perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia,
facevano un moto, correndo sulla piazza, ed intorno all'albero della
libertà affollandosi: gridavano sovranità, e indipendenza, e volevano
constituirsi in repubblica Transpadana. Dispiacque il moto
all'amministrazione generale di Lombardia, non che ella non amasse
l'indipendenza, ma le cose non le parevano ancora di tale maturità, che
si potesse venire ad un partito tanto determinativo. Il sentirono peggio
ancora il generalissimo, e gli altri capi Francesi. Tanto fu loro
molesto questo moto, che Baraguey d'Hillires, generale che comandava
alla piazza di Milano, e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva
carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.
Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori
d'Italia; tanta era la voragine, non dirò della guerra, ma dei
depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per
trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse
l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere
delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di
denaro.
Infatti i rubatori, gente frodolenta ed avara, erano una peste
invincibile. Buonaparte, che per la mancanza delle cose necessarie
vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: gli chiamava ladri,
traditori, spie; ora ne faceva pigliar uno, ora cacciare un altro; ma
nulla giovava, perciocchè tornavano, essendo protetti, perchè molti; e
si liberavano, essendo i giudici corrotti, perchè mescolati. L'Italia
pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. In
un paese opimo, e da lungo tempo immune da guerra, era penuria di soldo,
di pane, di abiti, di scarpe, di strame. Al tempo stesso i provveditori
ed i canovieri, incitati dall'ambizione e dalla libidine, tenevano, la
maggior parte, gran vita con mense lautissime, e con cavalli pomposi,
con cocchi dorati, con caterve di servitori; e ballerine e cantatrici
mantenevano, strana foggia di repubblicani. Sapevaselo Buonaparte, che
non ne capiva in se stesso dallo sdegno. Scriveva, che il lusso, la
depravazione, il peculato avevano colmo la misura. Un solo rimedio ei
trovava, e, come credeva, conforme alla sperienza, alla storia, alla
natura del governo repubblicano, e quest'era un sindacato, magistrato
supremo, che, composto di una o di tre persone, solo due o cinque giorni
durasse, ed in questo tempo autorità amplissima avesse di far uccidere
un amministratore, qualunque fosse, o con qual nome si chiamasse. «Potè,
sclamava dispettosamente Buonaparte, il maresciallo di Berwick far
impiccar l'amministrator supremo del suo esercito, perchè vi erano
mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta
abbondanza, quando i miei soldati sono penuriosi, e stremi di ogni cosa,
spaventar con le opere, poichè le parole non giovano, questo nugolo di
ladri?» Così dentro se stesso si rodeva: ma eran novelle, perchè l'oro
d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni.
Solo si soddisfaceva il capitano Italico dei servigi di Collot,
abbondanziere delle carni, e di Pesillico, agente della compagnia
Cerfbeer. Poi alcuni commissari erano facili alle signature, caso
veramente orribile. Affermava Buonaparte nel mese di ottobre, che,
eccettuati Deniée, Boinod, Mazade, e due o tre altri, gli altri
commissari erano tutti ladri: pregava il direttorio, gliene mandasse dei
probi, aggiungendo però la clausola, se fosse possibile trovarne:
soprattutto già fossero provvisti di beni di fortuna; desiderava
Villemanzy. Aveva particolarmente in grande stima il commissario Boinod,
certamente a giusta ragione, perchè era Boinod uomo di costumi
integerrimi; ed eziandio con ragione scriveva Buonaparte, che se
quindici commissari di guerra, come Boinod, fossero all'esercito,
potrebbe la repubblica far un presente di cento mila scudi a ciascuno di
loro, e guadagnerebbevi ancora quindici milioni. Tanta era l'ingluvie di
coloro, che per ufficio dovevano impedire, che altri non involasse le
sostanze dei soldati! L'ira di Buonaparte particolarmente mirava contro
un Haller, che credeva mescolato in questi traffichi. Scriveva
sdegnosamente il dì diecinove novembre al commissario del direttorio
Garreau: essere i soldati senza scarpe, senza presto, senz'abiti; gli
ospedali penuriosissimi; giacere i feriti orribilmente nudi sulla nuda
terra; pure essersi testè trovati quattro milioni in Livorno; essere in
pronto merci di gran valore a Tortona ed a Milano; avere Modena dato due
milioni, Ferrara gran valute; ma non essere nè ordine, nè buono
indirizzo nella bisogna delle contribuzioni, di cui esso Garreau aveva
carico; grave essere il male, dover esser pronto il rimedio:
rispondessegli il giorno stesso, se potesse, sì o no, provvedere ai
soldati: se no, comandasse all'Haller, spezie di furbo, come diceva, non
per altro venuto in Italia, che per rubare, e che si era fatto
sovrantendente delle finanze dei paesi conquistati, rendesse conto
dell'amministrazion sua al commissario supremo, che era in Milano, e
provvedessesi il bisognevole ai soldati volere il governo, che i
commissari nei bisogni dell'esercito si occupassero; veder mal
volentieri, ch'egli, Garreau, non se ne prendeva cura, lasciando la
bisogna in mano di un forestiero, di natura, e d'intento sospetto;
Saliceti far decreti da una parte, Garreau farne da un'altra, e con
tutto questo non esservi accordo, e manco denaro: soli quindici
centinaia di soldati, che sono a Livorno, costare più di un esercito;
esservi penuria estrema fra estrema abbondanza. Questi erano i
risentimenti del capitano generale.
Nè era minore lo sdegno di lui contro la compagnia Flachat, ch'ei
qualificava coi più odiosi nomi, senza credito, senza danaro, e senza
probità chiamandola; avere, affermava, lei ricevuto quattordici milioni,
avere somministrato solamente per sei, e ricusare i pagamenti; per lei
essere sequestrate le mercatanzie pubbliche in Livorno; volere, che si
vendessero; ma essere sicuro, che per le mene di costoro, quello che
sette milioni valeva, sarebbe dato per due: insomma, aggiungeva tutto
sdegnoso, essere gli agenti di essa compagnia i più bravi eruscatori
d'Europa. Di più, alcuni fra gl'impiegati, non contenti al peculato, far
anche le spie, e portare pubblicamente, come i fuorusciti, il bavero
verde: di questo non potersi dar pace; servir loro Wurmser, servir la
Russia, succiarsi la repubblica.
In tal modo Buonaparte riempiva di querele Italia e Francia: intanto
andava a ruba l'Italia. Nè uno era il modo del guadagno, nè alcuna
spezie di fraude si pretermetteva. I più usavano di non pagare sotto
pretesto di non aver fondi, se non con grossi sconti, le tratte, che
loro s'indirizzavano o dal governo, o dai particolari creditori; brutto
veramente, ed infame traffico era questo; perchè essi erano cagione col
non pagare, e con diffidenze artatamente sparse, che le tratte
scapitassero, poi le ricevevano a perdita, e più scapitavano, ed a
maggior perdita le ricevevano, e più grossi guadagni facevano, autori ad
un tempo, e profittatori del male. La peste penetrava più oltre, perchè
era cagione che i prezzi a bella posta s'incarissero, ed i contratti si
facessero simulati; il male del rubare era il minore, perchè il costume
si corrompeva. In queste laide involture si mescolavano anche Italiani,
e tra di questi alcuni, che avevano le cariche nei governi temporanei,
ed alcuni altresì, che facevano professione di amatori della libertà.
Queste cose facevano da se, e per se, o per mezzo d'interposte persone,
o intendendosela con gli amministratori infedeli. Con qual nome chiamare
costoro, io non saprei; so bene, come gli chiamavano, e chiamano
tuttavia, perchè son ricchi, i parasiti ed i giornali, che con parole
magnifiche gli encomiavano in quei tempi, ed encomiano ancora ai giorni
nostri; sicchè, se una volta era il proverbio, che la guerra fa i ladri
e la pace gl'impicca, ora debb'essere quest'altro, che la guerra fa i
ladri e la pace gli loda. Hanno costoro gioie, e gioielli, e palazzi in
città, e ville in contado, e statue, e quadri, e mobile prezioso, ed
ogni sorta di agio, con adulatori in quantità. Tali erano non pochi dei
gridatori di libertà dei nostri tempi, ed io ne ho conosciuto alcuni,
che stampati in fronte delle ruberie del loro paese, se ne andavano
tuttavia predicando con singolare intrepidezza la repubblica e la
libertà, anzi credevano, od almeno dicevano, esser loro i veri amatori,
ch'elleno avessero. Così, se parecchi tra i Francesi che avevano cura
dell'amministrazione involavano, si trovava anche fra gl'Italiani chi
teneva loro il sacco; e vi era allora, qual sempre vi è, una gente, che,
come i corvi intorno ai cadaveri, aliavano continuamente là dove erano i
disastri pubblici, per farne il loro pro ed arricchirsene. Costoro, ed
allora si mostrarono più che in altro tempo, sono una singolare
generazione d'uomini perchè se è stagione di libertà e' gridano libertà,
se è stagione di dispotismo, e' gridano dispotismo, e sempre ridenti, e
sempre adulatori, aiutano a spogliar con arte chi già è spogliato dalla
forza; nè abborriscono dallo spogliare e dal succiare e dallo straziare,
quand'anche il soggetto sia la patria loro, che anzi le miserande sue
grida sono incitamento alla ferina cupidigia di quest'uomini spietati.
Queste cose vedemmo con gli occhi nostri, nè la religione le impediva,
perchè era venuta a scherno, nè la giustizia, perchè era compra. Così
tra la forza che ammazzava, e l'arte che rubava, fu sobbissata l'Italia,
e peggio, ch'ella era mira di calunnie da parte degli ammazzatori e dei
ladri. Chi dava e pigliava gli appalti degli arnesi necessari alla
guerra con ingordi beveraggi, ed a prezzi più cari del doppio del
genuino valore; chi metteva, minacciando saccheggi, taglie sui paesi, e
questi denari spremuti a forza dai popoli si appropriava. Questi
prometteva di preservare dalle prede, se si desse denaro a lui:
gl'Italiani davano, e qualche volta erano preservati, e qualche volta
no: si vendeva il beneficio. Quest'altro faceva tolte di robe per gli
ospedali, le usava per se. Diè Cremona cinquantamila canne di tela fine
pei malati, e per se gli arrappatori se le pigliarono. Chi vendeva i
medicinali dell'esercito, e convertiva il prezzo in suo pro: la
corteccia tanto preziosa del Perù principalmente era divenuta materia
d'infame ladroneccio. Quanti soldati consunti dalle perniziose febbri
perirono, che sarebbero stati salvi, se i rubatori avessero avuto più a
cuore le vite loro, che le mense, i teatri, e le meretrici! Nè era cosa
che santa o sicura fosse, perchè si faceva traffico dell'asilo dei
morenti, e sonsi veduti uomini abbominevoli minacciare di porre ospedali
militari nei conventi col solo fine di costringergli a pagar denaro per
ricomperarsi da quella molestia: i soldati intanto se ne morivano per le
strade, perchè gl'insaziabili segavene s'ingrassassero, ed in ogni più
immondo, in ogni più ingordo vizio s'ingolfassero. Le polizze dei
passati si davano per chi non era passato, ed anche per chi era morto: i
magazzini si empivano di grasce finte, e nissuno aveva, se non chi non
doveva avere. I soldati perivano, i paesi pagavano, perchè a quello, che
non era somministrato dalle riposte, bisognava bene, e per forza, che i
paesi sopperissero. Così chi dava, non aveva, chi non dava, aveva; la
brutta usanza fu generale. I capisoldi poi, i premj, le indennità
largamente si davano a chi meno le meritava, nè vi era ufficiale, che di
chi ministrava fosse amico, che alla menoma rotta non si trovasse ad
aver perduto gli arnesi, e grassi compensi non toccasse, mentre gli
uomini valorosi, che combattendo virilmente contro il nemico, avevano
perduto tutto, richiedevano invano quello, a che la patria era loro
obbligata. Cuocevano infinitamente a Buonaparte i raccontati ladronecci,
e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari,
instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non
erano ladri ordinarj, ma tali, che con le malvagie opere loro
interrompevano il corso alle sue vittorie, od erano almeno cagione che
con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in
queste diete dei segreti maneggi, onde i rei se ne andavano od assoluti,
o condannati a pene nè proporzionate al delitto, nè capaci di spaventare
i compagni. «Voi avete presupposto certamente, scriveva Buonaparte
sdegnoso al direttorio, che i vostri amministratori ruberebbero, ma
farebbero i servizi, ed avrebbero un po' di vergogna: ma e' rubano in un
modo tanto ridicolo e tanto impudente, che s'io avessi un mese di tempo,
non ve ne avrebbe un solo che non facessi impiccare. Gli fo legar dai
gendarmi, gli fo processar dai consigli militari continuamente. Ma che
giova, se i giudici sono compri? Questa è fiera, e tutti vendono. Un
impiegato accusato di aver posto una taglia di diciottomila franchi a
Salò, fu condannato a due mesi di carcere. Così, come si potran pruovare
le accuse? È un concerto: tante vili enormità fan vergogna al nome
Francese.» Così si querelava, e così inveiva Buonaparte contro i
rubatori, e questa fu l'accompagnatura della libertà in Italia.
Ma egli è oramai tempo di far passaggio dall'avarizia degl'involatori al
furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente
che prima sulle Italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso
alcun ufficio per inclinare l'imperatore alla pace, ora offerendogli
compensi di nuovi stati, ora minacciando di sterminio quelli, che ancora
gli restavano. A quest'ultimo fine scriveva Buonaparte all'imperatore
Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe per ordine
del direttorio il porto di Trieste, e guasterebbe tutte le sue
possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo
in Germania avevano ridesto nell'Austria la speranza di sostenere le
cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli stati perduti; però non
volle consentire agli accordi.
Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova, perchè tutti i disegni
potevano arrivare al fine desiderato, se la sua difesa tuttavia si
sostenesse; ed all'opposto sarebbero stati disordinati, se cadesse in
possessione dei Francesi. Non era ignoto a Vienna, che il presidio era
ridotto all'estremo, dalle malattie e dalla strettezza dei viveri, e che
solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico
Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con animo invitto l'urto delle
armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal
direttorio, che, se non desse la piazza in mano della repubblica,
sarebbe quando si arrendesse, condotto a Parigi, e giudicato qual
fuoruscito Francese. Vide l'Austria, che non era tempo da aspettar
tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione;
perciò adunava con celerità mirabile un nuovo esercito di più di
cinquantamila combattenti pronto a calare per mettere di nuovo in forse
la fortuna Francese, che già tanto pareva stabile e sicura. Certamente
fu maraviglioso l'impeto Francese in quei tempi, ma non fu meno
maravigliosa la costanza Tedesca. Di tanta mole si mandavano venticinque
mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e tanto era l'ardore loro,
che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie, che poco dopo
seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore,
siccome quelli che erano cupidi non solo di ricuperare i paesi perduti,
ma ancora di scancellare l'offesa fatta alle armi imperiali dalle
precedenti sconfitte. L'emolazione altresì verso i soldati di Germania
operava efficacemente nelle menti loro, e le vittorie dell'arciduca gli
stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale
d'artiglierìa Alvinzi già pratico delle guerre d'Italia, e nel colmo
della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e
speditiva, si sperava che fosse per allontanare da se quella lentezza
che era stata cagione delle rotte precedenti. Aveva anche per
consigliero un Veiroter, che si era acquistato nome di perito capitano
in Germania. Era il disegno di questa nuova mossa non dissomigliante da
quello posto in opera pochi mesi prima da Wurmser, con questa differenza
però, che ove il maresciallo discese con tutto il pondo per la valle
dell'Adige, ed interpose, certamente con imprudente consiglio, tra le
due principali parti de' suoi tutta la larghezza del Lago di Garda,
Alvinzi ordinava, che una parte guidata da Davidowich scendesse dal
Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Francesi, che colà
stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per
Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila
combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di
varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani
ovunque gli trovasse, e quindi varcato il fiume più grosso dell'Adige
dove la occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con
Davidowich, e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già
varcati con fatica incredibile i monti della Carniola, e traversati
torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si
avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e
si accingevano a dar principio a quella terza guerra, dalla quale
pendeva il destino della potenza Austriaca in Italia.
Non erano a tanta mole pari pel numero i Francesi; perchè certamente non
passavano i quaranta mila, noverati gli assediatori di Mantova. A questi
nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani, ed i Polacchi ordinati a
Milano, e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse
per combattere nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima
utilità, ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidj nelle
piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro insino alla
Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Francesi raccolti nelle
stanze, perchè Kilmaine con ottomila soldati stava attorno a Mantova,
Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige, Massena sempre
il primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla
Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine una
schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra
fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la
condotta dei generali Macquart e Beaumont. Aveva Buonaparte comandato a
Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e siccome gli
assalti sono sempre più fortunati pei Francesi, che le difese, volle che
Vaubois medesimo, ancorchè fosse inferiore di forze, non aspettasse il
nemico, ma lo andasse ad assaltare nei propri alloggiamenti: soprattutto
il cacciasse dai luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si
apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi, che
già arrivato sulle rive della Brenta, ed avendola passata, faceva le
viste di volersi incamminare verso Verona. Alloggiava Davidowich col
grosso delle sue genti a Newmark, mentre la vanguardia occupava il forte
sito di Segonzano, reso anche più sicuro dal posto eminente di Bedole,
custodito da Wukassowich. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois,
assaltava San Michele, terra posta oltre il Lavisio, con intento, se la
battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmarck. Al tempo
medesimo Fiorella urtava le terre di Cembra e di Segonzano. Fu grande la
resistenza che incontrava Guyeux a San Michele; perchè gli Austriaci
avevano chiuso l'adito alla terra con trincee, ed essendosi posti ai
merli, di cui erano guernite le case, attendevano a difendersi
virilmente. Tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i
Francesi guidati dal capitano Jouannes, e tre volte erano con grave
uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, e maggiore
anche di quanto annunziassero il numero poco notabile dei combattenti, e
la ristrettezza dei luoghi, in cui si combatteva, perchè dall'esito
pendeva la conservazione, o la conquista del Tirolo, il potere gli
Austriaci od i Francesi incamminarsi alle spalle del nemico per le valle
della Brenta, e finalmente la congiunzione, o la non congiunzione delle
due schiere Alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna
per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Francesi un ultimo
sforzo, entravano in San Michele, e se ne impadronivano a malgrado che i
Tedeschi, ajutati anche da parte dei Tirolesi, avessero continuamente
tratto contro di loro con morte di molti, e con ferita del valoroso
Jouannes.
Bene auguravano i Francesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro
ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che
interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti.
Aveva bene Fiorella, con molta valenzia combattendo, espugnato il
castello di Segonzano, ma non avendo, o perchè abbastanza non avesse
fatto esplorare i luoghi, o qual'altra cagione che sel muovesse,
sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi scendendo improvvisamente,
lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non
poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarsi più che di passo verso
Trento. S'aggiunse, che Davidowich medesimo, udite le novelle
dell'assalto dato ai Francesi, si era calato col grosso de' suoi a
soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai
repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori, ed a pezzi,
che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto
le mura, la città stessa di Trento in balìa degli antichi signori.
Successe questo fatto ai due novembre. Due giorni dopo entrava
Davidowich in Trento; rallegrandosene gli abitanti, amatori del nome
Austriaco, ed asperati dalle intemperanze dei conquistatori.