Beati primi

esclamava in una meschina poesia,

Ch'ànnu ddu brazzu!

Cu quali sfrazzu!

Si purtirà!

E in un'altra migliore:

Tutta la sò limosina

Pri li cumidianti,

Pirchì su boni e santi

Nè sannu diri no[70]

[70] _Poesie_, p. 374.

Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato non andavano esenti

da cosiffatte debolezze. Nel 1799 l'Ambasciatore russo Puskin, alla

Corte di Napoli in Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva

per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi volentieri con lei,

alla cui abitazione si faceva precedere dal suo cacciatore: sistema non

nuovo, perchè ordinariamente tenuto dal Re[71], cacciatore d'ogni genere

anche dopo sgradevoli sorprese.

[71] La notizia è accennata dal _Palmieri de Miccichè_, _Pensées et

Souvenirs_, t. II, ch. XLII; ma per errore portata verso il

1792-93, quando la Corte era invece a Napoli.

Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e mogli, divenivano

ardenti tra gli uomini e le artiste, e spingevano quelli a sconsigliati

passi, che reclamavano l'intervento della polizia. Il nobile Diego

Sansone guastavasi un po' clamorosamente con una ballerina, e veniva

chiuso nella Colombaia di Trapani; Placido Bonanno dei Principi di

Linguaglossa, cavaliere gerosolimitano, poco cavallerescamente correva

dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva per essa tante

discolerie da essere relegato in Siracusa[72]. Più grosse quelle di un

signore, il cui titolo marchionale oggi due casati si contendono, e di

Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro, o ingelositi del

primo ballerino di S.a Cecilia, o contrariati dalla sua opposizione e

dalle sue pretese, per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano

ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere da lor gente e gli

facevano aggiustare delle bastonate da orbo; in seguito alle quali per

ordine immediato e _de mandato_ venivano chiusi, questi, il Marchesino,

nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin fine, perchè trascinato

dall'amico, avea sorbito a beneficio altrui l'amaro senza aver gustato

il dolce, nel Castello di Milazzo.

[72] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 97, 353.

V'eran poi gli eterni disturbatori de' teatri, tanto cari a certi

codiciai moderni, nati fatti per proteggere i birbanti; ma la polizia

del tempo, senza permesso nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le

mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese Costantino, capo di

codesti sconsigliati nel 1797, informi. Qualche volta la polizia non

bastava, e doveva ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per una

sera soltanto![73].

[73] Vedi lettera del Vicerè Colonna al Maresciallo Don Gaetano Sances

de Luna, in data del 15 agosto 1780, in _Reali Dispacci_, registro

n. 210, foglio 20, dell'Archivio di Stato di Palermo.

Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.

Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa

immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed

il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile

energia. Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo e privati

non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno

favorito dell'alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle

cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di

S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell'amministrare il

patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva

contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai non si

stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti

conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.

Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto

quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del

1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti»

correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza

erasi dimenticata la precedente sentenza dell'autorità: che «ogni

impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè

ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe

Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella

sentenza (21 ott. 1793).

La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva volendosi al S.a

Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano

rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si

prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione

degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia;

perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».

Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si

mettevano in non cale esempî contrarî all'affermazione, come quello

della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9

febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più

persuasivi della vecchia Marchesa.

Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo impresario dianzi

citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20

maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La

Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S.

Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il

parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare,

tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica[74]: risposta

che non dice nulla ed ha tutta l'aria di dar ragione alle due parti,

mentre non ne dà a nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re,

tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a

Lucia -- osservava -- si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita

dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la

impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre

rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi

caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L'impresario non

può calcolare sull'intervento dei forestieri, ma solamente deve

sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi

individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono

altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa

maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in

quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo svantaggio del

pubblico, che resterebbe privo dell'onesto divertimento del teatro» (2

giugno 1797).

[74] Risposta del 26 maggio 1797.

Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle

opere da rappresentarsi; ma l'autorità locale, mortificata del ricorso,

se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.

Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova

opera buffa: _Il Cartesiano fanatico_ del Tritto con la Nicodemi, prima

donna. Il _cartello_ della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad

un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto il teatro ha

principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo

mal'animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che

per udire o riudire la _Semiramide_[75]. Al Capitan Giustiziere,

Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al

balzo: e manda in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c'entrano

questi disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il

Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra

l'uscio ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e

nasconde l'avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa

magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si

suole aprire il teatro a un'ora di notte; ma d'inverno non è così: le

sere, le notti son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal

teatro presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della gente dal

teatro, tien desti i cittadini e rompe molti disegni nella città

popolosa»[76]. Il messo ed il palchettiere -- aggiunge -- vennero subito

rilasciati in libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere

capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.

[75] Di _Semiramidi_, fino al 1800 se ne contavano 24, principiando da

quella di M. A. Cesti (1667) e finendo all'altra del Cimarosa, la

quale però venne la prima volta eseguita in Napoli nel 1799.

Probabilmente si voleva quella, altre volte udita, del Paisiello,

eseguita primamente in Roma nel 1773.

[76] Il viaggiatore R. de Saint-Non lasciò scritto: «L'_opera_ comincia

a un'ora di notte e finisce a mezzanotte e anche più tardi».

Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.

Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali

obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a

Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non

l'avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il

tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui

implorando la riduzione dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il

suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai

servigi di esse. Facciamone la lista:

Palchettone di mezzo al Vicerè;

Due palchi per la paggeria e servitù:

Palco pel capitano della guardia;

Palco per la servitù di lui:

Palco pel capitano di Giustizia;

Palco per la sua servitù.

Posti in platea:

Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;

Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;

Sedia pel primo portiere della R. Segreteria[77].

[77] Lettera del 28 luglio 1795. R. Segreteria, n. 5290. Archivio di

Stato di Palermo.

In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e

proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali

si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze.

La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non

accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di

frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti

principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva

riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro

che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti

partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a

Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in

conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della

spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva

all'aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente

l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a

Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali

per gl'impresarî quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione dei

Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi

_Capitoli_, cedere il teatro[78].

[78] _Capitoli, o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto il titolo

di S.a Cecilia_ ecc., cap. XVIII.

Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell'esercizio

delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città[79], facea sapere

che Cosimo Morelli nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per

l'anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e

non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di

regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo

liberale e generoso pagò di suo i mille ducati[80].

[79] Vedi il cap. seguente.

[80] R. Segreteria, n. 5290.

Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi ottenuti dalla

Marina Balducci, avevano assunta l'impresa per le opere in musica della

stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei

conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze (L. 755) l'uno!

A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse

alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan

Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per

dare un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo un fondo da

potersi sostenere con decenza l'anzidetto teatro», concessione forse

unica in tutto il secolo[81], la quale dovette scandalizzare certuni,

non abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei

ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.

[81] Rescritto sovrano, datato da Napoli, 22 gennaio 1797. R.

Segreteria, n. 3290. Arch. di Stato di Palermo.

Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le altre miserie che

abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non

sembravano indegni d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio

che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello

datone poco dopo dall'inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel

corso di tre anni.

«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di

anno in anno circolano per l'Italia con nuovi cantanti, ballerine ed

attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli

elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano.

Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti

a poco a poco le burle dei tempi passati.

«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non

sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di

Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse

migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa. Gli artisti

medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei

piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo

l'altra, quattro rappresentazioni: _Arianna di Nasso_, _Curzio_,

_Coriolano innanzi la sua patria_, _l'Origine dello specchio_»[82].

[82] _Hager_, _Gemälde von Palermo_, pp. 85, 91. Berlin, 1799.

E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl'Inglesi che in

Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli,

che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie

innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. A nessuna

donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano

cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero,

sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!),

sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente, anche

fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il

duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo

conveniente, con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.

Per tal modo, tutto procedeva regolarmente[83].

[83] _Galt_, _Voyages and Travels_, pp. 33-36.

In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del

secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci

obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo

secolo.

Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non

lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di _Real

Carolino_, e dopo il 1860 di _Bellini_, col quale, imperturbabile e

tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto;

mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai

disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L'eco

fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della

Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei

palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del

Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo

stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora,

lavora a compiere l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 13 / 61 题