Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col
loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e
fu un gran discorrerne per tutta la città.
Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non
solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita
dei varî preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni che parvero
fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità dei Palermitani[35].
[35] _Des Ballons aérostatiques, de la manière de les construire, de les
faire élever ecc. Orné des planches en taille douce._ A Lausanne,
chez J. P. Heubach, MDCCLXXXIV.
«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti,
navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo
spettacolo, e non fu persona che non s'interessasse di quegli
esperimenti, creduti utili alla riuscita della non mai tentata impresa.
Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria;
perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l'avesse saputo fare, a
riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere
in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità
di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei
giornali francesi, ed instancabile l'agitarsi di dotti e di indotti per
l'attuazione del descritto disegno.
Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del
poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell'opera e si fecero
quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di
taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il
taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto
e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori.
La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì
che si innalzasse nell'aria atmosferica». Le prove si ripeterono col
sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute;
ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani
sopra gl'inesperti attori.
Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della
scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero
andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del
peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo
buono a sollevarsi da terra ed a prendere le vie aeree fino allora non
tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti,
Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande
perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti,
del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la
riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel
paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l'11 marzo del
1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14.
Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli
presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e
quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per
mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all'ampia
terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di
mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a
così nuovo miracolo dello umano ingegno[36].
[36] _Ragguaglio dei palloni aerostatici lavorati con felice successo da
D. Ercole M. Branciforti e Pignatelli ecc._ In Palermo, MDCCXXXIV.
Dalle Stampe del Bentivegna.
Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed
espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo
dovett'essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di
colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente
in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più
lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione di
aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per tredici mesi soperchiato.
I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori della
Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e
non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una
persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i
maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo
per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello
stesso mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia
naturale e botanica nell'Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla
loggia della Casa degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè!
l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò
dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero
della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le
beffe[37].
[37] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 213. --
_Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 313.
Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l'uso dei palloni
di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in
Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci
documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar
delle messi nella Conca d'oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe
potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di
quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in
Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual'è, ovvia e la più
naturale di questo mondo.
Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese,
dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow
(1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato
da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a
rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si
apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la
Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di
una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti
delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole
delle chiese si videro occupate da persone d'ogni condizione, e da
monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di
essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di
atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.
Aspetta, aspetta: l'ascensione non ebbe luogo. Il vento impetuoso non lo
permise. Ma il popolo, stanco del lungo, penoso attendere, del digiuno e
della sete nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola, ne'
dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi, esplose in grida e
minacce violente contro il Lunardi, bollandolo per giuntatore volgare,
venuto in Palermo ad imbrogliare i cittadini. Il brav'uomo fu a un pelo
di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico, dovette
andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà, che lo protessero.
Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici volte avea tentato le
vie de' cieli in tutta Europa: e teneva molto alla sua reputazione,
perchè la smentisse nella Capitale della Sicilia.
Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro Cantoniere e in
varî posti del Cassaro e della Strada Nuova diceva che il capitano
Lunardi avrebbe fatto la sua ascensione l'ultimo giorno del mese.
Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque costo: dovesse
andarci di mezzo anche la vita dell'attore.
Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di Paola: e chi non vi
fu di persona, vi tenne sopra gli occhi tutta la giornata, da tutti i
luoghi donde lo spettacolo fosse possibile.
Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono, tremarono
all'audacia di lui, il quale parve a chi un dio, a chi un demonio,
sovrumano a tutti. Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad
alcune ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo
tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono di doni, il Vicerè
di danaro, le monache di dolci e di ghiottonerie. Onore supremo a quei
tempi, il suo pallone venne disegnato; sparso per la città il suo
ritratto, come quello di uno dei più grandi personaggi del tempo.
E come da quattro mesi correvan feroci le invettive in verso e in prosa
contro il supposto inganno di lui, così da quel giorno cominciarono gli
inni; e nacque subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d'un
secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa e sulle
particolarità che la resero celebre. La canzone principiava così:
Nun si leggi 'ntra lunaria
Jiri un omu mai 'ntra l'aria;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva:
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!
e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa, fino
all'ultima:
Stu prudigiu di munnu
Pri 'n eternu 'un tocca funnu;
Liunardu lo sò nnomu;
Resta sempri di grann'omu;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva.
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!
La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata per la città tutta: e
venne ritratta nella mobilia e nei quadri.
Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell'orologiaio
Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo
Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un
pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata
Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la
mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese,
ha il _sì_ e _nò_, e si carica pella parte del quadrante».
Così diceva il n. 7 del _Giornale del Commercio_.
Questo il più grande spettacolo _fin de siècle_. In faccia ad esso
impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque
dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?
Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci
dal 1770.
La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone scrivea da
Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al
quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato[38].
[38] _Brydone_, op. cit., lett. XXIX.
In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si
fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria,
da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro,
punteggiato (il guantone) dell'istesso legno per balestrare più in alto
il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per
vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di
strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il
popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi
giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. Male
a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in
terra!»[39].
[39] _Opuscoli palermitani_, n. 2, p. 53. Ms. Qq E 94 della Bibl. Com.
di Palermo.
Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione intensa: ed
uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore
il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran
concorso di popolo e gente civile e nobiltà»[40].
[40] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario storico_, anno 1798. Ms.
inedito della Biblioteca dell'on. Principe Pietro Lanza di Trabia e
di Butera.
Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che
non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè,
proprio in quell'anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato
sonetto:
-- «Chi son costor che a piè d'un baluardo
Le nerborute man menan con arte?
Forse quel legno acuto arma è di Marte?
Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
«Quel diavolo di globo che qual dardo
Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
E quei minchion, parte seduta e parte
Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
«Quei terminacci: _fallo_, _passa_, _caccia_,
Quel ventoso cristero e quel lachino[41].
Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» --
Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
-- «Semplicetto _scioccon_, chiede a Gazzino.» --
[41] Sarebbe forse D. Gioacchino Torre, a cui tra gli altri si rivolge
con un brindisi il Meli? (vedi _Opere poetiche_, p. 286. Palermo
1894).
Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso, risponde per le rime
(e qui la frase vuole intendersi in significato letterale); ma la sua
risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la
conserva[42].
[42] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._
La fortuna del passatempo si tradusse in una specie di frenesia tanto
negli attori quanto negli spettatori. V'era un certo Di Blasi, un certo
Natoli, Fazello, Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone,
Barone[43] e non so quanti altri, che volevano parere agili e gagliardi,
ed erano invece o pieni di velleità di ardimento, o slombati e fiacchi.
[43] Alcuni furono soscrittori del _Memoriale_ che segue.
Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo dettò una lunga
lettera in versi martelliani ad un ipotetico amico, nella quale,
fingendosi straniero, conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia,
metteva in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de' quali dava brevi
ma incisive notizie. Sentiamo un po' quel che egli scriveva:
Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
In questo di Sicilia piccol'e grato giro,
Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
Considerato avendola, non trovo tanto male.
Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l'ignorante,
L'onesto, il disonesto, il celibe, l'amante.
A' pregi, a' mali insomma, a dirla come penso,
In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
La sera sempre portomi in una compagnia,
Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
E conoscendo appieno qualunque giocatore
Avendo quasi un mese passato in questo l'ore,
L'aspetto, il nome, il vizio d'ognun vi scrivo in questo:
Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
Il giuoco, non v'inganno, a me non piace un fico.
Veduti i giocatori dell'altre nazioni
In paragone, questi, mi sembran _cordoni_[44].
[44] _G. Lanza_ e _Branciforti_, _Diario cit._
E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi, che sono appunto
quelli dianzi ricordati.
Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità che al giungere di
Ferdinando III in Palermo, i più appassionati pensarono di assicurarsi
il possesso avvenire del terreno nel quale si divertivano tanto,
presentando al Re un _Memoriale_, che dice assai più di quello che noi
possiam dire:
«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città di Palermo
espongono che sin da tempi immemorabili il luogo pubblico ove si è
sempre fatto esercizio del gioco del pallone è stato tutto il
pianterreno, che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo,
vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all'Orto Botanico. Questo gioco
incontra tanto il piacere di questa popolazione quanto in tempo di gioco
concorre in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini d'ogni
classe o per giocare o per essere spettatrice del gioco; a segno tale
che li dilettanti fanno continuamente delle spese per mantenere il
cennato sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto a dire
nell'a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di onze settanta circa... Vi
abbisognano intanto delle altre spese e per la decenza del luogo, e per
renderlo più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non porta una
pubblica istituzione, e temono i dilettanti che un giorno all'altro
dovrebbero avere impedito l'uso del terreno al presente addetto al
riferito gioco per impiegarlo ad altro destino, così per potere
impiegare con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè si degni
ordinare, che atteso il tempo immemorabile in cui il pianterreno che
corrisponde sotto il baluardo dello Spasimo, che porta la longitudine di
tutto il baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato per
commodo dei giocatori del pallone, resti il luogo suddetto addetto a
tale uso, e non possano li giocatori essere molestati per qualunque
causa nell'uso del suddetto terreno.
«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e di decoro per altro di
questa città, che incontra l'approvazione d'ogni classe di cittadini, e
quindi sperano i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà
accordata tal grazia».
Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti, non capì questo: e,
senza punto scomporsi, rimise per mezzo del suo ministro Principe del
Cassaro la istanza al Senato perchè ne facesse «l'uso che conviene». Ed
il Senato la mandò, come in linguaggio burocratico si dice, _agli atti_,
e concesse invece all'Orto Botanico quello spazio di terreno che
fronteggia l'Orto medesimo[45].
[45] Vedi _Penes Acta_, nell'Archivio Comunale, an. 1799: _Memoriale dei
dilettanti e giocatori del gioco del Pallone di questa città di
Palermo al Re._
Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada nella quale «da tempo
immemorabile» si era giocato, si chiamasse, come in quel tempo si
chiamava ed oggi si chiama tuttavia, _Il Pallone_; al quale battesimo
non ebbe nessuna parte.
La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state
apposte son di poco anteriori all'anno 1802: e celebre fu quella del
_Cassaro morto_, di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S.
Spirito), l'ha murata testè il Consiglio Comunale.
Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e
giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.
Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti
gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe
nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l'abuso
pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali
fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la
palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se
ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare
dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po'
sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la
stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le
più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto,
occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli
ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de
Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire
disciplinato.
La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia
all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste
scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette
migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno stormo
di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa
tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi
in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni[46].
[46] _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sizilien_, v. III p. 723.
Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re
Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi
proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio
e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche
un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per
quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro
tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi
persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.
I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un
indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare
nelle private proprietà[47]: domanda, in apparenza molto semplice, ma in
sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l'autorità
regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno
della roba altrui bastando l'ordine del Re.
[47] _Penes Acta_, nell'Arch. Comunale, a. 1799.