Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo,
ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia
succedevano o più prosperi, o più avversi alle armi Francesi. Lo
stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in
fede, dall'altro il ritraeva il timore dei Francesi saliti a tanta
potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere, e
fece bene: bensì merita riprensione dello aver tacciato, accennando alle
tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede Italica,
come la chiamò; perchè noi non vediamo come si possa accusare una
nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vediamo come le arti
usate dal principe Napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi,
possano stimarsi arti fedifraghe, e da chiamarsi con nome odioso;
perciocchè di simili arti usano tutti i governi in tutti i loro
negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più
ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede Italica,
come infedele, da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi
Italiani per cavarne danaro, e per distruggergli, non si potrà
certamente senza sdegno da chi libero da ogni anticipata opinione
essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.
Intanto tra per la mediazione di Spagna, e per le nuove che ogni dì più
si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso tra
Francia e Napoli un trattato di pace il dì dieci ottobre, molto
onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare
del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica, nè gli
s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le
principali condizioni furono, che il re rinunziasse a qualunque lega coi
nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le
potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi
armate in guerra di esse potenze, così Francesi come di altre nazioni,
se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che
stabili sequestrati, e confiscati tanto in Francia quanto nel regno a
motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio;
avesse luogo nella pace la repubblica Batava.
Fatto l'accordo, orava pubblicamente il principe di Belmonte in cospetto
del direttorio con amichevoli parole. Rispondeva il direttorio con
parole magnifiche di fede, di amicizia, di pace.
Anche la tregua tra Francia e Parma si convertiva in accordo per verità
non troppo superbo pel duca, per la protezione, in cui l'aveva la
Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente
insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori
delle tregue.
Udissi a questi giorni la morte di Vittorio Amedeo terzo re di Sardegna,
principe che avrebbe avuto in se tutte le parti, che in un reggitore di
popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di
guerra, che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per
mantener i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono
anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona
del principe, e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero
temperata. Quand'io considero il destino degli uomini, non posso non
maravigliarmi, come spesso eglino s'ingannino in quello, che debbe
rendergli o chiari od oscuri nella posterità; perchè il re Vittorio
Amedeo, che sempre anelava a voler fare commendabile il suo nome per le
armi, il fece per questa parte poco degno di lode; anzi la guerra il
fece andare in precipizio, mentre restano, e sempre resteranno le
memorie delle onorate cose fatte da lui in pace, e nel riposo de' suoi
popoli. In somma Vittorio Amedeo lasciò, morendo, un regno servo, che
aveva ricevuto intiero, un erario povero, che aveva ereditato
ricchissimo, un esercito vinto, che gli era stato tramandato vittorioso.
Così le sue virtù, che furono molte e grandi, contaminate dal vizio
della guerra, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che
promettevano.
Successe nel regno a Vittorio Amedeo terzo Carlo Emanuele quarto di
questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di
tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione.
Ma con l'animo santo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa
straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non vi era rimedio,
gli rappresentava spesso di strane fantasìe, che il facevano parere
assai diverso da quello ch'egli era veramente. Per tal modo Carlo
Emanuele quarto cominciò a regnare in un regno desolato, fu afflitto
continuamente da ombre e da ubbìe singolari, e cessò di regnare più
miserabilmente ancora, che non aveva incominciato. Essendo gli stati del
re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavìa di buone armi,
sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per
amico; perciò il direttorio niuna cosa lasciava intentata per
congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si
aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, e massimamente pei nobili,
perchè a lui parevano buoni stromenti del governare assoluto. Primario
intendimento fu sempre di Buonaparte di trasportare il dominio del re
dal Piemonte nello stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il
Piemonte, e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva
per la mente, quando più con le instigazioni tentava di accalorare lo
spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o
fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se
bisognasse, il Milanese all'imperatore, o fosse che per non so quale
ambizione di repubblica credesse, che con tante vittorie potesse alzar
l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli stati
dell'imperatore in Lombardìa. Amava meglio compensare il re a spese
della repubblica di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di
adescar tanto Carlo Emanuele, ch'ei venisse a concludere con la
repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano
tenere tanto segrete, con le altre potenze non le subodorassero,
confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente
inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a
questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva, che se congiunto
fosse in lega difensiva ed offensiva con Francia, sarebbe stato
costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i
repubblicani macchinavano allora di far guerra. Non gli poteva sofferir
l'animo di offendere il capo della chiesa che non gli aveva fatto alcuna
ingiuria. Per questa cagione non ebbe per allora effetto il trattato.
In questo mentre Carlo Emanuele aveva chiamato ai consiglj dello stato,
in vece del conte d'Hauteville, stimato troppo aderente all'Austria, il
cavaliere San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio
ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito Francese, dall'ambascerìa
di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto
legnaggio, di molte lettere, e di non poca dottrina. Del rimanente,
quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia
in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto
di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come
ambasciadore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed
egli, siccome quegli ch'era accorto e buon conoscitore degli uomini, si
mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far
servigj importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro, e di
nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse, non essere
mai stato il re suo signore nemico a Francia, nè al governo di lei;
tempi fatali avergli posto in mano le armi, nel corso di quella infelice
guerra, ma fatta con coraggio e con lealtà, non avere mai cessato di
desiderare la pace; essersi, come prima il momento comodo fu giunto,
affidato in loro senza riserva alcuna, senz'altra sicurtà, che la
sincerità sua propria e la loro; d'allora in poi avere il direttorio
rettamente giudicato e dell'animo, e dell'opere sue; consigliarlo il
rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che
restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva,
l'amicizia dei due stati; avere lui carico di nudrirla, e perchè nissuna
cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti
in Piemonte contro l'ultimo ambasciadore di Francia; presentare le sue
credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui;
stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.
Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe di
Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emanuele prima della sua
assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo Francese
verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove
protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia;
desiderare, che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i
nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo Francese
per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma
vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in
amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica;
stipulare i trattati con lealtà, osservargli con fede, difendergli con
coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere, che il re l'avesse eletto
a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il
quieto mandato.
Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il
re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia
politica verso di lui era nondimeno sincera, e non si può dubitare, che
suo proponimento fosse di seguitar la Francia piuttosto che l'Austria,
perchè credeva, che ciò importasse alla salute ed agli interessi del suo
reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re per
aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione
del governo regio in Piemonte.
Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento,
cagionava il pericolo della repubblica di Genova: il direttorio tanto
odiava l'aristocrazìa, quanto la monarchìa; nè avendo Genova, come il re
di Sardegna, la protezione del generale vittorioso, correva pericolo che
di tanto si scemasse il suo stato, di quanto si voleva accrescere quello
del suo vicino. Vennesi in sui cavilli, e sulle superbe parole.
Rincominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante
volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per
cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirgli, a cambiare
le forme delle deliberazioni del governo.
Mandava la signorìa all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo,
uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè
s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su con le
richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agl'Inglesi, seimila
Francesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica
quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei
danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire
l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova un presidio Francese la
lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il
senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili,
mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola,
patrizio veduto volentieri dagli agenti Francesi. Si faceva lo Spinola
avanti parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.
Intanto il dì undici settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto, che fece
precipitar Genova alla parte Francese. Stavano i repubblicani sbarcando
da una nave loro sorta sulla spiaggia di San Pier d'Arena armi, ed
arnesi ad uso dei loro soldati. Ebbe Nelson, vice-ammiraglio
d'Inghilterra, che voleva comandare con insolente arbitrio sui mari,
come Buonaparte voleva comandare col medesimo arbitrio su terra, avviso
del fatto: perciò, uscito incontanente dal porto di Genova con una
grossa nave, e con una fregata, ed allargatosi un poco, e messi in mare
i palischermi pieni di gente armata, si fece sopra alla nave Francese, e
violentemente la rapì. Fu il caso tanto improvviso che i marinari della
repubblica appena trovarono scampo a terra; nè la batterìa Francese
piantata sul lido a tutela della nave, nè le artiglierìe della lanterna
furono a tempo a rompere il disegno agl'Inglesi. Fu certamente questa
una grave prepotenza: pure la batterìa piantata dai Francesi sulla terra
neutrale, dava qualche motivo a Nelson di fare quello che fece. Ma fu
inescusabile il capitano d'Inghilterra di essere uscito a questa fazione
da quell'ospitale ricovero di Genova. Faipoult usando l'occasione, ed
acceso in gravissima indegnazione domandava, che Genova intercludesse i
porti agl'Inglesi, e desse, in compenso della nave rapita, in mano di
Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe
tenuta del fatto verso la repubblica.
Le insolenze d'Inghilterra, e le minacce di Francia fecero facilmente
andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual
cosa, tacendo, o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano
alla parte Inglese, sorse più potente la parte Francese. Però fu
risoluto nel consiglio grande, ed appruovato nel piccolo, che si
chiudessero tutti i porti ai bastimenti Inglesi sì da guerra che da
commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.
Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome Francese,
pubblicava per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui,
raccontate tutte le ingiurie ricevute da poi che aveva incominciato la
guerra, dagl'Inglesi, concludeva, che, poichè la lunga pazienza ed i
frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che
gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto
ad escludere insino a nuova deliberazione dai porti Genovesi le navi
Britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita
neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti
incomodi, ed a tanti pericoli.
Intanto si stipulava il dì nove ottobre a Parigi tra il direttorio ed il
plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le
condizioni, a norma delle quali i due stati dovevano vivere fra di loro.
L'accettarono i Genovesi sperando, che con lei sarebbe confermato lo
stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro
denaro. Fu convenuto fra i due stati, che il decreto del governo di
Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua
esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di
munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non
potesse, la Francia la servirebbe di presidj; se la Gran Brettagna
intimasse guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova
i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi, o scritti politici;
i nobili processati, nel grande e nel piccolo consiglio si
redintegrassero, la Francia promettesse di conservare intero il
territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze
Barbaresche; di far libere e franche le terre vincolate per dritti di
feudo all'impero Germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della
Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla
Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorj,
due milioni di franchi e le facessero un presto di altri due milioni.
Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di S. Giorgio, i due
del presto pagati dai più ricchi.
Genova debole, e lacerata da due nemici potenti, fu obbligata a comporsi
con uno di loro; il che non fu la sua salute: Venezia lacerata ancor
essa da due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di se
medesima, più vicina all'Austria che alla Francia, più tenace nella
neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza, perchè si
aveva a far con uomini tali, che il comporsi ed il non comporsi con loro
erano ugualmente di rovina. Ma prima di raccontare le Veneziane
disgrazie, sarà conveniente che da noi si narrino i maneggi politici,
che allora giravano per l'Italia. Le vittorie di Buonaparte avevano dato
speranza al direttorio, che l'imperatore d'Alemagna avrebbe concetto
pensieri di pace, e che gli manderebbe ad effetto, solo che gli si
proponessero condizioni, se non onorevoli, almeno non disonorevoli;
conciossiachè principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le
altre erano subordinate, fosse sempre la pace con l'imperatore, non
solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità della casa, e del
grado. Parevagli, che ove Francesco avesse accettato le condizioni, la
repubblica riconosciuta da un tanto principe, sarebbesi bene radicata, e
per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta
nemica: ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la
Francia, si conghietturava, che anch'essa sarebbe sforzata al venirne
agli accordi. Chiaro appariva, che dalle condizioni dell'Italia, essendo
già i Paesi Bassi Austriaci posti in possessione della Francia, pendeva
principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine
dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il
generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di
veder vicino le cose, e di fare convenienti proposte d'accordo
all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo negozio, non solo per
la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le
esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare, che il direttorio, od almeno
qualche membro di lui avessero concepito sospetto di pensieri ambiziosi
in Buonaparte, e però si erano risoluti a mandare in Italia un uomo,
quale loro sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse, ed
accuratamente rapportasse gli andari del generale Italico. Del che o
accortosi, o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire
innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperj dimezzati, gli disse a
viso scoperto, che se veniva per accordarsi con lui, il vedrebbe
volentieri e l'accetterebbe: quando no, se ne poteva tornare. Questa
insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la
passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dove era, e dove
aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato
del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra
ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza, che si mantennero in
tanti e sì diversi tempi, ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.
Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse
principalmente indirizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di
racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva in nome della repubblica
di dare al re Genova co' suoi territorj con patto che egli cedesse alla
Francia l'isola di Sardegna, e si unisse in lega con la repubblica,
obbligandosi a congiungere all'esercito Italico un numero determinato di
soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emanuele
del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo,
detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu
fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più
farla cosa del re, la fece cosa sua.
A questo succedeva nei consigli dei reggitori della Francia un altro
disegno per opera principalmente di Buonaparte, e questo era,
persistendo sempre nella volontà di conservar la possessione dei Paesi
Bassi, di dare per compenso all'imperatore la Baviera, e tutti, od
alcuni territorj della terra ferma Veneta; e già i capi della repubblica
facevano pubblicare nei loro giornali di Parigi, che Venezia era
usurpatrice di parecchi territorj imperiali: intendevano principalmente
dell'Istria e della Dalmazia. Così abbisognava, per soddisfare
all'ambizione del direttorio, e perchè la Francia fosse accomodata dei
Paesi Bassi, che ed il duca di Baviera ed i Veneziani fossero spodestati
dei loro dominj.
A queste proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, non che non avesse
voglia di avere quello d'altrui, ma perchè, parendole il caso strano, il
decoro la riteneva, e non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare
per forza d'armi gli stati d'Italia; perciocchè questi negoziati
correvano prima delle ultime rotte di Wurmser. Oltre a ciò, e quest'era
il principale motivo che la faceva stare sospesa, sapeva che la Prussia
non avrebbe sopportato quietamente, ch'ella riunisse alle sue antiche
possessioni in Germania la Baviera tanto opportuna a' suoi disegni, e
tanto aumentatrice della sua potenza. Finalmente l'accettare la Baviera,
e gli stati Veneti in una condizione di tempi non ancor maturi, come
erano quei del novantasei, ed ancor soggetti a grosse e probabili
mutazioni, pareva all'Austria cosa troppo insolita, e troppo lontana dal
consueto suo andare cauto e prudente. Tutte queste considerazioni
operarono tanto nei consigli Austriaci, che non potè avere effetto la
dazione della Baviera. Ma quello che faceva la salute della Baviera,
faceva la rovina di Venezia; perchè Clarke e Buonaparte, non ostante le
vittorie avute contro Wurmser, insistevano maggiormente presso
all'Austria per darle in mano i territorj Veneti in compenso della
Lombardìa, e dei Paesi Bassi.