molti buoni soldati erano morti, grave danno avevano anche patito i
Francesi; le fazioni di Caldiero, e le vittorie conseguite da Davidowich
nello scendere dal Tirolo compensavano le perdite fatte nella battaglia
di Arcole. Si vedeva manifestamente, che, ove Alvinzi si fosse riforzato
per nuovi ajuti venuti dagli stati ereditarj, sarebbe di nuovo in grado
di uscire alla campagna, e di ritentar la fortuna delle armi: di nuovo
le Austriache sorti potevano risorgere. Sapeva queste cose Buonaparte;
perciò continuamente rappresentava al direttorio, avere bisogno di nuovi
soldati, e tosto gli mandassero se a loro stavano a cuore la fama, e la
potenza acquistata nelle contrade Italiche.
Mandava apportatore delle felicissime novelle a Parigi Lemarrois, suo
ajutante di campo. Appresentava le conquistate insegne al direttorio; i
segni delle avute vittorie tanto più volentieri furono veduti, quanto
maggiore era stata la sollevazione degli animi all'apparato Austriaco.
Le lodi del capitano invitto, e dell'esercito Italico andavano al cielo.
Decretava la repubblica, le repubblicane bandiere portate da Augereau e
da Buonaparte contro gli Alemanni nella battaglia di Arcole, a loro in
nazionale ricompensa si donassero. Bene considerato certamente fu questo
decreto in quel che diceva, ma non in quel che taceva, perchè Massena
aveva vinto gran parte della battaglia.
Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito
l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose
d'Italia. Perochè e le sue genti erano tuttavia quasi intiere, e la
divozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una
vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si
pensava, potuto aprire il varco.
Nasceva altresì la sicurezza dell'Austria dalla risoluzione del
pontefice di volere piuttosto incontrare una guerra pericolosa, che
accettare condizioni inonorate, e contrarie, siccome credeva, alla
purità della fede. Pareva, che l'autorità ed il pericolo della santa
sede avessero a muovere gl'Italiani, ove l'Austria apparisse di nuovo
grossa in Italia, e qualche vittoria l'assicurasse. Non si dubitava poi
che se la fortuna voltasse il viso più benigno a coloro, ai quali fino
allora era stata avversa, Napoli non fosse per mutar fede, per la grande
entratura che avevano gl'Inglesi in quella corte. Le quali cose molto
bene considerate e ponderate dall'Austria, la confortarono a fare un
nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava
timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi,
e l'averla, o non averla era per ambe le parti l'importanza della
guerra. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni
dubbio; perchè non perdutosi d'animo all'esito infelice delle battaglie
d'Alvinzi, tanta era la costanza di questo vecchio, nè alle malattie che
infierivano in mezzo a' suoi soldati, nè alle tante morti che gli
avevano scemati, si deliberava di trovar modo per qualche improvvisa
sortita a procurare a se nuova vettovaglia. Assaltava i giorni
diecinove, e ventitre novembre con quasi tutto il presidio i
repubblicani a Sant'Antonio, ed alla Favorita, ed avendogli fatti
piegare, predava, ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di
viveri. Avendo poi avuto avviso, che erano arrivate nel porto alcune
barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Francesi, usciva
nuovamente molto grosso gli undici, e quattordici decembre, e le
predava; prezioso sussidio alle sue affamate genti. Oltre le munizioni
conquistate, la sortita di Wurmser per la porta Pradella cagionava non
poco danno alle trincee fatte dai Francesi.
Erasi intanto Alvinzi condotto in Tirolo per consultare con Davidowich
sulle faccende comuni, e per fermare i consigli sull'indirizzo a darsi
alle nuove armi, che si preparavano. Poco dopo Davidowich, la cui
tardità era gravemente spiaciuta all'Imperatore, fu richiamato, ed ebbe
lo scambio nel principe di Reuss, capitano pratico dei luoghi, avendo
pochi mesi innanzi guerreggiato, non senza lode, con Quosnadowich sulle
spiaggie del lago di Garda. Deliberava Alvinzi, al quale l'imperatore
serbava fede malgrado dell'infelice successo della guerra testè
terminata con la sconfitta di Arcole, che il principale nervo si
muovesse, ed il principale sforzo si facesse dal Tirolo, calando per le
rive dell'Adige; alla quale deliberazione si era accostato per la
difficoltà incontrata di passare questo grosso fiume a Verona. Aveva
argomentato, che venendo dal Tirolo, si trovava a campeggiare
naturalmente tra l'Adige e il Mincio, ed in grado di correre senza
impedimento di fiumi al soccorso della città assediata. Aveva poi
ordinato, che la parte di mezzo condotta da Quosnadowich si
pruoverrebbe, percotendo verso Verona, di congiungersi con la destra,
che era la più grossa, e veniva dal Tirolo, e che al tempo stesso la
sinistra guidata da Provera si sforzerebbe di passar l'Adige verso
Porto-Legnago. Ma per poter meglio ingannare l'inimico, e tenerlo
sospeso del dove avesse a ferire quella nuova tempesta, aveva Alvinzi
operato, da una parte, che Laudon con una mano di soldati armati alla
leggiera, disceso per la destra del lago, andasse a romoreggiare sino
alle porte di Brescia, dall'altra, che un'altra parte di simil gente,
partita da Padova, e traversato il Polesine di Rovigo, passasse l'Adige
a Boara per mettere in sentore Ferrara e Bologna, dove i Francesi
s'ingrossavano per far la guerra al papa. Era lo scopo d'Alvinzi
nell'ordinare la mossa contro Brescia il far credere a Buonaparte, ch'ei
volesse far campo della nuova guerra le regioni tra il Mincio e l'Oglio,
e col correre contro le due legazioni intendeva di dar animo e forza al
papa, che già aveva adunato le sue genti sulle rive del Senio. Sperava
poi generalmente, che tempestando coi due corni estremi del suo
esercito, avrebbe allontanato dalla credenza del generale repubblicano,
ch'ei fosse per fare il principale sforzo tra l'Adige e il Mincio. Così
come pareva nuovo questo disegno, confidava, che avrebbe suscitato nuovi
pensieri di Buonaparte, e messo in sospetto di una maniera di guerra non
ancora usata. Per arrivare a questo fine aveva cinquanta mila
combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti; perchè
aveva con se in Tirolo venticinque mila soldati, dieci mila ne aveva
Quosnadowich in Bassano, altrettanti Provera a Padova, il resto sulle
ali estreme. Maravigliosa cosa è il pensare, come l'Austria, dopo tante
rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma
dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila
dall'Ungheria: gli altri stati ereditari fornivano a proporzione.
Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi in tanta
depressione della potenza Austriaca; perchè quattro mila giovani delle
prime famiglie, lasciati in sì grave pericolo della patria, gli agi e le
morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del
Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro
signore le perduta Italia. Buonaparte, che stimava l'utile, non il
generoso, si faceva beffe di questa gente, giovinastri chiamandogli, e
ciamberlani. Ma si vide alla pruova, ch'erano valenti soldati, e che se
non era di una spia, e della celerità di un giorno, i vinti sarebbero
divenuti vincitori, gli scherniti trionfatori.
Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di
Francia. Non ostante non arrivava il suo esercito al novero di quello
d'Alvinzi, poichè passando i quarantacinque mila, non arrivava ai
cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque schiere principali, una delle
quali governata da Serrurier teneva il campo sotto Mantova, l'altra con
Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori
dell'Adige, la terza retta da Massena alloggiava pure in Verona, ma
spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per
annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva
a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il
campo alla Corona, a Rivoli, e nei luoghi intermezzi; la quinta
finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del
lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e
Lonato.
Da tutto questo si può conoscere, che Buonaparte si era persuaso, che lo
sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però,
siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma che
se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle,
perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena
potevano arrivare prestamente in soccorso di lui da Verona. Il primo a
dar le mosse alla sanguinosa guerra, che siam per raccontare, fu
Provera, che partito da Padova il dì sette gennajo, si dirizzava verso
Bevilacqua, terra posta sul rivo, che chiamano la Fratta. Era in
Bevilacqua il generale Duphot con una squadra, che serviva come
antiguardo al presidio di Porto-Legnago. Era intendimento di Provera di
tentare il passo dell'Adige poco sopra a quest'ultima fortezza per
recarsi quindi al soccorso di Mantova. Il dì otto sul far del giorno il
principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un piccolo
castello: trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli
voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento, lo fugava. Al tempo
medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto
di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di
Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Francesi si erano rinforzati a
Bevilacqua per le genti fresche venute da Porto-Legnago. Ma assaliti in
diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e
si ridussero a Bonavigo ed a Porto-Legnago sull'Adige, non senza grave
danno, e con perdita di due cannoni. Combattè molto animosamente in
questo fatto Duphot, ma con non minor valore combatterono i volontari
Viennesi, che furono gran parte della vittoria. Conseguìti questi primi
vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e
Porto-Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte
a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto
ne ebbe avviso, che giudicando bene del tempo, comandava a due mila
soldati, che già aveva indirizzato contro gli stati della chiesa,
retrocedessero, e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le
rive dell'Adige assaltate da Provera. Il che dimostra quanto
intempestiva, e troppo presta fosse la mossa del generale Austriaco;
perchè avrebbe fatto di mestiero, che si fosse dato tempo ai pontificj
di venire avanti tanto che congiunti con gl'imperiali avessero potuto
concorrere coi medesimi al fine, che gli uni e gli altri si proponevano.
Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli
dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto
al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto
pericolo, s'avviava a Verona la mattina del dodici, dove trovava Massena
alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano; imperciocchè Alvinzi per tener
incerto l'avversario del luogo, dove principalmente volesse ferire,
aveva comandato, che al tempo medesimo si urtasse contro tutta la fronte
del nemico. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco
distante da Verona, quando assalito dai Tedeschi fu costretto a
ritirarsi dentro le mura. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi,
attaccava la battaglia, che fu molto aspra e sanguinosa. Restava il
campo ai Francesi, e prendevano al nemico seicento prigionieri con tre
bocche da fuoco. Non fu senza grave danno la vittoria, perchè i
repubblicani perdettero a un di presso il medesimo numero di soldati con
quattro pezzi d'artiglierìa.
Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti allo aver fatto
credere al nemico, che lo volessero assalire fortemente, e grossi in
questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne;
anzi una parte guidata da Quosnadowich si conduceva celatamente, e con
molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in
Tirolo. Restava la rimanente sotto il generale Bajalitsch. Nè qui si
restavano i tentativi degli Austriaci, perchè sulle due ali estreme
Provera varcava l'Adige il dì tredici, non però senza molta difficoltà,
contrastatogli animosamente il passo da Guyeux. Alvinzi sforzava le
strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi
sull'alloggiamento forte, e fortificato di Rivoli. Pendeva in tale modo
incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual
parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo,
e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè
tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un
Veronese, amatore dei Francesi, e congiunto d'antica amicizia con
Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi
soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il
disegno di guerra del generale Austriaco, il quale disegno, tornatosene
a Verona, consegnava ad un Pico, che nato in Piemonte, e mescolatosi
nelle congiure di quel paese, si era ricoverato in Francia, e seguitando
sempre l'alloggiamento principale, si adoperava come esploratore delle
operazioni militari del nemico. Da questo Pico fu incontanente il
disegno d'Alvinzi dato in mano del generalissimo di Francia. Così ebbe
sicura notizia di quanto intendesse fare il generalissimo d'Austria.
Giungevano in secondo luogo lettere espresse di Joubert, che portavano,
quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona. Da tutto
questo divenne chiaro, che gl'imperiali farebbero il più grosso sforzo
per le regioni superiori dell'Adige col fine di andar a percuotere
direttamente quelle, che sono poste fra l'Adige ed il Mincio. Buonaparte
allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le
occasioni, comandava a Massena, corresse con tutta la sua schiera a
Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che
se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte
medesima del tredici, s'incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi
sostenere la fortuna vacillante. Confidava Alvinzi, che il generale
repubblicano, trovandosi alle prese a Verona, e sul basso Adige, non
sarebbe accorso sull'alto con tutte le sue forze. Però si persuadeva di
aver solo a fronte la schiera di Joubert. Per la qual cosa aveva
ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di
San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi
scende dal Tirolo verso Verona; l'altra condotta da Liptay girasse sui
monti per Campione per andar a ferire alla schiena il rimanente corpo di
Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di
quattromila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più
alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Francesi, per la valle
del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich, e romoreggiava sulla sinistra
dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il
passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno del
quattordici, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di
Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto, se
n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi, che i suoi pensieri
erano stati penetrati, e che in vece di avere a combattere col solo
Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte
dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti, perchè quello,
che era conveniente combattendo molti contro pochi, non era parimente
combattendo molti contro molti, anzi contro più. Tuttavia non diminuendo
per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente
il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato
della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconce ad un caso
inaspettato. Nè sicuro consiglio sarebbe stato il ritirarsi, perchè
avrebbe portato con se la perdita di tutta l'impresa, oltrechè in
cospetto di un nemico tanto attivo, la ritirata sarebbe stata
accompagnata da gravissimi pericoli. Vi era adunque pel generale
Austriaco necessità di combattere, e d'incontrar la fortuna, qualunque
ella si fosse.
Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della
mattina, e siccome gli Austriaci per ordine del loro generale puntavano
massimamente contro la sinistra dei Francesi, per secondare le colonne
che giravano alle spalle, così quest'ala Francese, ed anche la mezza
pativano grandemente, e già, crollandosi, si tiravano indietro
disordinate: erano la ottuagesimaquinta, e la vigesimanona. Pareva la
fortuna inclinare a favore dei Tedeschi. Mosso Buonaparte dall'estremo
pericolo, comandava a Berthier, nel quale e pel valore e per
l'esperienza molto confidava, sostenesse con la quartadecima l'inimico
in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più
piegava, e pericolava. Sosteneva la quartadecima un urto ferocissimo.
Questo sforzo, e la terribile trigesimaseconda, che arrivava,
ristoravano in questo luogo la battaglia, che inclinava. Ma non
procedevano con simile prosperità le cose dei Francesi sulla sinistra,
che continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando
ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare nella battaglia sulla
sinistra. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo
con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò
alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena rintegrava la
fortuna, e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei
repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci
erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli, che era a chi
l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento
compariva sulle alture a man manca Liptay, e mettendosi alla scesa già
era vicino a ferire di fianco l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era
il momento determinativo della fortuna; perchè, se gli Austriaci, in
vece che erano spartiti in parecchi corpi, tanto sulla destra, quanto
sulla sinistra dell'Adige, fossero stati ammassati in un solo e grosso
per far forza contro Rivoli, cosa è più che probabile, che avrebbero
acquistato la vittoria. Ma trovandosi le schiere divise, perchè Alvinzi,
credendo di aver a far solo con Joubert, le aveva ordinate piuttosto per
circondare, che per combattere, non poterono urtar tutte al medesimo
tempo e di concerto, e lasciarono intervalli fra di loro, pei quali
poteva il nemico penetrare, ed assaltarle di fianco. Tuttavia,
spignendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro
il fatale Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione
delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo,
il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Pinsero di nuovo
avanti i Tedeschi, e dopo una mischia spaventevole, se lo pigliavano una
seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la
fortuna sua, comandato a Berthier, che trattenesse con la cavallerìa i
Tedeschi nel piano, che fra le alture a sinistra, e Rivoli a destra si
apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in
un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed
uniti e grossi gli conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda
volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia, e di tutta la
guerra, là di Mantova si diffiniva. Nè nissuno creda, che dappoichè gli
uomini fan guerra, e neanco nelle battaglie più famose dell'antichità, e
dei tempi moderni si sia combattuto o più ostinatamente, o più
coraggiosamente, come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto
e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè e Berthier frenava il
nemico nel piano, e Joubert, che in questa giornata lasciò dubbio, se
fosse più valoroso soldato, o più esperto capitano, cacciato a forza il
nemico da Rivoli, se ne impossessava.
Intanto già si era per modo accostato Liptay che incominciava a
percuotere l'ala sinistra dei Francesi, non ancor del tutto rimessa in
ordine dal precedente scompiglio. Correva pericolo, che quello, che la
mezzana e la destra avevano guadagnato, la sinistra perdesse. Se a ciò
si aggiunge, che Lusignano già si approssimava, e batteva il campo sulle
alture, donde si cala il Tasso, si verrà a conoscere, a quale
ripentaglio fossero ridotte, malgrado del riacquistato Rivoli, le
Francesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, il
quale, spintosi tra la squadra di Liptay, e l'estremità della mezzana,
tanto batteva l'una e l'altra, che le sforzava, non senza grave
disordine, al ritirarsi: si ricoverava Liptay a Caprino. Massena poi,
prevedendo l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su
certi colli, pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo
la fortuna, che sul principio, e per parecchie ore aveva inclinato a
favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani;
il quale accidente all'opera principalmente di Buonaparte e di Joubert a
dritta, di Berthier in mezzo, e di Massena a stanca si debbe attribuire.
Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, s'ella non
avesse avuto, con la rotta di lui, la sua perfezione. Infatti compariva,
già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver
varcato i monti di Sperano, di Montegazo e del Lavaletto, nella terra di
Pesena, e già s'incamminava più sotto, costeggiando il Tasso, verso
Affi. Debole presidio era contro questa colonna la diciottesima,
alloggiata a Rocca di Garda. Infatti, dopo un grosso affronto a Calcina,
aveva Lusignano continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte
Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.
Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano
ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiam narrato, per
ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato, in luogo donde già
poteva essere di sussidio a' suoi. Erasi egli, velocemente marciando,
condotto sulle alture di Cavaglione custodite da alcune bande di Croati,
e fatto dar dentro dai generali Partoneaux e Boyer, facilmente le
superava; perchè i Croati, gente nuova e collettizia, nè usa alle
battaglie ferme, fatta debole resistenza, si diedero facilmente alla
fuga. Superatisi da Rey i monti di Cavaglione, e traversata la valle che
gli parte dall'eminenze di Rivoli, aveva trovato modo di aprirsi la
strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro
Lusignano, Massena da una parte, Monnier dall'altra, Rey alle spalle,
per forma che attorniato da tutte bande, non aveva più altro rimedio,
che quello di arrendersi, o di far pruova di aprirsi il varco con le
bajonette. Si appigliava volentieri, come uomo di molta prodezza, a
quest'ultimo partito. Ma soperchiato dal numero soprabbondante dei
nemici, nè avendo con se difesa di artiglierìa, o di cavallerìa, di cui
gli assalitori abbondavano, fu costretto a cedere, deponendo le armi, e
dandosi con tutti i suoi prigioniero in poter dei repubblicani. Dava
questo fatto piena vittoria a Buonaparte, perchè tutta la restante oste
d'Alvinzi, sbigottitasi a sì infelice caso, rapidamente verso la parte
più alta e più aspra del Tirolo si ritirava. Buonaparte, conseguita
tanta vittoria, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a
Mantova, conoscendo quanta variazione potrebbero ancor fare le cose,
malgrado della vittoria di Rivoli, se Mantova si rinfrescasse, con
celerità uguale a quella, con cui aveva camminato da Verona a Rivoli,
correva da Rivoli a Mantova, conducendo con se Massena e la sua schiera,
tanto sicuro fondamento alle vittorie.