cui si rende manifesto, che se le armi Francesi di tanto riuscirono
superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore nei soldati
dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare,
per cui il giovane generale di Francia di sì gran lunga superò il
vecchio generale d'Alemagna. Del resto fu Beaulieu capitano pratico e
risoluto, e la perdita della battaglia di Montenotte, che aperse i passi
d'Italia ai Francesi, hassi unicamente a riconoscere da un accidente
straordinario; le disposizioni prese da lui innanzi, e durante il fatto
furono per ogni guisa eccellenti, e senza l'impensato intoppo di Rampon,
è verisimile che la fortuna si sarebbe scoperta favorevole a Beaulieu
piuttosto che a Buonaparte. Certamente per poco stette, che il cattivo
consiglio di quest'ultimo, nel quale ebbe anche contrarj i suoi migliori
generali, dello aver corso a Voltri e fortificato debolmente Montenotte,
non fosse cagione della sconfitta dei repubblicani.
S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno,
che il direttorio e Buonaparte nutrivano contro la repubblica di
Venezia, meno forse per odio che per utile; il che peraltro è più
odioso. Due erano i principali fini a cui tendevano, dei quali uno
accidentale e temporaneo, l'altro da lungo tempo premeditato e perpetuo.
Si conteneva il primo in questo, che l'esercito acquistasse per se tutti
i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno. Era il
secondo di turbare lo stato quieto della repubblica Veneta, perchè pel
presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per
l'avvenire sorgessero pretesti per darla in preda, secondochè pei tempi
si convenisse, a chi l'accetterebbe, come prezzo di pace con la Francia.
All'uno ed all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di
Verona, perchè il suo sito, dove sono tre punti, è padrone del passo
dell'Adige, ed è a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a
superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale
non poteva farsi dai Francesi senza un grande sollevamento d'animi in
quelle provincie.
Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indirizzò, dopo la vittoria di
Borghetto e la presa di Peschiera, Buonaparte i suoi pensieri: e però,
siccome quegli che era maestro perfetto d'inganni, incominciò a levare
un romore grandissimo, e ad imperversare sclamando, che Venezia per aver
dato ricovero ne' suoi stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica
alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali
dimostrava la parzialità del governo Veneto verso di loro. E così
tempestando, e moltiplicando ogni ora più nello sdegno e nelle minacce,
affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con
dire, che non sapeva quello che il tenesse, che non ardesse da capo in
fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria, che si era creduta
capitale dell'impero Francese. In questo alludeva al soggiorno fattovi
dal conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia. La quale
intemperanza ed assurdità di Buonaparte, sebbene sia raccontata come se
fosse un giojello da alcuni scrittori di storie dei nostri tempi, ai
quali più piacciono le giattanze di lui che la verità e la ragione, non
so se sia o più indegna del grado del capo di un esercito grande, o più
ridicola in se stessa; perchè, la Dio mercè, non fu mai nessuno in
Verona, nemmeno credo, i matti, se qualcuno ve n'era, che abbia creduto
che la città loro fosse diventata capitale dell'impero Francese. Solo
credettero aver fatto un'opera pietosa, coll'aver dato ricovero dentro
le loro mura ad un principe perseguitato ed infelice.
Quanto al fatto di Peschiera, da quello che abbiam narrato di sopra si
può giudicare, se posciachè i Veneziani, per non dar sospetto ai due
nemici, massime ai Francesi, non avevano voluto munire quella fortezza,
fosse la medesima difendevole, e se potessero impedire in un caso tanto
improvviso, che i Tedeschi vi entrassero; e poichè Buonaparte si
lamentava di questo fatto, saria bene a sapersi, se Peschiera in quello
stato in cui era, quando i Tedeschi l'occuparono, più fosse fortezza,
che Crema, o Brescia, quando furono occupate dal capitano di Francia.
Bene sapeva egli che cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè
scriveva al direttorio il dì sette giugno, che la verità dell'affare di
Peschiera era, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani,
avendo loro solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che
con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma il vero od il
falso non arrestavano Buonaparte, e queste querele faceva in primo luogo
per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser
munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni,
non poteva entrar di queto senza il consenso dei Veneziani; in secondo
luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al
direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di
Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè se
volessero cavar cinque o sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.
Così ad una brutta sete dell'oro soggettava il capitano repubblicano la
verità, il giusto e l'onesto.
Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie
del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore.
E però per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni,
che dalla sua bocca propria, e non da quella d'altrui voleva udire, si
mise in viaggio col segretario San Fermo per andarlo a visitare in
Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con
esso lui e con Berthier, che è da lodarsi per la umanità mostrata in
tutte queste occorrenze, se però non era un concerto alla soldatesca tra
lui e Buonaparte, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica
Veneziana, ed in ogni accidente seguitato i principj della più illibata
neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, che non voleva esser
convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia
all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle
parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar dai
Tedeschi Peschiera; il che era stato cagione ch'egli avesse perduto mila
e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la
neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani
non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le
sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che insomma erano
i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi trascorrendo dalle
minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani
l'aver dato asilo negli stati loro ai fuorusciti francesi, ed al conte
di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo
finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava, che prima del suo
partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e
che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai
Massena, che già forse le artiglierìe di Francia la fulminavano, e che
già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel
ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da
Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era
sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose
aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque,
aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto,
acciocchè il senato ne ragguagliasse. Così Buonaparte, che sapeva di
certo, e lo scrisse al direttorio, che per fraude, e contro la volontà
dei Veneziani erano gli Austriaci entrati in possessione di Peschiera,
questo fatto attribuiva a tradimento dei Veneziani.
Spaventato in tale modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un
poco sopra di se; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse,
che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal
direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il
seguente s'appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi
fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe
salva la città, ed avrebbero i Veneti la custodia delle porte, i
magistrati il governo dello stato; ma che se gli fosse contrastato
l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.
Queste arti usava Buonaparte il dì trentuno maggio per ottenere
pacificamente il possesso di Verona. Dal che si vede qual fede prestar
si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì ventinove del mese
medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse. Così quella
repubblica di Venezia, che due giorni prima era stata chiamata amica
della Francese, e dichiarata aver sempre camminato nelle vie dell'onore,
era il dì trentuno del mese medesimo divenuta, e già da lungo tempo, non
solo infedele, ma perfida e nemica alla Francia, ed il direttorio aveva
comandato a Buonaparte, che ostilmente contro una delle città più
eminenti del suo dominio e di tutta Italia corresse. Certamente non era
questo un procedere degno di un generale di una nazione civile, e che ha
nel nemico in odio più la perfidia che la guerra. Tale sarà il giudizio
che ne faranno le generazioni sì presenti che future, in cui la virtù
sarà sempre più potente che il vizio.
Da questa insidia, e da queste minacce si rendeva chiaro, quali
dovessero essere le deliberazioni del provveditor Veneto; posciachè,
prescindendo anche dagl'indegni oltraggi, quel dire di voler arder sul
fatto una città nobilissima del territorio Veneto, quell'affermare che
fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la
guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non
poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta,
ma ancora necessaria una subita presa di armi dal canto dei Veneziani.
Quello era il momento fatale della Veneziana repubblica, quello il
momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo
e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto
dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non
piangerebbe il mondo tante vite infelicemente sparse per fondare il
dispotismo di un capitano barbaro. Che se Foscarini non aveva questo
mandato dal senato, l'aveva dal cielo, favoreggiatore delle cause pie, e
nemico dei tiranni, l'aveva dalla sua nobil patria, l'aveva dal
consentimento di tutti i buoni gonfi di sdegno all'aspetto di sì inudita
empietà. Non con le umili protestazioni, non col privar Verona delle sue
difese doveva Foscarini rispondere a Buonaparte, ma con un suonar di
campana a martello continuo, con un predicar alto di preti contro i
conculcatori della sua innocente patria, con un dar armi in mano a
uomini, a donne, a fanciulli, con un fracasso di cannoni incessabile
dalle lagune all'Adige, dalle bocche del Timavo all'emissario di Lecco.
Certamente in un moto tanto universale molte vite sarebbero mancate,
molte città distrutte, Verona forse data alle fiamme, ma la repubblica
fora stata salva. Forse alcuni sentiranno raccapriccio all'udir
rammentare di queste battaglie di popoli. Pure le usarono contro i
Francesi gli Austriaci, sebbene non prosperamente, nell'ottocentonove, e
furono lodati: le usarono contro i Francesi medesimi prosperamente gli
Spagnuoli nell'ottocentodieci, i Prussiani nell'ottocentotredici, e
furono lodati; le vollero usare i Francesi contro gli Europei
nell'ottocentoquindici, e se non furono lodati, non furono neanco
biasimati. Ora non si vede perchè non sarebbe stato lodevole ai
Veneziani di usarle: che se gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Prussiani,
ed i Francesi hanno qualche privilegio, quando ne va la indipendenza,
anzi l'essere, od il non essere dello stato, di difendersi a stormo,
sarìa bene che il mostrassero, affinchè gl'Italiani si acquetino a tanto
diseredamento.
So che alcuni diranno, che il governo di Venezia era cattivo; ma si
risponderà dagli uomini savj, che non tocca ai forestieri il giudicare
della natura del governo, e meno ancora il correggerla; nè so se muova
più a sdegno che a compassione il pensare, che queste querele
dottoresche sulla mala natura del governo Veneto vengono principalmente
da quelli, che hanno trovato ottimo il governo del direttorio, che
voleva far tagliar la testa ai naufragati, e quello di Buonaparte, che
teneva prigioni per corso d'anni, ed anche in vita senza forma di
processo gl'innocenti. Fatto sta, che poichè si voleva rendere i popoli
Veneziani servi dei forestieri, e' bisognava con risoluzione magnanima
fare, che i popoli Veneziani si salvassero da se; ma Niccolò Foscarini,
in vece di gridar campane, come Piero Capponi, corse, pieno di paura, a
Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la
principale difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i
cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte. Il non aver
usato il rimedio dei popoli non solo fu fatale per l'effetto, ma fu
anche inutile per la fama; imperciocchè ed i partigiani e gli storici
pubblicarono a quei tempi, e tuttavìa pubblicano, sebbene bugiardamente,
ma per giustificare la sceleraggine commessa contro Venezia, che se
Venezia non fece, volle fare lo stormo contro i Francesi, già prima che
succedesse la sollevazione di Verona del novantasette, che racconteremo
a suo luogo. La qual cosa se fosse tanto vera, quanto veramente è falsa,
non si sa che si volesse significare il manifesto di Brescia. So che
dagli adulatori di Buonaparte viene, sebbene con la solita falsità,
accagionato di aver macchinato questo stormo Alessandro Ottolini,
podestà di Bergamo a quei tempi, uomo meritevole di ogni lode per la
fedeltà e la sincerità sua verso la patria; ma egli solamente
s'ingegnava di mantenere le popolazioni Bergamasche affezionate al nome
Veneziano; e se quando s'impadronirono i Francesi di Verona, divenne
Ottolini più vigilante e più attivo, e fece opera che le popolazioni si
ordinassero, il fece perchè le minacce ed i fatti di guerra del capitano
del direttorio a ciò lo sforzarono. Quell'ordinarsi accennava, non un
voler nuocere altrui, ma un impedire che altri nuocesse a lui, e se
Ottolini si armava, avrebbe fatto meglio l'armarsi molto più. Certamente
avrebbe egli mancato del suo dovere verso la patria, se in tanto romore
di guerra, non solo imminente, ma presente negli stati di Venezia, non
avesse procurato di serbarsi padrone di se medesimo, e capace di
mantenere con buoni ordinamenti salva la provincia commessa alla sua
fede rispetto ai due nemici, che venivano a rapire le sostanze
Veneziane, e ad ammazzarsi tra di loro sulle terre della repubblica. Ma
nei tempi scorretti che abbiamo veduto, fu costume il chiamar traditori,
ed il perseguitare con ogni sorte di pubblico improperio coloro, che più
sono stati fedeli alle loro patrie, come se fosse stato debito loro il
servire piuttosto a Buonaparte nemico, che ai principi proprj ed alla
patria, ed a quanto ha la patria in se di caro e di giocondo. Così fu
infamata la virtù di Alessandro Ottolini e di Francesco Pesaro in
Italia, di Stadion in Austria, di Stein in Prussia: così anche furono
condotti a morte Palmer di Baviera, Hofer di Tirolo: così finalmente i
magnanimi Spagnuoli furono chiamati col nome di briganti. Queste cose
chi generoso scrittore fosse, dovrebbe con disdegnosa e riprenditrice
penna altamente dannare, non cercar di scusare, ora con le parole ed ora
col silenzio, l'inganno, l'ingiustizia, e la tirannide.
Come prima si sparse in Verona, per la venuta del Foscarini, che i
Francesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone
di ogni condizione e grado uno spavento tale, che pareva che la città
avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè
sapevano che i repubblicani gli perseguitavano. Il popolo raccolto in
gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e
di terrore accusava la debolezza di Foscarini, e le perdute sorti della
repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il
pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in
un subito la strada da Verona a Venezia impedita da un lungo ingombro di
carrozze, di carri e di carrette, che le atterrite famiglie
trasportavano con quelle suppellettili, che in tanta affoltata avevano a
molta fretta potuto raccorre. Facevano miserabile spettacolo le donne
coi fanciulli loro in braccio od a mano, che piangendo abbandonavano una
sede gradita per amenità di sito, graditissima per una lunga stanza. Nè
minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi
occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più
preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarj dei poveri: navigavano
intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le
acque del mare terre non ancora percosse dalla furia della guerra.
Entrarono il dì primo giugno i Francesi in Verona. Quivi Buonaparte
lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose
piazze, i tempj, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto, per
indurre opinione ch'egli elevasse l'animo alla grandezza Romana,
l'Arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche
padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti,
ma ancora le porte e le fortificazioni. Così si verificava, secondo il
solito, la promessa di Buonaparte del voler solo occupare i ponti. Al
medesimo modo, pure secondo il solito, mantenne le promissioni da lui
fatte nel manifesto di Brescia del voler pagare in contanti tutto ch'ei
richiedesse in servigio dei soldati; imperciocchè essendosi sparsi nelle
campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del
Veronese, vi facevano tolte incredibili, che, non che si pagassero, non
si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le
cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con
quella prestezza medesima, con cui si rapivano. Quindi era desolato il
paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto
alla umana generazione è necessario, così grave e così stolto, come in
questa terribil guerra si fece. I popoli intanto vessati in molte forme,
e cadendo da una lunga agiatezza in improvvisa miseria, entravano in
grandissimo sdegno, e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor
più gravi.
A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di
Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di
Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì ventinove
giugno, salve le robe, e le persone, eccettuati solo i fuorusciti
Francesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Trovarono
dentro la fortezza cencinquanta cannoni grossi, sei mila fucili, polvere
e palle in proporzione, con molto bestiame vivo. Fu questo acquisto di
grande importanza ai Francesi, perchè era il castello come un freno ai
Milanesi, e molto assicurava le spalle dei repubblicani. Per
solennizzare questa vittoria, si fecero molte feste, balli e conviti,
dai repubblicani Francesi meritamente, dai repubblicani Italiani per
imitazione.
La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè
trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così
per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e
sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro; quivi
ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano oltre a ciò a domarsi il
papa, ed il re di Napoli, e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual
cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena,
s'incamminava alla volta di Bologna, città, forse più di ogni altra
d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che conoscendo bene la
libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forestiero.
Aveva il senato di Bologna anticonosciuto, che per la vittoria di Lodi
diveniva il generale Francese signore di tutta la Lombardìa, quanto ella
si distende dall'Alpi agli Apennini. Però desiderando di preservare il
Bolognese, e massimamente la capitale, dalle calamità che accompagnano
la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creato un'arrota d'uomini
eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e
Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò veduto il generalissimo, il
pregassero di aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il
sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli, che
nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo
stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione,
specialmente se come nemici allo stato pontificio si accostassero, aveva
commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era
intervenuto alla composizione con Parma, andasse a Milano, e
procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della
repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da
Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli
era stato raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori
di Bologna: parlaronsi nei colloquj secreti di molti gravi discorsi, il
fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità
pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita già fin
dai tempi della lega Lombarda, e ad impetrare che i soldati
repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente.
Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio:
Buonaparte che sel sapeva, promise ogni cosa, e più di quanto i deputati
avevano domandato: partironsi molto bene edificati di lui, e se ne
tornarono a Bologna. Intanto le sue genti marciavano. Comparivano il
diciotto giugno in bella mostra, e con aria molto militare poco distante
da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di
cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e
schieratasi avanti al palazzo pubblico faceva sembiante d'uomini amici e
liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta
al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico
dell'arrivo dei Francesi, e della buona volontà mostrata dai capi.
Esortava che attendessero quietamente ai negozj; comandava che
rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo
i casi, a chi o con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il
seguente giorno la retroguardia: arrivavano la notte Saliceti, e
Buonaparte.