l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci,
con intendimento di girare alle spalle di Corona, dove pareva che gli
Austriaci volessero rannodarsi. Riusciva la fazione, come era stata
ordinata dal Francese; perchè rotta da Murat per via una banda di
nemici, un terror tale entrava subitamente negli Alemanni, che pensarono
meglio a salvar le persone che l'onore. Fu generale la sconfitta, e se
si eccettuano dieci battaglioni, ed otto squadroni, che il giorno
innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo,
nissun reggimento si ritirava, che intiero od ordinato fosse. Vollero
fermarsi a fare un poco di fronte a Torbole ed a Mori, dove Laudon e
Wukassowich avevano fatto a questo fine alcune trincee; ma la
trepidazione dei soldati, una improvvisa comparsa alle spalle di Vial,
che per nevi e per dirupi aveva corso un cammino malagevolissimo, e
finalmente un assalto inopinato e subito dato a Torbole da quel
rischievole Murat, che aveva a questo intento attraversato il lago,
sbigottirono gli Austriaci per modo che, tolta ogni difesa, fuggivano a
precipizio. Nè fecero fine gli uni al perseguitare, gli altri al
ritirarsi, finchè Wukassowich non giunse a Lavisio, dove nelle antiche
trincee distribuiva le genti. Entrava Joubert trionfante in Trento con
bella e lieta mostra guerriera. Così coloro, che già abbracciavano colla
mente la possessione di Mantova, non poterono nemmeno conservare la
metropoli del Tirolo, antico e fedele seggio della potenza Austriaca.
Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano
alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi
Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere
prestamente al sussidio di Mantova. Simulava per ingannare Augereau, che
stava schierato sull'altra riva, ora di assaltar Ronco, ora
Porto-Legnago, perchè il suo pensiero era di passare ad Anghiari, passo
più comodo per certi rilevati, che vi sono sulla sinistra sponda, molto
atti a dar facilità di nascondere i soldati, e le artiglierie. Venendo
poscia più alle strette, aveva mandato le piatte abili a far i ponti
estemporanei sui fiumi, a Nichesola, e pareva, che vi si affaticasse per
passare. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto
star indietro con le artiglierìe i Francesi, che dall'opposta riva lo
oppugnavano, vi piantava il ponte e varcava, come abbiam detto, il
giorno tredici di gennajo. I volontari Viennesi venuti sulla destra
sponda, cacciavano i repubblicani da Anghiari. Non così tosto ebbe
Provera effettuato il passo, che, chiamate a se le bande spartite
mandate a Bonavigo, a Ronco, ed a Legnago, marciava velocemente alla
volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria.
Passava per Cerea, Sanguinetto, e Nogara: alloggiava in quest'ultima
terra la notte dei quattordici. Il quindici, continuando a viaggiare
molto per tempo, e prestamente, passato Castellara, compariva in
cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di
passo Guyeux, ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo
principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo
ridussero, armi, soldati, e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era
ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con
celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la
notte dei quindici, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno
sedici: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita, e Sant'Antonio. Fu
tanto impetuoso r assalto del maresciallo, che Dumas, posto alla guardia
di Sant'Antonio, fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano
dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas,
con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che
Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita: già anzi si
accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani, che guardavano quelle
fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto
dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè ributtato aspramente
da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser combattuto
validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser
tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito
a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.
I Francesi liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano
viemaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca
Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che
arrivava da Castellara, gli faceva segno, che l'arrendersi era più
sicuro che il combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità
della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da
guerriero franco e valoroso. Finalmente veduto che Victor già gli aveva
tolto i cannoni, e che il reggimento molto bravo dei cavalleggieri di
Erdodi, costretto dalla forza sopravvanzante, si era dato in potestà del
vincitore, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la
vittoria meglio di cinquemila prigionieri, dei quali non poca parte
erano i volontari di Vienna. Furono i gregari condotti in Francia;
ebbero gli ufficiali abilità di tornarsene sotto fede di non militare
contro Francia. Conquistarono in questo fatto i repubblicani, oltre i
prigionieri, venti cannoni, e di carriaggi, munizioni e bagaglio una
quantità notabile. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava
senza rimedio: tutta l'Italia in balia dei repubblicani; di una parte
erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.
Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni, che abbiamo raccontate,
con molto valore; nè si può negare, che i disegni dei capitani loro
fossero bene ordinati: ma mancarono dell'effetto; primieramente perchè
per le rivelazioni fatte da chi ne sapeva quanto Alvinzi, essendo
Buonaparte conscio delle intenzioni del nemico, gli fu fatto facile il
disegno della battaglia, secondamente per la incredibile celerità sua, e
de' suoi soldati, che corsero da Verona a Rivole, poi da Rivole a
Mantova, e nell'uno e nell'altro luogo in punto fatale arrivarono. Che
se avessero indugiato poche ore solamente a sopraggiungere a Rivole, era
per loro perduto quel che guadagnarono e se poche ore altresì avessero
soprastato a raggiungere il campo di Mantova, sarebbe Provera entrato
dentro la fortezza. Fu accagionato Provera dello aver troppo presto
varcato l'Adige, la quale accusa non apparirà senza fondamento, se si
avvertirà alla non effettuata congiunzione coi pontifici, ma non
parimente, se si farà considerazione delle altre mosse degl'imperiali
sulle rive dell'Adige superiore. Del resto il suo mandato era di
romoreggiare, e di assaltare sulla sinistra sponda, e di far le viste al
passare sulla destra dopo i sei del mese, ma non di passare
effettualmente, se non quando avesse udito fauste novelle della mossa
d'armi fatta da Alvinzi.
Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella
di Provera, tra morti, feriti, e prigionieri circa ventimila soldati con
sessanta bocche da fuoco, e ventiquattro bandiere. Tutti i volontari
Viennesi furono o morti, o presi: le bandiere loro ricamate per mano
dell'imperatrice d'Austria, ornavano il trionfo di Buonaparte.
Traversarono la superiore Italia in sembianza di gente cattiva per alla
volta di Francia. Non fu loro fatto scherno, nemmeno dai più
scapestrati. Ammirarono anzi tutti in loro il valore, ammirarono la
carità verso la patria.
Scriveva Buonaparte, essere mancati de' suoi tra morti e feriti
solamente due mila; il che è lontano dalla verità, perchè furono assai
più; e se si noveravano i prigionieri, che però montarono a poca gente,
fu perdita di più di seimila soldati.
In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a
difesa, ed a ricuperazione de' suoi stati Italiani. Se ne fecero grandi
allegrezze in Francia, e nell'Italia suddita a Francia; ne stette
l'Europa attonita, l'Austria spaventata. Ma Buonaparte non era di natura
tale, che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa
risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in
luoghi del tutto insuperabili, e vedendo anche avere un campo più largo
a cibare i soldati nelle Veneziane pianure, si spingeva oltre
perseguitando le reliquie dei vinti. Occupavano, Massena Vicenza,
Augereau Padova; poi da questi luoghi partendosi si avviavano, il primo
a Bassano, il secondo a Treviso. Riusciva l'impresa molto facilmente ad
Augereau, perchè, eccettuati alcuni incontri di cavallerìa, tutto il
paese veniva senza ostacolo a sua divozione. Treviso stesso l'accoglieva
fra le sue mura. Poi il capitano di Francia più oltre spignendosi,
cacciava gli avversari da tutte le regioni della Piave inferiore. Ma più
verso i monti, le cose andarono più strette per Massena. Quivi Alvinzi,
per gelosia dei passi del Tirolo, aveva alloggiato Mitruski e Bajalitsch
con qualche nervo di gente. Massena, che aveva vinto ben altre battaglie
che queste, dava dentro al ponte di Carpeneto, dove gli Austriaci
volevano far testa, e gli rompeva, per opera massimamente di Menard, non
senza grave perdita di soldati e d'artiglierìe. Vinto Carpeneto, gli fu
agevol cosa vincere ancora Primolano, essendosi gl'imperiali
intieramente ritirati a Feltre, ed ai luoghi più inaccessi della
superiore Piave. Per tal modo fu aperta la strada al generale della
repubblica di comunicare con Joubert, che uscito di Trento aveva rotto
gli Alemanni a San Michele. Non vi fu più allora altro rimedio pei
vinti, che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte, e quasi
del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore,
abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue
sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro
distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per
le fonti della Piave vicino a Cadore, e per la sinistra di questo fiume
sino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò, che fossero per
portare con se la stagione migliore, e la fortuna fino allora vittoriosa
dell'arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve
capo dell'esercito Italico. I Francesi, signori di Bassano e di Treviso,
attendevano anch'essi, essendo pel sopravvenire della vernata divenuti i
tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in
potestà loro Mantova, a soggezione il papa.
Buonaparte, conoscendo, che dopo la rotta tanto compiuta degli
Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente
contro il pontefice per condurre a fine con le armi quello che aveva
incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena, e delle due
legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento
grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice
del partito che avesse ad abbracciare, perchè il calare subitamente e
senza che si venisse almeno una volta al ferro, agli accordi, che
sarebbero stati molto ignominiosi, e forse contrari alla sedia
apostolica, gli pareva risoluzione troppo vergognosa dopo le
dimostrazioni fatte; il non acconciarsi col vincitore gli pareva partito
pericolosissimo, perchè vano era lo sperare, che le armi pontificie
potessero resistere a quell'impeto, che aveva prostrato tante volte gli
eserciti potenti ed agguerriti dell'Austria. Pure si deliberava a
mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse
la pace non sarebbe stata peggiore dopo, che prima di un combattimento.
Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i
luoghi, e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio,
siccome quegli che tanto altamente sentiva di Roma, che Buonaparte non
si sarebbe ardito di precipitarla negli estremi. Oltre a tutto questo
non s'ignorava pel pontefice, che quantunque il governo di Francia fosse
divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva
vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le
persecuzioni, e per le disgrazie erano ripullulate in Francia; il che
rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma. Sapevaselo
Clarke, il quale di ciò scrivendo affermava, avere i Francesi guastato
la loro rivoluzione di religione; di bel nuovo essere divenuti cattolici
romani; forse aver loro bisogno del papa, affinchè i preti secondassero
la rivoluzione politica in Francia.
I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste
opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni
proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo
governo, ed ora no, piaceva la guerra col pontefice per amplificazione
di fama, e le dolci parole, che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora
al pontefice medesimo, erano piuttosto fraudi che carezze; perciocchè
mentre faceva loro profferte d'accordo, e gli lusingava dicendo, che non
aveva mai approvato il trattato proposto dal direttorio, e ch'ei farebbe
gran cose in favor di Roma, se ella volesse comporsi con Francia,
ordinava che Cacault, ministro di Francia appresso al pontefice, ed
incaricato di negoziare la pace, andasse astutamente temporeggiando per
ingannare, come diceva, la vecchia volpe, parlando del papa, e ciò
facesse insino a tanto che il tempo fosse venuto di prorompere a compire
i disegni concetti: voleva che Ancona fosse, alla pace, data per sempre
alla repubblica; voleva che continuamente si sbigottisse il papale
governo con dare speranze artifiziose agli scontenti di far novità. Nè
migliore era la fede di Cacault nelle sue dimostrazioni amichevoli;
perchè, se gli pareva poco onorevole l'andar a Roma solamente per porvi
una taglia ed obbligare forzatamente il pontefice a far la pace, bene
gli pareva onorevole l'andarvi per cambiarvi ogni cosa, e per atterrarvi
il trono pontificale; e se per volontà del direttorio, e per le
condizioni generali d'Europa ciò era impossibile a farsi, essere di
bisogno, affermava, lasciare per allora la dispregevol Roma, come
diceva, nel suo stato attuale, finchè sicuramente potesse la Francia
voltarla tutta sottosopra; insinuava inoltre, che sarebbe stato
conveniente il creare tre repubbliche dello stato ecclesiastico, delle
quali una fosse di Bologna e Ferrara unite, l'altra di Perugia con la
Romagna, la terza di Roma fino alle spiagge del Mediterraneo: osservava
con questo, che tutto ciò poteva farsi lasciando il papa, capo della
chiesa universale, risedere, come prete, e con la sua corte di preti, e
come pontefice là dove volesse, e nel modo in cui risedeva a Roma
innanzi che alcuna donazione dei Francesi non l'avesse fatto sovrano di
un territorio. Pensava non ostante, che fosse bene per quell'inverno
unire solamente la legazione di Ravenna a quella di Bologna e di
Ferrara, e formare un nuovo stato del Perugino, del ducato d'Urbino e
della Romagna, Roma lasciando, e la sua campagna pestilente a se stesse,
perchè la Francia le potrebbe signoreggiare per via del mare. Persuadeva
oltre a questo Cacault, che la introduzione della libertà, e di buone
repubbliche da Milano fino al regno di Napoli fosse senza dubbio ciò,
che meglio poteva far sicuri gl'interessi della Francia in Italia, e
tener nel dovere, dall'un dei lati il re di Napoli, dall'altro la
potente Alemagna. Il qual disegno non si può negare, che non fosse per
riuscire utile alla Francia di quei tempi; ma quale sincerità fosse
questa verso il duca di Parma, il gran duca di Toscana, ed il papa
medesimo, col quale il direttorio allora negoziava la pace, il mondo lo
potrà vedere. Giudicheranno altresì gli uomini prudenti e giusti, se
tali macchinazioni non solo non autorizzassero, ma ancora non
obbligassero, come a strettissimo dovere il pontefice a fare con le armi
e con le alleanze il peggio che potesse agli autori loro. Se si
considerano poi le scritture in numero quasi infinito, che ogni giorno
si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane
cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri, che il
generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tant'oltre in
questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i
capi francesi che comandavano in questa città, si dava un ballo, in cui
erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque,
che con modi parte frodolenti, parte incivili s'ingegnavano d'ingannare
e di distruggere il papa, si recavano poi a male, ch'egli tentasse di
assicurarsi per mezzo di un'alleanza con l'Austria. Una lettera, che il
cardinal Busca, segretario di stato, scriveva al prelato Albani mandato
dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al
generalissimo di levar romore, e di sputar fuori il veleno che aveva
concetto contro Roma, ancorchè il modo stesso, con cui fu la lettera
intercetta, desse e segno al pontefice del rispetto, che portava il
generale della repubblica alle neutralità, e fondato motivo di correre
all'armi. Erano i dispacci di Roma sotto fede pubblica, e della
neutralità Veneziana affidati ai corrieri di Venezia, che gli portavano
sino ai confini Austriaci. Uno di questi corrieri fu improvvisamente
fatto arrestare alla Mesola il dì dodici gennaio da Buonaparte, e come
fu svaligiato, così gli fu trovata la lettera del cardinale. Favellava
il segretario di stato dei negoziati introdotti a Vienna per concludere
un'alleanza, della condotta del generale Colli, di bande Tedesche da
farsi venire in Romagna, del non aver voluto udire le proposizioni
d'accordo fatte dalla Francia, mentr'egli negoziava con l'Austria.
Quindi sorsero le note di perfidia date da Buonaparte al pontefice, come
se questi il quale si trovava in condizione di guerra con la repubblica
a cagione del rifiuto fatto di sottoscrivere al trattato proposto dal
direttorio, non dovesse cercar rimedi ovunque rinvenire gli potesse.
Bene pare a noi, che fosse sincerità il non voler concludere con
Francia, mentre ei trattava con Austria.
Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal
timore delle armi Austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna; essere
rotta la tregua col papa, si apparecchiava a fargli guerra. Allegava,
avere il pontefice ricusato l'esecuzione dei capitoli ottavo e nono
della tregua; gridato la crociata contro i Francesi; mandato le sue
genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria;
condotto generali e ufficiali Austriaci al suo soldo, ricusato di
rispondere alle proposizioni di Cacault. Delle quali cose si può dire,
che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile
contro i Francesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre
all'armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato
contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi
capitoli della tregua, non può esser altro, se non una seduzione
d'intelletto, o un abuso di forza; perchè quei capitoli in ciò
consistevano, che il pontefice desse milioni di denari, e vettovaglie ai
repubblicani. Ora il trattato proposto, o per meglio dire, imposto dal
direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa
comprendere, come ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere
a se medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare,
che poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile,
e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per
restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.
Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila
soldati stavano pronti a correre contro il papa: e perchè Italiani
ferissero Italiani, e fra tante calamità non mancasse la guerra civile,
erano fra i buonapartiani molti soldati Italiani delle due repubbliche
Transpadana, e Cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault: il che
dimostra quale libertà fosse in un governo, in cui un generale comandava
agli ambasciadori. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa
cinque legioni di fanti Francesi, due di cavalli, tre battaglioni di
fanti Lombardi, altrettanti di Cispadani con pochi cavalleggieri d'ambe
le repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti Polacchi
raccolte di disertori, e prigionieri Austriaci: questo fu il primo
principio di quella legione polacca, che condotta da Dombrowsky si
acquistò poscia nome nelle guerre Italiche. Adunava il generalissimo
tutte queste genti in Bologna; ne faceva la rassegna sulla piazza della
Montagnola, esortandole alla guerra. Comandava, al cospetto suo
armeggiassero. Fatta la rassegna, le spingeva oltre contro lo stato
ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor,
testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima
Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda
di corridori, e feritori alla leggiera, che composta di Lombardi aveva,
sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese, e
d'ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbrajo;
occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per
combattere i pontificj, che stavano accampati sulle rive del Senio.
Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese;
La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era di assaltar di fronte
il nemico; e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume,
riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli, che i
soldati, così mandava fuori un bando parte amichevole, parte minaccioso,
col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed
amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.