Noi siamo abborrenti per consuetudine e per natura dal biasimare chi

scrive, e meno ancora chi scrive storie. Ma l'amore della verità, e la

innocenza di Venezia ci spinge a notare, che uno storico dei nostri

tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di

riprensione, quanto è diretta contro il tradito ed il misero, si lasciò

uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste

provvisioni del senato Veneziano furono fatte prima delle minacce dei

Francesi. Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrar

le date, che le provvisioni medesime furono fatte dopo, ed a cagione

delle minacce intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini;

imperciocchè minacciò Buonaparte il dì trentuno maggio, deliberò il

senato il dì primo, e secondo giugno. Il perchè l'allegazione dello

storico è contraria alla verità, e crudele a Venezia; che se poi egli

pretendesse che Venezia, sentite le mortali minacce di Buonaparte, non

doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà, che la Francia non doveva

armarsi, sentite le minacce di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai

sommi geografi così Francesi, come Italiani, i quali sostengono

l'opinione del citato storico, saria bene, che ci dicessero quale

maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra

Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene, che ci

dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente, che minacciasse

di totale ruina lo stato della Francia, se il governo non delibererebbe

in proposito il dimane a Parigi. Veramente, quando l'uomo vuol impugnare

la verità conosciuta, diventa ridicolo. La distruzione della repubblica

di Venezia è stata una grandissima sceleraggine, e non fa onore al

secolo il volerla giustificare. Sonci poi alcuni in Italia, che dicono,

e credo eziandio, che stampano, che Venezia perì, e meritava di perire

perchè seguitò le massime del Sarpi. A questo io non so che cosa

rispondere, se non forse, che ella ha avuto torto di voler punire colle

patrie leggi due ecclesiastici sceleratissimi, e che là doveva esser

lecito a chi portava chierica, l'infamare le rispettabili donne, ed il

commettere assassinj.

Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità dei Veneziani

verso l'Austria, narra come, non così tosto dimostrò l'imperatore

desiderio, che la repubblica non conducesse a' suoi stipendi il principe

di Nassau, il governo Veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il

consiglio di condurre il principe fu dato dal provveditor delle lagune

Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal

senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi

medesimi molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo

desiderio. Mal volentieri mi sono io indotto a parlar di questo fatto,

perchè quando anche fosse vero ciò che è falso, non si vede come per una

condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla

distruzione e vendita di lei.

Al tempo stesso, in cui il senato ordinava l'apparato militare delle

lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere, ch'ei

pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di

assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo

Francese, col quale andava esponendo, che mentre la repubblica di

Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità,

e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Francese,

erano gli animi del senato rimasti vivamente traffitti dal colloquio

avuto dal generale Buonaparte col provveditor generale Foscarini, dal

quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio

verso Venezia che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato

occasione a tale alterazione che era conscio specialmente di non

meritare alcun rimprovero per l'occupazione violenta fatta dall'armi

Austriache di Peschiera, contro di cui non era restato alla repubblica

disarmata, e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche,

altro rimedio che la più ampia e solenne protesta, e la più efficace

domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento

stesso di fare; potere lo stesso general Buonaparte rendere testimonio

dello aver trovato inermi e tranquille le città Venete, e della

prontezza, con la quale i governatori Veneti ed i sudditi

somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era

necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere

suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia,

e pronto a dare quelle spiegazioni, ed a fare quelle dimostrazioni dei

sentimenti propri, che fossero in suo potere per confermare quella

perfetta armonìa che felicemente sussisteva fra le due nazioni.

Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a

Venezia, domandava al senato, perchè ed a qual fine si apprestassero

quelle armi, come s'ei non sapesse, che il perchè erano gl'improperj e

le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in

una guerra, che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato voler fare fra

pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro, che simili

apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti, quando instavano

presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non

sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia, come

la Francia per mezzo di Buonaparte, aveva fatto. Richiedeva finalmente,

si cessassero quelle armi dimostratrici di una diffidenza ingiuriosa, e

contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Francese: il

che significava, che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva

ch'ella si difendesse.

Rispondeva pacificamente il senato, le armi, che si apprestavano, essere

a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la

terraferma; pacifica essere Venezia, volere vivere in amicizia con

tutti; in mezzo a tanto moto, ad opinioni tanto diverse, a discorsi

tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forestieri non

conosciuti, che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla

quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indirizzati

i nuovi presidj, ed a fare, che siccome l'intento suo era di non

offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere sperare, che

il governo Francese meglio informato dei veri sensi della repubblica,

deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei, e persevererebbe,

ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia

che il senato le aveva costantemente, ed a malgrado di tutte le

suggestioni ed instigazioni contrarie, conservata, quando la Francia

medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel

senato non istarebbe, che un sì desiderato fine si conseguisse a questo

tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli, a questo tutte le

sue operazioni dirizzare.

Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo

affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con

esso lui sulle faccende comuni, ch'egli era grato al senato per la

gentile, e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere nè

più sincera, nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a

Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici

sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli

aveva sempre rappresentato: insomma ei si chiamò contento intieramente,

e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il dieci luglio; eppure

questo medesimo giorno, noi lo diremo, giacchè siamo serbati a

raccontare queste contraddizioni fastidiose, egli scriveva al ministro

degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine

di far odiare dal popolo i Francesi; che il generale Buonaparte,

richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto, che i Francesi erano

entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che

tenevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi

occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che

vorrebbero servire ad interessi contrari, che il medesimo Lallemand,

scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo,

che il governo Veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione

Francese, ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio

contro i Francesi; ma che in quel momento era vero del pari, che sincere

erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la

Francia; che le male impressioni lasciando luogo alla considerazione de'

suoi veri interessi, lealmente desiderava veder rotto quel giogo

Austriaco tanto grave a lui ed a tutta Italia; che per verità non si

poteva sperare che si ajutasse con le proprie mani, ma che questo poteva

bene la Francia promettersi di Venezia, che non tanto che ella

contrariasse coloro che ne la volevano liberare, desidererebbe

nell'animo suo felice compimento all'impresa loro; che, quanto

all'armare, quantunque dubbiosi potessero esserne i motivi, pareva a

lui, che tale qual era, non potesse far diffidare della fede Veneziana;

che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione

di temere; che con gli occhi suoi propri vedeva, che i preparamenti che

si facevano, non avevano altro fine, che quello di custodire le lagune

ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in se

cosa, che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di

Lallemand, che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo

fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così

Venezia, segno di tanti inganni, se armava, era stimata nemica, se non

armava, perfida; i tempi tanto erano perversi, che anche in chi

conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più

sicura della guerra, nè la guerra della pace, e l'estremo fato già la

chiamava.

Tali quali abbiam narrato, erano i pensieri e le opere di Buonaparte e

del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi

disegni furono interrotti da una nuova inondazione di armi imperiali in

Italia.

LIBRO NONO

SOMMARIO

Negoziati inutili di pace. Stato della repubblica Cispadana:

nuovo congresso dei popoli dell'Emilia. Squallore dei soldati

francesi in Italia, e ruberie dei pubblicani. Lamenti di

Buonaparte in questo proposito. L'Austria ingrossa di nuovo, e

fa impresa di riconquistare le sue possessioni d'Italia.

Alvinzi suo generalissimo. Nuova e terribil guerra. Feroci

battaglie nel Tirolo con la peggio dei repubblicani: lentezza

molto fatale all'Austria del generale Davidovich dopo le sue

vittorie in questo paese. Disegni di Buonaparte per opporsi a

questa nuova inondazione di Tedeschi. Fatti d'arme sulla

Brenta. Battaglia di Caldiero. Condizione assai pericolosa di

Buonaparte: arte mirabile, colla quale se ne riscuote.

Prodigiosa battaglia di Arcole. Battaglia moltiforme di

Rivoli. Gli Alemanni rincacciati del tutto dall'Italia. Il

generale austriaco Provera fatto prigione con tutti i suoi

sotto le mura di Mantova. Celerità maravigliosa di Buonaparte

in tutti questi fatti. Guerra contro il Pontefice. Battaglia

del Senio. Pace di Tolentino, e sue gravi condizioni a' danni

di Roma. Mantova si arrende alle armi repubblicane: lodi di

Wurmser. Lusinghe di Buonaparte alla repubblica di San Marino:

risposte dei Sanmariniani.

Noi dobbiamo continuar nel fastidio di raccontar governi non così tosto

creati che spenti, secondochè portava l'utilità od il capriccio del

vincitore, di cui sempre più si scoprivano i pensieri indiritti a

turbare tutta l'Italia. Abbiamo nel precedente libro descritto, come per

quel principal fine dell'aver la pace coll'imperatore, il direttorio di

Parigi, e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura

ora all'imperatore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a

quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria spaventata dalle

calamità, a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena, se non di

concludere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il

generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche

l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperatore, e dalla forza della

repubblica francese, che ogni dì più pareva insuperabile, si era

piegata, benchè mal volentieri, a voler trattare, ed aveva mandato a

questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler

rimuovere tanto incendio dall'Europa afflitta, e di aver a cuore lo

stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie

dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte di

Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più

renitenti, e di nuovo convenne venirne al cimento delle armi. Solo la

Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia, che nella

propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re

costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra

imminente col papa; al quale trattato il direttorio non volle ratificare

a cagione della cessione, che vi si stipulava di alcuni territorj

imperiali; perchè il re opportunamente valendosi della condizion sua

armata, e dell'esser posto alle spalle dell'esercito francese, non

cessava di addomandare o restituzione, o ricompenso delle perdute Savoja

e Nizza. Il che pazientemente non poteva udire il governo di Francia,

per essere quelle province unite per legge di stato alla repubblica.

Adunque il direttorio, trovata tanta durezza nell'Austria,

nell'Inghilterra, e nel papa, che continuamente si preparava alla

guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè

non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare, se il timore

delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il

timore delle armi non aveva potuto.

A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia, e le instigazioni di

Trento. Ma per parlar dei primi, si voleva da Buonaparte, che a quello

che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra,

succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di constituzione,

perchè lo stato disordinato, siccome quello che è temporaneo di natura,

lascia da per sè stesso appicco a cambiamento di signoria nativa a

signoria forestiera, mentre lo stato ordinato e riconosciuto non può

darsi ad altrui senza nota d'infamia. Oltre a ciò sperava il

generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza

talmente quei popoli già di per se stessi tanto accendibili, che un

fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quel fanatismo

religioso, che per difesa propria s'ingegnava il pontefice di far

sorgere in Italia contro i conquistatori. Sapeva che queste opere erano

facili ad eseguirsi, perchè in alcuni ingannati operava l'amor della

libertà, in altri consapevoli la peste dell'ambizione. Tanta paura aveva

quel capitano vittorioso di coloro, che chiamava per isprezzo, non so se

mel debba dire per la dignità della storia, pretacci. Bene ordinato era,

quanto all'effetto, questo consiglio di opporre popoli accesi a popoli

accesi. Ma ei conosceva bene il paese, e gli umori che vi correvano;

perchè era solito dire, che in quella Cispadana repubblica erano tre

sorti d'uomini: amatori dell'antico governo; partigiani di una

constituzione independente, ma pendente all'aristocrazia, e quest'era il

patriziato; finalmente partigiani della constituzione francese o della

democrazia. Aggiungeva, che egli era intento a frenare i primi, a

fomentare i secondi, a moderare i terzi, perchè i secondi erano i

proprietari ricchi ed i preti, ch'ei credeva doversi conciliare, perchè

rendessero i popoli partigiani di Francia. Quanto ai terzi affermava,

esser giovani scrittori, uomini, che, come in Francia, così in tutti i

paesi cambiavano di governo, ed amavano la libertà solamente, come

diceva, per fare una rivoluzione. Dal che si vede in quale stima egli

avesse quelli che professavano la libertà; e per verità non pochi fra di

loro diedero tali segni al mondo, che fu manifesto come il giovane di

ventott'anni con insolita sagacità avesse bene penetrato la natura loro:

questo conoscere gli uomini fu cagione, ch'ei potè fare tutto quello che

volle.

Erasi inditto il congresso dei quattro popoli dell'Emilia, Modenesi,

Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì venzette decembre, malgrado di

Buonaparte, che avrebbe desiderato, che più presto si adunassero per dar

cagione di temere al papa in tempo, in cui, bollendo ancora le pratiche,

non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i

legati dei quattro Cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti

Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato

amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse;

l'unione massimamente dei quattro popoli in un solo stato procurassero.

Solo i Bolognesi avevano nel mandato loro qualche clausola di

restrizione, o fosse che Bologna amasse di serbare, per la sua

grandezza, qualche superiorità, o fosse che non volesse allontanarsi da

quella forma di governo che con tanta solennità aveva pocanzi accettata,

perchè prevedeva, che l'accomunarsi nello stato importava l'accomunarsi

nelle leggi. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quelli spiriti

repubblicani: pareva a tutti essere rinati a miglior secolo. Ordinarono,

non potendo capire in se stessi dall'allegrezza, ad alta voce, non a

voti segreti si squittinasse. Poi fecero una congregazione d'uomini

eletti dalle quattro province, affinchè proponessero i capitoli

dell'unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli.

Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese

venuti ad affratellarsi, erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano,

Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore,

Lena da Como, Beccaria da Pavia: «Poichè erano venuti i buoni tempi

Italici, orarono, essere venuti gli uomini Lombardi a congratularsi coi

Cispadani popoli dell'acquistata libertà; pari essere i desiderj, pari

il destino; chiamare le Francesi vittorie a nuove sorti l'Italia; dovere

i popoli Eridanici infiammare con l'esempio loro a nuova vita le altre

Italiche genti; l'Italiana patria avere ad essere, non più serva di

pochi, ma comune a tutti: ogni giusto desiderio dover sorgere con la

libertà, e tanti secoli di crudele servitù concludere una inaspettata

felicità: non dubitassero i Cispadani dello aver per amici e per

fratelli i Transpadani; una essere la mente, come uni gli animi, ed uni

gl'interessi: dimostrerebbero al mondo, che non invano aveva dato il

cielo a quei popoli testè pure divisi sotto molesti dominj, ed ora

congiunti per l'amore di una comune libertà, il medesimo aere, le

medesime terre, le medesime città magnifiche con un forte volere, con un

alto immaginare, con un maturo pensare, e se felicissima era la

occasione, sarebbe il modo di usarla generoso.»

Fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole:

«Corrispondere i Cispadani con pari amore ai benevoli Transpadani;

accettare i felici augurj; avere la libertà spento il parteggiare fra i

Cispadani, dovere spegnerlo fra tutti gl'Italiani; fuggirebbe

dall'Italia la tirannide con tutto il satellizio suo; e poichè era

piacciuto a chi regge con supremo consiglio queste umane cose, che

principiasse un libero vivere sul Po, dovere gli Eridanici allettare i

compagni coll'esempio di una incontaminata felicità».

Aprivansi in questo le porte del consesso; il Reggiano popolo, bramoso

di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a

nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione dei

quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita

allegrezza la Cispadana confederazione, chiamarono la unità della

repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno

fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta

allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da

Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del

congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo.

Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto

sembianza di energumeni, che di uomini gravi chiamati a far leggi.

L'entusiasmo dei Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di

cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il

congresso statuito, che una prima legione Italica si formasse; nè questa

truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le

insegne; il generalissimo gli squadronava, e faceva reggere da' suoi

uffiziali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli

animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della

composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui per quel

suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali, ed altri

cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e

quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il

nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo si lamentava,

che Garreau e Saliceti, commissari del direttorio, gli guastassero i

suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e

chiamando al reggimento dello stato uomini di poca entità, o troppo

risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi

commissari, e gli ammoniva con forti riprensioni; ma essi se non

apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di

persone.

Scriveva il congresso il dì trenta decembre a Buonaparte: i Cispadani

popoli chiamati per amore di lui, e per le sue vittorie a libertà,

essersi constituiti in repubblica; direbbegli Marmont suo, quanto

fossero degni del nuovo stato; direbbegli quanta forza il nome di lui

alla loro risoluzione, ed alla loro allegrezza aggiugnesse. «Accettate,

continuavano, o generale invitto, questa nuova repubblica, primo frutto

del vostro valore, e della vostra magnanimità. Voi ne siete il padre,

voi il protettore: sotto gli auspicj vostri ella sarà salva, sotto gli

auspicj vostri non s'attenteranno i tiranni di danneggiarla: noi

cominciammo il mandato dei popoli, noi presto il compiremo; ma fate voi,

che l'opera nostra sia, come il vostro nome, immortale».

Queste lettere del congresso Cispadano furono con lieta fronte ricevute

dal conquistatore. Rispondeva, avere con molto contento udito la unione

delle quattro repubbliche; l'unione sola poter dare la forza, bene avere

avvisato il congresso dello aver assunto per divisa un turcasso: già da

lungo tempo l'Italia non aver seggio fra le potenze d'Europa; se

gl'Italiani degni sono di rivendicarsi in libertà, se abili sono di

ordinare a se stessi un libero governo, verrebbe giorno, in cui la

patria loro risplenderebbe fra i potentati d'Europa gloriosamente: pure

pensassero, che senza la forza non valgono le leggi; si ordinassero

pertanto all'armi; savie essere, ed unanimi le deliberazioni loro;

null'altro mancare, se non battaglioni agguerriti, e mossi dall'amor

santo della patria; aver loro miglior condizione del popolo Francese,

libertà senza rivoluzione, ordini nuovi senza delitti; la unità della

Cispadana repubblica simboleggiare la concordia degli animi, i frutti,

se avessero per compagna la forza, avere ad essere una repubblica

vivente, una libertà benefica, una felicità di tutti.

Il congresso annunziava ai popoli la creazione della repubblica: lodava

la Francia institutrice di libertà; lodava Marmont testimonio benigno di

popoli non indegni dell'amore della sua generosa nazione, annunziatore

benevolo delle cose fatte al glorioso capo dell'esercito Italico:

esortava i popoli della Cispadana a deporre le antiche invidie ed

emolazioni, frutto infausto di funesta ambizione: in petto ed in fronte

la libertà, la equalità, la virtù portassero, dell'ajuto della potente

repubblica, che gli aveva chiamati a libertà, non dubitassero;

guardargli attentamente il mondo, aspettare ansiosamente l'Italia, che a

quell'antico splendore, che l'aveva fatta tanto grande, ed onorata

presso le nazioni, la restituissero. Così parlava a concitazione degli

animi il vincitor Buonaparte.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 13 / 20 段