I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED
IL S.a LUCIA.
Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono
sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l'«_opera_ però
era sempre la più favorita»[48] per la quale venivano sempre con
periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina,
i maggiori del tempo.
[48] _De Saint-Non_, op. cit., p. 143.
S.a Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano palchi di loro
proprietà sontuosamente addobbati la Marchesa di Regalmici, Caterina La
Grua Talamanca e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani.
Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe di Caramanico,
non mancava ad esso nulla per esser degno di accogliere l'aristocrazia
siciliana con opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e
qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi, anche perchè ne
era stato tolto il pericoloso ingombro del tamburo in legno, sostituito
con altro in muratura[49].
[49] _Provviste del Senato_, a. 1799-80; a. 1786, p. 135.
Col S.a Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava il S.a Caterina,
o S.a Lucia; così chiamato per la vicinanza del Monastero di S.a
Caterina e perchè apparteneva ai Marchesi di S.a Lucia Valguarnera, che
vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico l'avean reso
pubblico[50].
[50] Per la storia da scriversi del nostro teatro è utile notare che
qualche volta in questo teatro agivano dei filodrammatici. Abbiamo
sott'occhio un _Argomento della Commedia del_ _Marchese di Liveri_
_intitolata_ Il Solitario, _la quale si rappresenta nel domestico
Teatro dei Signori Marchesi di S. Lucia, da una Brigata di Nobili,
e Dilettanti_. In Palermo, MDCCLXVII. Nella Stamperia dei Santi
Apostoli in Piazza Vigliena presso D. Gaetano M.a Bentivegna.
In-4º, pp. 7.
Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla magnificenza del
fratello maggiore, ed avea ricordi non alti nelle rappresentazioni
comiche di antichi artisti buffi, giunti fino a noi col titolo di
_Travaglini_; onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la
elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente condivisa da
entrambi i teatri, dei quali il S.a Caterina offriva d'ordinario opere
comiche.
Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei teatri, persuase i
patrizî a costruirne di sana pianta uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra
quei patrizî erano Senatori: e fu appunto il Senato l'interprete o
esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si stabilì il luogo
dell'edificio e fu anche detto più tardi che le somme occorrenti
sarebbero state prese dai fondi amministrati dalla Deputazione per le
strade di Sicilia[51]. Ma all'ultima ora, quando si trattò
dell'attuazione, nessuno osò avventurare il Comune in una opera non
creduta necessaria. Se non che, _quod non fecerunt barbari fecerunt
Barberini_: ed i Barberini o barbarini furono gli allegri amministratori
della città cent'anni dopo, quando demolirono quattro chiese e due
monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in quei medesimi
paraggi nei quali fin gli spensierati signori del secolo XVIII non
avevano avuto il coraggio di farlo.
[51] Un uomo altolocato in Palermo diceva al Bartels queste gravi
parole: «Si vocifera che il denaro esatto (per le strade) sarà
forse impiegato per la fabbrica di un nuovo teatro in Palermo. Non
è da credersi; ma il Governo di Sicilia fa vedere cose più
mostruose». _Bartels_, _Briefe_, n. XXXIII, vol. II, p. 519.
Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!
Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i teatri, ma anche gli
altri privati, permanenti ed occasionali, di Casa Abbate di Lungarini,
del Marchese Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli
Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto San Ferdinando, del
Marchese di Salines Tommaso Chacon[52].
[52] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 163; a. 1793, p. 59; a.
1798, pp. 25-26. -- _Santacolomba_, _L'Educazione della Gioventù_
ecc. pp. 421-22. In Palermo, MDCCLXXV.
Quell'uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un giorno s'accorse o
venne informato che questi teatrini di famiglia non dovevano lasciarsi
liberi di rappresentare quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio
li volle sottoposti alla comune censura[53]: quasichè negli istituti di
educazione si potessero rappresentare cose contro o il Governo, o la
religione, o la morale!
[53] Palermo, 4 febbr. 1800.
Le più riputate compagnie d'Italia interpretavano drammi in musica e in
prosa non prima qui uditi. Gustosissima la commedia musicale _Giannina e
Bernardone_ del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò
personalmente il Caracciolo[54], e che con grave errore si è detto
essere stata la prima volta eseguita nel 1787 in Napoli[55].
[54] _Reali Dispacci_, an. 1784, registro n. 1510, fogli 152-53
dell'Archivio di Stato di Palermo.
[55] _C. Dassori_, _Opere e Operisti, Dizionario lirico universale
(1541-1902)_, p. 666. Genova, 1903.
Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione del S.a Cecilia,
costata tremila scudi, dal 1787 in poi, dame e cavalieri vi udirono,
deliziandovisi, l'_Ariarate_ del Tarchi, l'_Arbace_ di Fr. Bianchi,
l'_Alceste_ del Portogeloclo, l'_Amor contrastato_ (chi non ricorda
questo celebre dramma in musica del Paisiello?), la _Didone
abbandonata_, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano Piticchio
(1780), il massese Guglielmi (1785), il veneto Gazzaniga (1787), il
pesarese Federici (1794), fino al Paisiello (1797); il _Fanatico
burlato_ del Cimarosa, l'_Alzira_ di G. Niccolini[56]. E dame e
cavalieri risero e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche,
attraentissime voci delle prime cantanti italiane e straniere Teresa
Pogg (1789), Margherita Delicati e Marianna Vinci (1791), Anna Nara e
Marianna Marioletti (1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina Danti
(1793), e Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina Bassi e Caterina
Fiorentino (1797) e Teresa Bertinotti e Carolina Miller (1799) e
Carolina Scaramelli (1800)[57].
[56] Anni 1787, 1788, 1798-99 ecc.
[57] Nota presa nella Biblioteca del Principe di Trabia e nel _Giornale
di Sicilia_ del 5 agosto 1794.
Quando la musica veniva alternata con la prosa, e due compagnie si
dividevano gli allori ed i quattrini del privilegiato teatro, la _Morte
di Carlo XII re di Svezia_ con altre tragedie dell'Alfieri vi
ricompariva con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo a
tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa di operette serie e
buffe potesse questa simpatia farsi strada e mantenersi in aperto
contrasto con la natura dei componimenti tragici del sommo astigiano.
Perchè, mentre le operette erano tessute d'intrecci strani, a base di
pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente appassionato,
le tragedie dell'Alfieri si svolgevano con la massima semplicità
d'intreccio, con la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza,
anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza dei versi.
La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre
stagioni dell'anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a
dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo
memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti di
cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte
altre circostanze.
Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la
_Pietra simpatica_ del maestro di cappella palermitano D. Salvatore
Palma[58]: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie
opere musicali _non eroiche_, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo
suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima
donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte, eguagliata
qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.
[58] _Dassori_, op. cit., p. 799, attribuisce a Silvestro Palma
quest'opera, che dice primamente rappresentata in Napoli, nel 1792.
Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor
sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello
fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L'idea
piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica; la quale,
poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona
dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse benevolmente; ma sotto una condizione,
cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che _oratorio_
dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo
spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei
quali i nomi mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso
serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano.
La _Giuditta_ era tra le opere più accette[59]; il teatro fu sempre
pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî
(Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi
guadagnarono centinaia d'onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e
così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L'esempio degli oratorî produsse
effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è
stato convertito in chiesa -- dissero molti -- con sacri oratorî, perchè
non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste
ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?
[59] Probabilmente è _Il trionfo di Giuditta, azione sacra_ di Pietro
Guglielmi, stata eseguita più tardi nell'Oratorio di S. Filippo
Neri. Se non che, una edizione se ne ha di «Palermo MDCCCVI, nella
Stamperia del Solli».
Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d'ogni
ordine accorrere al teatro. L'impresario, che non cercava di meglio,
allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari:
«cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile
solo con «la mutazione dei tempi»[60].
[60] _Diario_ ined., a. 1798, pp. 25-26.
Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò
febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con
un'altra compagnia, _Il trionfo di Diana_ in costumi così scollacciati
che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile dello
scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per
intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui.
Il dramma musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi[61].
[61] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1797, p. 142.
Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva
alla rappresentazione del _Pimmalione_ di Bonifazio Asioli o del Sirotti
in luglio, della _Morte di Cleopatra_ del Nasolini in agosto: opera
grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da
quattro cavalli; dei _Tre eredi_ in settembre. Assunta la impresa da
Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe
Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva
Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che
nei _Puntigli per equivoco_ del Fioravanti[62] faceva le parti di
Bettina figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D.
Eugenio, amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino
alla fine con l'_Astuto in amore_, che dopo due esecuzioni doveva
mettersi da parte; con la _Donna sensibile_ di Giacomo Tritto e con
altre opere, tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe
Bracci, stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo
Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po' del
vestiarista D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo
XVIII.
[62] _I Puntigli per equivoco, commedia per musica da rappresentarsi nel
R. Teatro S. Cecilia._ In Palermo, MDCCXCVII.
Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella _Vergine del_ Sole del
Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione.
Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere
comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici
incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti
(1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di
opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e
febbraio aveva una ripresa in autunno col _Pirro re d'Epiro_ del
Zingarelli, con _La Serva padrona_ e con gli _Zingari in fiera_ del
Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi
riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale,
benchè attempatella, nella _Zenobia in Palmira_ di Pasquale Anfossi
cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello
anche lui, improvvisava la odicina intitolata:
_Li Grazj._
Sai, bella Veneri,
Sai tu pirchì
Li Grazj currinu
A la Davì?
Pri fari vidiri
Chi ad idda sta
Rendiri amabili
Qualunque età;
E chi tu propria
Tu stissa tu,
S'iddi ti lassanu
Nun cunti cchiù[63].
[63] _Meli_, _Poesie_, p. 65.
Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per la _Finta amante_
del Paisiello i versi di un Meli; ma portò via i regali di parecchi
giovani ed il cuore di più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica
sempre nuova!
Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano
tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto
una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e
per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a
Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo,
come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti
lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed
eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li
sentiva.
Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi
obbligati, dagl'intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli
amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di
zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a
pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a
sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.
I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione,
il godimento dello spettacolo, l'ordine della città.
«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al
Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero
talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a
profondervi delle migliaia con molto danno delle loro famiglie.
Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche
piene d'oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che
per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî,
feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri
_vermiglio e verde_, le amorose insegne del gelsomino e dell'ancora non
altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».
Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia,
protette da due gruppi contrarî, accalorati nell'ammirazione della
mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato
nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei
parteggiatori[64].
[64] _Ms._ Qq E 88, p. 2, della Bibl. Comunale; e _Diario_, in _Bibl._,
v. XIX, p. 141.
In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista
d'Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche
lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato
orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera
del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di
Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in
risposta: _Piuttosto piangere mi posson fare che cantare_[65].
[65] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 269. L'aneddoto, un
po' travisato, con un'aggiunta senza base storica, è stato
riportato dal giornale _L'Ora_, a. II, n. 231, da un recente libro
di memorie di un artista ultimamente pubblicato a Parigi (1901).
Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con
l'Andreozzi.
Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il _partitario_
(impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera
_Vergine del Sole_ del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è in
Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano
della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni
di seconda donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via di
aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una
vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli
amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi
partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro
sostenitori, l'un contro l'altro armato, s'attendono al varco. La prima
sera è sfavorevole all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti
da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la
sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al
riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua
opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo
saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito
pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai
limoni ed ai gozzi di polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono
più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il
Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all'indecente
saluto aspetta una ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe
egli fare il Torremuzza? -- «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più.
-- «Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e
non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi.
E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il
dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe
a finire! Il paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera con la
sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni
giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della
_Vergine del Sole_: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo
circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del
brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario Toti, che pel danno che gli è
venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità,
tira un gran sospirone[66].
[66] Gennaio 1798. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di Stato di Palermo.
Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?
_Cherchez la femme_, se _la femme_ non si vede anche troppo.
Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa amicizia col Pretore,
ed il Pretore, che le vuole un gran bene, poco curante dalla sua alta
dignità e del suo stato civile, la colma di regali, e le passa
cinquant'onze al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno, con quanto
dolore della Pretoressa e scandalo de' Palermitani, si può immaginare...
A proposito di che si richiama l'aperta protezione accordata dal Vicerè
Caracciolo (febbraio del 1782) alla cantante Marina Balducci, che egli
avea conosciuta a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a pranzo e
dei mormorii che destò nei nobili la presenza di una commensale rotta
alla facile vita delle scene[67].
[67] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 243.
L'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe metter fine allo
scandalo, ma non volendo guastarsi col Pretore, ha legate le mani al
Capitano, lasciando per tal modo crescere in arroganza la turbolenta
artista. Contro di lei, come contro la sua rivale, pare sia stata ordita
una congiura tra la Principessa di Belvedere, Caterina Del Bosco e la
Duchessa di Montalbo, Marianna Ramondetta: congiura alla quale non
sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello, Principessa di
Torremuzza, interessata la parte sua a favore del marito. Ed ecco come
c'entrano i due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame sarebbero
stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti partigiani delle due
artiste, e la loro cattura è stata seguita da quella del nobilotto
Ignazio Costantino, che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere
alle tre dame di astenersi dall'andare a teatro; ma alcuni dicono di
averle viste tutte e tre insieme nei palchi; e Pasquino, seccato
dell'imbroglio e della temporanea sospensione dello spettacolo, si
lascia andare a questo debole sfogo:
Montalbo, Ramondetta e Belvedere
Han privato il teatro del piacere.
Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti dai palchi dei suoi
ammiratori sonetti e canzoni: composizioni, come di consueto, al di
sotto del mediocre. Tra tutte ve n'è una d'un benedettino cassinese, P.
Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di Trabia, il quale nasconde
la sua mondanità sotto il semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto
di vero ossequio» così incomincia la sua ode:
Ecco già canta: uditela
Oh come alterna il fiato
Seguito dalle Grazie
A rapir l'alme usato!
L'alata voce ed agile
In mille giri ondeggia,
Ora con volo rapido
Quale usignol gorgheggia;
Ora di luce eterea
Cinta dall'alto scende,
E con bell'arte insolita
I cuor' di gioia accende[68].
[68] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 28, 58, 68. --
_D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 179. La stampa della poesia è
senza indicazione tipografica.
Contemporaneamente v'è chi canta le lodi di Maddalena Ammonini, prima
donna assoluta del S.a Lucia; ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di
offrirle un epigramma latino, che essa, s'intende, non avrà neanche
guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo, un sonetto, confortante
nelle recenti lotte degli invidiosi, poi
Che dalla ruota e dal martel cadente,
Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
E più fino diventa e più lucente[69].
[69] Palermo, Gagliani, 1798.
Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che giungesse era un
avvenimento che suscitava nuovi ardori nell'animo dei nostri giovanotti.
Come prima, così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione: e
comiche e cantanti e ballerine ricevevano gl'isolani adoratori come
avevano ricevuto quelli, forse meno ardenti, perchè men privi di
cosiffatti incontri, di Terraferma. Meli vide nella passeggiata della
Marina questi ganzerini, che perdevano la testa appena incontrassero una
sacerdotessa di Tersicore; e