con Lingue greca ed ebraica,
associandovi Geometria ed Algebra, Matematiche, Idraulica ed
Architettura civile! Di Pandette, Diritto feudale e criminale, Storia
civile, Antichità e Diplomatica non si parlava neppure, benchè la
Deputazione, ispirandosi a quel che s'insegnava a Catania, ne avesse
fatto proposta.
A questi, altri insegnamenti vennero aggiungendosi più tardi; sì che ai
primi del nuovo secolo poteva ben contarsi sul numero dei trenta della
Deputazione medesima, pure essendovene diversi da quelli da essa
vagheggiati. _Lettori_ furon detti coloro che oggi chiamiamo
_professori_, titolo che assumono modesti insegnanti elementari come
titoli nobiliari si arrogano vanitosi audaci che non vi han diritto.
Agli antichi venne conservato il salario annuale di cent'onze (L. 1275);
ai nuovi quello di sessanta ad ottanta (L. 1070), che al settecento
valeva qualche cosa.
In tutto questo tempo l'Accademia ebbe maestri rinomati: l'Ab. Carì per
la Dommatica, G. Venanzio Marvuglia per l'Architettura, Controsceri per
l'Etica, Sergio per la Economia pubblica, R. Scuderi per la Patologia.
Meli tribolava insegnando Chimica senza gabinetto; Garajo chiedeva
invano di dettare il suo corso di Istituzioni civili e di rito civile in
casa; Frate Bernardino da Ucria, condannato al modesto ufficio di
dimostratore, faceva per la Botanica assai più del lettore Giuseppe
Tineo. Man mano che altre cattedre si fondavano, maestri valorosi
venivan chiamati ad occuparle: l'Ab. Balsamo l'Agricoltura, il can.
Gregorio il Diritto siculo. Con larghe offerte si fecero pratiche per
avere allo insegnamento della Letteratura il Marmontel, delle
Matematiche il Lagrange, della Fisica lo Spallanzani, dell'Astronomia
l'Oriani: più oltre non poteva andarsi, ed il Caracciolo vi si spinse
con lo ardore di un riformatore; ma le pratiche riuscirono infruttuose;
e fu somma fortuna che il Piazzi si decidesse a lasciar la sua
Valtellina per la Sicilia, ove fu compagno ad altri ecclesiastici del
Continente italiano quali il Salvagnini da Padova e P. Michelangelo
Monti da Genova.
Tra essi, circondato della falsa aureola di sapienza arabica, si assise
superbo il più gran ciarlatano del secolo dopo Cagliostro in Sicilia,
l'Abate Vella, le cui sfacciate creazioni storiche ci siamo provati a
riassumere in un precedente capitolo.
Tolto in siffatta maniera ogni impedimento alla laurea, il numero degli
studenti si accrebbe, e con essi il bisogno di un regolamento di
disciplina. Verso la fine del secolo questo numero rappresentava una
media di 850; nel 1800 preciso era di 896, cioè: 84 nella Facoltà
teologica, 152 nella medica, 324 nella filosofica, 336 nella
legale[425].
[425] _Carini_, op. e loc. cit., pp. 236-38.
Dalle carte dell'Accademia non si rileva se tutti facessero il loro
dovere; si rileva bensì che era molto attiva la sorveglianza del Rettore
del cortile sullo studio e sulla condotta loro. Si prendeva nota
dell'intervento degli scolari alle lezioni, del buon costume, degli atti
di pietà ai quali essi erano tenuti: ed atti obbligatorî di pietà erano
la messa ogni Domenica nell'Oratorio, il catechismo, le preghiere e via
dicendo. I giovani leggitori di questo libro -- se tant'è che esso ne
avrà -- sorrideranno a queste notizie: ma la cosa era proprio così. Gli
spiriti che oggi compiangono i poveri di spirito di ieri, maestri e
discepoli, devono pur pensare che essi hanno risoluto il grave problema
della credenza nella peggior maniera: non credendo nulla.
Le vecchie insegne dottorali rivennero dal Governo autorizzate: fu
permesso l'anello e l'uso della cintura sopra gli abiti civili ed il
fiocco al cappello; la toga ed il fiocco color cremisi per la Teologia:
color verde per la Filosofia[426].
[426] _L. Sampolo_, _La R. Accademia degli Studi di Palermo_, cap. VI e
segg. Palermo, 1888. -- _Scinà_, _Prospetto_, t. III.
Pure di scappatelle ne facevano anche allora gli studenti: se no, perchè
certi articoli disciplinari? Pei disubbidienti e pei protervi non v'era
solo la ammonizione e la espulsione, ma anche qualche argomento
convincente della polizia. Bisognava arare diritto, e non permettersi
atti di ribellione di sorta. Come più tardi, fino al 1860, dentro la
Università attuale, così allora dentro l'Accademia, cioè
nell'ex-Collegio dei Gesuiti, era una stanza per ufficio di un
funzionario incaricato di reprimere con la forza qualunque tentativo di
eccesso. Quando per la morte di D. Stefano Pizzoli, Lettore di Medicina
Pratica, venne chiamato il modicano D. Baldassare Cannata (16 ott.
1797), gli studenti di Medicina si prepararono ad ostile accoglienza.
Cannata, non palermitano, non di alta levatura, poco buon parlatore,
faceva sentire la perdita del venerando Maestro palermitano, sapiente
nella pratica, carezzevole nella parola. Il Cannata inoltre aveva un
difetto grave pel momento (il che è curioso per la storia dei sistemi
medici tra noi): non campeggiava a favore della dottrina di Brown, per
la quale gli studenti, probabilmente perchè nuova, parteggiavano. Erano
cencinquanta, e tirarono dalla loro tutti gli altri compagni delle varie
Facoltà. Il Cannata venne fischiato; ma la Deputazione degli studî tenne
fermo. Il Presidente Asmundo Paternò non era uomo da lasciarsi imporre
dagli schiamazzi; e Mons. Airoldi, Giudice della R. Monarchia, e Tommaso
Natale, sapevano bene il Fatto loro: e non cedettero. I fischi si
ripeterono, e la Deputazione fece entrare nella scuola del Cannata un
buon nerbo di birri. Ancor, altri fischi: ed i tumultuanti furono
arrestati. «Così -- conchiude soddisfatto un testimone -- l'ordine venne
ristabilito»[427].
[427] _D'Angelo_, _Giornale_ ined. pp. 170-79.
Le Facoltà di Patologia, di Medicina e di Filosofia rappresentavano
l'insegnamento superiore; l'inferiore comprendeva le scuole di
Rettorica, di Umanità di prima, seconda e terza classe: e poteva dirsi
quello che oggi è in parte il liceo, in parte il ginnasio, senza essere
(«fortunati scolari d'allora!» ci par di sentire esclamare gli scolari
di oggi) nè liceo, nè ginnasio.
Si era quindi in pieni studî classici italiani e latini.
A centinaia vi accorrevano gli alunni; pei quali era vanto l'apprendere
dalla bocca del P. Gaspare Pecoraro e di Mich. Monti le lezioni d'infima
latinità e di alta italianità. Così grande ne era il numero che di
ciascuna classe doveano farsene due: e le cinque classi ne contavano
oltre a mezzo migliaio. L'anno 1800 dianzi citato essi ammontavano a
660.
I saggi pubblici degli alunni del Monti facevano inarcare le ciglia e p.
Vesco, dotto, ma privo di gusto e di slancio, che vedeva disertare la
sua scuola ed affollare quella del Monti, si sfogava in insipidi
epigrammi, ai quali il buon genovese opponeva dignitoso silenzio[428].
[428] _A. Gallo_, _in Poesie scelte_ di M. _Monti_, p. X, Palermo, 1839.