Prima però di raccontar la guerra pontificia, è d'uopo, l'ordine della

nostra narrazione seguitando, che per noi si scriva, come e quando

Mantova se ne venisse in potere dei Francesi. L'infelice battaglia della

Favorita aveva persuaso a Wursmer, che per la carestia dei viveri la

dedizione era inevitabile. Ciò non ostante quel suo invitto animo non

ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità prima di

arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il

presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri

mortalissime, gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi,

chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione;

l'ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli

alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro

i rimedi. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo vi si

vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era

di saggina, sola carne la cavallina, fresca e poca pei ricchi, salata e

poca pei poveri. S'appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in

ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe

con le parole descrivere. A tale condizione era ridotta la sede dei

Gonzaga, la patria di Giulio Romano, perchè Francesi e Tedeschi volevano

avere in mano loro quel freno da tener in bocca agl'Italiani. Ecco

intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul

lago dal capitano Sibilla trentadue barche cariche di vettovaglie, che

Alvinzi, quando era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso

della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano

dell'Austria la speranza, con la quale si sostentava nell'estremità

della fame, il fece accorto, che gli era oggimai necessità di mandar a

prendere accordo coi Francesi, poichè certamente il poteva fare senza

macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier, che darebbe la

piazza, purchè la guarnigione uscisse libera con armi, bagagli, suono di

tamburi, bandiere al vento, tregua di un mese in Italia. Non volle il

generale repubblicano consentire a queste domande, parendogli troppo

alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa

sentenza: darebbe il maresciallo la città, la fortezza e la cittadella

ai Francesi; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di

guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera; restasse prigioniero

fino agli scambi; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi

aiutanti, ducento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua

elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene

securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso;

curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno

delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato

per opinioni o per fatti a favor dell'imperatore, condizioni onorate

conformi all'onorata difesa.

Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la

fortezza, e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo

indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori, che con ogni più

cortese dimostrazione il vecchio, prode, ed infelice guerriero

onorarono. Buonaparte, che poco prima della dedizione era presente al

campo, se n'era andato, o per modestia, o per superbia, a Bologna: ma

non omise, affetto raro in lui, solito a deprimere gli avversarj, di

esaltare il guerriero Austriaco, scrivendo al direttorio, avere con

intento proprio voluto dimostrare la francese generosità verso il

vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna,

d'animo invitto: avere Wurmser, perduto nella battaglia di Bassano

l'esercito, concetto il pensiero di ricoverarsi in Mantova lontana a

cinque giorni, passato l'Adige, prostrato i repubblicani a Cerea,

traversato la Molinella, guadagnato la piazza; essere quinci più volte

sortito, sempre infelicemente, sempre valorosamente, sortito essere con

soldati consunti da malattie pestilenti: tale essere stato Wurmser: pure

sapere, non avere a mancar uomini, soliti a perseguitare cui la fortuna

perseguita, che incolperebbero l'incolpabile Wurmser. Quest'erano le

generose voci di Buonaparte rispetto a Wurmser vecchio, e valoroso.

Entravano i Francesi nella desolata terra. Pietosi miravano nelle case

arse o diroccate volti pallidi e sparuti; argomentavano qual fosse stata

la costanza e la pazienza dei difensori. Trovavano centoventisei cannoni

di sedici libbre di palla, centoquindici di quindici, con altri pezzi

minori. Si rallegravano massimamente al vedere settantadue bocche da

breccia conquistate dagli Austriaci al tempo, in cui per l'arrivo di

Wurmser fu allargato l'assedio; s'aggiunse alla presa artiglierìa una

fiorita archibuserìa: acquisto prezioso specialmente fu quello di

settantadue piatte ad uso di far ponti estemporanei, le quali giunte a

quelle che già avevano i repubblicani, montarono al numero di

centotrenta, suppellettile capace a passare qualunque più grosso fiume.

Così Mantova combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della

repubblica, e per questo accidente cambiossi in Italia la servitù

Tedesca in servitù Francese.

Ora è tempo di ritornare ai travagli che erano in Roma. L'esercito

pontificio si era, come abbiam narrato più sopra, accampato sulla destra

del Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Corre il Senio

precipitandosi dagli Apennini, a fronte di Faenza, e va a metter foce

nel destro ramo del Po, che chiamano col nome di Po Primaro. Avevano i

soldati del pontefice, che ascendevano al numero di sei in settemila

fanti, e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto

con buoni ridotti, e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro

pezzo assicurava il ponte medesimo, che guarda quasi per diritto la

strada di Faenza. Oltre a ciò avevano cavato un fosso a sinistra del

ponte, che oltre il medesimo si sprolungava, empiendolo di feritori alla

leggiera, affinchè bersagliassero coloro, che primi si fossero attentati

di passare. Avevano, cavando il fosso, alzato sulla sua sponda un

ciglione di terra verso il fiume, che a guisa di parapetto gli

preservava dalle ferite. La cavalleria alloggiava dietro i ridotti per

perseguitar l'inimico oltre il ponte, se fosse rotto, o far sicura la

ritirata dei compagni, se fossero vinti. Il generale di Francia, come

prima giunse ad un quarto di miglia da Castelbolognese, arrestava il

passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon

reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della

strada vicino al ponte, ma oltre il tiro dell'artiglierie pontificie.

Robillard schierava, non fitti, ma larghi duecento feritori alla

leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor, che costoro

facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi

secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si

affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle;

già piegavano; ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia,

tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio,

ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del

quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso

per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volentieri ne vennero,

quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al

pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri, che

varcasse ancor essa. Ma i pontificj, siccome il fosso era stato scavato

per diritto, e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le

necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei

feritori nemici; il che gli fece disordinare, e sbigottire vieppiù. In

questo punto la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si

metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per

vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due

di Polacchi. Non contrastarono più lungamente le truppe pontificali il

passo, e si ritirarono con grave disordine, e precipitosamente a Faenza.

Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà

delle strade. Quattordici cannoni vennero in poter dei vincitori.

Scrisse Buonaparte, avere ucciso in questo fatto quattrocento pontificj,

presone mila. Ma mancarono solamente tra morti e feriti circa trecento

cinquanta, e alcuni più di prigionieri. Perdettero i repubblicani circa

settanta soldati tra morti e feriti. Morì con dolore di tutti un

capitano Fokalla, giovane Polacco di grande aspettazione. Noverossi fra

i feriti Lahoz, colonnello dei Lombardi. Narrò il generale repubblicano,

non senza scherno, che fra gli uccisi si noverarono preti, che quando

ardeva la battaglia, avevano animato i soldati del pontefice a

combattere. Bene sarebbe stato meglio, che i preti non si fossero

mescolati fra le armi, ma certo questa divozione loro verso Roma, e

verso il loro signore, non era atto da essere beffato da nissuno, e

manco da colui, che non contento al combattere con le armi, combatteva

ancora con le instigazioni, per far levare contro i propri governi e chi

aveva inclinazione a tumultuare, e chi non l'aveva. Affermano alcuni

storici, avere i pontificj subitamente perduto la battaglia del Senio

per la inaspettata ribellione di un reggimento Corso ai soldi del

pontefice. Il quale accidente, come troppo grave, noi non saremo nè per

affermare, nè per negare, non avendone pruove sufficienti.

Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza,

le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata

dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la

moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e

le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli

confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la

religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi

facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore,

Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di

quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato

indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza

sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee,

che aveva fatto sopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che

sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa

di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati

già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente

comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose,

s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla

Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie.

Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le

genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire

alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di

Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta:

appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne

impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè

raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e

Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la

più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della

repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri

capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati,

si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai

continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco.

Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini

l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia

fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava,

vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al

mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione.

Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.

Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto

terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i

moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della

cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che

dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari,

rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che

si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le

suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran

pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi

incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone

al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi

di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso

Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio,

uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più

spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di

avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il

terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse

ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che

il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli

occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio

già abbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro

apostolo.

In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà

loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad

altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno

di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante

il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel

modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie

alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa;

nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e

disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva

a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della

grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna

fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il

titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse

con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con

Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica

veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a

piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono,

richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata.

Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara,

perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono

uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva

tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice

quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il

duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni

modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica.

Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di

Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua,

promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute

le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove

Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via

Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed

Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge

d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a

riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi

dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una

faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza,

perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più,

pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo

già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del

generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del

Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il

popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.

Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di

pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice

a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a

non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro,

nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a

serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere

alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente

le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si

facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire,

che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si

depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il

papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci

in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in

pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare

ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri

animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le

statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di

Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso

trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a

restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il

vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per

lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il

papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le

condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal

trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle

ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e

che erano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per

pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei

religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.

Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed

onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche

radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non

esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli

alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la

repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica

francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto

dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e

Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta

in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma

pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi,

essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri

interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa

all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera;

pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi

nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto

quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria

immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere

la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla

anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare

presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, che Francia

era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla

repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo

squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa

a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo

temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano

ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì

lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina

erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli

stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua

protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a'

suoi cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volentieri, accetterebbe

anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorj contento agli antichi, non

volerne nuovi: solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di

ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu, che i cannoni non

furono dati, e che non si parlò più di San Marino; ciò successe molto

prosperamente per lui. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò

a rispettare i diritti degli uomini senza vantargli, il che è meglio che

il vantargli senza rispettargli; continuarono dall'altra parte intorno

al felice monte gli strepiti, e la licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo stato

ecclesiastico; poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese,

perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.

FINE DEL TOMO II.

INDICE DEL PRESENTE VOLUME

1796

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 19 / 20 段