Vaubois dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a

porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento, intorno al

quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto dei

vincitori. Assicurava alla sinistra il fianco dei Francesi il fiume

Adige, la destra custodivano due colli eminenti, sui quali sorgono i due

castelli della Pietra, e di Bezeno. Dava fortezza alla fronte un rivo

assai profondo, sulle sponde del quale avevano i repubblicani eretto

parapetti, e cannoniere munite di artiglierìe. Tenevano in guardia

questo forte luogo quattromila soldati eletti, che aspettavano

confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich enfiato dalla

prosperità della fortuna, grosso, e minaccioso, dopo l'occupazione di

Trento, all'ingiù dell'Adige, avendo talmente diviso i suoi che

Wukassowich scendeva sulla sinistra del fiume, Ocskay sulla destra.

Laudon, condottosi ancor esso sulla destra con soldati più leggieri,

camminava più alla larga verso Torbole, con intenzione di dar timore al

nemico per la possessione di Brescia. Arrivavano Wukassowich a fronte di

Calliano, Ocskay a Nomi. Avrebbe potuto, come alcuni credono,

Davidowich, in vece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di

Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia, e

riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma, qual si fosse

la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta,

confidando nel valore e nella grossezza delle sue genti, massimamente

nei feritori Tirolesi, che pratichi dei luoghi più inaccessi, e

peritissimi nel trarre di lontano; avrebbero efficacemente ajutato lo

sforzo Austriaco. Combattessi il giorno sei di novembre con incredibile

audacia, e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di

superare il passo, ed insistendo principalmente contro i castelli della

Pietra, e di Bezeno. Restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto

degli Alemanni infruttuoso. Davidowich, veduto che l'impresa si mostrava

più dura di quanto aveva pensato, mandava in rinforzo di Wukassowich il

generale Spork ed il principe di Reuss, ed operava di modo che per

diligenza di Ocskay, si piantassero artiglierìe presso a Nomi sulla

destra dell'Adige, ed anche a fronte della strada che da Trento porta a

Roveredo. Al tempo medesimo i feritori Tirolesi, postisi qua e là sui

vicini gioghi, si apparecchiavano a bersagliare l'inimico. Cominciavasi

il giorno sette una ferocissima battaglia, in cui come fu il valore

uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna, perchè ora

prevalevano i repubblicani, ed ora gl'imperiali. Venne verso le cinque

ore della sera il castello di Bezeno in poter dei Croati dopo un lungo

ed ostinato combattimento, in cui i Francesi si difesero con sommo

valore, e con tutte sorti di armi, perfino coll'acqua bollente, che

furiosamente versavano contro gli assalitori. Fu il presidio parte

preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello

della Pietra; ma di nuovo i Francesi se ne impadronivano, e di nuovo

ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva nei luoghi più

bassi verso Calliano, e fu quel forte passo preso, ripreso, perduto, e

riconquistato più volte ora da questi, ora da quelli. Era tuttavìa

dubbia la vittoria, quantunque le artiglierìe di Ocskay, ed i feritori

Tirolesi non cessassero di fare scempio dei Francesi, quando

improvvisamente udissi fra di loro, se per paura, o per tradimento non

bene si sa, un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si

scompigliava tutto il campo, e si metteva in rotta. Non si perdeva per

questo d'animo Vaubois, e raccolti, meglio che potè, i suoi e calatosi

vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare nei siti forti

della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto, e tutte le terre circostanti

tornavano sotto la divozione dell'antico signore. Perdettero in questo

fatto i Francesi sei pezzi d'artiglierìa, e nella ritirata per a Rivoli,

essendo seguitati dai Tedeschi, altri sei. Perdettero, oltre a questo,

non poche munizioni; noverarono due mila soldati uccisi, e mille

prigionieri con qualche ufficiale di conto. Furono dalla parte degli

Austriaci molto lodati i Croati, e principalmente i cacciatori Tirolesi,

ai quali fu l'imperatore obbligato dell'acquisto dei castelli di Bezeno

e della Pietra. Mancarono fra gli Austriaci circa cinquecento soldati

fra morti, feriti, e prigionieri; desiderarono due cannoni. Questa fu la

seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna

pel valore, e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina dei repubblicani, se

Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna

prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere;

conciossiachè, se pressato avesse, senza mai dargli posa, ed incalzato

l'inimico innanzi che avesse avuto tempo di respirare, e di rannodarsi,

verisimile cosa è, che avrebbe prevenuto tutti gl'impedimenti, e,

superato facilmente la Corona e Rivoli, sarebbe comparso improvvisamente

grosso e vittorioso sulle rive del Mincio: il che avrebbe posto in

gravissimo pericolo Buonaparte, che era alle mani sulla Brenta con

Alvinzi, e dato comodità al generalissimo d'Austria di farsi avanti a

congiungere le due parti per correre grosso, ed intiero alla liberazione

di Mantova. Ma Davidowich per una tardità o negligenza certamente

inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo,

con lasciare quasi quiete le armi, e non si moveva per alle fazioni del

Mincio, se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di

Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e

l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con

occupare Bassano, Cittadella, e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle

prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato, che i suoi

varcassero il fiume. Sboccava Quosnadowich nella parte superiore da

Bassano, e posava le sue stanze a Marostica, ed alle Nove. Liptay

correva ad alloggiarsi più sotto tra Carmignano, e l'Ospedal di Brenta:

ma siccome quegli, che solo guidava la vanguardia, fu stimato troppo

debole, e però fu fatto seguitare dalla battaglia condotta da Provera,

che aveva varcato il fiume a Fontaniva. Al tempo stesso Mitruski,

padrone del castello della Scala, mandava guardie insino a Primolano per

sopravvedere quello, che fosse per succedere nella valle della Brenta,

della quale stavano le due parti in grandissima gelosìa. Buonaparte,

confidando di compensare con la celerità quello, che gli mancava per la

forza, aveva fatto venire a se, oltre le schiere tanto valorose di

Massena e di Augereau, le guernigioni di Ferrara, Verona, Monbello e

Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e,

camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della

Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal

modo e al tempo stesso, l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli

Austriaci; pensiero certamente molto audace, e da non venir in capo, che

a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor dell'animo, coraggio e

prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il

dì sei novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime Italiche

battaglie, ma questa è stata molto più. Si attaccavano con grandissimo

furore Augereau e Quosnadowich, ambi capitani esperti, ambi valorosi:

ora cedeva l'uno, ora cedeva l'altro; Alvinzi, che conosceva

l'importanza del fatto, mandava continuamente alla sua parte nuovi

rinforzi. Fu preso, perduto, ripreso, e riconquistato più volte il

villaggio delle Nove, e sempre con uccisione orribile delle due parti.

Si combattè, prima con le artiglierìe, poi con la moschetterìa, poi con

le bajonette, poi con le sciable, finalmente con le mani e con gli urti

dei corpi; valore veramente degno della fama Francese ed Austriaca.

Infine restarono i Francesi signori del combattuto villaggio; ma seppe

tanto acconciamente Quosnadowich schierare i suoi, che grossi e

minacciosi si erano ritirati dal campo di battaglia, nell'alloggiamento

che dai monti dei sette comuni si distende per Marostica sino alla

Punta, che quantunque urtato e riurtato da Augereau, si mantenne unito,

e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato

non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè,

sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi non ostante tanto

gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla

sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il

nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la

stanchezza, poichè si era combattuto tutto il giorno, piuttosto che la

volontà, pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti,

feriti, e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattromila

soldati. Il generale francese Lanusse, ferito da colpo di arma bianca,

cadde in potere dei Tedeschi.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diede a pensare

a Buonaparte. Vano era lo sperare di poter riuscire a montare per la

valle di Brenta verso il Tirolo. La perdita di Segonzano e di Trento, di

cui egli aveva avuto notizia, dava giustificato timore per Verona e per

Mantova, e l'ostinarsi a voler combattere un nemico grosso, avvertito,

ed insistente in un sito forte, non sarebbe stato senza grave danno;

perchè ponendo anche il caso, che la battaglia succedesse prosperamente,

il perdere ugual numero di soldati era più pernizioso ai Francesi manco

numerosi, che agli Austriaci più numerosi. Dal che si vede, quanto

momento avrebbe recato in tanta incertezza di fortuna Davidowich, se si

fosse spinto avanti con quel medesimo vigore, col quale aveva combattuto

a Galliano, e fosse andato a dirittura a ferire Corona, e Rivoli. Mosso

da queste considerazioni si deliberava Buonaparte a levar il campo dalle

rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito

centrale di Verona. Per la qual cosa il dì sette novembre molto per

tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi, se

non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno

medesimo i Tedeschi, succedeva un aspro combattimento a Scaldaferro.

Entravano gl'imperiali il dì otto in Vicenza, il nove alloggiavano a

Montebello. Quivi pervenivano ad Alvinzi le desideratissime novelle

della vittoria di Calliano; perciò spingendosi più oltre andava a porre

il campo a Villanova, terra posta a mezzo cammino tra Vicenza e Verona.

Intenzion sua era di aspettare in quest'alloggiamento, che cosa

portassero le sorti in Tirolo, e massimamente che Davidowich, superati i

forti passi della Corona e di Rivoli, si fosse fatto vedere a Campara ed

a Bussolengo; perchè allora si sarebbe mosso egli medesimo verso quella

parte che più sarebbe stata conveniente per congiungersi col vincitore

del Tirolo. Ordinava intanto varie mosse per dare diversi riguardi al

nemico, e per tenerlo sospeso del dove volesse andar a ferire.

Apprestava eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la

scalata a Verona. Già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare

nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso,

a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui,

aveva tutti i partiti difficili: perchè l'aspettare era dar tempo a

Davidowich di assalirlo alle spalle, e di far allargare ad un tempo

l'assedio di Mantova; l'assaltare era un commettersi all'ultimo cimento

per la salute de' suoi, e per la conservazione della sua gloria. Ma non

istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva, che i consigli timidi

fanno i Francesi meno che femmine, i generosi, più che uomini. Si

risolveva adunque a voler pruovare a Caldiero, se la fortuna volesse

perseverare a mostrarsi benigna verso di lui, ed a cangiarsi in

contraria. Usciva da Verona; guidava Massena l'ala sinistra, Augereau la

destra. Incontrati i primi corridori nemici a San Michele ed a San

Martino, facilmente gli fugava: il giorno dodici novembre era destinato

alla battaglia. Eransi molto acconciamente accampati i Tedeschi; perchè

l'ala loro stanca s'appoggiava a Caldiero, ed alla strada maestra, che

da questa terra si volge a Verona. La destra era schierata sul monte

Oliveto, ed occupava il villaggio di Colognola, sito erto, e difficile

ad espugnarsi. Le restanti genti di Alvinzi continuavano a stanziare a

Villanova in ordine di spignersi avanti, come prima si fosse

incominciato a menar le mani a Caldiero. Non così tosto il giorno

appariva, che andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva

conquistato Caldiero, e preso al nemico cinque cannoni: già Massena si

distendeva a sinistra, e, fatti dugento prigionieri, aveva circuito la

punta dritta degli Alemanni, passando per Lavagno ed Illasi, quando il

tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in

minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo,

percuoteva nel viso i Francesi, e gl'impediva di vedere, e di combattere

con quell'ordine, e con quel valore che si richiedevano. S'aggiunse,

che, secondochè era stato ordinato dall'Alvinzi, la grossa schiera

Tedesca giugneva correndo da Villanova per modo che tra pel tempo

avverso, e l'urto di questa gente fresca, rallentavano i Francesi

l'impeto loro, ed incominciavano a declinare. Le cose erano in grave

pericolo; perchè il generale Schubirtz mandato dall'Alvinzi, aveva dato

addosso con cinque battaglioni, passando per Soave e per Colognola, a

Massena; e Provera con quattro battaglioni instava ferocemente contro la

destra di Augereau, mentre nel mezzo Alvinzi medesimo rinforzava, e

rincuorava i suoi con un nuovo nervo di genti. Già pareva disperata la

fortuna Francese, quando Buonaparte spingeva avanti a combattere la

sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuta in serbo; rinfrescava

ella la battaglia, e la teneva sospesa fino alla sera, instando però

sempre gl'imperiali grossi, ed ordinati. Finalmente, pruovato grave

danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si

ritraevano di nuovo a Verona. Dei morti, feriti, e prigionieri fu uguale

la perdita per ambe le parti; ma più grave pei Francesi, per la ferita e

prigionia del generale Launay, e per la ferita del colonnello Dupuis,

uno del guerrieri più animosi di Francia. Montarono gli uccisi a

ducento, i feriti a seicento, i prigionieri a cencinquanta.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione, e molto pericolosa la

condizione dei repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente

i campi della Corona e di Rivoli, e romoreggiare alle spalle di

Buonaparte, mentre Alvinzi grosso e vittorioso lo assalirebbe di fronte,

ed il manco che potesse avvenire, era la liberazione di Mantova, scopo

principale di tanti pensieri. Il dar mano poi al ritirarsi non si

sarebbe potuto fare senza fuga, e senza correre sino alla sponda destra

dell'Adda, perchè già Laudon incominciava a farsi vedere sui confini del

Bresciano. Quale effetto, quale sollevazione fosse per produrre nei

popoli italiani un sì grave accidente, facile cosa è il pensare:

l'Emilia perduta, il papa vittorioso, Milano titubante, il re di

Sardegna con nuovi pensieri, tanti odj liberi, tante ire senza freno

facevano temere ai repubblicani ogni più grave estremità. L'animo stesso

di Buonaparte, avvengadiochè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi

pensieri annuvolato, ed in gran malinconia venuto, incominciava a

fiaccarsi, e a diffidar della vittoria. Scriveva, avere ricondotto i

soldati scalzi, e consumati dalle fatiche a Verona; disperare di

Mantova; i più valorosi feriti; gli ufficiali superiori, i generali

migliori non poter più sostener le battaglie; quelli, che arrivavano,

essere inesperti, ed in loro non aver fede i soldati; l'esercito Italico

ridotto a poche genti; gli eroi di Lodi, di Millesimo, di Castiglione,

di Bassano o morti, o infermi; non aver più le legioni dell'antica

possanza che l'animo, ed il nome; feriti Joubert, Lannes, Lanusse,

Victor, Murat, Charlot, Dupuis, Rampon, Pigeon, Menard, Chabran; vedersi

il repubblicano esercito, vedersi, e sentirsi abbandonato dalla sua

patria nell'estreme regioni d'Italia; la fama delle sue forze avere fin

là giovato, ma oggimai pubblicarsi a Parigi, solo essere di trenta mila

soldati; i più valorosi mancati di vita, i superstiti avere presto in

casi tanto pericolosi a lasciarla; forse esser giunta l'ora estrema di

Augereau, di Massena, di Berthier, di lui medesimo; che sarebbe allora

per avvenire di tanti bravi soldati? Questo pensiero farlo più cauto,

non osar più affrontar la morte, perchè la morte sua condurrebbe

all'ultima rovina tanti prediletti compagni; volere fra breve far un

ultimo sforzo; se la fortuna il secondasse, fora Mantova sua, e l'Italia

con essa.

Tali erano le querele di Buonaparte in quell'estremo momento. Ma se si

era perduto di animo, non aveva perduto la mente, e tosto trovava modo

di riscuotersi: al che gli aprirono occasione le lentezze Tedesche. Ebbe

egli in quest'ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto

spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la

sua salute, e quella de' suoi; per lui ancora rincominciossi la non

interrotta sequela di fatti, che tanto il fecero glorioso in armi, e

tanto potente sopra la terra. Aveva Alvinzi, dopo la giornata dei

dodici, in mano sua tutto il destino della guerra; perchè, se subito

dopo avuta quella vittoria, usando la diminuzione d'animo, in cui per

lei si trovavano i repubblicani, gli avesse acremente e celeremente

perseguitati, ogni probabilità persuade o che avrebbe vinto Verona, o

che almeno, distendendosi a dritta, avrebbe potuto varcar il fiume in un

luogo superiore, ed in tal modo accozzarsi con Davidowich. Ma invece di

correre contro il nemico declinante, e di non dargli respitto,

soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare

con Quosnadowich, Veiroter, e Provera intorno a quello, che fosse a

farsi. Voleva Quosnadowich, animoso capitano, che si desse dentro

incontanente; ma a questo non voleva risolversi Alvinzi, o che credesse,

per troppa confidenza, la guerra già vinta, che volesse aspettare, che

Davidowich avesse superato gli alloggiamenti della Corona e di Rivoli.

Fatto sta, che Buonaparte usando assai maestrevolmente la occasione,

ordinava una mossa, che, convertendo del tutto le sorti, fece che

siccome prima Alvinzi era padrone della guerra, dopo, fosse Buonaparte;

ed il generale Tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni

militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a

quello, che fosse per dare al generale francese. Il fiume Adige

calandosi dalle scoscese montagne del Tirolo corre dirittamente da

tramontana a ostro insino a Bussolengo, terra situata alle ultime radici

del Montebaldo; ma da questa terra il suo corso incominciava a declinare

verso il levante, per guisa che volta le sue onde a scirocco, ed in tal

modo calandosi incontra rapido e profondo Verona; quindi passa,

seguitando sempre la direzione medesima insino a Zevio, dove giunto

essendo, la sua inclinazione diventa maggiore, e corre, non più verso

scirocco schietto, ma piuttosto verso levante scirocco: il quale corso

ei serba insino ad Albaredo, dove di bel nuovo si volta a scirocco.

Questa inclinazione del fiume è cagione, che chi il varcasse a Ronco,

luogo situato fra Zevio ed Albaredo, avrebbe Villanova più vicina che

Verona. Aveva Alvinzi lasciato a Villanova le più grosse artiglierìe, i

carriaggi, le bagaglie, e le munizioni: era anche questa terra sulla

principale strada da Verona a Vicenza. Bene considerate tutte queste

cose venne Buonaparte in isperanza di sorprendere con un subito passo

quell'alloggiamento principale degl'imperiali, e di tagliargli fuori da

Vicenza e dai loro sicuri ricetti del Friuli e del Cadorino. E ponendo

eziandio che il disegno non sortisse tutto quel fine, ch'ei si

proponeva, questo almeno era sicuro di conseguire, che Alvinzi si

sarebbe, per combatterlo, necessariamente condotto verso le parti

inferiori dell'Adige; il che l'avrebbe allontanato da Davidowich, ed

impedito la congiunzione dei due eserciti imperiali tanto temuta, e con

tanta ragione dal generale Francese. Confidava Buonaparte, che, varcando

di nottetempo l'Adige a Verona, e correndo speditamente sulla sua destra

sponda sino a Ronco, e quivi sulla sinistra ripassando, e tuttavia

velocemente marciando, sarebbe riuscito ad arrivar addosso a Villanova

innanzi che Alvinzi si fosse accorto del pericolo, ed avesse potuto

farvi i provvedimenti necessari. Dava favore a questa fazione il

considerare, che il Tedesco, non addandosene, non aveva guernito la

sinistra del fiume sotto Verona di presidj sufficienti. Solo aveva

mandato il colonnello Brigido coi pochi Croati ed Ungari, piuttosto per

sopravvedere che per combattere. La notte adunque dei tredici ordinava

Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau,

varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero

frettolosamente la destra del fiume sino a Ronco, quivi il rivarcassero

sopra un ponte estemporaneo di piatte, e passando per Arcole e per San

Bonifacio sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova. Questa

fu veramente una mossa da gran maestro dell'arte, e fra tutte quelle

ordinate dai più rinomati capitani sì degli antichi, che dei moderni

tempi non vedo alcuna, che più di questa sia non che da lodarsi, da

ammirarsi. Riuscirono improvvisi, e senza che gl'imperiali sentore ne

avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto, fatto un ponte, varcarono.

Varcava Augereau primo, Massena secondo: la duodecima fu lasciata a

guardia del ponte, la cavalleria sulla destra sponda pronta a passare,

ove il bisogno ne venisse. S'incamminava Massena a Porcile per

sopravveder ciò, che fosse per nascere dalle parti di Caldiero, Augereau

s'addirizzava verso Arcole. L'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per

marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose

impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però

non tanto, ch'ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria e con

essa il principal fine del suo proponimento. Ma perchè tutte queste cose

s'intendano da chi ci legge, necessario è, che per noi si descriva la

natura dei luoghi, che furono sedia di fatti tanto memorabili. Giace

Villanova, principal mira di tutto questo moto, sulla sinistra riva di

un grosso torrente chiamato Alpone, il quale scendendo impetuosamente

dalle montagne dei sette comuni, s'avvicina all'Adige, in cui mette foce

tra Ronco, e Albaredo. Questo torrente approssimandosi alle rive del

fiume, incontra una bassa fondura, dove serpeggiando e rallentando il

corso, forma paludi, o terreni coperti da acque stagnanti. In questi

terreni appunto per la bassezza loro sopraffatti dalle acque, ed in

mezzo a queste paludi, e pure sulla sponda sinistra dell'Alpone siede il

villaggio di Arcole, che i repubblicani dovevano necessariamente

attraversare per condursi a Villanova. Due argini principali danno

l'adito per questa limacciosa palude, dei quali il primo porta da Ronco

ad Arcole, e quindi a Villanova; il secondo partendo dal primo, quando

ei si volta verso Arcole, rade più accosto l'Adige all'insu, ed accenna

a Porcile, e di là a Caldiero. Biasimano alcuni, per le cose che

seguirono, Buonaparte del non aver passato l'Adige più sotto verso

Albaredo; il che se avesse fatto, avrebbe evitato il passo dell'Alpone.

Altri ancora gli danno carico del non aver passato l'Alpone con gettar

un ponte là dove mette nell'Adige; ma siccome la sua risoluzione fu

improvvisa, così ei non poteva conoscere tanto al minuto la natura dei

luoghi, nè prevedere, che un ignobile torrente, ed un umile ponte di

piccolo villaggio fuor di mano dell'esercito Tedesco avessero ad essere

un intoppo sì duro al suo intendimento. Bene da dannarsi è la sua

ostinazione dello aver voluto per due giorni continui sforzare il passo

al ponte d'Arcole; il che fu cagione della morte di tanti valorosi

soldati, mentre ei poteva, fin dal primo, quando incontrò tanta

resistenza, fare quello, che fece il terzo. Prevedendo poi, che nella

depressione di fortuna in cui si trovava, e nelle battaglie che erano

imminenti, avrebbe avuto bisogno di tutte le sue forze, si era

deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al

campo principale tre mila soldati, di quelli che stavano sopra l'assedio

di Mantova. Infatti era il giorno medesimo, in cui Massena ed Augereau

avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il quindici del mese, arrivato a

Verona Kilmaine con la schiera dei tremila. Utile pensiero, nè ultimo fu

questo a conseguire la vittoria.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 15 / 20 段