prudenti per la necessità dei tempi, vennero partecipando delle faccende
pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti,
e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque
tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Fra costoro non
tutti pensavano alla medesima maniera; perciocchè alcuni più timidi, o
di più corta vista, o forse di più ristretta ambizione, amavano i
governi spezzati; altri innalzando l'animo a più alti pensieri,
desideravano l'unità d'Italia, perchè credevano, che l'Italia spezzata
altro non fosse che l'Italia serva. Fra i primi si osservavano i più
attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi
incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più
nascostamente; i primi erano amati ed accarezzati dai francesi, i
secondi odiati e perseguitati. Chiamavano questi ultimi, come se fossero
gente di molta terribilità, la lega nera, e di questa lega nera avevano
i capi dell'esercito più paura che dei Tedeschi, perchè e la potenza di
lei di per se stessi alle menti loro esageravano, ed era loro esagerata
dagl'Italiani adulatori e rapportatori che credevano, che il dar
sospetto ai Francesi facesse stimare più necessarj i servigi loro. Pieni
erano gli scritti, piene le parole segrete di questi rapportatori ai
generali e commissarj della repubblica, del nome della lega nera, ed io
ho veduto di molti sonni turbati da questo fantasma. Egli è vero, che
gli addetti a questa setta tanto odiavano i Francesi, quanto i Tedeschi,
e bramavano che l'Italia sgombra degli uni e degli altri, alle proprie
leggi si reggesse, avvisando, che lo sconvolgimento totale prodotto
dalla guerra potesse aprir la occasione a quello, a che non avrebbe mai
potuto condurre lo stato quieto. Sapevano che nè i Francesi nè i
Tedeschi amavano l'independenza Italiana; perciò volevano servirsi dei
primi per cacciare i secondi, poi servirsi della forza dell'Italia unita
per cacciare i primi. Ma questo era un ferire a caso, piuttosto che
andare ad un disegno certo, perchè, essendo in quei gravissimi accidenti
non attiva, ma passiva l'Italia, non era da credersi che vi sorgessero
personaggi civili di estrema autorità, nè generali di gran nome, ai
quali concorressero con opinione ed impeto comune per la desiderata
liberazione i popoli. Pure aspettavano confidentemente il benefizio del
tempo, e preparavano, non con ischiamazzi e con grida, ma con un parlare
a tempo, ed anche con un tacere a tempo, i semi alle future cose. Di
questi non pochi entrarono nei nuovi magistrati creati dai Francesi, che
loro diedero autorità, perchè non gli conoscevano; ed essi i
comandamenti altieri od avari, o moderavano coi fatti per acquistar
favore presso ai popoli, o con parole gli magnificavano per acquistar
odio ai Francesi. Creata la setta, entravano anche gli addetti nei
magistrati instituiti dai Tedeschi, quando questi riusciti superiori
inondarono il paese, e con le medesime intenzioni, ed al medesimo fine
indirizzavano le operazioni loro, cioè a creare autorità a se stessi, ed
odio ai Tedeschi. Questa, o vera lega che si fosse, o solamente
desiderio universale, si era propagata e radicata in tutti i paesi, ed a
lei s'accostarono personaggi, a cui non piacevano nè i Francesi nè la
libertà, perchè pareva a tutti un dolce ed onorato vivere l'independenza
dai forestieri. A questi desiderj mancarono piuttosto i principi, che i
popoli Italiani, perchè i principi avevano più paura della libertà, che
amore dell'independenza, i secondi più amore dell'independenza, che
della libertà. Ma se un principe si fosse abbattuto in Italia, non dico
quali gli partorivano i Romani tempi, ma solamente quali nascevano ai
tempi di Lorenzo, di Castruccio, e di Giulio della Rovere, avrebbe
prodotto, queste opinioni assecondando, ed una Italiana bandiera al
vento innalzando, effetti notabilissimi non che in Italia, in tutta
Europa. Ma Sardegna era fissa nel desiderio di acquistarsi una
provinciuzza Milanese, o Francese, o Genovese, Genova nel commercio,
Venezia nella mollezza, Roma nel sacerdozio, Napoli nel volersi una
particella delle Marche, Firenze in un felice e pacifico stato; Milano
privo del principe proprio ed in preda ai forestieri poteva solo
seguitare, non cominciare. Così per troppo godere, o per troppo temere,
o per istrettezza di mente, o per fiacchezza d'animo, i principi
Italiani trasandarono le occasioni, ed indirizzarono tutti i pensieri
loro al difendersi dai Francesi, non avvertendo che il proporsi per fine
di tornare allo stato vecchio, indifferente a molti, odiato da alcuni,
non poteva far muovere i popoli con quella efficacia, con cui gli
avrebbe mossi un disegno nuovo, generoso e grande.
Quanto al reggimento interno di ciascuna parte, o di tutta l'Italia,
amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano
ridurre al patriziato, istituito con la moderazione della potenza
popolare prudentemente ordinata, governo antico e naturale all'Italia;
il quale patriziato molto è diverso dalla nobiltà feudataria, frutto di
tempi barbari; perchè il primo fa i clienti protetti ed affezionati, la
seconda gli fa servi ed avversi. Può e debbe il patriziato consistere
con l'egualità dei diritti civili, ma induce necessariamente inegualità
di diritti politici, mentre la nobiltà vive con l'inegualità degli uni e
degli altri. Nè in quei tempi, in cui tanto si gridava sulle piazze la
egualità, si ristavano questi prudenti Italiani ai popolari e servili
schiamazzi; perchè da una parte sapevano, che negli stati grandi la
democrazìa pura non può sussistere, se non con soldatesche grosse e con
tribunali terribili, atti a contenere i popoli nella quiete; i quali
soldati e tribunali sono peste mortalissima di ogni libertà e di ogni
egualità. Seppeselo la Francia rossa di cittadino sangue, videlo la
Guiana piena dei più virtuosi uomini, pruovaronlo le stanze di San
Clodoaldo, fatte testimonio di quanto ardisca e di quanto possa coi
soldati un audace e fero conquistatore. Dall'altra parte, non
ignoravano, che anche nella democrazìa la egualità politica è
impossibile, perchè coloro che esercitano i magistrati, non sono in
termini di equalità con coloro che ne son privi, nè chi comanda con chi
obbedisce. Adunque vedevano, che una sola differenza poteva essere tra
il patriziato misto di democrazìa, e la democrazìa pura, e quest'era,
che in quello la inegualità politica è perpetua, in questa temporanea.
Credevano governo non solo naturale, ma necessario ed inevitabile nelle
umane società essere il patriziato; perchè chi è famoso per ricchezza, o
per dottrina, o per virtù, o per servigi fatti alla patria, avrà sempre
clientela, nè tutte insieme le grida democratiche potranno impedire,
stantechè cosa naturale ed insita nell'uomo è il corteggiare i potenti
ed il rispettare i buoni. Neanco fa effetto lo spegnere con le mannaje e
con gli esigli come suol fare la democrazìa pura, i buoni ed i potenti
cittadini; perchè nuovi sottentrano, e se non s'appresentano da se, il
popolo se gli crea; tanta è la necessità del patriziato. Ora pensavano,
dovere i legislatori prudenti usare, per ordinar bene una società,
questa necessità; e poichè è il patriziato inevitabile, volevano che per
leggi fondamentali si organizzasse, e non che si lasciasse sorgere, ed
operare a caso; perciocchè organizzato essendo, contribuisce all'armonìa
dell'umana società, non organizzato la turba. Buono, anzi necessario
consiglio essere opinavano, per bene constituire uno stato, usare gli
elementi insiti nella natura umana, perchè, quantunque sia l'uomo di
origine divina, soggiace non pertanto, come tutti gli altri animali, a
certe leggi naturali; e siccome nel domare gli animali usa l'uomo questo
modo o quest'altro, secondochè la natura di ciascuna spezie di loro il
richiede, così per reggere gli uomini debbono i legislatori adoperare
quel modo, che dalla natura della umana spezie è necessitato. Nè è da
temersi che questo procedere conduca al dispotismo, perchè l'uomo ha in
se una qualità nobile, che gli fa amare le cose generose, ed abborrire
le vili e le vituperevoli, nè può volere il proprio danno. Questo
ordinare le società secondo la natura è ben altro che ordinarle secondo
certi principj astratti e geometrici, e questo è stato altresì l'errore
continuo dei legislatori Francesi ai nostri tempi, solleciti sempre dei
principj astratti, non degli affetti e passioni naturali. Quali effetti
ne siano nati, il mondo dolente se lo ha veduto. Adunque gl'Italiani
volevano un patriziato per la conservazione della società, una
democrazìa temperata per la conservazione della equalità, l'uno e
l'altra per la conservazione della libertà. A questo salutare consiglio
si opponevano le operazioni disordinate delle armi sì Francesi che
Tedesche, l'assurdo capriccio dei Francesi di quei tempi del voler
applicar il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la
volontà di Buonaparte nemico della libertà, amico del dispotismo,
amatore, anzi ammiratore della nobiltà feudataria, ed odiatore del
patriziato paterno; finalmente gl'Italiani, servili imitatori delle cose
d'oltremonti, ed incapricciti ancor essi dei governi geometrici. Ma
gl'Italiani, veri speculatori e scrutatori delle umane cose, non si
sgomentavano, sperando dal tempo e dalla necessità ajuto
agl'intendimenti loro; e poichè pareva che per destino l'autorità regia
fosse giunta al suo fine, confidavano che la società si sarebbe fermata
al governo patrizio, misto di democrazìa, e non scesa al democratico
puro.
Questi sentimenti a sicurazione e salute d'Italia, principalmente
sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano
impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di
quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande
inondazione. Nè essa operava da se, quantunque ne avesse voglia, ma
suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e del direttorio. Il
duca di Modena solo, e senza amici, e quel che era peggio, ricco, o in
voce di essere, si trovava senza difesa esposto ai tentativi di
quest'uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva per la forza delle
opinioni, e degli esempj che correvano, fedele disposizione nei popoli.
Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emolazioni
con Modena, del governo del duca. La notte dei venticinque agosto vi si
levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazìa. Era il
presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde senza
resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città
di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar
continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le
tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale
governo: Reggio fu, o credessi libero. I soldati del duca impotenti al
resistere se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi
motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina, sì per dar norma a
quell'impeto disordinato, e sì per isperare, che egli, se non era
libertà, poteva col tempo divenire: l'allegrezza del popolo somma, e
così anche sincera. Certamente i Reggiani amavano la buona e vera
libertà, solo s'ingannavano credendo, che potesse sussistere coi
conquistatori. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento
temporaneo con forma repubblicana, moderarono l'autorità del senato,
instituirono magnati popolari, descrissero cittadini per la milizia.
Questi erano i disegni interni. Ma desiderando di rendere partecipi i
vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in
Lunigiana, ed in Garfagnana, acciocchè parlando e predicando muovessero
a novità. Inviavano Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi
Milanesi; fece Milano feste per la conquistata libertà di Reggio.
L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a se
stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con
segrete insinuazioni, e con incentivi palesi quella città. Tanto
operarono, che già una banda di novatori, portando con se non so che
albero, il volevano piantare in piazza: gridavano accorruomo, e libertà.
Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare
innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza
qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie ai
Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran
parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze dei comuni.
Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non
voleva, che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello,
che le Reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un
manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca; non avere pagato
ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano
dagli stati; lasciare interi gli aggravj di guerra ai sudditi, nè
volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della
repubblica; incitare i sudditi con perniziose arti, e per mezzo di
agenti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli
Austriaci. Dichiarava pertanto, non meritare più il duca alcun favore
dalla Francia; essere annullati i patti della tregua, l'esercito Italico
ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di
Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà, ed i dritti dei
Modenesi e dei Reggiani, sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte
non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti.
E però non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati
s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la
fortezza, sconficcavano le casse, cacciavano i soldati, afferravano le
insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al tempo medesimo occupavano
Sassuolo, Magnano, ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo
stato, e ponendo mano in tutto, che al pubblico si appartenesse. Pure le
allegrezze furono molte; piantossi l'albero, contossi, ballossi; furonvi
conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme;
annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla
repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i
comandamenti di Buonaparte.
Trattati gli affari di Modena e di Reggio, l'ordine della storia
richiede, che torniamo al filo interrotto delle cose di Bologna, che non
era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per
conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il
generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme
conformi al secolo. Ma l'aristocrazìa era odiosa ai più ardenti
instigatori, la democrazìa trionfava. Perlochè voci subdole si
spargevano contro gli aristocratici, gli chiamavano tirannelli; si
ergevano gli spiriti allo stato popolare puro; il popolo sempr'era di
mezzo e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando, che scacciato quel
tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche quei
tiranni dei senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano: il
popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse
significare: i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con
Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto
perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranza di riforme,
non accorgendosi, che se il resistere alla piena era impossibile, il
secondarla era insufficiente. Pubblicava, si creasse una congregazione
d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di
constituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di
reggimento, che sussisteva in Bologna prima della signorìa dei
pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non
piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazìa.
La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a
coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della
constituzione, tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso
dalla constituzione Francese, ma contenente molte buone parti: si
abolisse la tortura, si abbreviassero i processi, si moderassero le
pene. Buoni, oltre a ciò, erano gli ordini politici, quanto alla
elezione dei rappresentanti nei nazionali comizj.
Io narrerò i comizj di Bologna, ancorchè creda, che questo accidente
delle mie storie non parrà di molta importanza, perchè non ebbe nè
frutto nè durata, e ad altro non servì, che a contristare gli spiriti
prudenti nel veder messa a vicina comparazione la semplicità dei
conquistati con l'arti dei conquistatori.
Era la chiesa di San Petronio destinata ai comizj, correva il dì quattro
decembre; il fine era di accettare, o di rifiutare la constituzione. La
milizia urbana in armi ed in arredo, manteneva gli spiriti queti; la
secondavano i Francesi in armi, ed in arredo ancor essi. Entravano in
quel principal tempio, e fra spettacolo solenne i rappresentanti eletti
dal popolo ad accettare, od a ricusare. Era in tutti spirito raccolto,
speranza dell'avvenire, desiderio di bene, riverenza alle cose sante.
Chiamaronsi i nomi, verificaronsi le credenziali. Chiuse le porte, si
venne alla elezione del presidente. Per voti concordi nominarono Aldini,
avvocato. Intuonava Aldini, l'inno del Santo Spirito; echeggiava il
tempio. Raccolto il partito, trovossi, avere squittinato quattrocento
ottanta quattro, quattro cento trenta quattro pel sì, cinquanta per il
no. Bandì il presidente, il popolo Bolognese avere accettato la
constituzione: lodassero, ringraziassero il sommo Iddio. Intuonossi
l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar
nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta
Bologna. Godeva il popolo per lo avere a memoria dell'antica libertà
usato in quel giorno la sovranità; la notte fuochi artificiati,
luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli contenti nelle grandi
allegrezze.
Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si
creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano
deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi:
tutta l'Emilia commossa chiamava libertà.
In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i
popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in
questi moti con maggiore ardenza camminavano. Non si potrebbe con parole
meritevolmente descrivere il concorso, e la giubbilazione di queste
genti cispadane. Scriveva il generalissimo al direttorio, che quello che
vedeva con gli occhi suoi, era vero amore di libertà, e che i popoli
cispadani erano chiamati a gran destino.
La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a se i
primi, fece loro intendere con un'arte esortatoria, che era in lui molto
efficace, che lo star divisi era servitù, lo essere uniti libertà; che
le mani inermi sono serve d'altrui, le armate padrone: si unisse adunque
tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi.
Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però
si adunavano il dì sedici ottobre in Modena ventiquattro deputati per
parte di Bologna, altrettanti per parte di Ferrara, venti per Modena,
venti per Reggio. Le parole dette, ed i partiti posti e presi in
quest'adunanza generale dell'Emilia furono degni di commendazione;
furono lontane le esagerazioni, solo si pensò d'ordinare uno stato
libero. Tacquero eziandio pel bene comune le antiche emulazioni fra i
diversi membri della lega. Buonaparte medesimo pareva, che volesse
diventar savio in mezzo a gente savia. Parlava di quiete per tutti o
assenzienti o dissenzienti, abborriva le persecuzioni, detestava i
rapitori dei popoli e dei soldati. Decretava il consesso, tutta l'Emilia
in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la
nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i
pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse, che avesse
carico di levare, ordinare, armare quattromila soldati a difesa comune;
un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse in Reggio il dì venzette
decembre; questo secondo congresso statuisse la constituzione, che
avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani
all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva d'esempio ai
Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi
ultimi, per non parer da meno, offerirono dodicimila soldati. Già si
dava opera a Milano ad ordinare la legione Lombarda, in cui entrarono
Italiani di ogni provincia, e la legione Polacca, in cui si scrissero
molti Polacchi o disertori, o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti
di tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè
delle parole, nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci
usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Francesi,
gli facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da
ambe le parti. Presentarongli in una Modenese festa trionfalmente a
Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani, e gli
faceva intingere contro l'imperatore.
Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si
vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva
fatto quanto per lui si era potuto per adempir le condizioni, ancorchè
gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi, non
veniva a conclusione. Voleva il direttorio, che il papa recedesse da
qualunque lega contro Francia, negasse il passo ai nemici, il desse ai
Francesi; serrasse i porti agl'Inglesi, rinunciasse a Ferrara, a
Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo, proibisse
l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio
richiedeva, che il papa rivocasse qualunque scritto, od atto emanato
dalla santa sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia
dall'ottantanove in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con
consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte
le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse con
la forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una
terza mossa Austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di
aver seco congiunte le armi imperiali.
Sapeva Pio Sesto a quale pericolo sottoponesse se medesimo, e tutto lo
stato ecclesiastico col rifiutare la pace. Perciò non ometteva alcuno di
quegli ajuti, che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a
tutti i principi cattolici, col quale gravissimamente favellando, gli
esortava a non abbandonare dei sussidj loro la santa sede in così
imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella
religione, che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i
sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; sapere il mondo
quale strazio avesse fatto, e tuttavìa facesse il governo di Francia, di
questa santa religione e de' suoi ministri, non solamente in Francia, ma
ancora in tutti i paesi che restavano aperti alle armi sue; già
minacciarsele una totale sovversione in Italia dalle rive contaminate
dell'Adda, e del Po; già titubare su quelle dell'Adige, e già
innoltrarsi per le nemiche rupi verso il cuore della illibata Austria;
considerassero, che non si può la religione spegnere, che non si spenga,
o non si turbi immoderatamente lo stato: avere ciò pruovato in Germania,
quando opinioni nuove secondate da poche armi vi erano sorte; che
sarebbe per accadere presentemente, che nuove e molto più disordinate
opinioni, accompagnate da armi tanto formidabili sorgevano? Avere il
mondo a scerre tra la pietà, e l'empietà, tra la civiltà e la barbarie,
tra la libertà e la servitù; non essere il santo padre per mancare al
debito suo; ma soccorrergli poche armi temporali, nè le spirituali, in
tanta diminuzione di fede e di religioso costume, avere quella
efficacia, che una volta avevano; nel suo ultimo ridotto essere
oppugnata la religione; se anche questo si superasse, niuna speranza
restare, dovere la umana generazione governata essere dalla cieca forza,
dalla disordinata fortuna: sorgessero adunque, esortava, accorressero,
pruovassero avere cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più
sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli tanto vicino al
pericolo l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì
perniziosa guerra, o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei
male affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a
difesa di quella religione, che scesa da Cristo Dio pel ministero dei
santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura doveva
parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.
Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario,
primo sostenitore e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della
dignità dei principi. Ma le opinioni religiose, massimamente le
cattoliche, erano diminuite: in alcuni poi fra i principi il timore
superava la religione, in altri l'interesse politico la corrompeva. Solo
dall'imperator Francesco veniva qualche speranza, il quale però si
muoveva piuttosto per gl'interessi proprj, che per quei del papa.