facilmente contro i governi loro, e sentissero meno acerbamente il suo
dominio, di dare loro speranza di liberargli, e spesso anche gli
liberava da quanto essi governi avevano o di più odioso o di più
gravoso; perchè in tutti i reggimenti sono sempre di questi tasti, che
fanno mal suono ai popoli. Aveva Bologna perduto la sua libertà, od
almeno quello che stimava libertà, dappoichè la somma delle faccende
dello stato era venuta in mano della chiesa; la qual cosa i Bolognesi
sopportavano molto di mala voglia. Oltre a questo era Bologna stata
spogliata dai pontefici del dominio di Castel Bolognese, terra grossa
situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi
di ricuperare quell'antica colonia. Nè ripugnavano a questa
ricongiunzione i castellani medesimi, ricordevoli tuttavìa del dolce
freno col quale erano stati retti. Buonaparte, informato dai deputati di
questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di
Castel Bolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i
Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed independente. Nè
mettendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato, se ne
partisse immantinente da Bologna. Indi chiamato a se il senato, a cui
era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che essendo informato
delle antiche prerogative e privilegi della città e della provincia,
quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e
lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico
governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e
piena ritornasse: darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione,
quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica
si assomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui
giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la
dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei
corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.
Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un
particolare seggio riceveva Buonaparte il giuramento dei senatori in
questa forma: «A laude dell'onnipotente Iddio, della Beata Vergine, e di
tutti i Santi, ad onore eziandìo, e riverenza della invitta repubblica
di Francia, noi gonfaloniere e senatori del comune e popolo di Bologna
giuriamo al signor generale Buonaparte, comandante generalissimo
dell'esercito Francese in Italia, che non faremo mai cosa contraria
agl'interessi della stessa invitta repubblica, ed eserciremo l'ufficio
nostro, come buoni cittadini, rimosso ogni qualunque odio o favore, e
tanto giuriamo nella forma patria, toccando gli Evangeli».
Prestatosi dal senato il giuramento, si accostarono a prestarlo,
presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che
ecclesiastici; il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al
popolo, perchè nuova, e con qualche speranza grata al senato, perchè da
servo si persuadeva di esser divenuto padrone, non badando che se era
grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi
signori.
Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro.
Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i
popoli, parendo loro che le contribuzioni fossero opera piuttosto da
nemico, che da alleato; conciossiachè con questo nome aveva il
generalissimo chiamato la repubblica di Bologna. Pure se ne acquetavano,
perchè sapevano che bisogna bene, che i soldati vivano del paese che
hanno. Solo si sdegnavano dello scialacquo, perchè conformandosi
quietamente al fornire le cose necessarie, non potevano tollerare di dar
materia ai depredatori, che i soldati, e gl'Italiani ugualmente
rubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che
dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto, che Saliceti e Buonaparte, ai
quali il direttorio aveva dato in preda l'Italia, portavano alle
proprietà ed alla religione. Imperciocchè, poste violentemente le mani
nel monte di pietà, lo espilarono per far provvisioni, come affermavano,
all'esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di
lire ducento, come se fosse lecito rapire o non rapire, secondo le
maggiori o minori facoltà dei rapiti. Ma temendo gli autori di tanto
scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante
schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero
le armi ai cittadini.
I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto
prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni,
il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio,
finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli,
ambasciadore di Bologna. Creato dai vincitori a Ferrara un municipio
d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di
scudi romani in contanti, e di trecento mila in generi. Queste angherìe
sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè
tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè
concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si
sollevarono, gridando guerra contro i Francesi. Pretendevano alle parole
loro, e ne fecero anche fede con un manifesto, perchè si accorgevano che
soli, e senza un moto generale, non potevano sperare di far effetto
d'importanza, la religione, la salvezza delle persone e delle proprietà,
la libertà e l'indipendenza d'Italia. Concorsero nel medesimo moto coi
Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto
concitata, e risoluta al combattere. I preti gli secondavano, dando a
questa moltitudine il nome di oste cattolica e papale. Augereau, come
ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di fanti
e di cavalli, alla quale era preposto il colonnello Pourailler.
Comandava intanto pubblicamente, avessero i Lughesi a deporre le armi e
ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse, fosse ucciso. Aveva in
questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposto la
sua mediazione, perchè da una parte i Francesi perdonassero, dall'altra
i Lughesi, deposte le armi, si quietassero. Ma fu l'intercessione
sdegnosamente rifiutata da quei popoli, più confidenti di quanto fosse
il dovere, in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi
venire, per la ostinazione loro, al cimento dell'armi, i Francesi si
avvicinavano a Lugo, partiti in due bande, delle quali una doveva far
impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La
vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in una imboscata,
in cui restarono morti alcuni soldati. Non ostante, volendo il capitano
Francese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a
Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta;
narrasi anzi da Buonaparte, che i sollevati, fatto prima segno
all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione
dei messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i
Francesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le
parti con molto valore. Finalmente i Lughesi rotti e dispersi furono
tagliati a pezzi con morte di un migliajo di loro, avendo anche perduto
la vita in questa fazione ducento Francesi. Fu quindi Lugo dato al
sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni
cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato; rimasero per lungo
tempo visibili i vestigi della rabbia con cui si combattè, e della
vendetta che seguitò. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai
sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono.
Comandava Augereau, che tutti i comuni si disarmassero, che le armi a
Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore, fosse
ucciso; ogni città, o villaggio, dove restasse ucciso un Francese, fosse
arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Francese, fosse ucciso, e
la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse
adunanze di gente armata, o disarmata, fosse ucciso. Tali furono gli
estremi della guerra Italica, giusti per la conservazione dell'esercito
di Francia, ingiusti per le cagioni ch'egli stesso aveva indotte; perchè
il volere che i popoli ingiuriati non si risentano, è voler cosa
contraria alla natura dell'uomo.
Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto nei feudi imperiali prossimi
al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Francesi.
Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il
rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale
Lannes con un buon nervo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì
Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce, e pel
terrore dei supplizj.
Le vittorie dei repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia,
l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo
spavento Roma. Ognuno vedeva che il resistere era impossibile, e
l'accordare pareva contrario non solo allo stato, ma ancora alla
religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si
poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni, che
un vincitore acerbo per se, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe
dal pontefice richiesto. Nè meglio si poteva antivedere, se avrebbe
portato rispetto alla città stessa di Roma, parendo, che siccome sarebbe
stato un gran fatto l'occupazione di lei, così Buonaparte cupidissimo di
gloria l'avrebbe mandata ad effetto. E quale disordine, quale
conculcazione delle cose sacre e profane prodotto avrebbe la presenza
d'uomini poco continenti dalle cose altrui, e poco aderenti alla
religione, di cui era Roma seggio principale? Per la qual cosa, come in
tanto pericolo i privati uomini non avevano più consiglio, così poco
ancora ne aveva il governo, perchè le armi temporali mancavano, le
spirituali non valevano, il nome di Roma era più sprone che freno, e la
dignità papale, che pure aveva frenato ai tempi antichi un capitano
barbaro, era venuta in derisione. I ricchi pensavano alla fuga, come se
il nemico già fosse alle porte. Gran tumulto, gran folla e gran concorso
erano, principalmente a porta Celimontana di gente di ogni sesso, di
ogni grado e di ogni condizione, che fuggendo dal minacciato
Campidoglio, s'incamminava spaventata verso Napoli. Temevasi la
cupidigia del nemico, temevasi la temerità dei cittadini.
Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore dei suoi consiglieri e del
popolo, serbava tuttavìa la solita costanza, aveva commesso al cavaliere
Azara ed al marchese Gnudi, andassero a rappresentarsi a Buonaparte, e
procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo
loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte,
in nome per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo
ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà, perchè non gli
era nascosto che l'imperatore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso
di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi stati in Italia, e che
però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia
inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto
delle sue armi contro lo stato pontificio. Laonde concludeva, il dì
ventitrè giugno, una tregua coi due plenipotenziarj del papa, in cui fu
stipulato, che il generalissimo di Francia, e i due commissarj del
direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo
Francese aveva verso Sua Maestà il re di Spagna, concedevano una tregua
a Sua Santità, la quale tregua avesse a durare insino a cinque giorni
dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi
fra i due stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un
plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse a nome
del pontefice gli oltraggi e i danni fatti a' Francesi negli stati della
Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi
alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche
si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si
chiudessero, ai Francesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse
in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella
di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierìe, munizioni e
vettovaglie si consegnasse ai Francesi; la città continuasse ad esser
retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi,
statue ad elezione dei commissarj, che sarebbero mandati a Roma;
specialmente, poichè i repubblicanuzzi di quel tempo la volevano far da
Bruti, i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si
dessero; oltre a questo cinquecento manoscritti ad elezione pure dei
commissarj medesimi cedessero in potestà della repubblica; pagasse il
papa ventun milioni di lire tornesi, dei quali quindici milioni e
cinquecento mila in oro, od argento coniato o vergato, e cinque milioni
e cinquecentomila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno
milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle
tre legazioni; il papa desse il passo ai Francesi ogni qualvolta che ne
fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.
Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra
Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto
gravi, parve nondimeno un gran fatto, che si fosse potuto distornar da
Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata
città. Intanto non lieve difficoltà s'incontrava per mandar ad effetto
il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già tanto
consumato dalla guerra sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e
degli argenti, sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè
raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo, che insino dai
tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Sant'Angelo, fu
dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli,
vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi stati, aveva ritirato settemila
scudi di camera, che erano depositati nel tesoro pontificio, come
rappresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non
aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al
tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta della pecunia coniata
produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei
privati, il quale fu, che le cedole, che già molto scapitavano,
perdettero viemaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo
romore di guerra, e sul bel principio di una speranza di pace, le cose
pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si pruovavano gli
estremi di una guerra lunga e disastrosa.
Tutto questo risguardava alle facoltà sì pubbliche che private, ma il
governo di Francia, spaventando il papa, non solamente aveva in animo di
cavar denaro pei soldati, ma ancora di tirare il pontefice a far qualche
dimostrazione, acciocchè i cattolici di Francia accettassero volentieri
le cose fatte, e con la opinione favorevole della maggior parte dei
popoli il nuovo stato si confermasse. Era questo motivo di grande
importanza in tutta la Francia, ma molto più sulle rive della Loira,
dove coloro che avevano l'armi in mano contro il reggimento nuovo,
pretendevano alla impresa loro parole di religione. Conseguì Buonaparte
questo fine. Il pontefice mandava fuori il cinque luglio un breve
indiritto ai fedeli di Francia, col quale paternamente, ma fortemente
gli esortava a sottomettersi, e ad obbedire ai magistrati, che il paese
loro governavano; affermava essere principio della religione cattolica,
che le potestà temporali siano opere della Sapienza divina, che le
prepose ai popoli, affinchè le faccende umane non fossero governate
dalla temeraria fortuna, o dalla volontà del caso, e le nazioni agitate
da onde contrarie; avere perciò Paolo apostolo, non particolarmente di
uno special principe, ma generalmente di questa materia parlando,
statuito, che ogni potestà da Dio procede, e che chi alle potestà
resiste, alla volontà di Dio resiste. Badassero dunque bene, sclamava il
pontefice, a non lasciarsi traviare, ed a non dare, sotto nome di pietà,
occasione agli autori di novità, di calunniare la religione cattolica,
il che sarebbe peccato, che non solo gli uomini, ma Dio stesso con pene
severissime punirebbe; poichè sono, continuava, dannati coloro che alla
potestà resistono. «Vi esorto adunque, terminava il pontefice, figliuoli
carissimi, e vi prego per Gesù Cristo nostro Signore, ad essere
obbedienti, ed a servire con ogni affezione, con ogni ardore e con ogni
sforzo a coloro che vi reggono, perchè a loro obbedendo, renderete a Dio
medesimo quell'obbedienza, di cui gli siete obbligati; ed essi vedendo
vieppiù, che la religione ortodossa non è sovvertitrice delle leggi
civili, le presteran favore e la difenderanno, in adempimento dei
precetti divini, ed in confermazione dell'ecclesiastica disciplina:
infine desiderio nostro è che sappiate, figliuoli carissimi, che voi non
abbiate nissuna fede in coloro che vanno pubblicando, come se dalla
santa sede emanassero, dottrine contrarie a questa».
Queste esortazioni del pontefice non partorirono effetto alcuno in
Francia, perchè da una parte non rimise punto il direttorio del suo
rigore contro i preti cattolici, che non avevano voluto giurare la
constituzione del clero, dall'altra i Vendeesi, e coloro che in
compagnìa loro combattevano nelle province occidentali della Francia, od
in altri luoghi impugnavano o palesemente o segretamente il governo di
Parigi, non davano luogo ad alcuna inclinazione alla pace. Nè alcun
frutto buono sorse da quest'atto di Pio. Gli uni dicevano che l'aveva
fatto per forza, gli altri per debolezza, e nissuno obbediva. Allegavano
poi la fermezza dei principj non poter essere scossa, nemmeno
dall'autorità del papa. Così gli uomini obbediscono all'autorità delle
sentenze, quando è favorevole alle loro opinioni od interessi, non
obbediscono quando è contraria. Quindi nasce che il genere umano è più
ancor pieno di contraddizioni, che di enormità.
La presenza dei Francesi negli stati pontificj aveva bensì atterrito i
sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto
nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa esortato dal generale
repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con
pubblico manifesto, e comandava ai sudditi, trattassero con tutta
benignità i Francesi, come richiedevano i precetti della religione, le
leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli, e la volontà espressa del
sovrano.
Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello stato.
Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace
definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di
conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di
risorgere, s'inviava dal pontefice a Parigi l'abbate Pieracchi con
mandato di negoziare, e di stipulare la pace. Tanta variazione avevano
fatto in pochi giorni le sorti di Roma, che quel pontefice, il quale
poco innanzi esortava con tutta l'autorità del suo grado i principi ed i
popoli a correre contro i Francesi partigiani del nuovo governo, come
gente nemica agli uomini, nemica a Dio, ora caduto in dimessa fortuna
comandava con parole contrarie alle precedenti ai fedeli di Francia ed
ai sudditi proprj, che obbedissero, ed ogni più cortese modo usassero ai
Francesi ed al governo loro. Il che non fu senza notabile diminuzione
dell'autorità del Romano seggio.
Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato
dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti
di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero
partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza.
Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie
dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il
terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro
ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i
soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando
che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto
all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad
estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi
imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che
trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato
ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti
con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a
marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si
ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe
aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che
consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava
loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire
anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali,
scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui
gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra
che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue
e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di
religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che
volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per
questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo
ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine:
saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città
illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse
dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i
popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il
diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere
principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il
suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo
tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il
coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per
gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad
impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna
proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro
un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva,
profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti,
calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei
suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua
Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli
accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire,
che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de'
suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha
in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti
consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe
dato favore in così santa, in così generosa impresa.
Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi
poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo
sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere
se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i
figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà
contro le armi barbare.
Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della
religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno
prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di
popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la
riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste
parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete
constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi
piacesse mai di levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima
volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia,
che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo,
ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal
capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del
vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in
Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate
ad essere il custode».
Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo
dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto
pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero
veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.