Questo parlare profetico, e questa profferta tanto secondo il bisogno,

potevano essere la salvazione dell'insidiata Venezia, ed ogni motivo di

stato concorreva a far deliberare che si accettasse; perchè nè gli

Austriaci, nè i Francesi potevano far peggio attualmente di quel che

facevano alla repubblica, nè peggiori disegni macchinare contro di lei,

di quelli che macchinavano; il che dimostra, che la lega con la Prussia

poteva solo causar bene, non male a Venezia, e che sola poteva medicare

i mali presenti. Ben si era fino allora consigliato il senato,

seguitando il suo antico costume di non congiungersi nè con questa nè

con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione

quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria, e tanto

opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovo scritto,

questo fatale rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto

degl'inquisitori di stato, checchè a ciò fare gli muovesse, e dei Savi,

che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro

medesimi deliberato di scrivergli, che non entrasse in questo trattato.

Della quale deliberazione la posterità tutta, e massimamente la patria

loro diventata suddita, da sovrana ch'ella era, gliene avranno biasimo

ed indegnazione eterna. Forse a sì strano partito, e ad impedire sì

salutifero consiglio si mossero pel rispetto di non volere offendere la

Francia, e principalmente l'Austria, e per la speranza, che la sincerità

e l'imparzialità della repubblica avessero a condurla a salvamento;

semplicità certamente maravigliosa in una Venezia, ed in tempi tanto

scapestrati. Bene gli aveva avvertiti Lallemand, con verità dicendo, che

la probità politica non era più al mondo.

Intanto prima che si tradisse lo stato, si laceravano i sudditi sì dai

Francesi che dai Tedeschi con ogni maniera di più immoderata barbarie.

Nè più si vanti la libertà di frutti dolci, nè la regolarità degli

antichi governi di frutti moderati, nè il secolo decimottavo di umanità;

poichè e repubblicani ed imperiali, pretendendo parole soavi di

amicizia, rapivano nei miserandi territorj veneti, non solo per

necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con

violenza, non solo con comando, ma anche con ischerno le vite, l'onore,

e le sostanze di coloro, che amici chiamavano. Nè più si portava

rispetto ad una età che ad un'altra, nè ad un sesso che ad un altro; e

quello che non periva per sangue, era contaminato per bruttura; spesso

anche il sangue succedeva alla bruttura; perciocchè e' furono veduti

vecchi e fanciulli uccisi, perchè non pronti a discoprire dove fossero

riposte le sostanze, o le madri, o le figliuole loro, e se gli uomini

stati fossero fiere, non sarebbero stati trattati peggiormente dai

crudeli dominatori, come i Veneziani furono. Quello poi che era involato

per forza, era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì

vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere

necessario; chi per ufficio, o per grado aveva debito di provvedere ai

soldati, e di ritirargli dalla barbarie, si arricchiva; il perchè si

vedevano capi ricchi, soldati squallidi, abitatori spogliati: non che

non vi fossero nell'uno esercito e nell'altro uomini incorrotti, che

anzi ve n'erano molti, ma non avevano autorità, perchè il malo esempio

dominava, e tra i repubblicani erano chiamati aristocrati, come se gli

amatori della libertà si debbano conoscere dagli stupri e dalle rapine.

Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte

preziose si sperdevano dagli sfrenati forestieri: i cavalli dei ricchi

si rubarono dai repubblicani, perchè, come dicevano, erano cavalli di

aristocrati; i cavalli, e gli altri animali da tiro e da soma

appartenenti ai villici s'involavano dai repubblicani e dagl'imperiali,

perchè erano, come dicevano, animali di spie; e tant'oltre procedè

questa rapina, che le mosse militari ne divennero tarde e difficili per

la mancanza di bestie. Il male era ancora peggiore nelle bovine, parte

scialacquate dalla licenza, parte consumate da un morbo epidemico

gravissimo. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta

rabbia, ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla

esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti.

Buonaparte poi, quantunque facesse qualche dimostrazione in contrario,

dava a' suoi la briglia sul collo, e comportava loro ogni cosa, per

farsegli più suoi pei disegni avvenire. A questo tempo medesimo gli

eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai

diversi dal buonapartiano erano per moderazione, e per rispetto ai

vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che

temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre

procedendo, era cagione, che a gara le città italiche in presidio la

chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera

aristocratica, e vi furono delle male parole, e dei peggiori fatti in

questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato a

Vienna, si lamentava a Parigi; estorquere, gridava a Francesco

imperatore, i comandanti imperiali dai sudditi veneti con minacce nella

vita, e con dar in cambio semplici ricevute, quantità esorbitanti di

provvisioni; avere saccheggiato Villanova con uccisione di parecchi

abitatori, avere saccheggiato Salò e Fontanaviva, e molte altre terre

del Veronese e del Vicentino; essere la licenza dell'imperiale esercito,

ovunque passava, incomportabile, e se nella sua prima giunta a Bassano

aveva mostrato qualche moderazione, sapere le desolate sponde

dell'inferiore Brenta in quanta sfrenatezza si fosse cangiata la prima

temperanza. Nè portarsi da lui maggior rispetto ai particolari

innocenti, che allo stato amico: avere ad onta della professata

neutralità assaltato i Francesi in Brescia, uccisone alcuni,

imprigionatone molti, cacciato i restanti con forza, e con pericolo

d'incendio e di sacco di quella popolosa città; avere minacciato di

atterrare violentemente le porte di Verona, se presto non gli fossero

aperte; avere altresì con volere resistervi dentro ai Francesi fatti più

forti, posto a gravissimo ripentaglio tutta la terra; vincitore,

saccheggiare per insolenza, vinto per rabbia; se aveva, domandare per

ladroneccio; se non aveva, domandare per bisogno: in ambi i casi rapire

con violenza; accusare i Francesi per imitargli, accusare i Veneziani,

come partigiani dei Francesi per rubargli: le opinioni non fare; segno

essere alle cupide soldatesche così i pacifici cittadini, come i

parziali di Francia: non fare la dignità; le chiese contaminate, i

parochi insultati, le municipali sedi spogliate e rotte, nè sapersi più

discernere, se gl'Imperiali volessero la salute, o la perdizione di

Venezia; cotali essere le opere degl'imperiali soldati. Le giustissime

querele del senato Veneziano porte a Vienna non fruttarono, perchè

furono passate o con silenzio sprezzatore, o con promesse inutili.

Nè meno lamentevoli voci, nè meno vere gittava per mezzo del nobile

Querini a Parigi, i detestabili fatti del buonapartiano esercito nella

terraferma veneta narrando: avere saccheggiato la dogana pubblica in

Desenzano; avere a Castello Lagusaro rapacemente spogliato le stanze

della guardia veneta, minacciato barbaramente nella vita il paroco,

ucciso una miseranda vecchia, saccheggiate le case, violate le donne;

sperperate essere in fondo le provincie Bresciana e Veronese; Bassano

non aver più da vivere; pure non cessare le sforzate tolte, e chi

s'indugiava alla Francese impazienza, essere ucciso; fumare da ambi i

lati le terre arse dei Lezini monti; Lubiara, Corrodetto, Albarè di

Gardezzana, il contado tutto di Verona essere desolati; andare raminghe

le genti fameliche per la rapina violenta dei loro averi; trecento

famiglie all'estremo ridotte dal sacco errare squallide e nude per

iscoscese montagne; Este, e Montagnana soprattutto portare i segni del

repubblicano furore; ivi una povera donna, a cui la natura aveva fatto

dono infausto di bellezza, e vicina al termine della sua gravidanza

essendo, chiamata da soldati brutalissimi agli ultimi oltraggi, avere

fra doglie orribili cessato di vivere; il misero marito desideroso di

sottrarla dalla sfrenata cupidigia, avere avuto un braccio reciso dagli

oltraggiatori dell'infelice moglie; avere il repubblicano esercito di

Francia, quale furiosa tempesta, calpestato ogni cosa ad Arcole, a

Ronco, a Tomba, a Villafranca, le terre tutte fra l'Adige e il lago;

campagne devastate, granai dispersi, cantine vuotate, cavalli, buoi,

animali d'ogni spezie rapiti, mobili involati o distrutti, case rovinate

od arse, vergini violate, santuarj profanati, vasi sacri rubati,

abitanti, alcuni uccisi, inumerabili spogliati e ridotti ad errare

raminghi, coi teneri figliuoli loro asilo e sussistenza mendicando.

Questi essere gli effetti della presente guerra, i quali parrebbero

anche incredibili, se le voci stesse di tutto il Francese esercito non

gli attestassero: eppure non esser mai mancata qualunque comodità alle

genti Francesi; l'ospitalità la più amichevole essersi per la parte

Veneta e sempre, ed in ogni luogo mostrata; avere i generali, gli

ufficiali, i commissarj, i famigliari loro, i soldati stessi trovato le

case aperte per accorgli amorevolmente, per trattargli umanamente;

essersi vedute intiere famiglie di regolari, di vergini sacre, ed anche

di semplici particolari cedere ai nuovi ospiti il proprio tetto;

chiamargli a parte delle mense e di ogni comodo loro; avere sempre

abbondato ogni sorte di provvisioni; avere il governo sempre, e non

invano esortato i sudditi a sopportare pazientemente tante calamità;

essersi i sudditi con rassegnazione incredibile mostrati obbedienti alle

esortazioni, ma ciò non giovare; più si concedeva, più domandarsi;

maggior cortesia si usava, maggiore violenza adoperarsi; le più gentili

persone svillaneggiate da una soldatesca insolente; ai modi più ingenui

corrispondersi con inumani oltraggi; la nobile Verona diventata un

quartier sucido di soldati tutta, venire per la forestiera

contaminazione a schifo ai Veronesi stessi le antiche e dilette stanze

loro: certamente, dappoichè i miserabili uomini trattano la guerra, non

mai essersi dimostrata dall'un canto tanta pazienza, non mai dall'altro

tanta barbarie, e peggio, che gli oppressori chiamavano la pazienza

perfidia, la barbarie libertà. Così periva sotto nome di amicizia la

misera Venezia, non solo senza gratitudine da parte di coloro che si

succiavano le sue sostanze, ma ancora senza compassione; e per ristoro

finalmente fu fatto vendita e compra di lei dai feroci saccheggiatori,

non meno cupidi di rapire, che vogliosi di tradire. Dolevasi il senato

al direttorio; dolevansi i magistrati a Buonaparte, dolevansi ai

Tedeschi capitani: rispondevasi per gli uni e per gli altri non solo

freddamente, ma anche ironicamente, esser questi mali inseparabili dalla

guerra: esser veramente Venezia infelice; si ordinerebbe, si

provvederebbe, e gli ordini, e le provvisioni erano, che diveniva ogni

dì più insopportabile l'insolentire dei soldati. Io non so quello, che

il mondo corrompitore o corrotto sarà per dire di queste mie narrazioni;

questo so bene, che l'universale dei Francesi e degli Austriaci, anzi

tutti, eccettuatone solamente quelli, che credono che la gloria consista

nell'opprimere le nazioni forestiere, danneranno con tutti i buoni sì

detestabili eccessi, e di perpetuo biasimo noteranno coloro che vi

ebbero colpa.

Nè meglio erano rispettate da coloro, che accusavano Venezia di non

esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private, come se chi reca

ingiuria, avesse a stimarsi offeso, e chi la riceve, offenditore. Verona

massimamente era segno alla repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio

suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le

chiavi della porta di San Giorgio all'uffiziale Veneto, portava via

dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva,

prendeva le armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armerìa e nelle

riposte Veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna di

Verona, quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava

finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori, e vi piantava le

insegne Francesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie Veneziane,

tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava

forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio a grado suo il

fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per

sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle

valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila

soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia,

a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano

depositata in casa del marchese Terzi sul territorio Bergamasco, e

finalmente levava le lettere dalle poste Veneziane, aprendole per vedere

che cosa portassero; le quali cose tutte erano forse utili alla

sicurezza dei Francesi, ma certamente rompevano la neutralità di

Venezia, ed autorizzavano questa repubblica a romperla dal canto suo, ed

a fare una subita presa d'armi contro chi con tanta violenza, e con

violazione sì manifesta del diritto delle genti, turbava il suo vivere

quieto.

Considerando io l'aspro governo fatto degli stati Veneziani, non so con

qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di

Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Francesi:

il che vuol dire, che a posta di quei repubblicani e' bisognava non solo

ringraziare, ma anche amare chi crudelissimamente vi straziava.

Trattati a questo modo gli stati della repubblica di Venezia sì dagli

Austriaci che dai Francesi, apparivano intieramente mutati da quello che

erano prima che quella feroce illuvie gli sobbissasse. Le opere più

pregiate della umanità perivano perchè divenute segno di scherni

barbari; quello che s'era durato un secolo a edificare, un solo momento

distruggeva; quello che dalle più estreme regioni si veniva curiosamente

visitando, come fregi eccellenti della rispettata Italia, era guasto da

chi si vantava di avere a cuore questi preziosi ornamenti del vivere

civile; nè la necessità serviva di scusa, perchè per giuoco si guastava,

non per vivere, nè per difesa. Quanti sontuosi palazzi sconciati per

bruttura, o laceri per ruina! quanti nobili arredi involati o guasti!

quante onorate statue mutilate o rotte! Quanti alberi o di dolci frutti

carichi, o di peregrina bellezza risplendenti, per trastullo atterrati

dalle sfrenate soldatesche venute d'oltre Alpi, o d'oltre il Norico a

conculcare l'innocente Italia! Là dove nacque Virgilio, là dove nacque

Catullo, là dove nacque l'infelice Bonfadio, là dove in dolce filosofia

se n'era stato meditando il dolcissimo Bembo, erano i maggiori segni

della moderna barbarie, stampati da chi pretendeva di riformare, o da

chi pretendeva di mantenere il vivere sociale. Peggio poi, che a chi si

lamentava, si rispondeva che la guerra è migliore della pace, la

distruzione della conservazione, la disperazione della tranquillità, e

se non si rispondeva con pessime parole, si rispondeva con peggiori

fatti; il sangue si mescolava alle ruine. Sorgevano in ogni lato pianti

e lamenti, donde poco innanzi solo si udivano i canti di un popolo

felicissimo, del quale se di tanto era cambiata la condizione, non era

in lui colpa alcuna, poichè la colpa era tutta in una feroce querela

nata in lontani paesi fra popoli amatori della guerra. Le amene spiagge

del Benaco, le molli sponde della Brenta, ornate le une e le altre di

quanto hanno la natura e l'arte di più grazioso e di più magnifico,

giacevano ora desolate ed arse. Nè si poteva mostrar compassione, perchè

chi la mostrava, era stimato nemico d'Austria o di Francia: le preghiere

cagionavano le ingiurie, i pianti gli scherni, la bellezza gli oltraggi,

la forza le uccisioni. In mezzo a sì orribile strazio di sostanze e di

persone, chiamavansi, per aggiunta, gl'Italiani perfidi e vili, come se

sincerità fosse il rubare e l'ammazzare sotto titolo d'amicizia, e se

coraggio fosse l'uccidere i deboli ed i traditi. Certo stupiranno i

posteri dei mali fatti commessi, ma stupiranno vieppiù delle promesse

fatte, e se il secolo avrà nome di crudele, lo avrà ancora più

d'ingannatore. Così periva Venezia: che s'ella poi, per un qualche

sussidio al suo estremo caso, voleva chiamare a' suoi stipendi un

capitano riputato in Europa, se ne sdegnava Vienna, e se voleva ranuare

quattro cannoni sul lido, se ne sdegnava Parigi: le accuse di perfidia

tosto si proferivano da coloro, che si facevano mezzo principale per

distruggere a Venezia la perfidia.

Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi, e gli riempivano di

sdegno, parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i

popoli a nemici crudeli, parte contro i commettitori di tanti scandali.

Non mai dai Veneziani si erano amati i Tedeschi, troppo diversi per

indole e per lingua, ed anche la prossimità, come suole avvenire, gli

alienava: ma in ogni tempo erano stati amatori del nome Francese, ed è

certo, che fra tutte le nazioni del mondo la Francese era quella, che la

Veneziana con più benevolenza abbracciava. Ma per l'opere ree di

Buonaparte, e di chi a lui aderiva, molto si era rimutata questa

inclinazione dei Veneziani, e se odiavano i Tedeschi, certamente non

amavano i Francesi. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della

terraferma, tocche da quel turbine insopportabile domandavano al senato

ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso

ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento al danneggiare. Il

senato, piuttosto rispettivo che prudente, cercava di mitigar gli animi,

e quanto alle armi andava temporeggiando, perchè sperava, che qualche

caso di fortuna libererebbe i dominj da ospiti tanto importuni, e perchè

temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare

e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della

repubblica. Solo accettava le offerte della provincia Bergamasca, la

quale in questo procedeva con più calore delle altre, sì per la natura

ardita de' suoi abitatori, e sì per l'autorità del potestà Ottolini.

Offeriva trenta mila armati pronti a mettersi a qualunque pericolo per

la patria, ov'ella della opera loro abbisognasse. Ma il senato, che

conosceva bene la natura dei popoli armati, massimamente in mezzo a

tante occasioni di sdegno, temendo che più oltre procedessero, che

l'umanità ed il bisogno della patria richiedevano, aveva sottoposto a

certo ordine quella moltitudine, partendola in compagnie, e ponendo a

reggerle uomini prudenti. Raccomandava al tempo medesimo la moderazione,

e non si muovessero, se non quando la necessità e gli ordini del senato

gli chiamassero. La quale raccomandazione fu poi imputata al senato

dagli storici parziali, come pruova di perfidia, come se avesse dovuto

abbandonar senza freno all'impeto suo una moltitudine armata, e

giustamente irritata da tante ingiurie. Queste sono deliberazioni, che

in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni caso si fanno dai governi, nè si

può comprendere come possano fare diversamente. Ma il secolo, e chi loda

il secolo, volevano e vogliono, che quello che deliberava il senato

Veneziano, o che armasse o che non armasse, o che parlasse o che

tacesse, tutto gli fosse imputato a delitto; e più volte Buonaparte gli

disse, voi dovete armare, e più volte ancora, voi non dovete armare.

Contro chi poi fosse allestito tutto quell'apparato delle Bergamasche

armi, facile è il giudicare, poichè certamente era contro coloro, che

sotto spezie di amicizia trattavano Venezia da barbari, e sotto spezie

anche d'amicizia la volevano tradire. Ma queste armi si apprestarono

dopo venuta la barbarie, ed a questa unicamente, ed agli autori suoi

debbonsi imputare, se non forse si voglia credere, come odo che alcuni

uomini schifosi credono, che Venezia fosse obbligata, per far piacere ai

forestieri, di lasciarsi straziare e distruggere, non solo senza difesa,

ma ancora senza lamento. Intenzione poi del senato era di non

adoperarle, se non quando i distruttori si fossero accinti a mandar ad

effetto il pensier loro. Adunque se alcuno sarà per biasimarle, farà

segno, ch'ei non sa che cosa siano nè giustizia nè patria.

Ritornando ora al filo della storia, seguiteremo a raccontare, che non

così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il dì

trentuno maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si

accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non

già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai

repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con

assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che

marittime. Abbiamo narrato, come il generale repubblicano avesse

affermato con modi peggio che amichevoli, perchè erano incivili, che

aveva ordine dal direttorio di ardere Verona, e d'intimare la guerra ai

Veneziani. A tale gravissimo annunzio pervenuto celerissimamente per

messo a posta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta,

e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano in golfo, che si

riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di

Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia, ed in

Albania, in quanto maggior numero si potessero, le cerne, ed ai

Veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che

avevano le stanze in quelle province, senza indugio alcuno alla volta di

Venezia s'indirizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte

le navi che si trovavano nell'Ionio sotto il governo del provveditor

generale da mare, e con queste anche le due destinate a portare il nuovo

bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono

prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il

principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì

due dello stesso mese, a provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani,

dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli

paresse, tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer,

affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per

custodia dei lidi, e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni

del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati, e

presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San

Pietro della Volta, lido di San Niccolò, Malamocco. A Brondolo

specialmente, dove mettono foce i fiumi Adige, Po, e Brenta, furono

fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle

che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei

circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della

Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le

isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a

questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia,

e del dogado a cui diedero il nome di Casatico. Per cotal modo Venezia

spinta dalla vicina guerra intimatale da Buonaparte, si apprestava a

difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 12 / 20 段