Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti

di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto

con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle

occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice,

avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare

fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il

papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli

accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di

Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una

sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a

concludere la pace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova

si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta

piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel

valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto

pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava,

considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza

dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si

concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di

tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la

repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si

trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero

alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero

le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle

armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri

rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica,

quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani,

lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo

lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva

mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza

che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi

aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole

scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma

eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva

combattere per la religione, e' non bisognava invocarla, e se si voleva

combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il

toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe

di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi

stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto

solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno

una provincia prima di stipulare.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue,

di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia

naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva

mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi,

Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed

allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro,

non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre

ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la

umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi

richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con

molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico,

che era stato loro imposto dalla repubblica.

Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di

Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati

in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di

Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si

cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei

neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina

Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare

con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto

potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per

frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con

ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera

della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi

Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di

Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno

per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per

liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.

Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse

verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò

fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che

sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era

stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar

Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e

confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di

correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo

intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel

papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il

marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchè

s'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo

impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per

quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la

prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi

punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere

improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con

parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava

il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il

gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa

alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia

sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal

direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere

informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato

facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni

dell'ingresso.

Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal

generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con

una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero

avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza

Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state

trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani

arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta

bastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate,

salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col

solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte

medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno

gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio

dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per

voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per

continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di

guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in

tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane

sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe;

s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i

popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si

arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo

stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei

nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di

riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro

che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica

conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i

ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi

querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura,

Buonaparte per vedere che quel che si succiavano i predatori, era tolto

ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte

era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come

di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno,

ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la

virtù di Vaubois e di Belleville.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano

al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al

direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa

Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato

della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che

in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità

di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran

duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al

direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che

potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di

cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al

direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo

del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato

un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il

principe di Toscana.

Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi

alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo

sdegno del re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione

del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che

avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non

avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro

generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il

re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato

che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la

medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano,

furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia

l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che

fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto

veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il

diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità,

ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se

Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da

Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva

in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da

quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani

Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per

suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani

le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare,

serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente

e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità,

invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana,

chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di

denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli

possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata

all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di

San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e

Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico.

Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla

potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra,

non andò ora esente dalle comuni calamità.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma

parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio,

stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati

Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a

Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola

non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori

indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per

ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome,

e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e

dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere

all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte,

unica veramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non

distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava,

non che del lodevole, anco del biasimevole.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi,

le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti,

ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era

riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o

spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la

repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti

s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per

uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe

stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era

sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che

macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i

pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi

spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era

uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei

principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di

distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a

calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più

speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la

condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa.

Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche

sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi

dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in

quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per

passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo,

tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler

ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza

dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora

era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè

l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non

sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al

Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I

Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una

subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera;

nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte

sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia

alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente

eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero

velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle

genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla

Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi

ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non

mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a

governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di pruovato valore nelle

guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello

che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di

guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto

e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la

costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese

aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati

gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili

dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e

tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata

commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è

quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è

stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia.

Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il

principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un

capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le

opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente

contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi

corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in

breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i

suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich,

doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva

e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e

Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era

pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per

la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano

ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la

destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso

Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra

dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava

dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le

battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in

odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero

per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste

genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter

opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e

tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia

condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per

potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra

Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich,

insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce,

dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da

vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala

sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la

sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea,

secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova, o non

discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti

dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti

a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior

pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze

Austriache sulla sinistra del lago.

Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati

marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime

scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi

loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora

fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova

inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione

non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per

verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo

in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo

preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente

l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era

ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa

contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei

forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena

velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona.

Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella

celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario

avessero fatto, avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi

passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata

da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual

cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè

Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei

Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non

probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che

custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza,

quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto

peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi

risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni

banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro

una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che

da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò,

correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i

Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra

morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato

e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e

già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose

Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave

pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a

tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di

Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau,

che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in

tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella,

rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carretti dei cannoni più

grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse.

Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione

mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte, al quale

Augereau, vedendolo smarrito dalla gravità del caso, rivoltosi, con

parole animosissime il confortava. A queste esortazioni tornato

Buonaparte quel che era, con un'arte e con un vigore degni di eterna

commendazione ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse.

Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio, se non unito, e che

anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito

Tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente

Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti

in uno per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi

che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la

speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 5 / 20 段