Conosceva il direttorio la renitenza dell'Austria. Perciò aveva mosso,

per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare,

che il timore superasse a Vienna il pudore. Dipendeva intieramente la

Spagna pei consigli, e per l'autorità del principe della Pace, dalla

Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta

Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo

fine principalissimo di aver amicizia con l'imperatore, di fare

proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la

Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il

direttorio, oltre il timore da darsi all'imperatore, che Venezia, stante

la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato

d'entrar nella lega, e però, che se gli sarebbe porta più colorita

cagione di dar la repubblica in mano altrui; che se pel contrario

Venezia, il che non era verisimile, si fosse mostrata inclinata a

collegarsi, avrebbe avuto l'Austria giustificato motivo di accettar

quello che le si offeriva. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli

col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere, che in quel totale

sovvertimento d'Europa il senato Veneziano non poteva, e non doveva più

starsene isolato e da se, ma sì consentire a quelle congiunzioni, che

per la sicurtà de' suoi stati fossero necessarie, e che nissuna

congiunzione migliore poteva essere, che un'alleanza con la Porta, la

Francia, e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a

Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo

della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando

dell'amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non

solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio Veneto, ma ancora

dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine in qualità di

persona pubblica procedendo, l'ambasciadore dava al bailo uno scritto,

acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando, che la

repubblica Francese oltre modo tenera della quiete generale, e della

preservazione degli stati contro i disegni di alcune corti ambiziose, si

era risoluta a non istarsene da se in mezzo all'Europa commossa; che a

questo fine desiderava congiungere a quella d'altri tutta la forza sua;

che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla;

che sperava che specialmente il senato Veneziano si mostrerebbe pronto a

concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del

bailo, e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due

repubbliche. Quindi più apertamente spiegandosi, dimostrava, uno e

medesimo essere un nemico a Francia ed a Venezia, quest'esser l'Austria

perpetuamente cupida delle provincie della terra ferma Veneziana, e del

dominio dell'Adriatico; ad essa accostarsi la Russia sua alleata,

ambiziosissima dell'impero d'Oriente, impero, che già tentava con le

armi, che già macchinavano nel cuor loro i Greci: darebbe volentieri la

Russia Venezia in preda all'Austria, perchè l'Austria le desse in preda

la Grecia, e l'imperio dei Turchi. Allora qual sicurezza, quale speranza

resterebbe al senato di conservar Zante, Cefalonia e Corfù con l'altre

isole del mare Ionio? Pensasse il senato, e nella prudenza sua

deliberasse, se in casi tanto estremi, non più nascosti ma aperti, non

più lontani ma vicini, altro mezzo rimanesse di scampo, che quello della

lega, che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato

per trattare una sì importante materia, rispondeva pei generali,

offerendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.

Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili

Bartolo Gradenigo, e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari

esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte

al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per

maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora

deliberato, perchè i Savj non gli avevano partecipato un affare di tanta

importanza, il venzette settembre, quando appunto più vive bollivano le

pratiche fra Clarke e gli agenti dell'Austria e che più instanti erano

le esibizioni e le esortazioni del primo ai secondi, affinchè

consentissero, in premio della pace, a pigliarsi le province Venete, si

appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il

ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica

Francese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua

amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo

quello, che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri

ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi

stati; conoscere Venezia, ragionava Lallemand, la condizione sua

rispetto alla casa d'Austria, sempre cupida dei Veneziani dominj;

sapere, esserle stati conservati per l'amicizia di Francia; non

isfuggirle l'ambizione della Russia a danno dei Turchi, la quale se

venisse a soddisfarsi, tutte le isole Venete sarebbero preda del

vincitore; l'avida Inghilterra, certo molto imprudentemente, voler

dividere le spoglie d'Oriente con porsi nel Mediterraneo a rovina totale

del commercio e della navigazione dei Veneziani; non esser mai per

perdonare queste tre potenze al senato il non aver voluto entrare nella

lega contro la Francia; già l'Austria apparecchiare la vendetta; già

volersi risarcire con Veneziana preda dei danni ricevuti dalla Francia;

più onesto che considerato consiglio del senato, essere quello di voler

seguitare le antiche consuetudini in tempi tanto rotti; più non esservi

nei negoziati politici la probità; saperlo la Polonia divenuta preda

degli amici suoi; avere potuto Venezia conservarsi intera, quando era in

piè la condizione librata d'Europa; ma fatto lo sbilancio, non potere

più sussistere senza appoggio; offerire il direttorio l'alleanza del

popolo Francese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue

vittorie, in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'assetto che

gli piacerebbe; stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione

alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini

s'attentassero di molestarla; se mandasse il senato un negoziatore a

Parigi, si concluderebbe un trattato ad unione dei due popoli fondato

sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica Francese;

già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le

sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza

con Francia.

In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del

serenissimo principe. Aggiungeva poscia, per aprir l'adito alle future

cose, che se Venezia per rispetto verso i suoi nemici naturali, che

macchinavano la sua ruina, trasandasse la occasione, che le si offeriva,

di liberarsi per sempre dall'ambizione dell'Austria, non eviterebbe

alcuno di quei pericoli, che le sovrastavano, e non avrebbe più ragione

alcuna di richiedere di assistenza una potenza, ch'ella avrebbe

trascurato, e che sola la poteva guarentire: dure parole, continuava a

dire Lallemand, essere queste a proferirsi, ma non sapere la lealtà

Francese risparmiar parole, quando si trattava di avvertire, e di

salvare un amico.

I motivi di Lallemand ajutava presso al senato il provveditore Francesco

Battaglia, il quale, non so se per amor di bene, o per amor di male, si

era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del

governo Veneziano. Inoltre conversando egli spesso in Brescia col

generalissimo, parte tratto dal nome tanto glorioso del giovane

guerriero, parte svolto e raggirato dalla loquela di lui, che per verità

era molto persuasiva, si era lasciato condurre a prestar fede alle sue

parole melliflue e magnifiche, ed a credere esser falso quello ch'ei

vedeva con gli occhi suoi proprj, e vero quello che non vedeva. Mandava

continuamente Battaglia a Venezia, ed instantissimamente pregava, si

risolvesse il senato ad accettare la lega; con vivissimi colori

rappresentava l'energia, la virtù, il valore, e le vittorie dei Francesi

trionfatori di tutta Europa; che già l'Europa vinta dalle armi, convinta

dalle ragioni e dal merito di quei nuovi repubblicani, non aveva più

altro rimedio, che il volere quello, che essi volevano; che i Turchi ed

i Veneziani dovevano usare quell'occasione propizia di scuotersi dalla

lunga inerzia, che gli aveva occupati, e che gli avrebbe resi certa

preda di grandi potenze, che a ciò anelavano; che se, mostrandosi

ingrati a tanta lealtà, a tanta beneficenza dell'amica Francia, non

avessero afferrato il crine della favorevole fortuna, bene poteva

accadere, che ella ai proprj interessi provvedendo, e mossa a sdegno dal

rifiuto, ritirasse da loro la mano sua protettrice, e divenissero i

Veneziani prezzo di riconciliazione tra nemici potentissimi, dei quali

uno voleva essere conosciuto qual era, l'altro preservare i proprj stati

da una rovina minacciata: ricordassesi il senato, ed avvertisse, che se

le coscienze morali sono mosse dal buono, le politiche sono dall'utile,

e che l'innocenza non è stata mai scudo contro la forza.

Grave al certo deliberazione era questa, e che importava alla somma

tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il

collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe

necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti

da lei, e pieni di un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi

poteva portar con se una immediata pernicie; ed in questo non si era

infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si

esporrebbe Venezia, se a starsene scollegata, e da se continuasse.

Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i Savj

di collegio, e sebbene la sentenza, in cui entrarono, sia stata da molti

biasimata, e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia

quello, che le fu fatto, come se uno stato independente fosse obbligato,

sotto pena di eccidio, di opinare come uno stato forestiero vorrebbe che

opinasse, noi non dubitiamo di affermare, ch'ella fu giusta, onorevole e

conveniente ai tempi. Era a considerarsi, e considerarono i Savj da chi,

e contro chi, ed in quali circostanze fosse proposta l'alleanza. La

proponeva il direttorio, al quale più importava la pace con l'Austria,

che l'esistenza di Venezia; che aveva, non era gran tempo, sollecitato

il Turco a muoversi contro di lei; il cui disegno era chiaramente

d'intimorir piuttosto l'Austria, che di preservar Venezia; che al tempo

medesimo proponeva di dar gli stati della repubblica all'Austria

medesima; che per mezzo di Clarke aveva testè suggerito al marchese

Gherardini, ministro d'Austria a Torino, di far occupare dagli Austriaci

la Dalmazia; che offeriva, per prezzo di alleanza, Genova alla Sardegna;

che aveva imputato a delitto alla repubblica l'avere dato un pietoso

ricovero ne' suoi stati ad un principe perseguitato dalla fortuna; che

già prima che le armi Francesi romoreggiassero sui confini Veneziani,

aveva concetto il pensiero di cavare, prevalendosi di quel lontano

terrore, milioni di denaro dalla repubblica; che questo era quel

direttorio stesso, che anche prima che l'esercito suo entrasse in

Italia, voleva far espilare la casa di Loreto; che pagava con ingiurie,

e con occupazioni violente, e con progetti di tor lo stato, l'amicizia

di Ferdinando di Toscana; che si corrucciava, se le monarchìe non

seguitavano le massime delle repubbliche, e se le repubbliche non

seguitavano le massime della democrazìa. Considerarono anche i Savj, che

queste medesime mosse erano date da Buonaparte, cioè dal rompitore delle

promesse di Brescia, dal conculcatore degli stati Veneziani,

dall'insidiatore della disarmata Peschiera, dal minacciatore della

pietosa Verona, dallo spogliatore dei monti di pietà di Milano, di

Piacenza e di Bologna. Quale fede porre, quale speranza avere nelle

promesse, e nelle protestazioni di costoro? Volere al certo render

Venezia colpevole verso l'imperatore per darla in preda all'imperatore;

volere al certo distruggere quell'innocenza, che era il principal

fondamento della sua salvazione.

Oltre a questo maturamente avvertirono i Savj, che l'Austria, innanzi

che i repubblicani pervenissero negli stati Veneziani, non aveva mai

offeso la repubblica; che dalla lega di Cambray in poi questa potenza

non aveva mai manifestato pensieri ambiziosi contro di lei; che sempre

aveva portato rispetto a' suoi territorj; che sempre le era stata

ajutatrice fedele contro le armi dei Turchi; che sempre si era opposta

ai progetti messi avanti da altri e principalmente dalla Francia, di

smembramento e di occupazione degli stati Veneti; che segnatamente

l'imperatrice Maria Teresa aveva sdegnosamente rifiutato tale proposta

fattale dalla Francia per prezzo della pace generale del quarantasette:

che l'imperatore Francesco medesimo non aveva pure testè voluto udire le

offerte fatte della occupazione della Dalmazia Veneta dal negoziatore

Clarke al ministro d'Austria in Torino, e che certamente qualunque fosse

stata l'antica fede dell'Austria e della Francia verso la repubblica,

d'infinito spazio ai tempi presenti migliore era stata quella della

prima, che quella della seconda. Concludevano da tutto questo, che se la

fortuna Francese preponderante non permetteva che si pendesse di più

verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si

pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era

destinato dai cieli, che la repubblica perisse, doveva ella perire

piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa

propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza

che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.

Tutte queste considerazioni appartenevano all'incorrotta fama: altre

appartenevano alla sicurezza. Era la repubblica disarmata, nè così

presto si sarebbero potute apprestare le armi necessarie all'importanza

di una tanta guerra; perciocchè non era da dubitare, che la congiunzione

a difensione con Francia non fosse stimata congiunzione ad offensione

dell'Austria. Dal che conseguitava, che poco momento poteva arrecare la

repubblica con la sua alleanza, e l'effetto inevitabile ne sarebbe

stato, che le province Venete poste ai confini Austriaci, ed ancora

immuni dalle armi, sarebbero state incontanente occupate in forma di

guerra dagl'imperiali per modo che tutti i territorj Veneti, nissuno

eccettuato, sarebbero divenuti o campo di feroci battaglie, o stanza di

amici intemperanti, o bersaglio di nimici irritati. Nè era da passarsi

senza essere avvertito il pensiero, che il farsi alleata del direttorio

importava alla repubblica il farsi serva di lui, ed il dover consentire

a quanto egli volesse, dar l'ingresso alle genti di Francia in Venezia

per la spedizione tanto desiderata di Trieste, dar loro accesso, e copia

dell'arsenale sotto colore di voler armar navi contro l'Inghilterra, e

tutto questo apparato nuovo e grosso di armate navali dover essere a

carico della già consunta repubblica, nè si potevano sperare ajuti di

denaro da Francia, perchè gli alleati grossi sogliono prendere, non dar

denaro ai piccoli, e fra gli alleati grossi il direttorio era quello,

che ne prendeva più, e ne dava meno. Poi di somma importanza era, che la

lega con la Francia avrebbe prodotto la guerra con l'Inghilterra; il

quale accidente di quanto danno fosse per riuscire ai Veneziani per

traffichi di mare, nissuno è che non veda; l'isole Ioniche stesse

avrebbero portato gravissimo pericolo; che se per renderle sicure contro

i moti dell'Inghilterra, vi si fossero introdotti presidj Francesi, si

poteva bene sapere quando vi sarebbero entrati, ma non quando ne

sarebbero usciti. Quest'era la guerra di mare; ma quella di terra,

avrebbero dovuto farla i Veneziani con quei medesimi modi, coi quali la

facevano i repubblicani di Francia, che è quanto a dire con incitare i

sudditi Austriaci alla ribellione; ed i territorj, che per premio si

promettevano a Venezia, sarebbero stati il frutto d'instigazioni

abbominevoli. Il che quanto fosse lontano dalla fede, dalla dignità, e

dalla consuetudine della Veneziana repubblica, e quanto potesse

macularle, facile è il vedere. Ma in tutto questo negozio, certamente

tanto importante quanto geloso, un motivo era più potente di tutti,

perchè la repubblica non si scostasse dalla illibata neutralità, e

quest'era, che la Francia era lontana e l'Austria non solo vicina, ma

confinante per lungo spazio con gli stati Veneti, e che quantunque la

fortuna tanto si fosse fino allora dimostrata favorevole alle armi

Francesi, poteva accadere ch'ella improvvisamente si voltasse in favor

dell'Austria; ed allora quale speranza, quale sicurezza sarebbe rimasta

a Venezia, perchè non diventasse preda dell'imperatore? Del quale

avvenimento dava ragionevole sospetto l'essere sempre state le stanze

dei Francesi subite e corte in Italia. Al postutto, sebbene vi fosse da

ogni parte incertezza e pericolo, più prudente consiglio era in un

affare, in cui andava la somma tutta dello stato, il fidarsi di un

governo antico, regolato e vicino, che di un governo nuovo, sregolato e

lontano. Finalmente pareva cosa troppo brutta all'integerrima

repubblica, e che non potesse passare senza grande offesa della sua

dignità, il dover correre addosso ad uno stato amico, ed ajutare alla

sua oppressione, ora che la fortuna lo aveva precipitato in una sì

grande avversità. Serbando adunque l'antica consuetudine di Venezia,

opinarono i Savj, e fu appruovato dal senato, che signora di se

medesima, e da ogni vincolo libera si serbasse la repubblica. Rispondeva

il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le

dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica Francese,

che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato,

che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni, che

verrebbero a produrre effetti contrarj all'intento; che per antico

instituto la repubblica di Venezia lontana dall'ambizione, e solita a

temperare se medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo

politico nella felicità e nell'affezione dei sudditi, e nella sincera

amicizia verso tutti i potentati d'Europa; del quale giusto ed

immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle

sollecitazioni contrarie in varj tempi fatte, essi potentati mostrati

contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai Veneti

dominj con utile costante, e contentezza inestimabile dei sudditi; che

questa condotta del senato confermata dal corso di tanti secoli felici,

non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di

guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma

assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i

sudditi, per la constituzione fisica e politica de' suoi stati, e per la

sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il

pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè

derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni, alle

quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento

con dire, sperare, che il direttorio, conosciuta la ingenuità, e la

verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette, e non sarebbe

per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia,

da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.

A questo modo si terminarono i negoziati di alleanza tra il senato, e il

direttorio. La quale risoluzione, avvegnacchè da alcuni, i quali credono

che il senato Veneziano doveva deliberare come conveniva alla Francia, e

non come conveniva a Venezia, sia recata come segno di nemicizia contro

la Francia medesima, e come pretesto del tradimento fatto a Venezia, non

sarà se non lodata da tutti gli uomini prudenti. Bene appruovolla il

direttorio stesso, che più di tutti avrebbe dovuto disappruovarla,

avendo dichiarato al nobile Querini in Parigi, che il governo Francese

sentiva perfettamente come il senato in tale materia, e che mai non

l'avrebbe consigliato ad unirsi con la Francia in questa guerra contro

la casa d'Austria, conoscendo benissimo a quanti pericoli poteva Venezia

esporsi. Alla quale risposta era venuto il direttorio, perchè il nobile

Querini l'aveva, in proposito dell'alleanza parlando, interrogato, se

egli potesse assicurare, che i Francesi riuscissero a cacciare gli

Austriaci per modo che i Veneziani non avessero mai in progresso di

tempo a pentirsi dello aver abbandonato la loro neutralità.

Rifiutata dal senato l'alleanza con la Francia, restava a considerarsi,

se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con

l'Austria; perchè, se non si poteva temere che la Francia lontana

volesse far sue le spoglie di Venezia, bene si poteva dubitare di tale

intendimento nell'Austria vicina. Al qual timore davano maggiore forza

le recenti offerte fatte degli stati Veneziani dal direttorio

all'imperatore, e le parole che incominciavano a metter fuori i

comandanti Austriaci in Italia; essere l'Austria male soddisfatta delle

opere della repubblica, troppo parziale essersi dimostrata verso i

Francesi. L'alleanza con l'Austria avrebbe fermato tutti questi mali

pensieri, e non era da credere ch'ella si tirasse indietro, perchè in

mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia avrebbe recato peso

nella somma delle faccende militari. Ma prevalsero i consigli quieti,

perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella, e

non voleva soverchiamente irritare contro di se i repubblicani già

padroni di buona porzione de' suoi territorj. Era chiaro altresì, che

per la presenza dei due nemici era Venezia giunta a tale che non poteva

collegarsi nè con l'uno nè con l'altro senza correre pericolo di totale

ruina. Nondimeno, se ella avesse congiunto le sue armi con quelle

dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose

e forti, avrebbero i Francesi potuto ricevere grave danno. Il non aver

ciò fatto pruova la sincerità della repubblica.

Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo

a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle

ombra. Le offerte fatte dalla Francia di dare i dominj Veneti

all'Austria non furono tanto segrete che l'altre potenze non le

risapessero. Seppele fra le altre la Prussia, a cui più importava la

cosa, siccome emola e solita a recare a propria diminuzione ogni aumento

dell'Austria. Avvisò, che quello che voleva il direttorio di Francia,

avrebbe finalmente avuto effetto, perchè stimava che l'Austria, passate

le prime ripugnanze, non fosse di tale moderazione che non consentisse

ad accrescere gli stati proprj con quelli d'altrui. Per la qual cosa il

barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi,

in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo, che

con dolore infinito vedeva la condizione del senato, e delle Venete

province, divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il

consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto

turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno

non poteva nè immaginare, nè tenere il senato: soggiunse poi però, che

non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici, e collegato

con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello stato ad un avvenire

certamente molto incerto, e probabilmente tempestoso; che il governo che

facevano i Francesi delle terre veneziane con aver violato le leggi le

più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli

Austriaci di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che

perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a

premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni

contro qualunque tentativo della casa d'Austria; che bene conosceva, che

non poteva la repubblica collegarsi con la Francia, quando questa non

fosse per mantener sempre in Italia ai comandamenti del senato

cinquantamila soldati, pronti a difenderla da ogni improvviso assalto;

la quale supposizione, soggiungeva, era impossibile a verificarsi. Detto

tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire, ch'ei credeva, che la sola

potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente

potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi

politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato

non poteva a modo nissuno sospettare, ch'ei volesse una tale alleanza

procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la

sola potenza, che potesse por freno agli appetiti ambiziosi

dell'Austria, e conservare l'incolumità e l'integrità dei dominj veneti;

che a lui pareva, tale essere la opportunità e la necessità di

quest'alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa

d'Austria non poteva recarsi a male, che la repubblica cercasse di

guarentirsi da quei sinistri effetti, che a lei potevano derivare dal

cambiamento di quei principj che fino allora avevano conservato la buona

corrispondenza fra i due stati; che finalmente, quando l'imperatore

vedesse, essersi la repubblica collegata veramente con la Prussia,

avrebbe deposto il pensiero di tentare cosa alcuna contro di lei.

Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il

senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire,

che non si poteva ben prevedere quale fosse per essere, poichè

fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo all'imperatore di

chiamarsi scontento dei Veneziani, e di recar loro col tempo qualche

grave molestia.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 11 / 20 段